> Se la presenza d’un bambino dà effettivamente un altro giro di vite, che ne
> direste di due bambini “Diremmo, effettivamente” – esclamò qualcuno – che
> sarebbero due, i giri di vite. E poi che vogliamo conoscere la storia.
>
> H. James, Giro di vite
Qualora qualcuno sentisse il bisogno di ricercare una descrizione accurata dei
culti pagani o delle eresie del cristianesimo all’alba della sua nascita, non
dovrebbe che rivolgersi ai seguaci più ortodossi della nuova fede; è lo stesso
Santo che tiene in vita l’Avversario. Capita sempre così: colui che ci detesta
ci fa sopravvivere. L’acume dello sguardo che ci vuole ferire, spesso, ci
immortala definitivamente. In Lo spirito errabondo(Adelphi, 2018) Somerset
Maugham traccia un “tenero e spietato” ritratto di Henry James “pomposamente,
perdutamente aggomitolato nei suoi grovigli verbali anche di fronte alla più̀
effimera, scontata chiacchiera salottiera”:
> Henry James manifestò le sue perplessità riguardo al Giardino dei ciliegi,
> com’era prevedibile, visto che i suoi valori drammatici erano fondati sulle
> opere di Dumas e Sardou, e nel secondo intervallo si mise a spiegarci come
> l’incoerenza russa fosse in antitesi con le sue simpatie francesi.
> Affannandosi in frasi tortuose, esitava di tanto in tanto per cercare la
> parola adatta a esprimere con esattezza la sua costernazione; sennonché Mrs
> Clifford, dotata di una mente agile e pronta, la indovinava sempre e, a ogni
> pausa, lo imbeccava. Era l’ultima cosa che Henry James desiderasse. Benché
> troppo educato per protestare, aveva un’espressione quasi impercettibile che
> tradiva irritazione e, rifiutando ostinatamente la parola proposta, si
> industriava a cercarne un’altra, che Mrs Clifford di nuovo gli suggeriva per
> vedersela ancora una volta bocciata. Fu una scena di grande teatro.
Lo stile e la forma sono spesso una Medusa. Tale era per James il loro culto
che, a volte, ne rimaneva paralizzato. Il fatto è che il prezzo da pagare per
essere ininterrottamente sublime è quello di dover dormire davanti a uno
specchio (Baludelaire), auscultare continuamente la propria lingua. Questo
esercizio, per lo scrittore, non si consumava in società, tanto meno nelle
pagine compiute. Avveniva altrove, in una zona più appartata e segreta. È lì che
James si specchiava senza testimoni, o meglio, alla sola e affollata presenza di
lunghe liste di nomi.
> James ha espresso [nei suoi taccuini] alcune delle sue aspirazioni più
> intimamente di quanto non si sia permesso di fare nelle autobiografie
> pubblicate. Ha rievocato la freschezza e la vivacità delle sue prime
> impressioni, sostenendo che mai nessun «altro giovane ingenuo ha atteso con
> più appassionato eppure più paziente desiderio quel che gli riservava la
> vita». Questo miscuglio di passione e di pazienza ne faceva un osservatore
> fuori del comune. Era l’esempio vivente della definizione stendhaliana del
> romanzo come «uno specchio a zonzo per la via», ma nel suo distacco non
> c’erano freddezza o indifferenza.
>
> (F.O. Matthiessen Kenneth B. Murdock, Introduzione in Ormai non poteva
> succedere più nulla, H. James, Adelphi, 2026, p.21)
Verso la fine della sua vita, Henry James distrusse molti documenti personali.
Probabilmente senza volerlo, lasciò nove quaderni o diari, ora depositati presso
la Houghton Library di Harvard. A parte uno, estremamente piccolo, sono vecchi
quaderni di circa 15×20 cm costati pochi centesimi. Nessuno di questi era
destinato a futuri lettori. Quello che tra il 1878 e il 1911, veniva annotato da
James erano “germi” – particolari colti durante le cene o durante le letture –
che sarebbero poi diventati romanzi o racconti.
