> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco,
> però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio
> chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa
> settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato
> di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo
> Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della
> canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la
> Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma
> proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come
> la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano.
> Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”.
>
> Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026
Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo
Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di
diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare,
ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come
sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si
veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al
commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere
sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro
l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad
alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival
di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui
felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”,
Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un
matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”,
sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione
semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la
successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:
> “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui
> chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale,
> chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo
> dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della
> Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.
Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e
al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non
potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una
presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di
telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina
Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che
rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in
epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli
con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via
perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale
sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può
insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le
budella d’oro.
Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del
suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque
può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi
“tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo.
Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che
nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel
tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti
fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i
romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di
partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone
vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più
legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia,
sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia
necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso
nemmeno deontologicamente lecito.
Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba.
Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato
del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo
del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui –
giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella
prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia
anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le
recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come
schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio:
> “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una
> scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le
> caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni
> nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo
> inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della
> nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande
> respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze,
> terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di
> emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il
> lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo
> sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e
> dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.
Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande
metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le
ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su
questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo
piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito
critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua
voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo,
presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:
> “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino
> striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza
> approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione
> di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola
> in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma
> introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il
> genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci
> sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione.
> Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre
> del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il
> trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il
> racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa
> Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire
> personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro,
> fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste
> caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il
> padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per
> sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo
> studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario
> scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di
> Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o
> rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un
> cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o
> efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il
> mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella
> storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del
> federale torinese Solaro!”.
Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia
sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato
riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo
di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo
deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante
un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni
fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa
struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato
resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare
grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.
Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana
“Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei
giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non
hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione
psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura
secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a
spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un
amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con
miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo
rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo
119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per
stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli
– quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto
può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:
> “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo
> abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come
> dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire
> qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del
> postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua
> vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di
> chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia
> avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani,
> come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per
> capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a
> passeggio”.
Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se
fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso
a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una
situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A
nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della
scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le
pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De
Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un
tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo
sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani.
Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due,
talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30,
lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:
“«Uno!»
La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in
un singulto roco.
«Due!»
Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo
per sé, ma per lei.
«Tre!»
La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.
«Quattro!»
Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con
donne preziose e delicate quanto Sylvie.
«Cinque!»
Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo
candido, su cui risaltavano i segni rossi.
«Sei!»
Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.
«Sette!»
Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.
«Otto!»
Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle
all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza
assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo
abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.
Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore
non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile,
ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta:
> “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel
> che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la
> fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è
> sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al
> tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente.
> Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona
> un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a
> quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo
> stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un
> sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare,
> di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto,
> visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato
> a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A
> Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la
> questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.
Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e
gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo
già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo
all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E
non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il
collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico:
pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella
prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti,
il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco
e potente:
> “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta
> servita fredda”.
Paolo Ferrucci
L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode
all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da
Pangea.
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La passione di Pasolini per la letteratura russa è conosciuta. Adoratore di
Dostoevskij, della poesia di Esenin, Majakovskij – ai due cantori ribelli
dedicherà il suo Manifesto per un nuovo teatro – e Mandel’štam – il poeta più
perseguitato dal Potere – e di tutto il movimento formalista, Pier Paolo
Pasolini (1922-1975) ritrovava nella tradizione culturale e letteraria russa lo
spirito rivoluzionario, anarchico, disorganico, provocatorio e politicamente
appassionato che lo contraddistingueva.
Contraddistingueva lui, l’intellettuale comunista, e tanti poeti, scrittori e
artisti russi di quella irripetibile generazione che aveva “dissipato i suoi
poeti”, per dirla con Roman Jakobson, linguista, critico e fautore della scuola
del formalismo, assai influente nella formazione di Pasolini, così come altri
artisti formalisti quali Boris Ėjchenbaum, Jurij Tynjanov e Viktor Šklovskij,
sommo critico e teorico della letteratura, autore nel 1914 de La resurrezione
della parola, secondo Angelo Maria Ripellino il primo vagito della scuola
formalistica russa.
