Mai come negli ultimi decenni l’editoria italiana si è rivolta con tanta
solerzia alla ritraduzione dei ‘classici’. Il movimento non è una novità: se è
vero infatti che nessuna traduzione è mai quella definitiva, con la lingua
italiana l’urgenza si fa a volte pungente. Anche se non incappiamo quasi più in
episodi eclatanti da riportare a una forma filologicamente più corretta, come
nel caso dei nomi propri italianizzati per un decreto legge del 1926 (esilarante
un’antica traduzione di Duetto di Colette in cui Alain, il già non
brillantissimo protagonista, diventava Alano, con buona pace della moglie che
per fortuna si chiamava internazionalmente Alice), l’aggiornamento linguistico
di un idioma che più di altri si muove, si modifica, germoglia e invecchia
rapidamente, si accompagna spesso a esigenze commerciali, diritti editoriali
scaduti e un gusto squisitamente linguistico e culturale mutato. Il recente
lavoro di Silvia Pareschi, saggista, traduttrice e teorica della traduzione, va
in questa direzione. Dopo aver tradotto l’intera opera di Jonathan Franzen e
testi di Don DeLillo, Cormac McCarthy, Isaac B. Singer, Zadie Smith, Shirley
Jackson, Sylvia Plath, Annie Proulx, Jamaica Kincaid, John Le Carré, Julie
Otsuka, Nancy Mitford, e molti altri ancora, sta curando per Mondadori le nuove
traduzioni di Ernest Hemingway; finora sono usciti Il vecchio e il
mare (2021) e Addio alle armi (2025), mentre per il 2028 è prevista la
pubblicazione di Per chi suona la campana.
Lei ha spesso descritto la traduzione come un mestiere “artigianale”. Cosa
significa oggi, in un’epoca in cui le lingue cambiano in tempo reale, essere
un’artigiana della parola?
Ho appena partecipato a un laboratorio insieme ad altre dodici traduttrici: una
settimana in una splendida villa nel Canton Grigioni. Ciascuna di noi aveva tre
ore a disposizione per sottoporre alle altre un brano del testo che stava
traducendo – nel mio caso For Whom the Bell Tolls, che sto ritraducendo per
Mondadori –, brano che veniva collettivamente analizzato con un impegno e una
concentrazione assoluti, passando magari mezz’ora su una singola frase per
trovare la migliore traduzione possibile. Al “Laboratorio italiano traduce i
classici” partecipavano traduttrici – eravamo tutte donne – dall’inglese, dal
francese, dal polacco, dal russo, dall’islandese, dal tedesco, dallo spagnolo e
dal greco antico. Alla fine della giornata eravamo stanchissime ma soddisfatte,
con la rassicurante sensazione di essere circondate da spiriti affini. In quella
settimana di ritiro creativo ci siamo talvolta paragonate alle monache di
clausura che pregano per salvare il mondo: la nostra preghiera era il nostro
lavoro lento e invisibile, lo sforzo minuzioso per ricreare con tutta la cura
possibile nella nostra lingua l’opera di qualcun altro. Spesso ci siamo chieste
cosa avrebbe pensato chi ci avesse viste da fuori, intente a discutere per ore
della posizione dei pattinatori nel cielo in una poesia di Pasternak.
Un’esperienza così nutriente per lo spirito è un bene rarissimo in un mondo come
quello di oggi, dove tutto si consuma velocemente senza lasciare alcuna traccia.
Quando traduce un autore come Jonathan Franzen o Don DeLillo, la sua voce si
adatta all’autore o cerca un punto d’incontro tra la lingua originale e quella
che sente più sua? In un’altra intervista ha detto di sentirsi una “ventriloqua”
dell’autore: questa definizione vale anche oggi, o sente che la voce del
traduttore ha diritto a una propria autonomia espressiva?
