Origine e confine: Aurore d’autunno
In Aurore d’autunno Wallace Stevens porta la sua meditazione sul senso della
poesia a risultati estremi.
Le ambientazioni inserite nei testi, ad esempio, a partire dal poemetto omonimo,
sono una strategia che il poeta usa per rimodulare di continuo la contaminazione
tra alto stilistico e basso (il registro ironico) dei contenuti, in una tensione
panica che accoglie il reale nel corpo della poesia. Questo bisogno di
inclusività fluisce verso un confine poroso che mette in comunicazione gli
ambienti concreti di cui si diceva con l’incorporeo, come nella figura che apre
il testo, il serpente/aurora, fino all’apparizione estrema dell’angelo tra i
contadini, quasi un’epifania dell’idea nella realtà ma anche, nella sua
conseguente sparizione, dell’impossibilità della permanenza. Aurore d’autunno,
dunque, è la raccolta più “spirituale” di Stevens, un manifesto eretico, il
quale rivelando la realtà nel suo essere umile e cruda ne intuisce, attraverso
l’immaginazione, il potenziale dinamico e trasfigurativo.
Il soffio dell’invisibile è sempre annunciato da oggetti materiali, si diceva, e
penso alla capanna bianca che avvia il secondo movimento del poemetto iniziale o
alle campane senza “setta” di Le vecchie campane luterane di casa o ancora alla
“versione semplice dell’occhio” come “cosa a parte” e “vulgata dell’esperienza”
di Una serata ordinaria a New Haven. Il confine, allora, appare come un luogo di
attraversamento artificiale e reale insieme, in continuo divenire, necessario
perché vero e vero perché necessario. Ed ecco l’eresia: la poesia è “l’occhio
angelico” che “definisce”, ponendo il limite all’arbitrio ma spalancando il
senso proprio attraverso la nominazione, “assume le grandi velocità dello
spazio” attraverso l’immaginazione che è la potenzialità di sublimare il reale
riconoscendone l’inconsistenza e la fragilità. Anche la brutalità è traccia di
altro, di ciò che è già sfuggito alla nostra comprensione lasciandoci liberi
persino di recitare il nostro nome, anche se “non c’è copione” se non il nostro
mero “essere qui”. Ma è proprio questo essere de-finiti da una soglia a
modificarci come la “nuvola trasformata/ in nuvola di nuovo trasformata” fino
alla “distruzione” della parola stessa che può caricarsi, così, del fardello
della ferocia umana. “Cabala mistica” è questa immaginazione che cambia “da
destino a capriccio leggero”, che cammina nella sua disfatta fino a sfumare in
una ben più semplice “comunicazione beffarda sotto la luna”.
Eresia, si diceva, perché l’innocenza nega ogni accomodamento, attraversa la
soglia pur riconoscendola come inevitabile limite, perché la poesia è questa
scelta innocente che è già “oltre l’abitudine del senso”, una “forma anarchica/
infuocata”.
*
Pellegrinaggio e sublimazione in Pasolini: l’oltreconfine
Un’altra esperienza liminare, che parte da altezze diverse ed è connotata da
scelte di poetica apparentemente lontanissime, è quella di Pasolini. Nella sua
opera multiforme, la poesia è in circolo come esperienza corporea e sensoriale,
come necessità di attraversamento di limiti fisici e psichici. La scena del
corpo colpito, del dolore che si trasforma in narrazione, assume una funzione
simbolica centrale: il confine tra il soggetto e il mondo è anche il luogo in
cui si sperimenta la vulnerabilità e la trascendenza.
Pasolini esplicita che il limite non è un confine invalicabile, ma un modo di
re-imparare a sentire le proprie ferite e di riconoscere l’altro nel dolore,
nell’ultima speranza di “trasumanare” attraverso un pellegrinaggio di ricerca
assidua e instancabile che, però, ha compreso l’impossibilità di una nuova
ascesi.
> Jo i soj na viola e un aunàr,
> il neri e il rosa ta la ciar.
>
> (da Dansa di Narcìs II, in La meglio gioventù)
Pasolini/Narciso è tutto perché è dentro l’umiltà del mondo, perché “il corpo
resta povero” come urla il poeta in Trasumanar e organizzar a vent’anni di
distanza dalla serie dei narcisi, perché la necessità panica che lo investe e lo
accompagna esprime la ferita dell’unità perduta e accentua in ogni scelta
ambivalenze, ambiguità, contraddizioni. Ma è l’aspetto trans-formativo la sua
ossessione, giusta come l’osservazione spietata e costante del corpo individuale
e sociale martoriato. La riflessione sulla mutazione antropologica è il
risultato di un pensiero liminare tra conservazione e progresso che resta tale
nonostante i tentativi di ibridazione dell’ultima fase della sua opera, anzi
anche grazie a essi.
“Non c’è alcuna ragione/ di scrivere in calce a questi versi la parola// FINE”
come per il “discreditato corpo” non c’è alcuna ragione per non rimpiangere la
“purezza originaria” e aspirare sempre alla redenzione nella catastrofe.
Sineciosi, secondo l’individuazione retorica di Fortini, è scegliere tutta la
realtà che vive nelle sue contraddizioni, e l’eresia pasoliniana è proprio la
scelta mistica di non scegliere, unica possibilità di accogliere il mondo in
potenza, senza abusarne, senza assuefarsi alle logiche di potere, alla
predazione. Questa dialettica lacerata disperde ogni possibilità di stabilizzare
l’esistenza, fino a portare persino il corpo, sia reale che simbolico (corpo
linguistico), alla diaspora, alla disseminazione e, quindi, alla distruzione.
Eppure è questa fine che germina qualcosa di ancora illeggibile a non
accontentare nessuno perché si fa carico di altro, cioè dell’insoddisfazione e
dell’assenza di confine:
> “i poeti, destinati a intravedere nel contrario
> di ciò che fanno, la libertà, sono poeti del bene comune,
> e, senza complicità, sarebbero incomprensibili.
