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“Mosca è una immensa Garbatella”. Pasolini in Unione Sovietica
La passione di Pasolini per la letteratura russa è conosciuta. Adoratore di Dostoevskij, della poesia di Esenin, Majakovskij – ai due cantori ribelli dedicherà il suo Manifesto per un nuovo teatro – e Mandel’štam – il poeta più perseguitato dal Potere – e di tutto il movimento formalista, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) ritrovava nella tradizione culturale e letteraria russa lo spirito rivoluzionario, anarchico, disorganico, provocatorio e politicamente appassionato che lo contraddistingueva. Contraddistingueva lui, l’intellettuale comunista, e tanti poeti, scrittori e artisti russi di quella irripetibile generazione che aveva “dissipato i suoi poeti”, per dirla con Roman Jakobson, linguista, critico e fautore della scuola del formalismo, assai influente nella formazione di Pasolini, così come altri artisti formalisti quali Boris Ėjchenbaum,  Jurij Tynjanov e Viktor Šklovskij, sommo critico e teorico della letteratura, autore nel 1914 de La resurrezione della parola, secondo Angelo Maria Ripellino il primo vagito della scuola formalistica russa. Diversi riferimenti a quella nobile tradizione culturale e letteraria si ritrovano in La religione del mio tempo, in Poesia in forma di rosa, ne La nuova gioventù, l’ultima raccolta poetica di PPP, e in Petrolio, poema in prosa rimasto incompiuto che porta in epigrafe il folgorante incipit di una poesia di Osip Mandel’štam:  > “Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”. Sono tante le citazioni, le fonti letterarie e le poesie che Pasolini dedica agli assi della poesia russa – ricordiamo anche il componimento Quasi alla maniera dell’Achmatova, per lei (apparso nel ’65 sull’“Europa letteraria”) che il Poeta dedicò a un’altra Poeta con la maiuscola, Anna Achmatova, Anna di tutte le Russie per Marina Cvetaeva, fra i maggiori interpreti della poesia russa del Novecento –, raccolte e analizzate dalla saggista e studiosa di lingua e letteratura russa Francesca Tuscano in diversi lavori come La Russia nella poesia di Pier Paolo Pasolini. Pier Paolo Pasolini fu di certo uno degli scrittori e intellettuali italiani più seguiti in Unione Sovietica, comparendo in molteplici occasioni, dal termine degli anni Cinquanta fino alla morte – in vero, dall’alba dei Settanta con minore frequenza e rilievo sempre più marginale –, sulle pagine della diffusissima rivista letteraria “Inostrannaja Literatura”, apprezzato in quanto collaboratore della stampa comunista, pensatore marxista e indipendente, regista eretico, intelligent non allineato, autonomo verso ogni forma di Potere, “il più russo degli scrittori e degli intellettuali italiani”, scrive Tuscano. Proprio sulla testata fondata nel ’55 come megafono dell’Unione degli scrittori dell’URSS, sul numero due del 1962, riporta Tuscano nel testo centrato sulla letteratura critica russo-sovietica su Pasolini, comparso sul periodico “In forma di parole” (numero quarto del 2013), “apparve la traduzione della Ballata intellettuale (probabilmente la prima traduzione in assoluto in russo di un’opera di Pasolini)”. Seguiranno – alternandosi alla cronaca delle vicissitudini giudiziarie dell’autore – notizie riguardanti la sua attività letteraria e cinematografica e traduzioni come quella della sceneggiatura di Mamma Roma nel 1967 e, nell’anno successivo, di alcuni componimenti inseriti nell’antologia Ital’janskaja lirika XX veka (La poesia italiana del XX secolo). Traduzioni continuate anche dopo la morte del poeta con la pubblicazione di Ragazzi di vita, il primo romanzo di PPP, uscito nel 2006 per i tipi moscoviti di Glagol con la traduzione di Natalija Zaslavskaja. Il rapporto fra Pasolini e la letteratura russa si consolida nell’estate del 1957, stagione d’uscita della silloge Le ceneri di Gramsci e del viaggio che PPP effettuò in Unione Sovietica. Il letterato approdò nel territorio del primo stato socialista della storia inviato da “Vie Nuove”, il settimanale del Partito comunista italiano, fondato dall’antifascista e poi leader del Pci Luigi Longo, con cui collaborò, pur con lunghe pause per via degli impegni cinematografici, fino alla metà degli anni Sessanta. La spedizione cadde in un periodo oltremodo cruciale. L’anno precedente, Nikita Chruščёv, primo segretario del Partito comunista, aveva denunciato nel celebre “rapporto segreto” al XX congresso del Pcus i crimini commessi da Stalin durante il suo trentennio, creando