Diversi riferimenti a quella nobile tradizione culturale e letteraria si
ritrovano in La religione del mio tempo, in Poesia in forma di rosa, ne La nuova
gioventù, l’ultima raccolta poetica di PPP, e in Petrolio, poema in prosa
rimasto incompiuto che porta in epigrafe il folgorante incipit di una poesia di
Osip Mandel’štam:
> “Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”.
Sono tante le citazioni, le fonti letterarie e le poesie che Pasolini dedica
agli assi della poesia russa – ricordiamo anche il componimento Quasi alla
maniera dell’Achmatova, per lei (apparso nel ’65 sull’“Europa letteraria”) che
il Poeta dedicò a un’altra Poeta con la maiuscola, Anna Achmatova, Anna di tutte
le Russie per Marina Cvetaeva, fra i maggiori interpreti della poesia russa del
Novecento –, raccolte e analizzate dalla saggista e studiosa di lingua e
letteratura russa Francesca Tuscano in diversi lavori come La Russia nella
poesia di Pier Paolo Pasolini.
Pier Paolo Pasolini fu di certo uno degli scrittori e intellettuali italiani più
seguiti in Unione Sovietica, comparendo in molteplici occasioni, dal termine
degli anni Cinquanta fino alla morte – in vero, dall’alba dei Settanta con
minore frequenza e rilievo sempre più marginale –, sulle pagine della
diffusissima rivista letteraria “Inostrannaja Literatura”, apprezzato in quanto
collaboratore della stampa comunista, pensatore marxista e indipendente, regista
eretico, intelligent non allineato, autonomo verso ogni forma di Potere, “il
più russo degli scrittori e degli intellettuali italiani”, scrive Tuscano.
Proprio sulla testata fondata nel ’55 come megafono dell’Unione degli scrittori
dell’URSS, sul numero due del 1962, riporta Tuscano nel testo centrato sulla
letteratura critica russo-sovietica su Pasolini, comparso sul periodico “In
forma di parole” (numero quarto del 2013), “apparve la traduzione della Ballata
intellettuale (probabilmente la prima traduzione in assoluto in russo di
un’opera di Pasolini)”. Seguiranno – alternandosi alla cronaca delle
vicissitudini giudiziarie dell’autore – notizie riguardanti la sua attività
letteraria e cinematografica e traduzioni come quella della sceneggiatura
di Mamma Roma nel 1967 e, nell’anno successivo, di alcuni componimenti inseriti
nell’antologia Ital’janskaja lirika XX veka (La poesia italiana del XX secolo).
Traduzioni continuate anche dopo la morte del poeta con la pubblicazione
di Ragazzi di vita, il primo romanzo di PPP, uscito nel 2006 per i tipi
moscoviti di Glagol con la traduzione di Natalija Zaslavskaja.
Il rapporto fra Pasolini e la letteratura russa si consolida nell’estate del
1957, stagione d’uscita della silloge Le ceneri di Gramsci e del viaggio che PPP
effettuò in Unione Sovietica.
Il letterato approdò nel territorio del primo stato socialista della
storia inviato da “Vie Nuove”, il settimanale del Partito comunista italiano,
fondato dall’antifascista e poi leader del Pci Luigi Longo, con cui collaborò,
pur con lunghe pause per via degli impegni cinematografici, fino alla metà degli
anni Sessanta.
La spedizione cadde in un periodo oltremodo cruciale. L’anno precedente, Nikita
Chruščёv, primo segretario del Partito comunista, aveva denunciato nel celebre
“rapporto segreto” al XX congresso del Pcus i crimini commessi da Stalin durante
il suo trentennio, creando scompiglio nel movimento comunista internazionale e
avviando nell’Unione quel processo di destalinizzazione che avrebbe fatto
rinascere la Russia, devastata dalla Seconda guerra mondiale che aveva dato il
colpo di grazia a un popolo già stremato dagli stenti e dalla folle politica
industriale del Piccolo Padre. Ad accentuare la crepa all’interno dei partiti
comunisti dell’Occidente, nell’autunno del “terribile 1956” l’ingresso dei carri
armati russi in Ungheria che stroncarono nel sangue l’insurrezione popolare
antisovietica scoppiata a Budapest.
