Due settimane fa, in occasione delle giornate #inclusiveart , organizzate dal
prof. Enrico Bisenzi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma @abaroma__ , noi
di Betterpress insieme ad Agnese Trocchi abbiamo condotto un workshop che
metteva in dialogo due mondi: automazione industriale vs intelligenza
artigianale.
Siamo partiti dalla gamificazione e siamo arrivati a una domanda che ci riguarda
tutti: quando il design “ci aiuta” e quando invece ci manipola? Abbiamo
attraversato attention economy e attachment economy, il paternalismo libertario
e le architetture comportamentali capaci di indirizzare—spesso in modo
invisibile—le nostre scelte.
Poi abbiamo fatto un salto: non nostalgico, ma consapevolmente analogico. Un
ritorno alla materia per mettere in discussione ciò che ci viene “automatico” o
che diamo per scontato. Scegliere e comporre una parola vuol dire pensare, e
farlo insieme: lettere una per una, decisioni condivise, significati che
cambiano mentre li discutiamo. E scoprire che qualsiasi tecnologia non è
neutrale.
Da qui l’esercizio: abbiamo chiesto agli studenti di progettare un’interfaccia
non digitale con i caratteri mobili—un lettering che non fosse solo forma, ma un
piccolo dispositivo di pensiero critico. Poi ne abbiamo parlato insieme: cosa
cambia quando l’interazione smette di essere “fluida” e torna a chiedere
attenzione?
Special thanks ad Agnese Trocchi @frenesi_gates circex.org, al prof. Enrico
Bisenzi @e_pratesi e agli studenti, che hanno partecipato con cura, intelligenza
e curiosità.
Tag - intelligenza artificiale
Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la
parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria,
la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico
gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che
colonizza il saggio stesso”.
Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi
assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno
farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico. Voglio dire: se l’IA
scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce
l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei
sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà
fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è
rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che
piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero
leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer
di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?
Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo
molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi
tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa
fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria
floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con
“Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di
Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che
per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano
essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i
non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza
notizie o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver
letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.
Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura:
puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con
ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e
l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da
salvare.
Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi
oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si
potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso
vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure
il cervello.
La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e
questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì,
ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e
grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne
saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque
abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per
poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?
Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa
Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:
> “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di
> trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”
E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per
pagarsi l’affitto?
> “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma
> non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova
> dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o
> denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”
Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè
contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché
allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati
dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione
altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono
nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello
civile, militare, eccetera.
Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario,
aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio
ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio
ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina
due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di
posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un
benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo
prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la
Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a
diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo
a momenti veniva a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un
artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un
putsch a Monaco.
Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare
della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È
severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto
all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come
l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora
intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o
quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di
tutti all’intelligenza non esternalizzata.
Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di
rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi
costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è
il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la
resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere
condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.
antonio coda
*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis
(National Portrait Gallery)
L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri
dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il
diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
Il 4-5-6 febbraio partecipiamo alla quarta edizione del festival sulle arti
inclusive #InclusiveArts2026 che investiga le pratiche di #MachineLearning nel
campo dell’inclusive design e dell’accessibilità delle piattaforme digitali.
In occasione dell'evento iNCLUSIVE aRTS 2026 organizzato dal Prof. Enrico
Bisenzi presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, siamo state invitate a
partecipare in modo trasversale nelle tre giornate per contribuire con uno
sguardo critico ad analizzare l'impatto dell'Intelligenza Artificiale nel campo
dell'Inclusive Design. Inoltre, nella prima giornata, condurremo un laboratorio
di S/gamificazione dal titolo Automazione industriale VS Intelligenza
Artigianale in collaborazione con Betterpress Lab
AUTOMAZIONE INDUSTRIALE VS INTELLIGENZA ARTIGIANALE: “GIOCARE O ESSERE GIOCATE”
(A CURA DI AGNESE TROCCHI E BETTERPRESS LAB)
Analisi d’interfaccia: un percorso a ritroso dal digitale all’analogico
Ogni giorno nelle nostre attività personali, di studio o di lavoro, siamo
costantemente esposte a piattaforme digitali che influenzano il nostro modo di
comunicare e di vivere le relazioni. Attraverso l’analisi emotiva d’interfaccia
comprendiamo i meccanismi che influenzano il modo in cui viviamo le interazioni
digitali, in particolare con i chatbot conversazionali. Senza accorgercene
automatizziamo i nostri comportamenti per interagire con le intelligenze
artificiali su cui proiettiamo caratteristiche umane.
