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“Del suo volo solitario”. Il bestiario di Giampiero Neri
Di Giampiero Neri è impossibile non ricordare il cranio da gufo: dello strigide, il poeta possedeva l’altera saggezza, una posa belluina, grandi, iliadici gli occhi. Se ha un senso l’epiteto con cui lo ha rivestito Alessandro Rivali, un poeta altrettanto buono e altrettanto sanguinario, un maestro in ombra, tutto è qui: la maestria si dimostra dalla benevolenza intransigente, dal conoscere al dettaglio i tempi della resa, quelli dell’agguato; la perpetua dimora negli anni del coraggio. In ombra, già: proprio come un gufo.  Dei pochi libri visibilmente posseduti da Neri, in molti ricorreva la bestia. I Ricordi di un entomologo di Fabre costituivano il suo modello di stile: che vuol dire, ambire a una scrittura stilita, capace di fondere Omero e Darwin, l’epica pura e la purezza dell’osservazione. Non proprio una lirica in vitro, a vetrificare gesti & oggetti, bensì: la strenua verifica del dato ‘di natura’, del sangue che scorre oltre il fermoimmagine, delle figure – mai figuranti – che dopo decenni sono ancora lì, in tensione, tra l’assoluto e l’assalto. Di Kafka preferiva le pantere e le giraffe; negli umani, il profilo rapace, rapido, semmai, nel sacrificio. Amava – si sa –, al contempo, i Vangeli e i classici cinesi, i testi-effimera, i testi-drago di Laozi e di Zhuāngzǐ. Nei Vangeli il rilievo è sul ‘ritratto’, sulla persona in primo piano, sulla pienezza dell’uomo – un viso che corrisponde alla ‘chiamata’ –; nei taoisti, invece, prevale, con sfuggente preveggenza, l’animale e la sentenza. Neri opera, in fondo, come un miniaturista. Giampiero Neri è morto a metà febbraio, tre anni fa; l’anno prossimo compirebbe cento anni; ora le Edizioni Ares, custodi della sua opera, ripubblicano Paesaggi inospiti, uscito in origine da Mondadori nel 2009. Fin dal titolo, quel libro, dal carisma cristallino, denuncia la sua dote: l’uomo è narrato come un paesaggio; l’uomo ha tratturi, arature e boschivi nel viso; l’uomo è un luogo. Ma questo paesaggio umano è un paesaggio inospite, inospitale, inabile all’abitare. È strano perché i luoghi narrati da Neri, con militare consuetudine e florilegio topografico, sono, invece, ospitali, sono i suoi. Eppure, “quel periodo difficile degli anni/ della guerra civile” – sul senso della ‘memoria’ in Neri e in genere sulla sua opera va letto il saggio di Andrea Cortellessa che apre la riedizione del libro, Opus Incertum – ha reso le case sature, claustrali all’opera dell’amore, ha espropriato l’uomo da se stesso, ha reso l’uomo straniero all’uomo. Il panorama umano e il paesaggio urbano sono entrambi violentemente inospiti.  Puoi abitare un bosco – se ti abitui alle ombre – non puoi ambire ad abitare un cuore. L’uomo è sempre un fuggiasco, anche quando è stanziale.  Da qui, l’impennarsi dell’animale, che da ovunque promana. Non è un caso che Paesaggi inospiti sia aperto dal volo della poiana: il più comune tra i rapaci – soggetto di una suite tra le più belle di Neri per spudorato pudore – sigilla con la sua “ombra nell’erba” (Neri nasce nel ’27 a Erba…) un’era. Pare una poiana annunciazione, questa, una poiana Spirito Santo. Accadranno, in araldica arcana, altre bestie, nel libro, a dolmen dell’umana bestialità; a un certo punto compare “un orso alla catena” dagli occhi “spiritati”.  È raro che l’animale sia rappresentato nella nostra poco animalesca poesia – l’animale in sé, dico, senza macchia di simbolo. Certo, ci sono le bestie dei campi del Pascoli, il dionisiaco cervo di d’Annunzio, gli angeli-uccelli di Luzi, le arcadiche belve di Bellintani; l’upupa di Montale, la capra di Saba, l’airone di Porta non entrano in gioco, sono pretesti per dire altro, animali pieni d’anima ma privi d’odore. Poche, sparute cose in una lirica, genericamente, se non ‘da camera’, da comodino, quando non stentatamente ‘metropolitana’. Intendo, la bestia-tutto che appare nelle poesie di Ted Hughes, soprattutto, in quelle di Pierre Jean Jouve a tratti, di Robinson Jeffers a mute, a torme. Lì l’opera ha striature di fame, ha l’evocazione nel gesto, un regesto di massacri, la danza a rompicollo. Nulla a che fare con Neri quanto a ricerca linguistica, va da sé, ma c’è, qui, in questo appena sbozzato bestiario l’idea che la poesia sia soprattutto osservazione, senza l’idrante dell’io a complicare il vedere in svolazzo psichico, psicotico. C’è la pura testimonianza, la purezza del ‘martirio’. Il disegno preciso di chi vuole salvare, al netto di ogni giudizio, i residui nomi, le residue forme della vita vera. Non più parola ultima né prima, per fortuna, ma parola contenta di ripetere il creato, concorde. La rarefazione, qui, è pane spezzato, è una specie di perpetuo ‘eccomi’. Anche questo ci insegna, ancora, Giampiero Neri. *** Di questi boschi in partibus infidelium è abbastanza comune la poiana, dove qualche spuntone di roccia e mozziconi di sassi che si alzano da terra qua e là offrono asilo e protezione. * Volano in ampi cerchi di un volo silenzioso indisturbate dagli abitanti del luogo che usano dividere le specie in commestibili o non commestibili e se commestibili le perseguitano con ogni mezzo, se no le ignorano completamente. * Dagli spalti del Dosso il paesaggio si apre sulla pianura e una lontana linea di alture ne segna il confine. A una stessa ora c’è una macchia più scura fra le foglie, un battito d’ali un volo calmo sulle cime degli alberi, la poiana che si appresta ai suoi compiti decide con una sola occhiata. * Del suo volo solitario che volteggia nell’aria si riflette un’ombra nell’erba, come una impronta che si staglia netta un istante prima di scomparire. * La fronte alta della locusta detta comunemente cavalletta, che pensieri nasconde? Quando si muove in immense colonie questo fragile insetto è il flagello di Dio, una piaga d’Egitto. Come è diverso l’effetto da una simile causa. * La stessa forma della civetta è attraente, la testa grossa e gli occhi grandi hanno qualcosa di umano, il becco, il naso verrebbe da dire, non aggressivo l’espressione attenta e mobile insieme, infine la sua indipendenza fanno di questo grazioso rapace un beniamino. Giampiero Neri *I testi sono tratti da: Giampiero Neri, “Natura inospite”, Edizioni Ares, 2026 In copertina: un disegno di John James Audubon (1785-1851) L'articolo “Del suo volo solitario”. Il bestiario di Giampiero Neri proviene da Pangea.
February 14, 2026 / Pangea