Intellettuale marxista, comunista ma antistalinista, Pier Paolo Pasolini non era
rimasto certo indifferente. Scriverà in seguito:
> “Era un’epoca della mia vita in cui io, come scrittore, non potevo non tenere
> costantemente presente quella prospettiva e quindi questa non poteva non far
> parte immanente e continua della mia ispirazione. Non c’è dubbio che dopo il
> XX Congresso del Pcus io mi sono sentito sempre meno dubbioso, sempre più
> sicuro, sereno e deciso sul piano ideologico”.
Ma soffermiamoci al viaggio e al resoconto di Pasolini in Russia. L’occasione si
presentò col VI Festival internazionale della gioventù e degli studenti di
Mosca, un evento che riscosse una notevole copertura mediatica dalla stampa
occidentale e che si inserì a pieno titolo nell’itinerario di apertura
dell’Unione Sovietica dopo il lunghissimo isolamento. Pasolini rimase in URSS
tre settimane, fra luglio e agosto, ospite del Congresso degli scrittori della
Capitale. L’esperienza confluirà nell’articolo Festa di paese per trentamila,
apparso sul numero 32 del 10 agosto 1957 di “Vie Nuove”.
“Entrare in Mosca per la prima volta – o almeno venendo dall’aeroporto – è di
una estrema dolcezza” scrisse l’inviato speciale. “Verso sera, con un fiume di
luci intorno, non pare affatto una città straniera. Pare di esserci sempre
stati.”
Ammaliato dalla nuova città che gli si spiega dinanzi continuò:
> “Mosca è una immensa Garbatella: un misto dunque di liberty e di novecento,
> con pareti colossali e graticci di finestre. Spesso tuttavia, con stile di
> casette basse, ad un piano o due piani, come se ne incontrano nelle città
> provinciali del nord: Vicenza, Treviso o Udine. In questo paesaggio urbano –
> immenso e familiare – galleggiano ogni tanto dei grattacieli – quegli orrendi
> edifici, condannati da Krusciov. Ma non sono insopportabili. Ispirano anzi
> della simpatia. Sono case commoventi, come tutti gli sforzi degli umili per
> apparire grandi. Mosca è una città di contadini. La domenica file di donne e
> di vecchi si siedono su delle vecchie panche davanti alla porta di casa, con i
> fazzoletti in testa, e le mani nel grembo. I ragazzi sono tracagnotti, col
> bacino largo, le spalle malfatte ma poderose; camminano con le mani lontane
> dai fianchi, come se fossero sporche o bagnate. Le ragazze sono una strana
> mescolanza di robustezza e di gentilezza; non ho mai visto dei corpi così
> solidi e potenti. Però ci sono anche i magrolini, i mucchietti di cenci. È una
> delle tante contraddizioni e sproporzioni di questa nazione. Le nuove
> generazioni esplodono di forza, ma sopravvive in loro il denutrito e macilento
> servo.”
L’impatto col Mondo nuovo sovietico – quel mondo “che si è separato quando
l’Europa era bambina e ha fatto rivoluzione della conservazione”, per dirla con
Carlo Levi – fu elettrizzante. Nella Mosca contadina Pier Paolo Pasolini sentì
come possibile la realizzazione del suo sogno di innocenza, percepì la
fattibilità di un modello alternativo all’omologazione umana imposta dal
capitalismo, lungi dall’orgia capitalistica in cui era caduto l’intero
Occidente.
Come ogni osservatore occidentale – si citano Roth, Zweig, Alvaro, Steinbeck,
Levi –, nel suo reportage – ovviamente parziale – PPP notò le marcate
contraddizioni della società russa, una società sì ancora segnata da profonde
disuguaglianze, ma, complice la distensione degli attriti fra Russia e
Occidente, contraddistinta da una esplosione di fiducia nel futuro prossimo: il
Poeta colse in maniera netta la fame di vita del popolo russo.