> Fra i più importanti racconti di Henry James ve ne sono alcuni che James non
> ha scritto. Sono «piccoli sujets de nouvelle», boccioli mai dischiusi se non
> nella forma contratta dei Taccuini. Eppure, si ha talvolta il sospetto che
> proprio quella forma fosse la forma finale, la più adatta a una storia che,
> innumerevoli volte, era nata da una frase detta da qualcuno in conversazione,
> durante una delle innumerevoli occasioni mondane a cui James aveva partecipato
> – e che erano il terreno stesso, continuamente smosso e rimosso, della sua
> opera.
>
> (R. Calasso, Il cacciatore celeste, in Taccuini, Adelphi, 2026, pp.9-10)
Alcuni appunti sono scheletrici, altri si sviluppano in scenari completi; tutti
pongono l’attenzione più sul metodo o sul trattamento del materiale che su un
argomento apparente. I quaderni sono laboratorio sia per la sua narrativa sia
per la sua arte saggistica, come fu per le prefazioni all’edizione newyorkese
delle sue opere, in seguito raccolte in ‘The Art of Fiction da R.P. Blackmur
che le definì “l’opera di critica letteraria più eloquente e originale
esistente”.
Quando James iniziò il primo dei suoi quaderni con il suo schizzo di Confidence,
aveva completato più di dodici anni di apprendistato. Quell’estate Daisy
Miller era uscito sul “Cornhill Magazine”; The Europeans era appena stato
pubblicato a puntate dall’“Atlantic Monthly”. Ma il meglio di James, (questo
glielo riconoscono anche i suoi più feroci detrattori) doveva ancora venire.
Leggere i suoi Taccuini, dunque, significa percorrere la strada della sua
ascesa, scoprire subito i molti modi diversi in cui raggiunse la saturazione di
un certo materiale, quello che riteneva essere il primo requisito per un’arte
valida.
I taccuini sono il suo specchio, come ho già detto, James non aveva in mente
altro lettore se non sé stesso. A volte prendeva il quaderno che aveva a portata
di mano e annotava. Le note non aprono porte indiscrete sulla sua vita privata:
non rivelano scandali né confessioni intime. La lunghezza stessa ne testimonia
l’intensità della preparazione: ogni lavoro successivo, romanzo che fosse,
nasceva da una lunga incubazione, da un pensiero che si avvolge intorno al
proprio oggetto fino a penetrarlo, “l’intima lotta con l’idea particolare, con
il soggetto, la possibilità, il luogo.” James pensa con la penna in mano; smonta
l’episodio tratto dalla vita, lo raffina, lo complica, lo distilla finché l’idea
iniziale si trasfigura in forma compiuta. Il sogno della brevità rimane per lui
un ideale mai davvero raggiunto; certamente non per mancanza di capacità, è la
sostanza che trabocca: le sue “preziose discriminazioni”, le sottili sfumature
psicologiche, sono troppe per essere contenute in uno spazio ristretto. La sua
narrativa si espande perché la coscienza che la anima è densa, stratificata,
irriducibile. In queste pagine preparatorie si intravede il segreto della sua
arte: non l’evento spettacolare, ma la lenta, inesorabile trasformazione
dell’esperienza in coscienza — e della coscienza in parola; “il suo stile è
simile a un cerimoniale, una liturgia solenne, allestita in un mondo senza dei”
(F. Cordelli).
Come osserva Ottavio Fatica nel saggio conclusivo della recente edizione
italiana pubblicata da Adelphi, gli appunti non sono semplici promemoria
narrativi, ma immagini. James scrive per figuram:
> Sull’origine della fictive picture anche Turgenev gli dirà che inizia quasi
> sempre con la visione di una o più persone che lo interessano, lo stimolano,
> che vede disponibles. Basta aprire i Taccuini: James, immaterialista a modo
> suo, percepisce per via di antenne; parte da un flatus vocis gli vengono
> incontro nomi, a questo servono gli elenchi che redige, che all’istante si
> cangiano in presenze, mai descritte nei tratti, nelle caratteristiche fisiche:
> sono clever, e questo dovrebbe bastare, quasi fosse una caratteristica come il
> naso aquilino o le orecchie a sventola; cerebrali ma vivi, questo il dramma,
> perché una volta vivi devono pur vivere, a scapito degli altri.
