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“Non essere nata animale è la mia segreta nostalgia”. Dialogo con Clara Galante e le sue ombre
Chi l’ha vista in scena, probabilmente, ha misura della parola sortilegio. Qualcosa – esaltiamo il Ciclope etimologico, diamo al linguaggio filigrana di Frankenstein – tra la sorte e la legge. Dalla legge – la ‘norma del testo’ messo in atto – sortisce qualcos’altro. Voce, apparizione, figura, spettro. Dalla norma, l’anormale.  Disciplina dell’estrema spoliazione, l’attore. Al termine del rito scenico, resta, a noi spettatori, la carcassa di un’ombra – che ne è dell’attore? Spirato – cioè: a se stesso risorto.  Clara Galante, insomma – come dicono diversi repertori biografici – è “autrice protagonista del teatro italiano”. Ha operato con Peter Brook e Luca Ronconi – e della loro maestria si è invischiata – è stata interprete per Federico Tiezzi, Marco Bellocchio, Giorgio Albertazzi, Andrea Camilleri, tra i tanti. Di certo, l’avete vista al cinema o in qualche serie tivù – eccelle nel canto, dote che l’ha portata a lavorare al fianco di Riccardo Muti, Nicola Piovani, Ennio Morricone. Tutto questo, però, l’anamnesi di un’attrice di vasto talento, è, infine, ininfluente. Chi ha conosciuto Clara Galante sa che è una donna legata all’ora-e-qui – è una donna in ricerca, come direbbe lei, che fa ricerca. Cioè: creatura in perpetuo mutamento. Donna-crisalide.  Più che altro, Clara Galante si è conficcata, con gioia da ricercatrice, appunto, da astronoma di anime, nell’esistenza di diverse, inarginabili donne. Il legame con Marina Cvetaeva, su tutte, intorno a cui realizza un progetto – andato assai in giro – centrato su Indizi terrestri; poi Etty Hillesum, Medea, Irene Brin, Karen Blixen… donne infinite, ma anche, di contrasto, donne anonime; le imperdonabili e le martoriate (mi riferisco a Non sono stata finita, il “poemetto per corpo e voce contro la violenza sulle donne”).  Ritorno al sortilegio. Sfoglio il ‘Pianigiani’, lo sfido. “Predizione dell’avvenire per via d’incantamento, o meglio coll’estrazione a sorte di fogli su cui aveva scritto dei versi il sortilegio”. Il sortilegio: cartiglio – testo; testo poetico che si scrive da sé – che, recitato, opera incantamento. Tra benedizione e maleficio.  Clara Galante è, anche, autrice di sortilegi. Cioè di testi che mettono all’opera le anime. È su quello che ci orientiamo, nel dialogo. Ho il privilegio, così, di entrare in alcuni poemi-per-il-teatro di Clara Galante: Una Antigone senza leggenda (“Comincia a parlare come per riempire il vuoto o per scongiurare l’approssimarsi di qualcosa di sconveniente”) e Io sono prima del cavallo, io sono il galoppo, ad esempio, dove “dell’eroina da tutti osannata” (“Esistevo prima di Giocasta,/ prima di Laio, prima di Edipo,/ esistevo da prima/ molto prima delle sventure”) l’attrice-autrice mette in luce “i lati ‘negativi’… un carattere incapace di chiedere scusa e di sentire la responsabilità delle conseguenze che le proprie azioni provocheranno”. Il testo che mi avvince è l’“Oggetto gridante” dedicato a Clarice Lispector – di cui in calce sono riprodotte alcune lasse –, la cui figura – impastata di enigma, di un fascino che spaura – ricorda, per echi ed economia dell’essere, quella della Galante. Il primo fascio di versi indirizza al carisma dell’opera: “Mi profumo tutta poi mi metto a scrivere di getto non pianifico, lavoro con l’indiretto, l’informale, l’imprevisto non è necessario avere un ordine per scrivere non c’è un modello da seguire, non c’è un modello. Una cosa nasce, nasce e basta.” Ciò che sgorga sorgivo disseta – ferisce. Clara Galante non lenisce le ombre, ne esaurisce il sangue, semmai – ciò che resta è uno scavo, l’incavo dove si entra con piccole candele, serrature che sibilano, sibilline.  