> Essi non vogliono avere diritti –
> nello scherzo o nella superbia essi non fanno altro
> che chiedere pietà a chi, se proprio vogliono, gliela concede;
> ma essi non si accontenteranno mai”.
Per il poeta è impossibile la resa, nonostante la scomparsa di un mondo – quello
contadino e di un apparato linguistico fatto di pulsione, accensioni e cadute
legate al non ragionevole della pura sopravvivenza – di una “terra promessa” che
è rappresentazione di un centro ancora illusoriamente umanistico ma già
de-caduto a banale artificio. La carne, un tempo presente fino allo scandalo, è
ormai merce di scambio dell’omologazione e quindi corpo “fantasmizzato”,
obbediente all’unica legge di “essere un bravo americano”, un corpo-uniforme
“cheap”, un altro numero che si consuma.
Il poeta “non cadrà per terra” ma opporrà la sua “innocenza” alle “notizie false
che la radio dirama” (il medium/potere), continuando a vivere a oltranza, “fino
alla fine”, mentre quelle stesse notizie – il che vale sempre – “mostrano il
dolore/ che è nella schiena della bestia che fugge”. Il dolore, cioè il disagio
sanguinante del “corpo separato” che invoca l’Altro colpevolizzandolo per
l’assenza macroscopica di “vie altre” che possano aprire alla pienezza della
relazione, contrastando il “vuoto nel cosmo” che mette in scena simbolicamente
l’incompletezza della realtà. Per Pasolini, la realtà è linguaggio come in ogni
vero poeta, cioè tradizione che si ripete e rinnova, perpetuando la dimensione
liminare, sistole e diastole di un versamento del verbale nel reale e viceversa,
profondo fino al rigetto.
Il poeta può abdicare ma solo per sposare l’eresia, cioè la scelta di ritornare
“alla purezza perduta”, anche se questo ritorno è decisamente compiuto da un
“pellegrino” che non crede alla “nuova” fede della società dei consumi ma che va
comunque avanti guidato da “una strana speranza” di recupero.
Così, nonostante “la vita sia [ormai] un mucchio di insignificanti e ironiche
rovine” perché il potere consumistico ha “colonizzato l’inconscio”, non può
esserci resa:
Plantànd chista seconda planta
chel che pì i bramavi, a era
ch’a fos identica a la prima;
e chel che pì a mi scrussiava
a era ch’a essi diviersa a no podeva.
(da Variante, in La nuova gioventù)
L’atto di abbracciare il reale, anche quello più sconvolgente, era stato un
tentativo di riappropriazione, il desiderio ultimo che potesse realizzarsi il
contatto con un’autenticità originaria. La poetica di Pasolini, è risaputo, ha
sempre invitato a non eludere il limite, ma a viverlo come un modo di aprirsi
all’infinito nascosto nel quotidiano. E la poesia è sempre stata il luogo dove
si chiarisce un’identità che si può riconoscersi solo nel desiderio sconfinato,
tra innocenza primitiva e complessità della storia. L’esperienza poetica, in
conclusione, è un attraversamento continuo, nella tensione a un rinnovamento di
senso che si nutre di memoria e dolore e quindi di incanto e disincanto. La
passione per l’origine in Pasolini, senza dogmatismi, viene rivolta a un’umanità
che si riconosce imperfetta e per questo infinita, sempre in cammino tra limiti
e possibilità.
*
La discesa dell’Airone grigio di Alessandro Ceni, uno spazio tra mondi
Airone grigio
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
«Entra, in questa Lapponia della mente in questa Islanda del cuore,
nel pubere esilio di un’infinita prospettiva, nella taiga nella tundra
nella muta fornace, un cumulo rossiccio e senza fondo
dove puoi imparare a fare a meno di dio e dire ecco
uno si sveglia in una stanza d’albergo uno in un’altra, entra
ed ascolta lo stantìo di molti in un camerone,
il puzzo dentro la scatola, il bambino brutto avvolto
in una matassa di fuliggine dipanarsi nel ventre obeso
del cielo come una figurina di pasta lievitata – un lontano
profumo in cui riconosci il calamo ottuso della vita, la tregua –
e il sapido risalire della prediletta nelle sue mutande sporche
o il lungo piscio dell’estate all’estuario deforme
delle sue gambe, ora prese in prestito dal morto che,
con ostinato lento passo di mulo, detto no a cronaca e storia,
smarrisce l’unica via di fuga e con disperata calma con
forza enigmatica di acrobata torna, entra, ed ascolta
i suoi due figli – estranei incomprensibili ma ospiti fissi
al banchetto – e la sua ancor giovane moglie – la smarrita –
che udendolo rincasare gli tendono l’imboscata di un sogno
armando un vascello di specchi ed allodole nel tranello dell’atrio,
dove la carne della sua carne, il sangue del suo sangue e la sua
con-sorte e metà, credendolo annegato in pensieri – l’identificazione,
ad esempio, di un solo granello di felicità per chilometri litoranei
arenili – gli pongono in grembo la prova della loro profonda,
autentica, incommensurabile gratitudine: perpetrare l’inganno.
Entra, come farebbe un bambino nel mattatoio, cioè muggendo,
con fiamme implicite e il grave tinnito dei corvi disteso
sopra il paesaggio come una fiaba, dove, nella fredda
temperatura, nell’impianto disattivato, nel focolare estinto
vive ancora, colpo dopo colpo e anni su anni di combattimenti
e perdite, un eroe, la morte su una spalla – il frinìo della nube
che si posa a indicarlo come una leggenda imperitura –
l’amante sull’altra, le entrambe vecchie dal gomitolo turchino o
fucsia della permanente sull’occipite arso, la lunga e ritorta
pelliccia della passera spiumata, il foro di fumo, il foro d’acqua,
l’unghia incarnita del piede giallo, col quale – ascolta –
assunte sembianze di ricordo, il racconto della fiaba
– astuto come un capo comanche, furtivo come un guerriero
apache – discese per la scaletta retrattile dell’orecchio nella camera
blindata della mente, e lì, invecchiato soltanto nel volto,
mangiò peyotl, fumò, bevve e danzò l’intera notte – la
cintura ridente di innumerevoli scalpi, il lastrico del sepolcro
diffuso d’ignoti cadaveri, i suoi altri ricordi dispersi in
missione: e tutti erano allegri e fiduciosi nella sorte».