Oltre a definirmi “ventriloqua”, mi piace dire che quando traduco adotto il
metodo Stanislavskij, cercando ogni mezzo possibile per immedesimarmi con la
voce dell’autore così come emerge dal testo. Mentre traducevo Ragtime, lo
splendido romanzo di E. L. Doctorow ambientato nella New York dei primi del
Novecento e scritto nel ritmo sincopato del ragtime, ascoltavo ragtime per
riprodurre nel mio italiano il ritmo del testo inglese. Se un romanzo è
ambientato in una città che non conosco, posso usare google maps – la tecnologia
ha lati positivi, peccato che oggi con il boom dell’intelligenza artificiale
venga spesso usata per cercare di portarci via il lavoro che amiamo – per
esplorarne le strade. Per immergermi nell’atmosfera di un altro luogo o di
un’altra epoca vedrò film e leggerò testi ambientati in quel luogo e in
quell’epoca. E naturalmente, se è possibile, cercherò di corrispondere con
l’autrice, per domandarle chiarimenti ma anche per creare un legame con la
persona oltre che con il testo.
Eppure nella traduzione si sente anche la mia, di voce, non potrebbe essere
altrimenti. È proprio questo il motivo per cui non esiste una sola possibile
traduzione di un testo, ma tante possibili traduzioni quante saranno le persone
che si cimenteranno a tradurlo: ciascuna di noi mette in gioco se stessa quando
traduce, fondendo la sua lingua personale – quella che nasce dalla propria
esperienza di vita – con la lingua dell’autore del testo. Dunque gli autori sono
due: l’autore dell’originale e l’autore della traduzione. Durante il nostro
laboratorio si è parlato tanto di “autorialità”, di quella dote – fatta di
sapienza e di intuito – che ci permette di interpretare il testo senza violarlo,
ma piuttosto arricchendolo delle vibrazioni di un’altra lingua.
Nei suoi saggi lei riflette spesso sul fatto che ogni traduzione è un atto
critico e creativo insieme. Quanto la pratica della traduzione — l’esperienza
quotidiana del testo — influenza le sue teorie, e quanto invece le sue teorie
cambiano il modo in cui traduce?
Con il passare del tempo mi sono resa conto che il modo in cui traduciamo
riflette il nostro carattere. Osservando le mie colleghe e poi leggendo le loro
traduzioni mi sono spesso trovata a riconoscerle (questo dimostra che chi
traduce non è una lastra trasparente, che c’è sempre qualcosa di noi nelle
nostre traduzioni). Io cambio il mio modo di lavorare a seconda del testo che ho
di fronte, a seconda del periodo della vita che sto attraversando e delle cose
che hanno importanza per me in quel momento. Non parto mai dalla teoria per
arrivare alla pratica, non è così che si lavora, tutte le persone che svolgono
la nostra professione lo sanno. La teoria ci conforta quando conferma che le
nostre intuizioni sono giuste, e fornisce una cornice di riferimento per capire
come la pratica della traduzione si adatti ai cambiamenti culturali in atto
nella società. Ma quando si lavora su un testo l’unica cosa da fare è lasciare
che il testo ci parli, che ci dica come vuole essere tradotto. Per esempio, una
domanda che mi sento sempre rivolgere è se leggo l’intero libro prima di
tradurlo. In genere no, rispondo, ma non perché sia contraria per principio: a
volte solo perché me ne manca il tempo, e comunque perché so che nelle tante
riletture che farò prima della consegna finirò per conoscere il testo così bene
che posso permettermi di non leggerlo tutto prima di cominciare. Un’altra cosa
che di solito non faccio è rileggere la traduzione ad alta voce, tranne che in
certi brani di dialogo. Eppure, quando mi arriva un complesso romanzo di Franzen
lo leggo tutto prima di cominciare a tradurlo; Addio alle armi l’ho riletto ad
alta voce prima di consegnarlo, perché in Hemingway il ritmo è importantissimo e
volevo essere sicura che ogni pagina funzionasse bene.
Nella traduzione ci sono poche regole fisse, ogni testo è diverso dall’altro e
noi dobbiamo essere flessibili per adattarci alle sue esigenze, alle sfide che
ci pone.
Lei è Silvia Pareschi
La ritraduzione dei classici comporta un gesto critico: ogni nuova versione
sembra voler “correggere” o “riattualizzare” la precedente. Come si decide
quando una nuova traduzione è necessaria? Penso alla sua recente ritraduzione di
“Addio alle armi” per gli Oscar Mondadori: lei ha parlato della necessità di
restituire “ciò che resta sommerso sotto la superficie dell’iceberg”. In che
modo questa metafora hemingwayana del “non detto” si è tradotta per lei in
scelte linguistiche concrete?