Farsi voce, dare voce. Parto da una domanda che esplicita una poetica. Come si salda la scrittura nel tuo lavoro di interprete? Dal palco alla pagina: sono ‘regni’ diversi, inconciliabili oppure che si nutrono vicendevolmente? Sono regni diversi ma dallo stesso seme nel momento in cui ambiscono a comunicare. Quindi è la voce a saldarli. La voce è un gesto che restituisce la complessità di una intenzione. È una trama. Quando scrivo, spesso lo faccio in voce o immaginandola. Il testo è come la sinfonia. Kandinskij scriveva che i colori sono come i tasti e il pianoforte è l’anima. Per me le parole sono i tasti, e la voce è l’anima. Tutto è connesso nella sinfonia del gioco teatrale ed io ne sono lo strumento. Abito il palcoscenico non come mera rappresentazione della realtà, ma come il medium, che mi aiuti ad esprimere una necessità interiore o una verità, attraverso il linguaggio sintetico della rappresentazione. In questo, la scrittura apre la strada. Ho scoperto di avere una percezione sensoriale atipica, che mi permette di dare consistenza fisica a una sensazione, un’emozione o circostanza interiore e proiettarla nella voce, sia che stia facendo Shakespeare o la Livella di Totò. È diverso dal semplice recitare. Si tratta di superare la pagina, portando più vita, e il pubblico aspetta sempre la vita, anche nella tragedia più nera. Tra i rapporti eletti, scritti, quelli con Marina Cvetaeva e Clarice Lispector. Perché proprio loro?  Una è la forza ardente del Fuoco, l’altra è la forza fluida dell’Acqua. Marina è l’incendio dell’Anima. Clarice l’abisso della Coscienza. Mi aggiro in questi ambiti, cerco la loro tensione, il ritmo, lo scatto, il fluire. Marina e Clarice sono due creature fuori dal mondo pur vivendo al presente. Forse hanno sbagliato secolo; una troppo in ritardo, l’altra troppo in anticipo. Ma hanno vinto entrambe perché oggi le amiamo più di quanto siano state amate in vita. Questo è bellissimo e da speranza a tutti. Clarice Lispector (1920-1977) Scrivi “Non essere nata animale/ è la mia segreta nostalgia”. Che animale sei? In quale bestia vorresti rinascere? Amo la Natura, sono cresciuta con lei, prendo ispirazione dalla sua osservazione. È capitato recentemente, di trovarmi più da sola, di fronte ad animali liberi e inaspettati. Incontri straordinariamente ravvicinati con un barbagianni, una civetta, un furetto e perfino un insetto, mai visto prima, un esserino verde smeraldo alto cinque centimetri circa, bellissimo, con testa orizzontale tipo ET, occhietti grandi e sporgenti, che beatamente si era posato sulla mia coscia. È restato a fissarmi immobile per più di dieci minuti. Un insetto dolce e curioso che non sono riuscita ancora ad identificare. Ognuno di questi incontri è stato come un dono che parlava di cose antiche e presenti.  Dovessi scegliere una creatura animale in cui rinascere, sceglierei un uccello. Un merlo. Il suo canto è un richiamo, è casa per me, è pace. …e poi: rinasceremo, esiste forse l’Ade, il Paradiso, il niente? In cosa crede Clara Galante?   Ho sempre fatto il mio lavoro per scoprire cose che non so. Infinite. Qualche anno fa, ho avuto la fortuna di lavorare con Luca Ronconi su un soggetto straordinario a questo proposito, Infinities, un saggio del matematico John Barrow. Tutta una profonda riflessione sulla vita e sulla morte, sul nostro vivere il tempo nelle sue infinite possibilità quantistiche. Quindi, per rispondere alla tua domanda: a cosa credo? A tutto. Cercando sempre una ragione, una spiegazione possibile alle cose… e la trovo anche solo per testardaggine. Sono spesso in burrasca, poiché a una risposta data, si affaccia sempre una nuova domanda. In cosa credo? Al Vuoto che esiste per essere riempito. All’Amore, capace di tutto. A Dio. A questo mi affido. Qual è il personaggio femminile che Clara Galante ha interpretato con maggior gioia – in cui ha ‘aderito’, in libertà, meglio? Direi che quasi ognuno dei personaggi che ho interpretato è stato liberato del mio ego. Quindi posso dire che insieme abbiamo goduto di un certo senso di libertà. Qual è la donna che avrebbe voluto interpretare Clara Galante? Fino ad ora ci sono stati bellissimi ruoli; anche dal mondo greco non ne sono mancati: interpretare i classici è una esperienza enorme. Nella tragedia come nella commedia, non fanno altro che chiedersi “di chi è la responsabilità?”