Scenderò su di voi come una tenue trama invernale, una nebbia,
per condurvi all’esaltazione e al regno, alla caduta e all’esilio.
Cosa ci cade addosso nel paradosso della soglia? L’entrata ambigua nel regno e
il paradosso dell’esistenza, un racconto di lontananza e carne, di freddi
boreali che si consolidano nella mente del soggetto e appiccano un sogno che
aspira alla realtà e vi rinuncia, che si sposta, cade e si allontana dal mondo.
Il linguaggio entra nella dimensione liminare tra sogno e veglia e in quella
crepa allarga il suo racconto, un altro μῦϑος. L’affabulazione è a doppia
entrata, prima il freddo del pensiero astratto (la Lapponia della mente
corrisponde all’Islanda del cuore), poi l’accesso all’immaginazione profonda
dove ogni figura incendia la referenza, incenerisce la sua stessa simbologia.
Come l’immagine del bambino nel mattatoio sembra suggerire, accedere significa
trasformarsi nel luogo in cui siamo immersi, “muggiamo” perché solo in quel
modo, e solo nel perpetuo rinnovamento dell’infanzia, possiamo aderire e far
sopravvivere “l’eroe”, il sempre nativo, l’allucinato (come i riferimenti ai
guerrieri americani e l’utilizzo del peyotl sembrano suggerire). L’airone grigio
ci racconta una favola da invasati, ci investe con ciò che di più reale abbiamo:
ci avvicina cantando e nel suo fluire ci abbraccia per raccontarci
un’apparizione scenica, quella di un sempre possibile sogno. La “trama
invernale” dell’airone, per quanto tenue e nebulosa, è l’unica possibilità per
attraversare il reale, per essere condotti “all’esaltazione e al regno, alla
caduta e all’esilio”, allo spazio tra mondi che la scrittura può invocare,
evocare, provocare, come la sua presenza in luoghi liminali suggerisce
accompagnandoci nel viaggio tra materia e spirito, quasi rinnovato Virgilio tra
le ombre.
*
Il viaggio sospeso, beyond the border
Essere oltre è una questione talmente intima da non poter essere
individualizzabile fisicamente e precisabile in luoghi concreti. Questa
illusione materialistica è uno dei mali ideologici del secolo appena trascorso e
che ha già sconfinato (perché in realtà, è ovvio, non ci sono “secoli”
arginabili entro limiti cronologici) nell’attuale. Essere oltre è una resa
all’invisibile per accedere a un’altra percezione e poterla raccontare come
fosse una leggenda.
Reinventare il reale è la sbordatura, è l’arte di sporgersi dall’orlo e
lasciarsi cadere fuori dal senso nel tentativo di coglierne il substrato
emotivo. Reinventare non è la pagina bianca o l’assenza di senso ma
l’inseguimento di una lingua che per quanto nota è sempre sconosciuta, lasciando
all’altro (il lettore) la libertà di reinterpretarla. Reinventare ha a che fare
con un’onestà radicale nei confronti dell’altro che abbraccia anche l’abbandono,
ma non si limita alla fine della relazione, anzi la riattiva nel vederla
scomparire, ma solo dopo aver accettato la scomparsa. Reinventare è un
ricominciare e non un inizio altro, perché niente è mai iniziato:
Leggenda o mito, se vogliamo, che parte sempre dalla privazione e
dell’oltranza:
> Myself to set foot
> That second
> In the still sleeping town and set forth.
In un istante che rivela l’urgenza dell’autoesilio e dell’eremitaggio, Dylan
Thomas, poeta dell’eccesso, si consacra alla natura. Il panteismo di Poesia in
ottobre è totalmente volatile, carico di esseri della fuga, psicopompi
dell’oltre confine come l’airone che compare due volte e che, come abbiamo visto
nella poesia di Ceni, è figura della soglia.Gli “uccelli dell’acqua e gli
uccelli degli alberi alati” portano il nome del poeta sul paesaggio, anticipando
e anzi stimolando il cammino. Prendere la strada “over the border” è aprire le
porte a una nuova visione (la leggenda di cui si diceva), trasformando le
stagioni – significativo il passaggio inaspettato, appena iniziato il viaggio,
dall’autunno reale alla primavera dell’immaginazione, “il sole d’ottobre”
diventa “estivo” – accompagnati ancora da uccelli, allodole e merli fischianti,
che introducono a un’allucinazione, a un “cielo azzurro alterato”, a un’aria
“other”, altra, a un mutamento fruttifero (e infatti, prima della fine il testo
sostituisce gli uccelli con i frutti, “con mele/ Pere e rossi ribes”) che,
contemporaneamente, evoca delle “child’s forgotten mornings”, cioè l’origine
perduta che solo nell’immaginazione si rinnova, richiamando più antiche leggende
(vedi “le leggende delle verdi cappelle” alla fine della quinta strofa).
Così il mito può essere narrato ancora, un’altra volta ripetendosi e allo stesso
tempo mutando per ravvivare l’inconoscibile, l’invisibile: “the mystery/ Sang
alive/ Still in the water and singingbirds”, cioè un canto che rinasce
attraversando la fine (gli uccelli tornano al termine del componimento nella
loro funzione “misterica”, pionieri dell’aldilà, dell’oltranza appunto). A
questa lontananza dai giorni della creazione e a questo bisogno di ritorno
misterico, occorrerà sposare il quotidiano e la terra nuova, cioè il presente e
la speranza che esso possa rinnovarsi. Cicli stagionali e fantasie di ritorno si
spogliano delle loro immaginifiche meraviglie ma solo per inoltrarsi in un
cammino reale al prossimo stupore:
> O possa ancora la verità del mio cuore
> Esser cantata
> Su quest’alta collina al volgere di un anno.