Da quando ho cominciato a ritradurre Hemingway ho tenuto molti incontri con i
lettori, e la prima domanda che ricevo è, immancabilmente: perché si ritraduce
Hemingway? Negli ultimi anni, a causa della scadenza dei diritti (in Italia
un’opera è protetta dal diritto d’autore fino a settant’anni dalla morte
dell’autore), molte opere sono entrate nel pubblico dominio e hanno avuto
diverse nuove traduzioni, per esempio i romanzi di Fitzgerald e di Orwell. I
diritti su Hemingway resteranno in mano a Mondadori fino al 1° gennaio 2032:
l’editore ha deciso di ritradurre le sue opere principali prima che arrivino
tante nuove traduzioni. Questo è il motivo “commerciale”.
Il motivo che più ci interessa, quello che ha a che vedere con la traduzione,
riguarda invece i cambiamenti che si sono verificati, negli ultimi decenni,
nella teoria e nella pratica della traduzione. Lo sviluppo dei translation
studies – e qui entra in gioco l’importanza della teoria, non tanto come insieme
di norme per la pratica quotidiana del tradurre, quanto come quadro di
riferimento culturale in cui inserire il nostro lavoro – ha portato, fra le
altre cose, al passaggio da un’idea di traduzione legata soprattutto alla resa
in un “bell’italiano”, che dunque permetteva interventi più pesanti da parte dei
traduttori per “avvicinare l’opera al lettore” (secondo la famosa definizione di
Schleiermacher), a un’idea di traduzione che invece cerca di “avvicinare il
lettore all’opera”, rispettando maggiormente l’intenzione dell’autore,
mantenendo eventuali asperità e irregolarità della lingua dell’originale, senza
addomesticare il testo per renderlo più digeribile al lettore.
Inoltre la lingua è un organismo vivente, che come tale cambia e si evolve;
mentre l’originale per forza di cose non cambia mai, le traduzioni si adattano
ai cambiamenti della lingua e ogni tanto devono essere rifatte, restaurate, come
un quadro che va ripulito dalle incrostazioni degli anni per riportarne alla
luce i colori originali. Questo non significa che il giovane amico di Santiago
di Il vecchio e il mare parlerà come un suo coetaneo di oggi, perché il libro è
ambientato nei primi anni Cinquanta a Cuba e lì deve restare, ma nei
settant’anni trascorsi dalla sua pubblicazione l’italiano è cambiato molto, e
una traduzione contemporanea dovrà tenere conto di questi cambiamenti. Non solo:
oggi l’enorme facilità nel reperimento delle informazioni fa sì che le
traduzioni siano molto più accurate anche da un punto di vista fattuale, visto
che con un clic possiamo eseguire ricerche che fino a pochi decenni fa
richiedevano ore o giorni, per poi magari non andare neppure a buon fine.
La mia risposta alla domanda “perché ritradurre i classici” si conclude sempre
con un invito a considerare ogni nuova traduzione di un libro che abbiamo amato
non come qualcosa che “spodesterà” la precedente traduzione, ma come un
arricchimento, una nuova versione dell’opera che affiancherà le precedenti, che
ci permetterà di conoscerla meglio.
Molti traduttori parlano di “fedeltà” e “tradimento”, ma lei tende a mettere in
discussione questa opposizione. Esistono, secondo lei, traduzioni fedeli che
tradiscono e traduzioni infedeli che rivelano meglio l’originale? Nel suo “Fra
le righe” (Laterza, 2024), scrive che la vera fedeltà è “ascoltare la voce
dell’altro senza cancellare la propria”: è questo il punto d’equilibrio a cui
tende ogni traduttore?