> “La cosa più bella di Mosca è la Piazza Rossa di notte. Sotto le mura del
> Cremlino che si stende complicato e leggero con le sue cupole moresche e i
> suoi fastigi settecenteschi nel cielo grandissimo della città, vengono ad
> ammassarsi chissà per quale misterioso accordo (ma pare sia una specie di
> tradizione) migliaia e migliaia di giovani, una folla sterminata. Ma l’aria è
> paesana: sembra la sagra di un villaggio di contadini. Non c’è niente, nemmeno
> un chiosco, niente. Solo questa folla sterminata di ragazzi e di ragazze. Una
> allegria come non ne ho viste mai li agita, li fa ridere, scherzare. Sono
> vestiti come i contadini la domenica: ma forse ancora più poveramente, e
> rozzamente. Girano a gruppi, assetati di divertirsi, di conoscere. Accerchiano
> gli stranieri, fanno con loro conversazioni interminabili. Giocano fra loro ai
> giochi che si usano dai ragazzini nelle piazzette dei paesi. Fanno giochi, i
> figli, secondo antiche e ininterrotte tradizioni contadine.”
Trascorsa la prima ondata di imborghesimento della società sovietica successiva
alla Rivoluzione d’ottobre e all’ascesa del bolscevismo, nella seconda metà
degli anni cinquanta l’intellettuale italiano ritrovò a Mosca la vera Russia
rurale, l’umanesimo contadino russo ancora non corrotto dalla società dei
consumi e dalla vanità del possesso. Una società non spersonalizzata, in ripresa
dopo i drammi di quella che i russi chiamano Grande guerra patriottica, una
catastrofe costata per l’URSS – si riporta la stima dello studio del National
WWII Museum di New Orleans – ventiquattro milioni di morti fra militari e
civili.
Quanto poteva risultare antropologicamente interessante per Pasolini essere
testimone della rinascita di un popolo così indistruttibile, capace di rialzarsi
da una simile apocalisse?
Fra le numerose differenze, dalla relazione pasoliniana affioravano però
anche rassomiglianze, maniere e costumanze che gli ricordavano il
passato “barbarico” e il Friuli campestre, la sua infanzia nelle campagne di
Casarsa, “dulà che chistis fumulis ciasis a si strensin sensa armonia intor da
la glisia” (“laddove queste case color del fumo si stringono senza armonia,
intorno alla chiesa”), come Pasolini descrisse il paesello sulla riva destra del
Tagliamento in un manoscritto oggi conservato nel Fondo d’archivio del Centro
Studi Pasolini di Casarsa.
La Russia che scoprì PPP nel suo viaggio dell’estate del ’57 non era più quella
piegata dalla guerra e dal durissimo periodo postbellico, sfinita dalle folli
politiche industriali di Stalin. Nonostante la violenza e nonostante il regime
sanguinario del dittatore, il prolungato isolamento ne aveva cementato lo
spirito, l’amor di patria; il distacco internazionale la aveva protetta dal
contagio della peste del capitalismo, salvaguardando la sua anima popolare e
rimarcando “l’importanza del mondo contadino nella prospettiva rivoluzionaria”.
D’altra parte, questa concezione era emersa già in Carlo Levi quando, un paio
d’anni prima, nell’autunno del ’55, fu invitato a Mosca in occasione dell’uscita
dell’edizione russa del Cristo si è fermato a Eboli: “Qui si sono rovesciati i
rapporti politici e sociali, conservando il costume e i sentimenti: altrove, per
conservare i rapporti politici e sociali, si sono rovesciati il costume e i
sentimenti”.
Al contempo, però, quella Russia era prossima a perdere il suo conio
antropologico e le grandi speranze di futuro enfatizzate da Pasolini, abortite
già con Chruščëv – dalla decisione di soffocare la Primavera ungherese agli
ultimi colpi della sua disastrosa politica estera: il consensoal piano per la
costruzione del Muro di Berlino e la Crisi dei missili di Cuba – e col
successore, Leonid Brežnev, segretario del Partito dal 1964 al 1982, anni in cui
la tensione fra i due blocchi toccò nuovi picchi e nelle strade di Mosca e
Leningrado tornò a circolare il terrore.
L’entusiasmo di Pasolini per la Russia contadina e innocente del dopo Stalin si
raffreddò con la seconda metà degli anni Sessanta, a seguito della repressione
politica di matrice brežneviana contro gli scrittori Andrej Sinjavskij e Julij
Daniel’, condannati dal regime ai gulag per la solita, trita e ritrita ragione:
attività antisovietica. A partire da quegli anni, anche per il Pcus e
l’intelligencija sovietica si affievolì l’innamoramento verso l’eretico
marxista. La festa di paese era finita.
