Circostanze varie mi stanno obbligando a riaprire vecchi faldoni di lettere,
manoscritti, materiali letterari vari, così una polvere di riflessioni, più o
meno fastidiosa, si solleva. Vale la pena provare a raccoglierla sulla pagina?
Sebbene il buon senso lo preventivasse, ci si stupisce sempre di quanto si
perda, in termini di energia, di intelligenza, di affetti, di intuizioni, di
possibilità, di umori, quando le vicende letterarie diventano saggi, narrazioni
più o meno accurate, persino approfondimenti specialistici, infine retrospettive
conchiuse. Solo per i classici, passato il tempo necessario, forse si arriva a
un’analisi più capillare, ed è normale che sia così. Altre ricerche accurate,
quand’anche ce ne fossero, finiscono negli archivi delle accademie. S’impone,
per inerzia, sempre un racconto semplificatorio, con un alto grado di
mistificazione. (Ogni tanto levo lo sguardo agli scaffali sopra la scrivania,
verso i volumi della Letteratura di Marzorati, con interi tomi dedicati ai
“minori”. Oggi l’impresa sarebbe impossibile).
Non ci sono alternative alla giustizia sommaria. Si auspica che il grado di
approssimazione ai fatti sia sempre più preciso, ma si fa quel che si può, anche
perché non siamo più una civiltà di corte: la nostra è la società di massa, in
cui tutti scrivono e pochi leggono. E il “sottobosco” letterario, fertilissimo,
resta indistinto, alluso, omesso.
Prima di ammazzare con una fotografia un periodo storico, anche quello
poeticamente meno significativo, la letteratura è stata però vivissima. I suoi
protagonisti erano pimpanti, animati da passioni, attraversati da tensioni,
guidati da progetti e ideali che, per esempio, quando si riaprono gli
epistolari, si colgono vividamente. (Non sono esperto di carteggi, ma fra quelli
letti il mio preferito è Eusebio e Trabucco, fra Montale e Contini, curato da
Isella per Adelphi).
Di tanto in tanto, ce ne accorgiamo, ci sono eruzioni che testimoniano le
energie telluriche delle vicende letterarie: dibattiti, stroncature, polemiche.
Ma questi fuochi fatui rischiano di non rendere ragione del magma soggiacente,
che modella il territorio in segreto.
Pensiamo al caso delle riviste. Restiamo anzitutto a quelle cartacee, alla
situazione prima dell’esplosione del web. A fine Novecento e nel primo decennio
del Duemila erano centinaia (lo sono ancora, ma sono superate dalle offerte
online). Solo alcune verranno ricordate: anzitutto quelle legate ai maggiori
centri di potere, con sostegni economici, garanzie di visibilità, per natura
inserite nel circuito letterario maggiore. Ma come ben sappiamo le novità spesso
nascono dalle pagine più militanti, che circolano in modo carbonaro. Quale
criterio fa giungere nelle mani di uno studioso attento a queste fonti una
rivista piuttosto che un’altra? Negli anni della giovinezza, ho sentito parlare
di talune riviste come di esperienze segrete e dirompenti. Quando le ho avute
tra le mani, mi sono sembrate ben poca cosa (e spiegherò a breve perché).
La storia è scritta dai vincitori, si sa. Quindi chi ha il merito di imporsi
sulla scena dà lustro anche ai fascicoli su cui ha esordito. Eppure, mentre mi
documentavo su “Niebo” o “Scarto minimo” o “Braci”, giusto per proporre qualche
esempio, non di rado trovavo articoli più interessanti su riviste di cui oggi
nessuno si rammenta. Sia chiaro, non è mio intento sminuire l’esperienza dei
periodici citati, di cui nemmeno mi considero esperto. Testimonio i vicoli
ciechi, le vie che si perdono nel nulla, i cortocircuiti della memoria. Le
logiche della selezione, la legge cinica dell’economia. Le potenzialità che non
sono state intercettate e sviluppate.
I protagonisti di tali e di altre riviste erano animati, dicevamo, da passioni e
ideali, da tensioni e persino da insofferenze: poteva essere diversamente?
Eppure, ecco il punto che spiega la mia delusione, ben poco in quelle pagine
emergeva in modo limpido. Direi, anzi, che solo una parte minima si traduceva
nel meticoloso lavoro di cui si nutre la riflessione letteraria. Immagino che
nelle riunioni redazionali i dibattiti fossero accesi, ma spesso nelle riviste
comparivano solo testi poetici e qualche spunto teorico, magari un po’ fumoso.
Raramente, qualche lettura critica, per lo più di apprezzamento verso un
“maestro”. È la logica, comprensibile, di ogni vicenda “giovanile”. Ma tale
logica mi pare deficitaria. Perché in quelle falde non si sedimentavano in modo
palese i contrasti poetici, che sono il lievito di una cultura letteraria?