Nel mio libro parlo di quanto mi riescano insopportabili i vecchi luoghi comuni
come “traduttore traditore”, lost in translation, brutta fedele o bella
infedele, e intitolo un capitoletto “Gained in translation” per raccontare
alcuni casi in cui nella traduzione si verifica un guadagno, anziché una
perdita. Ci sono casi particolarmente fortunati in cui ci si imbatte in
soluzioni inattese che in qualche modo – a livello di corrispondenze lessicali o
di echi interni al testo – arricchiscono l’originale. Oppure può capitare che un
autore ci permetta di svolgere un ruolo più attivo, di partecipare in qualche
modo alla ri-creazione del testo nella lingua di arrivo. Lo si vede bene con i
giochi di parole: perché funzionino, occorre che il destinatario diventi
complice dell’autore e comprenda le regole del gioco, che si basano non solo
sulle parole, ma anche su referenze del mondo reale, su un sapere condiviso fra
scrittore e lettore. Dunque la difficoltà, per chi traduce, consiste non solo
nell’individuare il gioco e comprendere il modo in cui esso interagisce con gli
altri livelli del testo, ma anche nel trovare un equivalente di quel sapere
condiviso nella propria lingua d’arrivo, per ricreare lo stesso effetto
ingenerato dal testo originale nei suoi lettori. Come scriveva Eco nella
prefazione alla sua traduzione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau,
> «Si trattava, in conclusione, di decidere cosa significasse, per un libro del
> genere, essere fedeli. Ciò che era chiaro era che non voleva dire essere
> letterali. (…) Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e
> poi giocare una nuova partita con lo stesso numero di mosse».
Dunque, traducendo letteralmente un gioco di parole, non si ottiene lo stesso
effetto che voleva ottenere l’autore dell’originale: per raggiungere quel
risultato occorre ricreare un nuovo gioco di parole, e dunque essere infedeli.
Nel suo lavoro emerge spesso un equilibrio tra rigore tecnico e intuizione. In
che modo l’intuizione linguistica guida le sue scelte quando il testo resiste,
quando “non vuole farsi tradurre”? Ci sono episodi concreti — magari proprio
durante il lavoro su Hemingway — in cui l’intuizione l’ha portata a una
soluzione “imperfetta ma giusta”, più vera dell’equivalente letterale?
Ripenso spesso al laboratorio sui classici, perché per me è stata un’esperienza
importante. Quello della traduttrice è un lavoro solitario; a volte si finisce
per lavorare in modo un po’ inconsapevole, senza troppo riflettere sui motivi
delle nostre scelte. L’insegnamento mi ha fornito un ottimo pretesto per
mettermi a riflettere sul mio mestiere, e queste riflessioni le ho poi
sistematizzate nel mio libro. Tuttavia, come dicevo, lavorare intensamente
insieme ad altre colleghe per un’intera settimana mi ha portato a vedere altri
aspetti della nostra professione, o se vogliamo della nostra arte. L’intuizione,
così come l’empatia, è una dote indispensabile per chi traduce, quell’elemento
ineffabile che spesso ci porta ad accorgerci che, dopo diverse revisioni, quella
frase lì andava bene proprio come l’avevi tradotta la prima volta. Perché eri
“nel flusso”, perché sentivi la voce del testo, perché eri in sintonia con
l’intenzione dell’autrice. Hemingway che in For Whom the Bell Tolls non può
scrivere le parolacce e, per farsi beffe dei censori, le sostituisce con la
parola unprintable (impubblicabile), va reso nell’intenzione più che nella
lettera: questo è stato uno dei problemi traduttivi che ho portato al
laboratorio per chiedere il parere e l’aiuto delle colleghe. Alla fine, grazie
all’intuizione collettiva, abbiamo deciso che scrivere “impubblicabile” in
italiano potrebbe creare fraintendimenti, e abbiamo optato per una soluzione che
rispetta l’intenzione dell’autore: la parola unprintable diventerà in
italiano autocensura.
C’è un libro — contemporaneo o classico — che non ha ancora tradotto e che le
piacerebbe affrontare, magari proprio perché la mette in difficoltà?
Sono affascinata dall’Irlanda, un paese da cui provengono molti degli autori e
delle autrici di lingua inglese più interessanti degli ultimi anni. Questa
affermazione della letteratura irlandese è una diretta conseguenza del fatto che
il governo di quella nazione dà molta importanza alla cultura – si veda il
reddito di base per gli artisti di cui si è molto parlato negli ultimi tempi – e
sostiene attivamente la diffusione della propria letteratura sia in patria che
all’estero. Un po’ il contrario di quello che, ahimè, sta succedendo negli Stati
Uniti, che già prima del brutto periodo che stanno vivendo faticavano a produrre
una letteratura particolarmente originale e innovativa. Insomma, più che un
nuovo autore mi piacerebbe tradurre un nuovo paese.
Cinzia Bigliosi
*In copertina: Ernest Hemingway nel 1920
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necessità di ritradurre i classici proviene da Pangea.