Gianluca D’Andrea
L'articolo “I poeti non si accontenteranno mai”. L’innocenza del linguaggio e la
tensione dell’origine proviene da Pangea.
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Il Pasolini poeta maturo si inserisce in un generale movimento verso la ‘prosa’
che caratterizza la poesia italiana del dopoguerra. Sarà sufficiente fare i nomi
di Attilio Bertolucci, di Vittorio Sereni, di Mario Luzi. In realtà Pasolini
nelle Ceneri di Gramsci (1957) unisce questa passione prensile e quasi plastica
della scrittura poetica, che si direbbe tipica di una prosa saggistica (tra i
suoi maestri ci fu il grande storico dell’arte Roberto Longhi), a un uso
raffinato e insieme libero della metrica. Il Pasolini delle Ceneri innesta la
prosa nel furore metrico (che fu proprio ad esempio di un altro poeta decisivo
del secondo Novecento, Giorgio Caproni). La gettata lavica del discorso
pasoliniano, che potrebbe tracimare, annullare la poesia, viene fatta
solidificare dentro la forma metrica, in particolare la terzina, dantesca e
pascoliana (ma anche in altre forme: ad esempio l’imitazione e la ripresa della
forma-canzone o i distici tendenzialmente a rima baciata).
Questo ci porta al cuore stesso della poesia pasoliniana, che è tutta nutrita
del sentimento di una contraddizione. Non per caso una delle figure fondamentali
del suo discorso poetico è l’ossimoro (si pensi, ad esempio, al titolo di un
poemetto del libro Poesia in forma di rosa, del 1964: Una disperata vitalità).
Pasolini nutre la sua poesia di un sentimento irrisolto e lacerante della vita e
della cultura: all’altezza delle Ceneri di Gramsci, in particolare, vorrebbe da
una parte aderire a una visione chiara, razionale, lucida, ispirata
all’ideologia marxista (ma Pasolini stesso nell’introduzione alle Poesie del
1970 parlerà del suo «marxismo mai ortodosso», rimproveratogli del resto da un
lettore come Fortini); dall’altra è trascinato da una pulsione vitalistica,
irrazionale, che prende corpo nel mito dei ragazzi delle borgate romane, del
proletariato pre-ideologico, quasi pre-storico (si ricordi il romanzo Ragazzi di
vita, 1955). Pasolini ha piena coscienza di questa contraddizione e ne fa il
tema della sua poesia.
Nel poemetto che intitola la raccolta del 1957, all’inizio della parte quarta si
mette a tema lo scandalo della contraddizione, con riferimento a Gramsci e al
suo pensiero. È un passo celebre, spesso riportato nei saggi e nei manuali:
“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
[…] attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza […]”.
Nella sua produzione poetica (peraltro di vastissime proporzioni e quasi
ingovernabile, come documentano i due tomi di Tutte le poesie nei “Meridiani”, a
cura e con uno scritto di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini,
Cronologia a cura di Nico Naldini, Mondadori, 2003, da cui provengono tutte le
citazioni) Pasolini ha tentato molte forme diverse: è partito dalla poesia in
dialetto, dal sogno delle origini romanze, in una lingua vergine (il friulano di
una piccola località) e in una forma rigorosa, quasi arcaizzante, con le Poesie
a Casarsa del 1942. Anche in italiano, Pasolini ha scritto una poesia lirica e
solitaria, ispirata al mondo marginale della campagna e del borgo: si pensi
a L’Usignolo della Chiesa Cattolica (uscito nel 1958 solo per ragioni
editoriali, ma precedente alle Ceneri di Gramsciquanto a composizione). Nei
libri seguenti alle Ceneri, che è in qualche modo il libro-cerniera della sua
carriera di poeta, cioè La religione del mio tempo (1961), Poesia in forma di
rosa (1964), Trasumanar e organizzar (1971), si verifica una compresenza di
ragionamento e impegno ideologico, da una parte, e persistenza di una certa
forma di lirismo, se anche impura, dall’altra (già nelle Ceneri un poemetto
come Una polemica in versi andava verso l’uso della poesia come strumento
oratorio e di intervento).
Così si capisce che la poesia è per Pasolini e per molti poeti del secondo
Novecento un organismo instabile, un ibrido tenuto in equilibrio di un soffio
sopra la prosa in modo sempre compromissorio. Si diceva delle tante forme
esperite da Pasolini: ne La religione del mio tempo (1961) ci sono due sezioni
di epigrammi, in cui Pasolini polemizza con poeti e intellettuali o prende a
bersaglio altre figure pubbliche. Come esempio di questo genere prendiamo dalla
serie Nuovi epigrammi il testo A Luzi: “Questi servi (neanche pagati) che ti
circondano,/ chi sono? A che vera necessità rispondono?/ Tu taci, dietro a loro,
con la faccia di chi fa poesie:/ ma essi non sono i tuoi apostoli, sono le tue
spie”. Nel rivolgersi al poeta fiorentino, di qualche anno maggiore di lui (nato
nel 1914), Pasolini (nato nel 1922) si rifà ad una propria recensione a Onore
del vero uscita in rivista nel 1958 e poi raccolta in Passione e
ideologia (1960), che contestava a Luzi, pur ammirato dal punto di vista
estetico, “una insensibilità di fronte ai fenomeni della vita umana e della
storia”; rifluisce inoltre nell’epigramma una discussione maturata sulle pagine
della rivista “La Chimera” sul tema del realismo (1954), che vide contrapposti
appunto Luzi e Pasolini. Queste punte polemiche, neanche satiriche, che appaiano
Pasolini a un altro epigrammista inflessibile del Novecento, cioè Fortini,
rivelano un aspetto irriducibile della personalità del poeta: il suo porsi come
contraddittore, arbitro, giudice, polemista, in nome parte di una ideologia,
parte (è la solita contraddizione) del suo superamento vitale e narcisistico.