Così come nell’Italia cattolica, anche nel Paese dei Soviet, non più quello
fiducioso della prima destalinizzazione, nota Francesca Tuscano, non poteva più
essere “contemplata la libertà critica di un intellettuale autentico”, di un
uomo che, suggellando il suo legame con l’emisfero russo coi versi di
Mandel’štam, “col mondo del potere” non poteva che avere soltanto “vincoli
puerili”.
Antonio Pagliuso
L'articolo “Mosca è una immensa Garbatella”. Pasolini in Unione Sovietica
proviene da Pangea.
L’articolo va sotto l’etichetta Attualità. Secondo l’articolo c’è un posto nel
mondo, il mio stesso mondo, dove c’è una bambina di 12 anni “così malnutrita che
riesce a malapena a parlare.” L’articolo è corredato di foto, la didascalia
recita sia della bambina malnutrita. Secondo la madre: “Se qualcuno la tocca o
lei prova a muover le braccia o le gambe, grida di dolore.” A questo punto tocca
a me, lettore, decidere cosa farmene dell’articolo.
Leggerlo diminuirà le sofferenze della bambina o aumenterà soltanto il mio senso
di disaffezione verso la specie umana, qui da me rappresentata? Leggerlo servirà
a far entrare i generi alimentari in quel posto del mondo dove per ora non
possono entrare poiché, impedendo l’entrata dei generi alimentari si debella la
minaccia che gli abitanti di quel posto rappresentano per gli abitanti del posto
confinante, a detta del governo confinante è così che si fa, il quale governo,
impedendo l’entrata dei generi alimentari, consente ci siano in quel posto “più
di 70 mila bambini[…] ricoverati in ospedale per malnutrizione acuta” e che “1,1
milioni non dispongono del fabbisogno nutrizionale giornaliero necessario per
sopravvivere”?
Mi dico: i giornalisti che hanno scritto l’articolo di certo si augurano che io,
leggendolo, faccia poi tutto ciò che è in mio potere per far sapere al governo
del mio di posto che non continuerà a restare in carica a lungo se non fa nulla
perché i generi alimentari entrino in quel posto lì del mondo, che non lo
resterà perché perderà il mio voto e quello di moltissimi altri, e a me dispiace
per loro, perché io il governo del mio posto non l’ho mai votato, con me non ha
nulla da perdere, d’altronde seppure il governo in carica del mio posto mi fosse
stato meno inviso dubito avrebbe avuto comunque il potere di influenzare il
governo del paese che sta impedendo l’entrata dei generi alimentari in quel
posto nel mondo dove un sacco di 25 chili di farina bianca costa 372 dollari.
Per di più dubito che chi sostiene il governo del mio di posto smetta di
sostenerlo perché quel posto nel mondo viene affamato. Sono dell’idea, o sono io
che li calunnio pensandolo, sia comunque sempre meglio tenersi amico il governo
del posto che li affama, siccome tenersi per amici loro, gli affamati, non
arrecherebbe nessun beneficio, anzi.
“Cari giornalisti”, direi ai giornalisti dell’articolo, “chi meglio di voi può
accorgersi che uno più è povero più deve pagare le cose più di quanto le paghino
i non poveri. Ai ricchi addirittura si regala. Si fa di tutto per farsi
benvolere dai ricchi. Dai poveri invece si vuole stare alla larga. I poveri sono
contagiosi. I ricchi purtroppo no.”
Un dottore, nell’articolo, “spiega che la carestia ha causato aborti spontanei e
la nascita di bambini pericolosamente sottopeso con gravi malformazioni.” E se
non si trattasse di un articolo d’attualità ma di una storia? “C’era una volta
un posto dove i bambini nascevano pericolosamente sottopeso e con gravi
malformazioni, quando non venivano abortiti prima – e c’era chi diceva fosse
meglio così, essere abortiti prima.” Come continuerebbe la storia? Quali dilemmi
morali, tuttavia del tutto speculativi, offrirebbe? È nell’articolo o nella
storia a esserci un padre che dice: “Mi sento impotente quando i miei figli
chiedono il pane e io non ho nulla da dargli. […] A volte mi auguro che possiamo
morire assieme in un attacco aereo, per non soffrire la fame e questa continua
agonia”?