. Direi che abbiamo ancora bisogno di loro. Poi ci sono opere che aspetto,  autori come Čechov, Tolstoj, Tennessee Williams, Beckett… Qual è – quale è stata – la donna-guida  della donna Clara Galante? La guida non è mai una, ne arrivano diverse a seconda dei bisogni che caratterizzano i momenti della vita, o i progetti a cui sto lavorando. C’è stata Artemisia Gentileschi però, e per molto tempo. Il potere delle donne, il rapporto tra donne e potere. Ti domando, da artista, una riflessione.   Il mondo greco romano può venirci incontro e raccontarci da dove si è partiti. Sebbene si siano raggiunti alcuni traguardi, l’uguaglianza tra uomini e donne appartiene al futuro. Il Potere non ha sesso in realtà. È una preziosissima attitudine che pratico, cerco di nutrire. Amo il Potere quando è per me stessa. È una grande forza, la volontà. Noi siamo un flusso informazionale che cammina e che ha il potere di trasformare le cose. Ma se si parla del potere esercitato sugli altri, del suo abuso quindi, la stima che nutro per l’essere umano, uomini e donne indistintamente, si disintegra in un attimo.   *…e ora, cosa fa Clara Galante? Peter Brook uno dei miei maestri, diceva “il più grande errore di un attore è credere di essere solo sé stesso”.In verità, che sia in scena o meno, vivo: approfondendo questo, non si finisce mai. La cosa che mi piace di più è la ricerca, in essa c’è il senso di tutta la vita, che cerco, ogni giorno.  ** Da: Clarice Lispector. Come Medusa in un magma sonoro. Oggetto gridante Non essere nata animale è la mia segreta nostalgia, deve essere il richiamo del bosco la selva non conosce divieto nel bosco non esiste malvagità è un tale mistero questa foresta… adesso sento che proprio ci siamo mi trovo nel suo midollo nel centro vivo, molle bevo un sorso di sangue mi riempio tutta, sento cembali, trombe, tamburelli, sento la pianta carnivora che rimpiange tempi memorabili, la liturgia degli sciami dissonanti, vengono fuori dalla nebbia insetti, rospi, api, mi lecco il muso come la tigre dopo aver divorato il cervo si, deve essere il richiamo del bosco. Il senso dell’ occulto possiede un’intensità che ha luce, è come più un presagio di vita, l’eros nitido di ciò che è vivo sparso nell’aria, nelle piante, in noi, sparso nella mia voce che più si accosta a Dio… Ho già visto cavalli selvaggi lanciare al cielo il loro lungo nitrito di gloria Un giorno ho detto “io posso tutto” era il desiderio di poter un giorno cadere elastica in una profonda allegria, un’estasi segreta, sessualmente viva, di un sesso mitico, infinito spaziale del colore dell’aria! È di una tale purezza questo contatto con la grande potenza della potenzialità da una libertà così grande da scandalizzare un primitivo! Ma so che tu non ti scandalizzerai… Una volta, guardai fisso negli occhi la tigre e quella guardò fissa nei miei, ci trasmutammo. Messaggi telegrafici, intensi, muti, in cui immergere la mano – anche le mani guardano –  tirarla fuori facendo sgocciolare via i riflessi di questa acqua dura che è lo specchio anzi no non esiste la parola specchio esiste solamente specchi giacché un unico specchio è già una infinità di specchi… La tigre era ferita. Mi avvicino senza paura di toccarla le strappo via la freccia, la belva fa un giro lento intorno a me, esita, si lecca una zampa, mi osserva, e lentamente in silenzio quieta si allontana forse vale la pena essere nati affinché un giorno cercando aiuto tacitamente si riceva # Mi prendo cura del mondo, è l’orribile dovere di andare fino in fondo senza l’aiuto di nessuno che….. Così per soffrire meno, ottundermi un po’ perché non posso caricarmi sulle spalle i dolori del mondo! Mi prendo cura del bambino vestito di stracci, ha nove anni ed è magrissimo Mi prendo cura dello sguardo di migliaia di piante, di alberi, mi obbliga a ricordarmi del volto inespressivo quindi spaventoso, della donna che ho visto per strada, con questi occhi mi prendo cura della miseria di quelli che vivono nelle baracche Quando sento totalmente ciò che le altre persone sono e sentono, che posso fare? Le vivo ma non ho più forza. Da bambina mi ero presa cura di una serie di formiche, nella piccola formica che porta una foglia c’è racchiuso tutto il mondo che mi sfugge. Prendersi cura esige molta pazienza come quando appoggi l’orecchio alla terra e senti l’estate