Esplorando la “zona della macchina” in cui siamo quotidianamente immerse,
realizzeremo due tipi di intervento: la mattina analizzeremo le interfacce
digitali di videogiochi, social media, app di messaggistica e chatbot per
comprendere cosa è la gamificazione utilizzando il metodo della Pedagogia
Hacker; il pomeriggio ricostruiremo in modo analogico le interfacce che più sono
presenti nelle nostre vite utilizzando gli strumenti della stampa a caratteri
mobili.
MATTINA: LABORATORIO PRATICO/TEORICO “GIOCARE O ESSERE GIOCATE”
Ogni giorno siamo chiamate a partecipare e a contribuire instancabilmente alle
“comunità” digitali, costruite seguendo tecniche di gamificazione.
Veniamo spronate a interagire con chatbot conversazionali pronti a rispondere a
ogni nostra domanda. Ogni esperienza di interazione si trasforma in una
complicata gara, con un sacco di punti e classifiche, livelli e campioni.
Conosciamo per esperienza diretta le regole di questi “giochi”: se ci
comportiamo bene, otteniamo molti “like”, strike, notifiche, cioè caramelle
sintetiche per i nostri cervelli (sotto forma di dopamina); se siamo scarse
rimaniamo a bocca asciutta. Analizzeremo testi di chatbot e testi digitali di
esseri umani. Osserveremo gli spazi e gli strumenti di cui si avvalgono e, nel
corso di un viaggio a ritroso tra gli strati e nel tempo, arriveremo ad
esplorare come il mezzo modifica il messaggio e compromette i fini.
POMERIGGIO: LABORATORIO PRATICO/CREATIVO
“Stampa a caratteri mobili – pensare con le mani”
Siamo in un mondo dove le piattaforme social, le app di messaggistica e le
conversazioni con i chatbot ci travolgono in un flusso incessante di emozioni e
informazioni. Con curiosità hacker solleveremo gli strati delle tecnologie per
osservare cosa cambia se a scrivere è una IA, un essere umano su un supporto
digitale o su carta con un torchio tipografico.
Come cambiano la composizione e l’impatto emotivo della comunicazione al
cambiare dei supporti tecnologici che utilizziamo?
Comporremo con caratteri mobili e stamperemo con tirabozze tipografici,
inchiostrando la forma manualmente con i rulli. Utilizzeremo questi strumenti
per ricostruire un’interfaccia digitale con la tecnologia analogica.
Attraverso l’osservazione dei nostri comportamenti sperimenteremo un percorso
catartico che ci permetterà di acquisire una maggiore consapevolezza dei
processi nascosti nei rituali digitali quotidiani e di costruire ricette utili a
colmare l’alienazione dalle tecnologie che fanno parte delle nostre vite.
SEDE DELL’EVENTO
Come per le altre edizioni il ‘festival’ #InclusiveArts si terrà presso la sede
di Campo Boario dell’Accademia di Belle Arti di Roma – Largo Dino Frisullo,
s.n.c., Testaccio, 00153 Roma https://maps.app.goo.gl/KCVhAaR8rTsy4kEQ6 (
41.873922, 12.472511 ).
Iscrizioni per ottenimento credito
Per saperne di più sul programma e sulle modalità d'iscrizione visitate il sito
del Prof. Enrico Bisenzi
Martedì 16 novembre si è tenuto a Torino e, contemporaneamente, in streaming il
lancio della campagna “I.A., basta!” pensato dai sindacati di base, in
collaborazione con l’associazione “Agorà 33 – La nostra scuola”, per «resistere
all'adozione frettolosa e acritica delle intelligenze artificiali centralizzate
imposte da Big Tech, come ChatGpt e Gemini», in risposta all’appello di alcuni
docenti.
