Tag - Carlo Ginzburg

“Le nostre multiple identità”. Intorno a un libro di Carlo Ginzburg
> Quando si affrontano davanti a Troia o a Mosca gli eserciti nemici, al di là > di ciò che di inespiabile li separa, scrivono insieme il testo dell’epopea dal > quale le generazioni future attingeranno il potere di trasfigurare di nuovo il > mondo. Ovviamente tale trasfigurazione non è una redenzione, non riscatta, né > resuscita i tesori della coscienza e della vita stupidamente sacrificati al > meccanico operare della forza. Eppure, le ingiunzioni dell’irreparabile > svegliano la volontà creatrice. Si rivolge al futuro e il futuro risponde. Se > esiste un’autentica solidarietà, una comunione vivente tra individui isolati, > non trae forse origine dalla speranza di fondare sulla vergogna e sul lutto > una realtà nuova? Scoprendo gli errori di una visione limitata, l’individuo se > ne affranca non attraverso l’amore per l’umanità ma grazie all’uso che avrà > fatto di quel «materiale sperimentale», quel campo di macerie (Nietzsche): > un’immagine nuova dell’esistenza a cui contribuisce l’intero passato, con le > sue distruzioni e le sue opere, con la sua storia tremenda e magnifica.   > > (R. Belspaloff, Sull’Iliade, Adelphi 2018, pp.58-59) La vergogna è affezione dell’irreparabile. La guerra non redime, non riscatta le vite sacrificate, non restituisce ciò che è stato distrutto, ciò che soggiace alla Forza viene consegnato irrimediabilmente al nulla. Eppure, proprio questo carattere senza riscatto nelle narrazioni diventa paradossalmente una condizione di possibilità. La creazione non nasce dalla riconciliazione, ma dalla ferita che resta aperta. L’epopea, dunque, non è celebrazione della vittoria, ma trasfigurazione di una catastrofe condivisa: Il corpo del figlio ingiuriato e Troia in fiamme per Priamo, lo scoramento per la morte di Patroclo e la freccia conficcata nel tallone per Achille. I nemici che si affrontano, dunque, condividono qualcosa che nessuno di loro controlla davvero.  La creazione è impersonale, o meglio trans-individuale: non appartiene né ai vincitori né ai vinti, ma a una memoria che li eccede entrambi. La vergogna, in questo senso, non è colpa né pentimento: è il sentimento che segnala che qualcosa è accaduto sotto i colpi della necessità, senza riuscire perciò a trovare delle giustificazioni. Tuttavia, proprio questo obbliga a immaginare diversamente l’esistenza, ad avvertire la presenza dell’altro. È così che Achille nella tenda con Priamo supplice piange. > Questo tipo di vergogna è legato a una situazione estrema. Ma il fatto che > possa esistere getta qualche luce sul problema generale già menzionato: i > confini dell’io. Sottolineare che ogni essere umano ha due corpi – quello > fisico e quello sociale, quello visibile e quello invisibile – non basta. È > preferibile considerare l’individuo come il punto di convergenza di più > insiemi. Apparteniamo contemporaneamente ad una specie (Homo sapiens), ad un > genere, ad una comunità linguistica, ad una comunità politica, ad una comunità > professionale e così via. Alla fine, ci imbattiamo in un insieme, definito da > dieci impronte digitali, che ha un solo componente: noi stessi. Definire un > individuo sulla base delle sue impronte digitali ha certamente un senso, in > determinati contesti. Ma un individuo non può essere identificato con le > caratteristiche che lo rendono unico. Per comprendere le azioni e i pensieri > di un individuo, presente o passato, è necessario esplorare l’interazione tra > gli insiemi, specifici e via via più generici, ai quali quell’individuo > appartiene alla persona diversa da noi, per qualcosa in cui non siamo > coinvolti – è un indizio che ci aiuta a ripensare, da un punto di vista > inatteso, le nostre identità multiple, la loro interazione, la loro unità. > > (C. Ginzburg, Il vincolo della vergogna, C. Ginzburg, Adelphi 2026, pp.26-27) È l’altro, colui col quale dialoghiamo e che mette in crisi l’idea di un io compatto, autosufficiente e distruttivo. Il punto decisivo è questo: ci vergogniamo per qualcosa che non coincide interamente con noi, e tuttavia ci riguarda. La vergogna estrema (storica, artistica, politica) mostra che l’individuo è un nodo di appartenenze. La vergogna funziona come un rivelatore: ci colpisce perché attraversa quegli insiemi, li mette in corto circuito.  