che piano si fa strada da sotto Io già sapevo con che peso di dolcezza l’estate faceva maturare centomila arance, e sapevo che le arance erano mie perché Io volevo. La senti, la paziente brutalità della terra serrata che comincia ad aprirsi da dentro Ma è quando arriva l’inverno che do, accolgo nidiate di persone nel mio seno tiepido. Devo darmi come il latte se non fluisce fa scoppiare il seno! C’è qualcosa nell’aria è profumo di pioggia ancora un inverno che arriva e di nuovo darò, avrò dato, darò… comunque lo dica è presente perché che lo dico adesso Do! Clara Galante *Si ringrazia Clara Galante per averci permesso di pubblicare in anteprima parte del suo progetto letterario e teatrale su Clarice Lispector ; in copertina: Clara Galante in un ritratto fotografico di Azzurra Primavera L'articolo “Non essere nata animale è la mia segreta nostalgia”. Dialogo con Clara Galante e le sue ombre proviene da Pangea.
April 14, 2026 / Pangea
La lotta perenne del poeta di genio contro il regime
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca: pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima, Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di nulla.  Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij, il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del 1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987), pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che  > “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una > genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che > semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito > e una loro sensibilità unica”.  Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel 1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.  Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una “Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono “modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa – e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista, Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.  Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:  > “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun > tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni, > ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande > purezza, abnegazione e responsabilità”.  La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero finita in un vicolo cieco”.  Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere “l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:  “Oh, non educatelo Alla stanzialità e alla sorte! Nella poltiglia stagna dei sentimenti … Oh, non trattenetelo! Nel domestico sottovaso Dio – come la begonia di casa Alla finestra – non fiorisce! … Perché egli corre – è movimento”.  Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova, “Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj & Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi, è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di Marina.  A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.  > “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una > collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò > sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete > una donna comunissima’”.  > > (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller, > 1993) L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”, per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri, scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina, ‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022 come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e Marina, supreme latitanti al proprio tempo.  Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):  > “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del > poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere > russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la > gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate > nella tundra”.  I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma. *In copertina: Anna Achmatova (1889-1966) L'articolo La lotta perenne del poeta di genio contro il regime proviene da Pangea.