Il personaggio del padre mi catturerebbe o, da raffinato lettore quale sono
diventato, lo troverei troppo piatto, prevedibile, retoricamente debole? A dei
giornalisti un padre in tale situazione cosa può mai raccontare, se non la
versione più pietistica di sé stesso? Però bisognerebbe indagarlo. L’articolo
del padre dice la sua famiglia conti nove persone. Ora, non saranno tutti figli
ma la media dei figli, nell’articolo, è di quattro o cinque. Bene, così come ho
sentito dire che in quel posto non si viene affamati ma che vi si debella
l’obesità, non vedo perché non se ne possa dire che non si stanno uccidendo
persone ma impartendo loro i rudimenti della pianificazione familiare.
Come si comporta il personaggio del padre con moglie e figli quando il governo
del paese confinante non si impegna così a fondo per distruggere gli abitanti di
quel posto dove abita anche lui, il padre? Cosa fa nella vita quando non è sotto
diretta minaccia di invasione e distruzione? Approfondiamo il personaggio,
rendiamolo credibile, esigiamone la doverosa parte di miserabilità comune a ogni
vivente.
La bimba nella foto – ritorno alla foto di corredo all’articolo – mostra una sua
foto da uno smartphone, è la foto di quando non era denutrita ma una bella
bambina dalle guance floride. Quindi adesso devo spegnere tutto, rimuovere
l’articolo – è quello che faccio tutti i giorni, come vuoi che sia possibile
sopravvivere sapendo di un milione e centomila persone studiatamente affamate,
in quel posto lì, ignorando selettivamente gli altri posti dove pure agli
abitanti gliene vengono fatte passare di ogni? – e calarsi nella scena, da
sviluppare ulteriormente: c’è una bambina che grida di dolore se la tocchi, che
ha le costole sporgenti e i capelli che cadono. Dall’articolo: “I capelli le
stanno cadendo. Le costole le sporgono.” Bisogna immaginarsela mentre con le
mani ossute accende lo schermo dello smartphone per rivedersi com’era prima
della fame. In uno specchio magico e crudele.
Aveva bei capelli mossi, la sua vanità di bambina, e le guance paffute. Mia
figlia ogni mattino si guarda allo specchio per controllare quanto le sono
cresciuti i capelli. Sono la sua vanità da bambina. O tu lettore – mi dico – fai
attenzione, altrimenti potrebbe insinuarsi il dubbio io stia intendendo che
posso capire la sofferenza della bambina giusto perché una bambina ce l’ho anche
io, quasi dispensando chi una bambina non ce l’ha dal poterla capire
altrettanto, anzi quasi spingendolo a dire: Chi tante e chi nessuna, di bambine,
e nel caso del personaggio del padre: ha tanti figli, averne qualcuno in meno
alla fin fine per lui potrebbe rivelarsi addirittura un sollievo. Preciso perciò
che avere una bambina mi aiuta a capire la vanità della bambina della foto, non
certo la sua sofferenza, che non comprendo affatto, che non voglio comprendere,
sempre per quella ragione del dover sopravvivere rimuovendo la consapevolezza
sui fatti di cui sopra. Ho famiglia, io, oh, sono disumanizzato per giusta
causa.
La bambina, la scena è questa, soffre tanto per il suo essere uno scheletro
dolorante ma è lo star perdendo i capelli a procurarle una sofferenza di ordine
superiore, indimenticabile.
Non devo dimenticare chi ha scritto l’articolo, che lo ha scritto dopo averne
scritti altri e che altri ancora ne scriverà. Lui, loro, come me, non potranno
restare a lungo in compagnia della bambina. No, proprio no, bisogna rimuoverla.
Bisogna andare avanti, quanto più non si può andare avanti tanto più si deve
andare avanti il più velocemente possibile.
La bambina vive con sette familiari in quel posto nel mio stesso mondo, così
riporta l’articolo di attualità. Saranno i sette familiari a restare con lei,
ricordandosi di lei, assieme a lei. Io, lettore, devo solo illudermi
chiedendomi: quando di anni ne avrà ventidue, poi trentadue, poi quarantadue, la
donna che sarà come penserà alla bambina che sarà stata, al suo corpo in fiamme,
ai suoi capelli diradati, al suo volto afflitto che a dodici anni già ne
dimostrava molti di più?