Le polemiche di Pasolini, letterarie e ideologiche, sono state numerose. Alcune
ci appaiono ingenerose. È il caso, credo, di quella con Montale, attaccato
duramente su “Nuovi argomenti” per Satura, libro definito, pur con qualche
affondo di intelligente critica stilistica, come un “pamphlet antimarxista” e
ancora come un libro “tutto fondato sulla naturalezza del potere”, con un esito,
per il poeta dalla lunga storia, “reazionario e quasi teppistico”. Montale
rispose con discrezione e insieme con forza, scrivendo un testo poetico tutto
centrato su Pasolini ma che di Pasolini tace il nome sotto un senhal,
cioè Lettera a Malvolio, in Diario del ’71 e del ’72. Al di là della reticenza,
il bersaglio è colpito con decisione da Montale, mentre la polemica non fa che
portare alla luce una incomprensione di fondo tra i due covata a lungo. Ecco i
versi 17-29 del testo montaliano, che mettono a fuoco dal lato del ligure la
situazione culturale del dopoguerra e una figura come quella di Pasolini:
“Ma dopo che le stalle si vuotarono
l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto
fondarono l’ossimoro permanente
e non fu più questione
di fughe e di ripari. Era l’ora
della focomelia concettuale
e il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.
Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva”.
Si noterà che l’“ossimoro permanente” sembra proprio stigmatizzare, prima di
accuse più virulente e dirette, la posizione sempre contraddittoria di Pasolini
(pur essendo anche il contrassegno di un’epoca), il quale come
poeta-intellettuale continua ad apparirci nelle vesti di un provocatore assai
ideologico e non privo di acredine (si prendano ancora in Trasumanar e
organizzar le punture denigratorie e maldicenti verso questo o quel collega:
“[…] – e mettiamoci anche/ un po’ di tenerezza per le vecchie tettine di
Palazzeschi”; “[…] e lo scialbo Pavese”).
D’altra parte nella poesia di Pasolini, come già Le ceneri ci insegnano, c’è
sempre una pulsione alla verità, alla confessione dolente, alla visceralità: è
il meccanismo di quello che Montale, con tagliente acume, definirà appunto
“ossimoro permanente”. Così in Poesia in forma di rosa si legge un componimento
come Supplica a mia madre, da cui si possono citare alcuni versi (si tratta di
distici):
“Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”.
Si può avvicinare a questo impulso alla confessione anche un’altra celebre
dichiarazione pasoliniana, ancora da Poesia in forma di rosa:
> “Io sono una forza del Passato.
> Solo nella tradizione è il mio amore.
> Vengo dai ruderi, dalle chiese,
> dalle pale d’altare, dai borghi
> abbandonati sull’Appennino o le Prealpi,
> dove sono vissuti i fratelli”.
E poi, in chiusa: “E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di ogni moderno/ a
cercare fratelli che non sono più” (Poesie mondane, brano 10 giugno 1962).
Il libro poetico forse più impuro di Pasolini è Trasumanar e organizzar (1971):
fin dal titolo, esso mette insieme l’esperienza dantesca del trasumanar
(Paradiso I 70-71: “Trasumanar significar per verba/ non si poria […]”, brano
evocato in più punti del libro da Pasolini, così come più volte è allusa la
figura di san Paolo e il suo essere rapito al Terzo cielo) e l’organizzare
politico, la prassi, vale a dire due dimensioni tra loro incommensurabili. Molti
testi sono ragionamenti in versi, discorsi, declamazioni, dibattiti: la poesia è
messa in questione nella sua autonomia, eppure non è del tutto negata. Continua,
si direbbe, a vivere dall’interno della sua messa in crisi, nella sospensione
delle sue forme riconosciute, dunque in modo problematico. Viene meno la
funzione della metrica chiusa, si tende a uno stile informale. Certamente
Pasolini mira a rovesciare il suo discorso precedente, in particolare la
stabilità e saldezza formale faticosamente raggiunta nelle Ceneri di Gramsci. E
quanto a questo movimento di auto-negazione, di palinodia tutta in negativo si
potrà pensare al caso esemplare della Seconda forma de “La meglio gioventù”, la
raccolta che nel 1974 (per essere poi ripresa ne La nuova gioventù del 1975)
riscrive a contrasto La meglio gioventù del 1954, a partire dalle Poesie a
Casarsa (basta leggere la riscrittura del testo d’apertura, la Dedica).
D’altra parte, a confermare la pluralità delle forme e degli esperimenti, tra il
1971 e il 1973 Pasolini compone una serie di sonetti, ritornando dunque ad una
forma chiusa (mentre nella sua poesia ufficiale, pubblica, liquida
quell’esperienza), anche se si tratta di una forma usata con grande libertà
(l’autore l’aveva del resto già sperimentata: si ricordi in particolare la
serie Sonetto primaverile, costituita da 14 sonetti, risalente al 1953 e
pubblicata nel 1960). La corona L’hobby del sonetto, tutta dedicata a Ninetto
Davoli e uscita solo postuma, è una straziata confessione affettiva, di una
natura che si direbbe privata (è costituita da 112 esemplari, ma alcuni sono
allo stato di abbozzo o di frammento). È l’ultima riprova: la verità di Pasolini
sta nel suo contraddirsi, nel suo essere contro di sé e contro ogni principio
acquisito e raggiunto, contro ogni programma e progetto. Pasolini vive di una
continua tensione vitalistico-mortuaria, come se la vita e l’opera fossero un
tutt’uno, anelanti a uno sbocco, a una catastrofe, a un martirio, a un togliersi
di mezzo per sanare (come fosse l’unico modo possibile) la lacerazione, il
contrasto, la pretesa assoluta e narcisistica del soggetto, prepotente e
distruttiva insieme. La notte del suo assassinio all’idroscalo di Ostia, tra l’1
e il 2 novembre 1975, giusto cinquant’anni fa, era in qualche modo preannunciata
e forse presupposta dal poeta.