March 5, 2026 / Pangea
“I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog, 2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo, in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a condurre la danza della sua penna furiosa.  Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni. Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro Regno?  Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione, l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto. Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse, anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete, incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.  A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria Palomba) ** Io, la pagina per la tua penna Io, la pagina per la tua penna. Riceverò tutto. Io, una pagina bianca. Io, la custode del tuo bene: lo coltiverò e farò rendere il centuplo. Io, la campagna, la terra nera. Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia. Tu, il Signore e il Padrone, e io, l’hummus nero e la pagina bianca. 18 luglio 1918 Marina Cvetaeva Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.  In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte L'articolo “I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
February 19, 2026 / Pangea
“Allora, anima, comanda i mondi”. Tentativi di ingresso nell’opera di Marina Cvetaeva
>  “…Non sta alla tua ragione > giudicare il sangue in fiamme”.   > > 28 febbraio 1923 Convinta della verità di queste parole scrivo qualche pensiero sulla Cvetaeva, pochi barlumi delle innumerevoli luci che le sue parole accendono.  Non la amo interamente, il mio istinto di sopravvivenza combatte, è molto forte. La leggo come una donna legge le parole di un’altra donna, per quanto poeta. Interamente, dunque, la comprendo e mi difendo dall’entrare così a fondo nelle sue parole. Penetro ogni sfumatura, ogni dettaglio da cui genera quella specie di furia espressiva, smisurata e rigorosa, il mio sguardo non fatica ad aderire al suo. Perché so fino a che punto si vedono chiare le cose con quel taglio, con quell’occhio!  Marina è terribilmente attraente e con altrettanta intensità respinge. E turba, non si può starle lontano e nemmeno vicino. Da parecchi mesi prendo e lascio i suoi libri, mi manca e mi allontana e poi la cerco ancora. Tutto ciò che nella vita ci insegnano a osteggiare, a tenere al guinzaglio, lei lo libera. Sfrenata, non conosce rallentamenti ma solo sterzate a tutta velocità e di segno opposto, guidata da una lucidità così cristallina da diventare millimetrica, ossessiva e disturbante, spaventa il mondo che deve prenderne le distanze o fuggire. * “La tua estate di parole” dice Rilke e la ama. Certo Marina ha amato – poeticamente – dei giganti, ma gli altri… questa facilità di infatuazione è decisamente invidiabile seppur distruttiva. Marina, butta a mare gli idoli! non crearteli, prendili a sassate, non dopo, subito! – si vorrebbe gridarle con amore materno. Invece ha ragione Nadežda Mandel’štam quando generosamente riconosce che “donne così sono un prodigio”, donne che sanno “trarre dall’amore il massimo di gioia e sofferenza”. Io istintivamente arretro… di fronte a questo soffermarsi sul tema amoroso, quasi fosse un marchio dell’essere femminile, della poesia dei poeti donna o delle “poetesse” diciamo… (mi fulminerebbe lo so). Ma la Cvetaeva sa sciogliere molti nodi, perché in lei femminile e maschile si coniugano per istinto e per scelta, la potenza di eros travalica le identità sessuali, è persona non riducibile a queste categorie. I suoi singhiozzi non si compiacciono, sono furenti, sono vulcanici, di lacrimucce non sa che farsene perché “con sangue bollente si paga, non con le lacrime”. Le sue lacrime non annebbiano lo sguardo, lo ripuliscono, consentono di vedere ogni lato dell’oggetto, uno sguardo simultaneo su tutti i volti e i nomi dell’altro, amico, amante, figlio, situazione, accaduto: ci gira intorno e lo penetra, lo scruta e lo fende, affonda le mani in ogni piega. E poi lo pronuncia decisa sul foglio avendo visto tutto, avendo com-preso tutto, “abbracciato e capito” con impeto violento ma inerme perché “in tutto io sto stretta”.  