A cinquantadue anni o sessantadue, specchiandosi, quella donna si dirà: “Ecco,
questo è esattamente lo stesso volto che ho avuto quando ne avevo dodici.”
La storia allora potrebbe cominciare così, non spaventando i lettori aprendosi
su un posto gremito di aborti e malformazioni, come la cloaca del Golgotha su
cui si apre il romanzo Barabba di Lagerkvist, ma con una donna di sessantadue
anni che guardandosi allo specchio pronuncia per sé stessa e per tutti coloro
che la leggeranno la frase enigmatica: “Ecco, questo è esattamente lo stesso
volto che ho avuto da bambina.”
Chi legge vorrà sapere: come, lo stesso volto? Cos’è, una storia fantastica,
paradossale? E continueranno a leggere, sorretti dal sollievo iniziale: quale
che sia stata la vita attraversata da quella donna almeno si ha certezza che
abbia vissuto fin lì, che sia sopravvissuta. L’Ismaele melvilliano rappresenta
sempre l’infantile speranza di sopravvivere per raccontarla.
Che la bambina sopravviverà, che invecchierà, l’articolo e i giornalisti che
l’hanno scritto non possono garantircelo. Io lettore non posso sapere se la
bambina che viveva fino a pochi giorni fa nel posto della fame sia ancora viva
ora che sto pensando a lei. Una storia, per essere una storia, dovrebbe tornarci
su molto spesso, dovrebbe a continuare parlarci della bambina per più pagine,
fino a un compimento o a una svolta o a qualcosa che gli assomigli. Una storia
garantirebbe alla bambina il rifugio di una memoria collettiva molto più di un
articolo di giornale, ma un articolo di giornale è tutto ciò che abbiamo.
I giornalisti non possono continuare a scrivere della bambina, nessun giornale
gli pagherebbe la storia della bambina dal costato sporgente che perdeva i
capelli per la fame, e neppure io.
Io lettore non posso che immaginarla per la durata di un’altra piccola scena
futura, immaginarmela mentre a dodici anni guardando la sua foto di poco tempo
prima, del tempo prima della fame, dice a sé stessa: “Ecco il volto che avrò tra
cinquant’anni, quando sarò sopravvissuta a tutto questo, chiedendomi che senso
avrà avuto essere sopravvissuta a tutto questo.”
antonio coda
*In copertina: Fernand Khnopff, Ritratto di bambina, 1895
L'articolo La bambina e la fame. Sulla differenza tra giornalismo e letteratura
proviene da Pangea.
Mi sono ripromesso che non leggerò nulla di scritto su Vargas Llosa giusto
perché è morto, nessun articoletto salmodiante tenuto in caldo in attesa della
salma apposita e sfornato per vendere qualche copia in più al mattino, come con
Martin Amis, Paul Auster, e tutti gli altri eccetera all’indietro e in avanti.
Non leggerò nessun aneddoto autobiografico pubblicato per dare l’impressione che
loro, gli aneddotici, siano ancora vivi e lui, Vargas Llosa no, mentre anche
così sarà vero il contrario, o meglio: l’opera letteraria di Vargas Llosa
resterà più viva di chiunque pretenderà di essere nella condizione di poterla
ricordare: è la letteratura che ci ricorda, che ci mette nella condizione di
ricordarci semmai di noi stessi; quando avviene il viceversa non è letteratura,
non lo è mai stata.
Non leggerò nulla su Vargas Llosa in morte di Vargas Llosa se prima non leggerò
qualcos’altro di Vargas Llosa stesso. Di suo proprio di recente ho letto L’orgia
perpetua ripubblicato di recente dalla Settecolori, l’avevo recuperato nel
circuito dell’usato nella precedente edizione con la stessa traduzione, invece
sono passati almeno un paio di decenni dal mio essere uscito frastornato dal
romanzo che ha aveva separato la mia strada da lettore dalla sua di
scrittore: La casa verde, che secondo me in italiano è stata tradotta non come
merita, detto da chi non conosce affatto la lingua originale, ma se La casa
verde è il capolavoro che è, e che non ho dubbio che sia, non può essere il
romanzo che ho letto io nella resa di Enrico Cicogna – così come sono convinto
che Meridiano di sangue di Cormac McCarthy non è quello che leggo nella resa di
Raul Montanari. Un capolavoro tante volte lo è proprio per come lo resta
nonostante le traduzioni che ce la mettono tutta perché non si noti quanto lo
sia.