Daniele Piccini
**
Le ceneri di Gramsci
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
*
Da Poesia in forma di rosa
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo con te, in un futuro aprile…
Pier Paolo Pasolini
*Si pubblica per gentile concessione il servizio di Daniele Piccini edito
nell’ultimo numero di “Poesia” (n. 34, Crocetti, 2025)
In copertina: Pasolini durante le riprese romane de “Il fiore delle Mille e una
notte” (1973). Foto di Gideon Bachmann
L'articolo “Fu la tua ora e non è finita”. Pier Paolo Pasolini, il poeta
proviene da Pangea.
Dotato di quella rabbiosa precocità che soltanto il dolore rende esatta –
endocardite reumatica, dissero: faceva le elementari – e di uno sguardo
mesmerico, da mari del Nord, Massimo Ferretti inviò la plaquette che s’era
stampato a sue spese, presso una tipografia di Jesi, a una decina di riviste
letterarie. Doveva ancora diplomarsi, compiva vent’anni: eccelleva nei temi,
restio al resto lo bocciarono in seconda. Nato a Chiaravalle, figlio di un
geometra e di una maestra elementare, fu snobbato da quasi tutti i papaveri
dell’editoria di allora. Gli rispose, entusiasta, Pier Paolo Pasolini; di lui
scrisse, entusiasta, su “Officina”. Ferretti si rivolgeva al “caro professore”
con deferenza non priva di ferocia; Pasolini, che alternava generosità e
tirannia (due monete della stessa zecca), tentò di fare di quel ceruleo
marchigiano uno dei suoi adepti. Quando gli intimò di non pubblicare per Schwarz
– “ha stampato un pacco di inutili libri vanitosi e superficialmente
sperimentali” – Ferretti obbedì; quando gli propose di scrivere per la Rai,
Ferretti ci si mise (senza successo). Quando, desolato dall’università – a
Perugia, “un labirinto di vicoli; profumi claustrali; manie cosmopolite” –,
Ferretti gioca all’uomo in rivolta, carpito di una rivoltante depressione, e gli
chiede “tu frequenti l’ambiente del cinematografo: e io porto dentro di me un
attore”, Pasolini lo blocca, bacchetta il suo “maleodorante romanticismo”, gli
dice di tornare a studiare.
> “Altrimenti sei il solito mandolinista italiano, il solito poetastro
> rompicoglioni, dilettante e presuntuoso”.
Siamo agli inizi del ’57: Pasolini sta acconciando Le ceneri di Gramsci; ha da
poco pubblicato Ragazzi di vita. Grazie ai suoi auspici, Ferretti pubblicherà
per Garzanti, nel 1963, Allergia: pochi ne parlano, pochi lo comprano, alcuni se
ne entusiasmano (Ferretti giura di aver visto, a Roma, “Sul bus 37, Giorgio
Manganelli… con un libro sotto il braccio: Allergia”). Ad ogni modo, il libro è
onorato con il “Premio Viareggio” opera prima; negli anni, s’inabissa
nell’oblio, diventando – per sparuti poeti che ormeggiano le proprie aspirazioni
verso l’inattuale – un testo ‘di culto’: all’edizione Marcos y Marcos del 1994
seguirà, nel 2019, quella definitiva, edita da Giometti & Antonello.
Aveva ragione Pasolini – che leggeva il giovane Ferretti “con le lacrime agli
occhi, come in sogno” –: quella poesia, di un Leopardi passato sotto i torchi di
Marx, reca una spaventosa innocenza, un delirare che viene dai primordi, lo
stigma dell’“adolescente segnato dalla malattia e da un’inquietudine perpetua
come un personaggio di Thomas Mann” (così Massimo Raffaeli). L’attacco
di Polemica per un’epopea tascabile, per dire, è bellissimo:
> “Sono un animale ferito.
> Ero nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso e il piacere
> definitivo del lampo: e mi fu data una culla morbida ed una stanza calda.
> Ero nato per la morte immutabile della farfalla: e l’acqua che mi crepò il
> cuore m’avrebbe solo bagnato”.
Successe, poi, il disastro.
Pasolini intendeva il magistero nelle forme di un’arte predatoria; Ferretti –
creatura dagli insondabili umori, da erbivoro con zanne da tigre – gli sfuggì. A
metà dicembre del 1957 i due – il maestro e il pupillo – s’incontrano, a Roma.
Ferretti si ritrae, rientra a casa inquieto, inquietato: “Avevo 20 anni e t’ho
fatto diventare un eroe… questa è stata la mia grande colpa”. Pasolini gli
risponde con un autoritratto:
> “io mi innamoro esclusivamente dei ragazzi sotto i vent’anni, e molto ingenui,
> direi quasi soltanto del popolo (ingenui dal punto di vista culturale, non
> erotico)… Una vita estremamente libera e dissipata non ha scalfito la mia
> innocenza nemmeno di un millimetro: sono veramente vergine e ragazzo, da
> questo punto di vista”.
Da lì, il rapporto si corrode: Ferretti segue l’armata del Gruppo 63, frequenta
Nanni Balestrini, si scrive con Antonio Porta; pubblica con Feltrinelli, nel
1965, Il gazzarra. Nonostante il romanzo sia esaltato, in copertina, come
“Divertentissimo: un Zazie nel metrò italiano, un nuovo Pian della Tortilla”,
Ferretti non è Queneau né Steinbeck; la critica lo snobba e Il gazzarra – come
il romanzo precedente, Rodrigo, edito da Garzanti nel 1963 – resta tra le
retrovie dell’epoca.
Nel 1959 Ferretti si era “consegnato”, per l’ennesima volta, a Pasolini; gli
racconta del cugino suicida, “aveva un anno più di me e non era un giovane
bruciato: era disperato”. Il maestro gli risponde, trafelato, tra “il trasloco”
e “il Premio Strega, con le sue mille telefonate”. È una risposta sbrindellata,
da bovina madama ideologia in imperio: “Quello che non capisco – e che ti
minaccia – che minaccia te, la tua poesia, il tuo equilibrio – è quella voglia a
essere ciò che non vuoi essere: borghese, reazionario, fascista”. Ferretti lo
malmena: “Mi scrivi di capire tutto di me: e dimostri di non capire niente… sei
diventato vecchio o non hai più niente da dirmi?”.