Quando si riaprono certe lettere o si ripensano a certi discorsi con determinati
autori, le correnti soffiano, i fastidi emergono, le simpatie zampillano. Poi,
però, tutto sommato, la carta non canta mai. E la letteratura, il pensiero
letterario profondo, non si fa con le battute di Ungaretti su Montale (secondo
il primo, un “poeta di merda”), non si fa con gli epigrammi di Pasolini su
Luzi. Quel poco che filtra dagli umori dei poeti vivi, quando non si limita ad
allietare i noiosi studi accademici, rischia di generare ulteriori
semplificazioni ed equivoci. Carmelo Bene che stronca in diretta televisiva
Giovanni Raboni per le sue Canzonette mortali è l’icona di un’occasione perduta.
Due giganti contrapposti, capaci comunque di riconoscere la reciproca grandezza.
Forse la battuta di Bene era anche questo, il segno di una stima, la delusione
rispetto a un percorso nuovo. E il silenzio di Raboni era il sintomo di uno
smacco oppure la riprova di una consapevolezza aristocratica? Fine del tempo
concesso alle trasmissioni: resteremo con le domande in sospeso.
Sto cercando di mettere in luce l’elemento reattivo, agonistico, che racconta di
una “società letteraria” viva, pronta a scattare in modo anche imprevisto
rispetto agli eventi e a dribblare le previsioni: quella società ideale (ma non
da idealizzare, e forse mai veramente esistita) di cui oggi ci si lamenta
sempre, quando per esempio, come è capitato recentemente a Loredana Lipperini,
si torna sull’assenza e sull’inutilità delle recensioni sempre positive (Le
recensioni letterarie in Italia stanno diventando inutili, Lucy sulla cultura,
online).
È sulla spinta di tale motore che, alla fine del secolo scorso, avevo dato vita
all’esperienza della rivista “Atelier”. Già nel 1996 si percepiva come
l’orizzonte fosse piatto, atomizzato. Sbuca, tra i miei archivi, una lettera di
Giancarlo Pontiggia, datata 27 gennaio 1998: “sono già tre numeri di ‘Atelier’
che ho ricevuto, e debbo dire non solo con piacere, ma anche con un certo senso
di stupore, di felice e progressivo stupore se così mi è permesso esprimermi,
perché la rivista sembra come uscita miracolosamente da un vuoto di anni
criticamente desolanti (per non dire altro)”. Finché l’ho diretta (dicembre
2013, n. 72), ho cercato di mantenere viva tale forza propulsiva, ma, come è
facile intuire, muoversi controcorrente non è stato agevole. Non lo è stato
anzitutto all’interno della redazione, che non si è mai identificata in una
poetica comune, in una visione univoca, ma già in sé stessa sperimentava la
tensione ideale condivisa a vantaggio della crescita di ciascuno. All’esterno,
liquidare ogni polemica senza entrare nel merito era fin troppo facile. La
prassi era consolidata da decenni: ogni voce dissonante si leva solo per
interessi personali e i bollori della giovinezza lasciano il tempo che trovano,
quindi va ignorata. Ma il punto è che, sulle pagine di “Atelier”, si è compiuto
un lavoro certosino e curato, nei limiti delle capacità.
Prendiamo ad esempio il caso De Angelis. Già all’epoca – era chiaro a tutti – si
trattava del nostro maggiore poeta. La sua grandezza non era in discussione.
Scrissi, con la stima e persino l’ammirazione che provavo nei suoi confronti, un
saggio, che tuttavia entrava nelle pieghe controverse della sua opera e
sollevava perplessità sugli ultimi esiti. Ho tentato di compiere un lavoro
filologicamente corretto. Non ho mancato di coraggio nel tirare le somme. Il
risultato? Un evidente imbarazzo da parte di molti coetanei, ammirazione da
parte di studiosi non poeti (e quindi meno impelagati nelle “buone maniere”
prescritte nei rapporti fra scrittori), un disagio generale. De Angelis mi
rispose in modo lapidario: mi scrisse che riteneva il mio studio un approccio
sbagliato alla poesia e, sul piano personale, un’offesa. Avevo peccato di lesa
maestà. Gli risposi, a quel punto, in modo altrettanto lapidario, citando due
suoi passaggi in versi: “Chi soffre non è profondo” e “La vittoria è di chi/
dedica e dimentica”. Ma perché non entrare nel merito? In che cosa il mio
approccio letterario era sbagliato in partenza? Quali argomenti andavano
falsificati, anziché rigettati autoritariamente? L’innesco per il confronto era
apparecchiato, bastava entrare nel merito, se non da parte del poeta, attraverso
l’intervento degli studiosi interessati, a cominciare da quelli in disaccordo
rispetto al giudizio espresso. Non è proprio su quella soglia che comincia il
pensiero? Non è la discussione sui testi l’atto fondativo di una società
letteraria? Ma era solo il 2000 e De Angelis era già De Angelis, mentre io non
ero ancora nemmeno Andrea Temporelli. (Il che si traduce così: se un giovanotto
si permette di criticare, lo fa solo per darsi un tono, per ansia di
identificazione. E il sottinteso è: se si vuole fare carriera, occorre stare
attenti a chi si infastidisce e lusingare piuttosto chi può risultare utile. Ma
esplicito strategie note a chiunque, anche in ambiti diversi dalla letteratura).