scompiglio nel movimento comunista internazionale e avviando nell’Unione quel processo di destalinizzazione che avrebbe fatto rinascere la Russia, devastata dalla Seconda guerra mondiale che aveva dato il colpo di grazia a un popolo già stremato dagli stenti e dalla folle politica industriale del Piccolo Padre. Ad accentuare la crepa all’interno dei partiti comunisti dell’Occidente, nell’autunno del “terribile 1956” l’ingresso dei carri armati russi in Ungheria che stroncarono nel sangue l’insurrezione popolare antisovietica scoppiata a Budapest. Intellettuale marxista, comunista ma antistalinista, Pier Paolo Pasolini non era rimasto certo indifferente. Scriverà in seguito:  > “Era un’epoca della mia vita in cui io, come scrittore, non potevo non tenere > costantemente presente quella prospettiva e quindi questa non poteva non far > parte immanente e continua della mia ispirazione. Non c’è dubbio che dopo il > XX Congresso del Pcus io mi sono sentito sempre meno dubbioso, sempre più > sicuro, sereno e deciso sul piano ideologico”. Ma soffermiamoci al viaggio e al resoconto di Pasolini in Russia. L’occasione si presentò col VI Festival internazionale della gioventù e degli studenti di Mosca, un evento che riscosse una notevole copertura mediatica dalla stampa occidentale e che si inserì a pieno titolo nell’itinerario di apertura dell’Unione Sovietica dopo il lunghissimo isolamento. Pasolini rimase in URSS tre settimane, fra luglio e agosto, ospite del Congresso degli scrittori della Capitale. L’esperienza confluirà nell’articolo Festa di paese per trentamila, apparso sul numero 32 del 10 agosto 1957 di “Vie Nuove”. “Entrare in Mosca per la prima volta – o almeno venendo dall’aeroporto – è di una estrema dolcezza” scrisse l’inviato speciale. “Verso sera, con un fiume di luci intorno, non pare affatto una città straniera. Pare di esserci sempre stati.” Ammaliato dalla nuova città che gli si spiega dinanzi continuò:  > “Mosca è una immensa Garbatella: un misto dunque di liberty e di novecento, > con pareti colossali e graticci di finestre. Spesso tuttavia, con stile di > casette basse, ad un piano o due piani, come se ne incontrano nelle città > provinciali del nord: Vicenza, Treviso o Udine. In questo paesaggio urbano – > immenso e familiare – galleggiano ogni tanto dei grattacieli – quegli orrendi > edifici, condannati da Krusciov. Ma non sono insopportabili. Ispirano anzi > della simpatia. Sono case commoventi, come tutti gli sforzi degli umili per > apparire grandi. Mosca è una città di contadini. La domenica file di donne e > di vecchi si siedono su delle vecchie panche davanti alla porta di casa, con i > fazzoletti in testa, e le mani nel grembo. I ragazzi sono tracagnotti, col > bacino largo, le spalle malfatte ma poderose; camminano con le mani lontane > dai fianchi, come se fossero sporche o bagnate. Le ragazze sono una strana > mescolanza di robustezza e di gentilezza; non ho mai visto dei corpi così > solidi e potenti. Però ci sono anche i magrolini, i mucchietti di cenci. È una > delle tante contraddizioni e sproporzioni di questa nazione. Le nuove > generazioni esplodono di forza, ma sopravvive in loro il denutrito e macilento > servo.” L’impatto col Mondo nuovo sovietico – quel mondo “che si è separato quando l’Europa era bambina e ha fatto rivoluzione della conservazione”, per dirla con Carlo Levi – fu elettrizzante. Nella Mosca contadina Pier Paolo Pasolini sentì come possibile la realizzazione del suo sogno di innocenza, percepì la fattibilità di un modello alternativo all’omologazione umana imposta dal capitalismo, lungi dall’orgia capitalistica in cui era caduto l’intero Occidente. Come ogni osservatore occidentale – si citano Roth, Zweig, Alvaro, Steinbeck, Levi –, nel suo reportage – ovviamente parziale – PPP notò le marcate contraddizioni della società russa, una società sì ancora segnata da profonde disuguaglianze, ma, complice la distensione degli attriti fra Russia e Occidente, contraddistinta da una esplosione di fiducia nel futuro prossimo: il Poeta colse in maniera netta la fame di vita del popolo russo. > “La cosa più bella di Mosca è la Piazza Rossa di notte. Sotto le mura del > Cremlino che si stende complicato e leggero con le sue cupole moresche e i > suoi fastigi settecenteschi nel cielo grandissimo della città, vengono ad > ammassarsi chissà per quale misterioso accordo (ma pare sia una specie di > tradizione) migliaia e migliaia di giovani, una folla sterminata. Ma l’aria è > paesana: sembra la