Esemplare il massacro dei critici letterari. Come non essere soli, isolati? Esiste un mondo che accetti questo? * > “Ah, non credete mai alla morte delle passioni…” Allora lei trova una strada: esistere nell’assenza, diventare creatura di passioni nella distanza: da una debolezza Marina crea una forza. Non è volontà di sublimare le proprie pulsioni, ma poetica esplosione dell’identità del suo essere. Perché lei sa bene che siamo corpo e che la passione è sangue e che l’anima arriva fino alla pelle – “come se insieme alla pelle mi avessero strappato l’anima” – deborda da occhi, respiri, gesti. E la sua corporeità si fa così appassionata che trabocca dalle parole, ed esse diventano carne, sono corpo, sono sublimi indizi terrestri, e se la donna spesso non ha potuto o voluto unirsi all’amato, la parola-corpo non rinuncia, non fallisce, prende a calci gli ostacoli o li oltrepassa in un balzo.  Le sue sono parole di candore e di innocenza, di eterna giovinezza: la passione, qualunque sia l’oggetto che investe, “non è inganno, non mente”, non è costruzione ma irruzione, aborre tattiche e strategie.“Ciò che per voi è ‘gioco’, per noi è l’unica cosa che facciamo sul serio”. Marina non è una giocatrice e per questo l’abbraccio forte. * > “L’anima (…) per l’uomo spirituale è quasi carne”. Anima… quante volte ripete questa parola, ci insegna a pronunciarla di nuovo, ma bisogna intenderla. L’anima che la sua parola ci dona è densa, palpabile e potente, è fiammeggiante, nulla di più lontano da una spiritualità rarefatta (scriveva Hofmannsthal: “in Maria l’anima è come un velo che copra il corpo”). Al contrario in Marina che “di tutta me, neanche una spanna di superficie terrestre”, l’anima è il tripudio del corpo, “urlo – dal ventre”. La corrispondenza cercata tra senso e suono: l’anima bisogna sentirla coi sensi. È per questo che la amo profondamente e non mi contraddico, perché in lei si realizza il sogno di onnipotenza di ogni donna, quello di essere tutto, terra e stellato insieme, “aurora e minerale, sospiro e pane”. La sua poesia sana ogni separazione e crea un incontro nuziale, fa della parola poetica il luogo miracoloso e risanatore dove terra e cielo si fondono, e noi possiamo dire con lei: “… Insieme eravamo più interi. Veri.”, parole rare da sussurrare alla persona amata e alla poesia. * >  “Allora, anima, comanda > i mondi su cui vuoi regnare (….) > cresci: crea”.  Marina è poeta, lo è davvero, è un’anima creatrice. Che la vita miserabile non ha offuscato. Questo è uno di quei fatti sorprendenti che talvolta accadono, è un segno assoluto di speranza, una traccia luminosa. So che è possibile, so che esiste, scie di luce, creature come fiori, vita che esplode nelle situazioni più oppresse e letteralmente invivibili, l’ho visto coi miei occhi, l’ho sentito con l’anima, ho avuto il privilegio di questi incontri in carne ed ossa in luoghi derelitti. Marina è così, in solitudine, in miseria, in esilio crea.  Marina è poeta: ebreo errante, paria, creatura in esilio, “emigrante dall’Eternità nel tempo”. Ed è proprio questa condizione che la rende contemporanea, la fa appartenere al suo tempo. È il suo essere fuori posto, fuori luogo, fuori tempo, è il suo essere inattuale che le dona la distanza o l’anacronismo necessari per comprendere pienamente il tempo in cui vive e inchiodarlo. Lì l’atto poetico può sbocciare. Poeticamente crea respirando con la poesia, carnalmente crea le creature che ama, le investe con tutta sé stessa e le genera: possono anche essere insignificanti perché sarà lei a riempirne i vuoti, a crearle con la forza generatrice della sua anima. In questo modo colma il vuoto o la tragedia di ogni separazione, così combatte la morte che ogni separazione porta con sé (dal proprio paese, da un luogo, dal figlio, dall’amato). In questo modo Marina non solo ci dice che ogni donna o meglio, che ognuno è madre della persona amata, ma che ogni poeta genera ciò che ama nominandolo. Tutto ciò che Marina ama si fa parola, diventa “il cielo più basso – più vicino – della terra”.  L’amore in cui Marina vive è questo, e non c’è contraddizione con la coscienza che “non sfiorando le labbra, non è dato saziare l’anima” perché la sua anima corre instancabilmente verso un’acme, una vetta, una cima protesa verso quel cielo terrestre che è per lei la parola: “la vita comincia a significare solo trasfigurata, cioè nell’arte” e la trasfigurazione deve avvenire sul monte, lì si può splendere. La sua morte: “Pendio dell’argine!/ Tutte le cose strappate dagli incastri”. > “Se esiste l’Ultimo Giudizio della parola – davanti ad esso sono pura”. Cinzia Thomareizis *In copertina: Marina Cvetaeva nel 1917 L'articolo “Allora, anima, comanda i mondi”. Tentativi di ingresso nell’opera di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
February 11, 2026 / Pangea