Da qui in poi, il carteggio – che si legge in un libro violento e
istruttivo edito da Giometti & Antonello: Massimo Ferretti, Lettere a Pier Paolo
Pasolini e altri inediti, a cura di Massimo Raffaeli – segue l’atroce trama di
un tema capitale: il maestro che diventa aguzzino; o meglio: l’angelo che si
tramuta, per infatuata furia, in vampiro. Pasolini, creatura angelica, sapeva
azzannare al collo.
Per un po’, Ferretti lavora in Longanesi, scrive saltuariamente su “Il Giorno”;
per Feltrinelli traduce Tra, romanzo sperimentale (mai più ripubblicato) di
Christine Brooke-Rose; per Astrolabio traduce Hilda Doolittle (I segno sul muro,
1973), primordiale musa di Pound, e l’antropologa Margaret Murray (Il dio delle
streghe, 1972). Nel 1968 aveva sposato, a Roma, Nilvia, una compagna del liceo:
chiedendo a Pasolini di fargli da testimone gli scrisse di aver
visto Teorema, “è proprio avvilente (per uno che ti ha stimato come me)
assistere allo spettacolo di come degradi il tuo talento”. Pasolini replica da
chioccia in estro (“Teorema è un bellissimo film, quasi assoluto”) e accetta di
fargli da testimone, “disumanamente”. Le date, tuttavia, non collimano: al
fianco di Ferretti ci sarà Balestrini. Qualche tempo prima, Pasolini lo aveva
bollato così: “Rimbaud integrato in una società di imbecilli”.
Schifato dall’odierno mondo della cultura italiana, Ferretti si isola, scrive
nascostamente, guarda il calcio in tivù, gioca a scacchi. Non attende altro e
nel novembre del 1974 muore, nel sonno. Qualche mese prima aveva scritto
l’ultima, allucinata lettera-invettiva a “Pierpaolo mio”:
> “Decaduta si insabbia nella tua religiosa mondanità la mia vispa teresa per
> niente sorpresa che Pasolini faccia rima soprattutto con quattrini”.
Era arrivato l’astio, infine, il cupo gemello della pietà.
Pasolini sarebbe morto, nei modi che sappiamo, esattamente un anno dopo.
*In copertina: Pier Paolo Pasolini nel 1966, ritratto da Richard Avedon
L'articolo “Altrimenti sei il solito poetastro rompicoglioni”. Pasolini &
Ferretti, l’allievo eretico proviene da Pangea.
La prima volta s’incontrano nel settembre del 1953. Biagio Marin lo descrive
“magro, stempiato, molto riservato”. Poco più che trentenne, Pier Paolo Pasolini
abitava già a Roma, con la madre, era già stato processato per atti osceni in
luogo pubblico, sospeso dall’insegnamento, cacciato dal Pci, marcato con “il
segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde”. Era tutto dentro il dialetto,
allora, Pasolini, lingua autentica, del candore e della ferocia, della terra e
del rito, rispetto all’imbastito, bastardo, giudizioso, giudiziario ‘italiano’.
Per Guanda, nel ’52, aveva costruito un’antologia sulla Poesia dialettale del
Novecento, che, di fatto, scoprì un modo e un mondo, catalogò un genere, rivelò
una generazione. Tra i poeti raccolti lì dentro, da Salvatore Di Giacomo a
Trilussa, da Tonino Guerra a Giacomo Noventa, spiccava, appunto, Biagio Marin.
Nato a Grado nel 1891, austroungarico, studi a Vienna, a Firenze, a Roma,
pubblicava piccole placche, per amici.
“Io a Pasolini devo molto”, scrive Marin nei suoi diari, di getto, arcuato dal
dolore, qualche giorno dopo l’assassinio di PPP, “è stato lui a presentarmi come
poeta a una critica che era troppo distratta e diversamente intonata, per dare
bada a me”.
In effetti, da allora, Biagio Marin è stato eletto nell’empireo dei poeti – non
solo in dialetto –; ha scritto tanto. “Essendo nella sostanza fuori dalla storia
Marin, sempre eguale a se stesso, può tranquillamente continuare a scrivere i
suoi due-tre ‘pezzi’ giornalieri (un po’ come i Lieder che Schubert vergava sui
conti d’osteria), in una specie di rito e di quotidiana transazione con
l’Eterno”, scrive di lui Pier Vincenzo Mengaldo. A proposito di eterno: a tratti
Marin ha la saggezza di un presocratico, la sua poesia ha il valore di un
petroglifo. Questi sono versi da Niente no xe passao, in traduzione italiana:
> “E nulla mai muore
> nel mondo:
> uno solo, ma fondo,
> è il corso delle ore.
> La mutazione origina il canto;
> non aver paura di sparire;
> dura un attimo il giorno,
> ma è eterno l’incanto”.
L’ultimo distico vale la pena calcarlo in originale: dura un atimo el dì/ ma xe
eterno l’incanto. Il dialetto, forse, è lì dove è pianto e incanto, dove si
slaccia l’incantesimo per sedare il dolore. In ogni caso, a Marin, pur
riconoscente, la nota di Pasolini sulla sua poesia non piacque. “Minimo Pascoli
dialettale mi vuol definire il Pasolini. Quanto al minimo è forse troppo
spregiativo; quanto all’avvicinamento al Pascoli, è per lo meno discutibile”.
Nella sua speculazione, Pasolini accosta Marin a Machado; Marin lo sconfigge,
non ha mai letto Machado, e capisce di PPP una cosa autentica e sinistra, “ha
cercato se stesso nei miei versi”. Pasolini – è il rischio del tremendo –
vampirizza; scava con foia nei ‘suoi’ autori, vi si rispecchia, li esalta
massacrandoli, spaccando lo specchio. L’amore va infranto, d’altronde.