sagra di un villaggio di contadini. Non c’è niente, nemmeno > un chiosco, niente. Solo questa folla sterminata di ragazzi e di ragazze. Una > allegria come non ne ho viste mai li agita, li fa ridere, scherzare. Sono > vestiti come i contadini la domenica: ma forse ancora più poveramente, e > rozzamente. Girano a gruppi, assetati di divertirsi, di conoscere. Accerchiano > gli stranieri, fanno con loro conversazioni interminabili. Giocano fra loro ai > giochi che si usano dai ragazzini nelle piazzette dei paesi. Fanno giochi, i > figli, secondo antiche e ininterrotte tradizioni contadine.” Trascorsa la prima ondata di imborghesimento della società sovietica successiva alla Rivoluzione d’ottobre e all’ascesa del bolscevismo, nella seconda metà degli anni cinquanta l’intellettuale italiano ritrovò a Mosca la vera Russia rurale, l’umanesimo contadino russo ancora non corrotto dalla società dei consumi e dalla vanità del possesso. Una società non spersonalizzata, in ripresa dopo i drammi di quella che i russi chiamano Grande guerra patriottica, una catastrofe costata per l’URSS – si riporta la stima dello studio del National WWII Museum di New Orleans – ventiquattro milioni di morti fra militari e civili. Quanto poteva risultare antropologicamente interessante per Pasolini essere testimone della rinascita di un popolo così indistruttibile, capace di rialzarsi da una simile apocalisse? Fra le numerose differenze, dalla relazione pasoliniana affioravano però anche rassomiglianze, maniere e costumanze che gli ricordavano il passato “barbarico” e il Friuli campestre, la sua infanzia nelle campagne di Casarsa, “dulà che chistis fumulis ciasis a si strensin sensa armonia intor da la glisia” (“laddove queste case color del fumo si stringono senza armonia, intorno alla chiesa”), come Pasolini descrisse il paesello sulla riva destra del Tagliamento in un manoscritto oggi conservato nel Fondo d’archivio del Centro Studi Pasolini di Casarsa. La Russia che scoprì PPP nel suo viaggio dell’estate del ’57 non era più quella piegata dalla guerra e dal durissimo periodo postbellico, sfinita dalle folli politiche industriali di Stalin. Nonostante la violenza e nonostante il regime sanguinario del dittatore, il prolungato isolamento ne aveva cementato lo spirito, l’amor di patria; il distacco internazionale la aveva protetta dal contagio della peste del capitalismo, salvaguardando la sua anima popolare e rimarcando “l’importanza del mondo contadino nella prospettiva rivoluzionaria”. D’altra parte, questa concezione era emersa già in Carlo Levi quando, un paio d’anni prima, nell’autunno del ’55, fu invitato a Mosca in occasione dell’uscita dell’edizione russa del Cristo si è fermato a Eboli: “Qui si sono rovesciati i rapporti politici e sociali, conservando il costume e i sentimenti: altrove, per conservare i rapporti politici e sociali, si sono rovesciati il costume e i sentimenti”. Al contempo, però, quella Russia era prossima a perdere il suo conio antropologico e le grandi speranze di futuro enfatizzate da Pasolini, abortite già con Chruščëv – dalla decisione di soffocare la Primavera ungherese agli ultimi colpi della sua disastrosa politica estera: il consensoal piano per la costruzione del Muro di Berlino e la Crisi dei missili di Cuba – e col successore, Leonid Brežnev, segretario del Partito dal 1964 al 1982, anni in cui la tensione fra i due blocchi toccò nuovi picchi e nelle strade di Mosca e Leningrado tornò a circolare il terrore. L’entusiasmo di Pasolini per la Russia contadina e innocente del dopo Stalin si raffreddò con la seconda metà degli anni Sessanta, a seguito della repressione politica di matrice brežneviana contro gli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel’, condannati dal regime ai gulag per la solita, trita e ritrita ragione: attività antisovietica. A partire da quegli anni, anche per il Pcus e l’intelligencija sovietica si affievolì l’innamoramento verso l’eretico marxista. La festa di paese era finita. Così come nell’Italia cattolica, anche nel Paese dei Soviet, non più quello fiducioso della prima destalinizzazione, nota Francesca Tuscano, non poteva più essere “contemplata la libertà critica di un intellettuale autentico”, di un uomo che, suggellando il suo legame con l’emisfero russo coi versi di Mandel’štam, “col mondo del potere” non poteva che avere soltanto “vincoli puerili”. Antonio Pagliuso L'articolo “Mosca è una immensa Garbatella”. Pasolini in Unione Sovietica proviene da Pangea.
February 13, 2026 / Pangea