Nella recente raccolta di saggi pubblicata da Adelphi, Carlo Ginzburg costruisce un ricco percorso interpretativo che attraversa materiali storici, letterari e teorici apparentemente eterogenei, ma tenuti insieme da una coerente postura metodologica. L’unità del volume non si fonda infatti su un tema univoco o su una tesi dichiarata, bensì su una costellazione problematica che ruota attorno alla presenza “dell’altro”, come elemento costitutivo (nella pluralità di significati che assume nel testo). L’identità individuale emerge come un campo di tensioni, in cui il soggetto è continuamente modellato da presenze che eccedono la sua interiorità e che si manifestano sia come interlocutori concreti sia come istanze interiorizzate, filtri inconsci (Ginzburg). Questo dispositivo interpretativo è già visibile nel primo saggio dedicato alla vergogna, dove l’emozione non viene interpretata come un’esperienza privata, ma come il risultato di uno sguardo che giunge dal paese a cui apparteniamo, dalla collettività. Lo stesso schema riemerge nei saggi seguenti. In quello dedicato al dialogo interiore, tratto universale del linguaggio che consiste nel parlare con sé stessi (Jackobson) che analizza il dialogo interiore come fenomeno storico in un contesto specifico; la ricostruzione della ricezione del testo della Servitù volontaria di Étienne de La Boétie e l’influenza inconscia esercitata dal pensiero di Hobbes; il Levi lettore del Manzoni vicino alla casistica; “l’inversione” della narrazione storica e lo straniamento estetico in Proust. La riflessione sull’alterità si estende anche all’analisi dei fenomeni collettivi e delle dinamiche della persuasione, attraverso riferimenti  e intrecci fra Pavlov, Drabovitch, Gustave Le Bon e Aldous Huxley; il saggio sul dono in Marcel Mauss, interpretato attraverso l’influenza e la lettura dell’Emilio di Rousseau; il Collège de Sociologie, Voltaire, Sade, le Serate di San Pietroburgo di Joseph de Maistre e la dimostrazione di come il pensiero moderno sia attraversato dalla tensione tra la razionalità illuministica e la fascinazione per il sacro. Particolarmente significativa, in questo contesto, è la riflessione sul progetto scientifico di Claude Lévi-Strauss. Ginzburg stesso osserva: > È un passo che illustra come meglio non si potrebbe la grandiosa utopia > scientifica di Lévi-Strauss. Ma l’osservatore, cacciato dalla porta in nome > dell’oggettività della conoscenza, rientra dalla finestra, attraverso il > rinvio al testo. Decodificare un testo significa, com’è ovvio, decifrare i > rapporti sociali che hanno reso possibile la sua produzione; l’uso o gli usi > per cui è stato prodotto; il pubblico attuale o potenziale a cui si rivolge; > le realtà extratestuali di cui parla. Solo in questo modo il testo potrà > essere tradotto, cioè interpretato in un’altra lingua: quella > dell’osservatore. Ma la distinzione, tutt’altro che ‘metafisica’, tra > osservatore e attori irrompe a un altro livello, anche dal testo più > elementare: un nudo elenco di nomi. > > (Ivi, p. 198) Questo passaggio chiarisce, a mio avviso, un punto centrale della riflessione di Ginzburg: l’osservatore e quello che lo circonda non possono essere eliminati, anche perché ogni interpretazione implica una traduzione e anche lo stesso, quasi innocuo, atto della lettura scombina e ricombina, leggere è come tradurre (Gadamer). Attraverso queste molteplici figure dell’altro – la vergogna, la voce interiore, la riemersione inconscia di testi e tradizioni, l’autorità, la folla – Ginzburg delinea una concezione dell’individuo come spazio di tensione tra singolare e collettivo, l’unità del volume risiede dunque in una pratica interpretativa coerente, che utilizza casi e testi diversi per interrogare, ogni volta da una prospettiva differente, il vincolo che lega l’io all’altro (agli altri) e, attraverso di esso, alla dimensione storica.  Ogni saggio a cui faccio riferimento superficialmente e quelli che non ho menzionato, ogni lettura o rilettura obliqua meriterebbe certamente un’attenzione diversa. Il consiglio: leggete tra le righe, interpretate! Tony Vero  *In copertina: un disegno derivato da Michelangelo L'articolo “Le nostre multiple identità”. Intorno a un libro di Carlo Ginzburg  proviene da Pangea.
February 17, 2026 / Pangea