La distanza tra Marin e Pasolini – che rinforza, paradossalmente, la stima
reciproca – ha mistura d’abisso. Marin non sopporta l’ideologo marxista, il
poeta impelagato nell’impegno, il ‘maledetto’ in posa, il moralista a orologeria
(“PPP tu sei della stessa identica sostanza e non hai nessuna dignità morale per
denunciare gli altri”). E lo scrive, con cruda evidenza, nel 1969:
> “P.P. Pasolini si dice marxista, comunista e vive da borghese ed è avido di
> denaro, di benessere come ogni altro borghese. P.P. Pasolini vende al mercato
> dei borghesi il proprio ingegno. In lui non riscontro la vera grandezza… È la
> sua persona che a me sembra disarmonica, e, a volte, addirittura mi ripugna. È
> maledettamente italiano nel senso più antipatico. Non me lo sento affine”.
Marin non capisce la “mania sessuale” di Pasolini, non comprende neanche la sua
poesia (“ho letto parecchi versi di Pasolini; qualcuno bello, e anche molto
bello; del resto pezzi di bravura linguistica e retorica. Tanti sfoghi di
malumore ideologico, tante prediche”). Eppure, quando Pier Paolo Pasolini muore
e quel corpo dissolto, distrutto, desolato, notturno, nudo, deforme, indemoniato
dai lividi, lascia spazio al corpus, pura opera della vita, Marin ne è trafitto.
Al cospetto della canea dei giornali, del chiasso pubblico, delle grida degli
amici e dei sedicenti tali, di fronte agli avvoltoi che si avvolgono nel corpo
putrido del poeta, Marin ha un sussulto, “pensando a lui, ho scritto una decina
di liriche. Non so se valgono. Ho voluto onorare la sua memoria”, scrive sul suo
diario, l’8 novembre del 1975.
Marin vuole cospargere di candele il corpo di Pasolini, marcato dal piscio delle
iene, da chi lo ostenta come un santo, da chi lo dileggia come corruttore. Invia
quel grumo di poesie a Scheiwiller una settimana dopo. In gennaio l’editore
risponde: vuol farne un libro, marchiato All’Insegna del Pesce d’Oro, con un
titolo che tuona, El critoleo del corpo fracassao. Litanie a la memorie de Pier
Paolo Pasolini. Il titolo è tratto dall’ultimo verso di una delle poesie di
Marin, che in italiano suona così: “Poi, la rivolta:/ la notte cupa ancora
ascolta,/ nel deserto di un prato,/ lo scricchiolio/ del corpo fracassato”.
Biagio Marin aveva salutato Pasolini a Casarsa, il giorno del funerale, “la
giornata era bella, solare… in una cappelletta trecentesca era esposta la casa
chiusa che raccoglie i resti pietosi del grande poeta e del grande folle che è
stato il caro fine Pier Paolo”.
Il testo edito allora da Scheiwiller riemerse nel 2021 da Quodlibet, a cura di
Ivan Crico. In appendice, alcuni “estratti dai diari inediti” di Marin, per
merito di Pericle Camuffo: la zona dolente, alta, aspra del libro. Narrano il
patimento privato di Marin intorno alla morte di Pasolini, una specie di buco
nero che dilata le contraddizioni fino all’insopportabile, ferita che snatura in
scandalo, invalicato squarcio. “La sua pederastia è stata la ragione della sua
rovina”, scrive Marin, il 3 novembre del 1975. E poi: “La vita sua era preziosa
per tutti, era una ricchezza comune. L’abbiamo perduta. E in così malo modo”;
“Mi ha trattato sempre con rispetto e affetto, pur sapendo che io avevo limiti
da piccolo marginale, e che ero lontano dal suo marxismo e dalla sua pederastia,
che gli è costata la vita”; “A me sembra molto maggiore di un Montale, di un
Ungaretti. Era più vivo di loro. La sua pederastia gli è costata la vita, e ha
adombrato la sua opera”; “C’erano in lui due poli, molto contrastanti. La sua
tragica fine, ne è stata il risultato; ma anche la liberazione dal contrasto”.
Marin tende a un’armonia impossibile se misurata da sarto sull’‘anormale’
Pasolini: come si fa a invitare a festa il Minotauro intimandogli il rispetto
delle buone norme? “Ha scritto troppo, ha voluto troppo, è stato un
rivoluzionario che ha voluto abbattere e sostituire troppe cose del nostro
mondo. Molte sue opere non sosterranno l’usura del tempo; ma la sua azione
rivoluzionaria lascerà il segno in tutta la nostra così torbida vita”, scrive
l’11 dicembre del ’75, e infine, a mo’ di compendio, di epigrafe,
> “Pier Paolo Pasolini era un grande intellettuale; io sono solo una animucola
> di provincia. Pier Paolo Pasolini aveva in sé una vitalità, una forza di
> lavoro, una forza creativa, che io non saprei neanche sognare”.
Su la linea del canto semo nûi: sulla linea del canto siamo nudi. Pasolini muore
il 2 novembre; Biagio Marin conclude il suo canzoniere in tredici poesie il 12
novembre. Tutto va dedicato ai morti ed è il dialetto la lingua veritiera della
litania, pianto che non dissecca, che non piomba gli andati nel ricordo – grigi
spettri per lamenti da salotto, nel limbo degli album – ma ne vivifica il
lascito, a odore di pietra. Infine, ecco, nel canto conta la nudità, l’atto
impuro, lo spudorato per purezza, perfino al cospetto della morte e di chi vi fa
tenda, intorno.
*In copertina: Pier Paolo Pasolini ritratto da Mimmo Cattarinich a Roma nel 1969
(collezione privata)
L'articolo “E nulla mai muore nel mondo”. Compianto sul corpo di Pier Paolo
Pasolini proviene da Pangea.