Ho citato solo uno degli svariati episodi che hanno generato diffidenza e
imbarazzi. Potrei raccontare come persino nella duplice direzione della rivista
i conflitti erano all’ordine del giorno. Ma se padri e figli non discutono,
significa che i padri sono narcisisti e i figli debosciati. Così “Atelier” ha
lavorato per anni alla luce di questa tensione, finché non si sono aperte
divergenze insormontabili o la vita non ha imposto altri percorsi. Anche
all’esterno del gruppo, appena mi capitava di incontrare un autore su cui avevo
sollevato dubbi, non ho mai avuto remore nel presentarmi e offrire la mano,
proprio perché l’espressione di un’opinione è un punto di partenza per un
confronto reale, non ipocrita.
Ma le logiche che si impongono sono altre, lo sappiamo. I poeti preferiscono
esprimere giudizi in camera caritatis, oppure sbottano solo quando si sentono
protetti all’interno di una consorteria già ben posizionata rispetto alle altre.
O, ancora, si attende che maturino i tempi, così da giudicare un morto o, al
più, un moribondo che non è più in grado di mettere i bastoni tra le ruote.
Se di tanto in tanto esplode, giornalisticamente, qualche polemica, se non è una
piccola bega di quartiere, resterà comunque un’eruzione estemporanea, uno spreco
di fuochi d’artificio, una valvola di sfogo che fischia mentre già si spegne il
fornello. Conta di più il costante lavorio sotterraneo, l’omertà, l’ipocrisia,
il rancore, la disillusione, l’inettitudine, la remissività, l’opportunismo,
l’autocensura, la delegittimazione dell’avversario e, per chi ha il potere,
persino la damnatio memoriae. Sono questi i valori che stanno disegnando il
paesaggio della nostra letteratura?
Degli aneddoti citati mi ero persino dimenticato. Sono lontani, non mi
riguardano più. Ma mi tornano congeniali per rendere ragione di un problema che
trovo enucleato anche nel recente volume di Matteo Marchesini, Cos’è la poesia
contemporanea in Italia. Dal Novecento a oggi (Castelvecchi). Basta la citazione
riportata in quarta di copertina: “Pasolini e Sanguineti avevano una lingua
comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no. Di questa
condizione nessuno ha colpa; ma colpevole è fingere di non vederla”. Perché, in
effetti, stagioni di memorabili litigi ce ne sono state: ora, invece, nessuna
disputa costruttiva pare più possibile. Dove si è perso il fuoco della
controversia, che alimentava la letteratura? Non è solo questione di linguaggio,
di ideologie. La società è cambiata radicalmente. C’è un mutamento antropologico
di cui prendere atto. Siamo sempre tutti troppo soli e fragili per tenere la
schiena dritta e osare. Siamo rassegnati.
Così Marchesini:
> “L’assenza di dibattito è causa e conseguenza di un fatto che è tanto negato
> quanto palese: non esiste più un’élite attendibile di ‘addetti ai lavori’. In
> genere, oggi i cosiddetti lettori comuni sono più intelligenti dei tipi
> clericali che gravitano intorno al milieu letterario e poetico”.
E chi è stato improvvidamente consacrato dal pensiero dominante del momento si
sente legittimato a ignorare chiunque rifiuti la complicità culturale di fondo:
“ci si basa”, prosegue Marchesini, “su un finto ecumenismo di cordata, su
un’aura d’essai attribuita dal chiacchiericcio di un milieu che non sa
riconoscere il proprio conformismo di idee ricevute: così vedi cultori della
neoavanguardia sdilinquirsi per i testi più vaporosamente bigongiareschi di De
Angelis, o antisentimentalisti ai quali basta l’evocazione del QR Code per
assolvere il grezzo sentimentalismo di Magrelli, e la sua idea banalmente
giornalistica dell’attualità”.