Le sue immagini non si limitano a rappresentare il mondo: lo filtrano, lo
trasfigurano, lo sospendono in una tensione continua tra visibile e invisibile.
È così che Bly in Giro di vite diventa più reale del reale sotto lo sguardo
diabolico di Quint e Jessel; è così che l’attesa si fa angoscioso destino nella
figura mostruosamente vuota della “bestia della giungla”. Alla fine, ciò che
resta non è il fantasma, non è la bestia, non è nemmeno l’evento che fa sorgere
la narrazione. È l’intensità dello sguardo che li ha evocati. I taccuini sono il
luogo dove si sono affinati l’occhio e la penna; come lo scudo di Perseo le loro
pagine guidano il colpo sino alla testa di Medusa.
> Sabato, 12 gennaio 1895. Segnare il racconto di fantasmi riferitomi a
> Addington (la sera di giovedì 10) dall’arcivescovo di Canterbury: la pura e
> semplice sua traccia, fumosa, imprecisata, vanescente – tutto ciò che aveva
> saputo (molto male e imperfettamente) da una donna che non aveva attitudine al
> racconto, né chiarezza: la storia dei bambini (imprecisato il numero e l’età)
> affidati alla servitù in una vecchia dimora di campagna, probabilmente a
> seguito della morte dei genitori. I domestici, perfidi e depravati, corrompono
> e depravano i bambini; i bambini sono cattivi, pieni di malvagità, in misura
> funesta. I domestici muoiono (il racconto resta vago sul modo) e le loro
> apparizioni, le loro figure, tornano a infestare la casa e i bambini, ai quali
> sembrano far cenni, che invitano e sollecitano, di là da punti pericolosi, il
> cupo affossamento di uno steccato sprofondato, ecc. – in modo che i bambini
> arrivino a distruggersi, a perdersi, rispondendo al loro richiamo, cadendo in
> loro potere. Fintanto che i bambini ne vengono tenuti lontani, non sono
> perduti, ma esse cercano, cercano, cercano, quelle presenze maligne, di
> impadronirsene. Si tratta di vedere se i bambini «passano dalla loro parte». È
> tutto oscuro e impreciso, il quadro, la storia, ma sembra contenere una vena
> di strano raccapriccio. La storia andrebbe narrata abbastanza ovviamente – da
> uno spettatore, un osservatore esterno.
>
> (pp.290-291)
James, più che raccontare storie, ha continuato per tutta la vita a stringere la
vite invisibile dell’immagine e della lingua, fino a farcene sentire, ancora
oggi, il giro e la punta.
Tony Vero
*In copertina: Henry James ritratto da Frederic Hilaire D’Arcis nel 1913
L'articolo “È tutto oscuro e impreciso”. Henry James o dell’ossessione per il
linguaggio proviene da Pangea.
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Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la
parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria,
la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico
gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che
colonizza il saggio stesso”.
Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi
assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno
farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico. Voglio dire: se l’IA
scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce
l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei
sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà
fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è
rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che
piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero
leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer
di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?
Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo
molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi
tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa
fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria
floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con
“Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di
Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che
per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano
essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i
non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza
notizie o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver
letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.
Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura:
puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con
ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e
l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da
salvare.
Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi
oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si
potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso
vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure
il cervello.
La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e
questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì,
ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e
grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne
saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque
abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per
poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?
Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa
Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:
> “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di
> trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”
E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per
pagarsi l’affitto?
> “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma
> non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova
> dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o
> denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”
Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè
contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché
allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati
dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione
altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono
nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello
civile, militare, eccetera.
Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario,
aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio
ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio
ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina
due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di
posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un
benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo
prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la
Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a
diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo
a momenti veniva a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un
artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un
putsch a Monaco.
Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare
della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È
severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto
all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come
l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora
intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o
quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di
tutti all’intelligenza non esternalizzata.
Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di
rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi
costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è
il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la
resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere
condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.
antonio coda
*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis
(National Portrait Gallery)
L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri
dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il
diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.