Meridiano di sangue me lo sogno tradotto dalla Balmelli che ha tradotto Suttree.
Pure vero che La città e i cani, primo romanzo di Vargas Llosa, primo sia nel
senso che è il primo scritto da lui sia che è il primo dei suoi che abbia
letto, che mi conquistò totalmente e che sancì la mia ammirazione inconfutabile,
io l’ho comunque letto nella traduzione del da me vituperato Enrico Cicogna. La
casa verde è romanzo sorprendentemente e formalmente più ardito, però, de La
città e i cani.
Così come le è stato chiesto di ritradurre Cent’anni di solitudine, di Marquez,
a Ilde Carmignani non potrebbero chiedere una nuova traduzione di La casa verde?
La traduzione precedente di Cent’anni di solitudine, tra l’altro, lo scopro
adesso che ho controllato, era di Enrico Cicogna.
Speriamo che essere morto a Vargas Llosa valga almeno la consolazione di essere
ri-tradotto perché possa risorgere come merita in italiano. In lingua originale,
che è l’autentico piano dell’esistenza di uno scrittore che è riuscito a
diventarlo, certo non occorre nulla del genere. Lì Vargas Llosa è diventato
immediatamente immortale, cioè come tutti i grandi lo sarà finché qualcuno
felice d’imparare a leggere-leggere a giro lo si troverà ancora.
Nella morte di uno scrittore io non ci trovo nulla di interessante, nulla di
pertinente, tutto di necrofilo oltre che di ipocrita e opportunistico. Le prime
pagine di giornale potevano aprirle, per esempio, con l’annunciata
pubblicazione del prossimo romanzo di Thomas Pynchon: l’uscita di Shadow
Ticket scagionerà il prossimo 7 ottobre dall’essere solo un infausto
anniversario israelo-palestinese, oltre che mondiale, così come lo sono
diventati il 24 febbraio in Ucraina, l’11 settembre negli Stati Uniti, il primo
settembre in Polonia.
Giovandomi ripetendo: finché a scuotere le popolazioni informate non sarà
l’annuncio di un nuovo romanzo di Aldo Busi o di Peter Handke o di J. M. Coetzee
o di Helena Janeczek o di Herta Müller, per dire, ma il mero pettegolezzo della
morte sempre da mettere in conto di Questo Scrittore o Quella Scrittrice,
saranno più alte le probabilità di un nuovo 5 marzo 1933 in Germania che quelle
di un nuovo 16 giugno 1904 a Dublino.
…Intanto aspetto mi arrivi via posta la copia ordinata della Lettera d’amore a
Giacomo Leopardi, di Antonio Moresco: le rondini in copertina non importa non
facciamo primavera, purché facciano letteratura.
antonio coda
L'articolo Contro i coccodrilli. Ovvero: ecco perché Mario Vargas Llosa è ancora
vivo proviene da Pangea.
Per indebolire un giornale online basta renderlo invisibile. Il DDoS è uno
strumento economico per raggiungere l’obiettivo. Per difendersi servono reti di
relazioni e peso specifico. E qui sta parte del problema
Per quasi due settimane, dal 5 al 18 luglio, IrpiMedia non è stata raggiungibile
ai suoi lettori a causa di un attacco informatico. In gergo si parla di DDoS,
distributed denial of service, ovvero di quella tecnica che prevede l’impiego di
una complessa rete composta da migliaia di computer o server, impegnati a
collegarsi contemporaneamente a un unico sito Internet in modo da mandarlo in
crash e renderlo inaccessibile a chiunque.
È quanto accaduto proprio a noi, che siamo stati bersaglio di una quantità
sproporzionata di connessioni per settimane, arrivata a picchi di 26 milioni di
tentativi di accesso in 24 ore, rispetto alle decine di migliaia alle quali
siamo abituati.
In parole povere, qualcuno ha deciso di spendere tempo e soldi per impedirci di
restare online e, conseguentemente, per impedire a voi di leggerci.
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