Non concordo pienamente con le analisi di Marchesini. Tra le righe, suppongo si
riferisca anche a me quando parla di un eccessivo ecumenismo (ho da poco
licenziato un “catalogo semiserio” con centinaia di poeti, con intenti che però
non sono compresi nelle sue allusioni, posto che davvero mi riguardino. Si
leggano le pagine in cui dà per esempio spazio, e quindi elegge, ciò che
semplicemente ha raggiunto la sua cassetta delle lettere: dovrebbe funzionare
così?). Ma parto dalle sue medesime constatazioni. La caduta delle élite non va
rimpianta, sebbene dalla democratura attuale occorrerebbe risollevarsi. E come?
Rieccoci al punto. Attraverso il dibattito culturale: si avverte la necessità
della concertazione dei diversi punti di vista che permettano la scoperta, di
volta in volta, di voci autorevoli (non autoritarie), di giudizi illuminanti, di
prese di posizione gravide di prospettive. Come a dire: mentre siamo
interconnessi, ognuno in realtà è una monade, un cavernicolo postmoderno, il
produttore e insieme il consumatore di una letteratura e di un canone
prêt-à-porter, che ci si sforza di piegare a propria misura.
Nessuno rimpiange la società aristocratica di un tempo e nemmeno si vuol far
passare surrettiziamente l’idea che il dissenso rispetto al pensiero dominante
sia di per sé prova di verità. Si soffre la mancanza di volontà di costruire,
più che una lingua condivisa, una disponibilità e un’apertura mentale, un
desiderio di attrito con l’altro, affinché le controversie letterarie, anziché
elidersi a vicenda, si sostengano reciprocamente. Mancano anche i luoghi in cui
il confronto letterario possa svolgersi (la piazza del web è troppo esposta
oppure troppo personalizzata; gli editori non hanno più prestigio; gli eventi
culturali sono ben perimetrati per consolidare le “buone maniere” di cui si è
detto; e così via). Ma prima dei luoghi occorre la volontà. I luoghi si
inventano, come fu per me quando poco più che ventenne ideai “Atelier”, nel
cuore della provincia. E il fatto che la rivista raggiungesse comunque un
cospicuo numero di lettori importanti (venivano inviate cinquecento copie
gratuitamente a poeti, scrittori, critici, ecc., in tutta Italia; fu per esempio
Giovanni Giudici a dirottare verso di noi Riccardo Ielmini) dimostra che il
desiderio e l’impegno contano più del punto di partenza.
Ma se non esiste una soluzione al problema, che valore ha questa polvere di
riflessioni che si deposita sulla pagina? Si tratta dell’ennesima lamentazione?
Mi auspico di no. Preferirei parlare quantomeno di testimonianza, se non di un
tacito appello. Se non si possono innescare soluzioni strutturali (nessuno ne ha
il potere), individualmente si può decidere di assumere una postura diversa.
Sarebbe il trapianto di una cellula staminale capace forse di rigenerare almeno
in parte il tessuto della fantomatica società letteraria che non si compirà mai,
ma che portiamo dentro di noi come un’utopia che ci autorizza a tentare
l’impresa. Una cellula staminale: ecco che cosa voleva essere l’opera comune. È
forse un’ipotesi realizzabile solo negli anni della giovinezza, quando ancora le
differenze stilistiche e le vicende della vita non impongono la dedizione a un
numero ristretto di compagni di viaggio, se non una solitudine marcata.
In fondo, si tratterebbe solo di eliminare dalla mente la colonna, più o meno
segreta, in cui si annotano i “nemici” (com’era il titolo di
Giudici? L’intelligenza col nemico…). Questo sì che sarebbe un cambiamento di
stile rivoluzionario. Non un trucco sulla pagina, ma un clic che scatta prima di
piegarsi sull’opera.
A meno che esista anche una visione davvero pacificata della letteratura, questa
sì sospettosamente ecumenica, in cui tutto va bene così com’è. Ne dubito. Il
rispetto della diversità non è tolleranza passiva, non è suddivisione di spazi e
creazione di barriere. La letteratura non è un giardino artificioso. La parola è
abbraccio, fecondazione, irrobustimento dei geni attraverso la commistione: chi
si accoppia solo tra consanguinei apparecchia la propria estinzione. Non è,
questa, una legge della vita?
E allora, queste riflessioni, magari davvero fastidiose come polvere, siano
dedicate ai giovani trascinati dalle passioni fino al punto di infrangere i tabù
che hanno invece soffocato, in tanti che li hanno preceduti, l’amore che premeva
e non ha trovato modo di esprimersi. Per quel che riguarda me, preparo i faldoni
per il falò con cui benedire anche la dimenticanza.
Andrea Temporelli
*In copertina: George Wesley Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909
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