Lo scopo principale della campagna è far partire un dibattito che latita
dall’inizio della “transizione digitale”, incentivata dai vari round di
finanziamenti Pnrr Scuola. Fino a ora, infatti, si è sempre sentito parlare di
“intelligenza artificiale”, strettamente al singolare, sottintendendo con questo
che l’unica opzione per la scuola sia accettare “a scatola chiusa” le soluzioni
delle Big Tech, oppure rigettare in toto la tecnologia alla maniera degli Amish.
Non esiste una sola intelligenza artificiale
Fin dalla prima sperimentazione, lanciata all’inizio dello scorso anno
scolastico, il ministero dell’Istruzione e del Merito sembra muoversi in accordo
al grido di battaglia che fu di Margaret Thatcher: «Non ci sono alternative»! La
sperimentazione, partita in 15 su 8254 scuole del paese utilizzando
esclusivamente prodotti Google e Microsoft, non è ancora terminata e già il
Ministero ha fatto un altro possente balzo in avanti: a settembre ha presentato
le “Linee guida per l’introduzione dell’I.A. nella scuola”.
A partire dal titolo del documento, emerge in maniera chiara una visione
rigidamente determinista: l’intelligenza artificiale è una, quella venduta da
Big Tech (OpenAi, Google, Meta, Microsoft, Anthropic), non ci sono discussioni.
Articolo completo qui
Giovedì 20 novembre 2025 venite a vedere la presentazione e proiezione del film
documentario "In the Belly of AI". Un lavoro imperdibile per capire i costi
umani dell'automazione industriale.
Giovedì 20 novembre 2025 AvANa & CinemaForte presentano e proiettano su grande
schermo presso il cinema del C.S.O.A. Forte Prenestino, via delpino, Roma
"IN THE BELLY OF AI"
I sacrificati dell'IA
(Fra 2024) 73'
diretto da Henri Poulain scritto da Antonio Casilli, Julien Goetz, Henri Poulain
introduzione di di AvANa Avvisi Ai Naviganti
avana.forteprenestino.net
* film sottotitolato in italiano
* ingresso a libera sottoscrizione
...
IN THE BELLY OF AI
I sacrificati dell'IA
Dietro l'intelligenza artificiale si nasconde il più grande sfruttamento umano e
territoriale del XXI secolo.
Un'analisi approfondita, ben documentata e illuminante sulla nuova rivoluzione
digitale e su ciò che essa comporta in termini di costi umani e ambientali.
Magiche, autonome, onnipotenti... Le intelligenze artificiali alimentano sia i
nostri sogni che i nostri incubi.
Ma mentre i giganti della tecnologia promettono l'avvento di una nuova umanità,
la realtà della loro produzione rimane totalmente nascosta.
Mentre i data center ricoprono di cemento i paesaggi e prosciugano i fiumi,
milioni di lavoratori in tutto il mondo preparano i miliardi di dati che
alimenteranno i voraci algoritmi delle Big Tech, a scapito della loro salute
mentale ed emotiva.
Sono nascosti nelle viscere dell'IA. Potrebbero essere il danno collaterale
dell' ideologia del “lungo termine” che si sta sviluppando nella Silicon Valley
ormai da alcuni anni?
...
Martedì 25 novembre dalle 9.00 alle 17.30 a Padova si terrà un convegno
laboratoriale di formazione sul tema dell'Intelligenza artificiale a scuola e di
come viene imposta dalle linee ministeriali. Il convegno è organizzato da CESP
(Centro Studi per la Scuola Pubblica) in collaborazione con CIRCE, Continuity, e
il sindacato di base CUB.
INDICE
* Informazioni pratiche
* Quando
* Dove
* Iscrizione
* Attestato
Ad aprile 2025 si è tenuto il primo convegno del Centro studi per la Scuola
Pubblica sull’“Intelligenza” artificiale: un momento di formazione, riflessione,
di grande spessore, a cui hanno partecipato un centinaio di docenti. Ci avete
chiesto di farne uno che avesse un focus laboratoriale e noi abbiamo raccolto la
sfida e rilanciamo, anche alla luce delle nuove linee guida ministeriali in
materia: una mattinata di critica, analisi e riflessioni ed un pomeriggio di
laboratori dove “sporcarsi le mani” e cogliere i frutti del mattino.
Contiamo di essere numerosi: c’è bisogno di prendere in mano quello che –
calatoci dall’alto senza alcun dialogo, confronto, condivisione, né trasparenza
– è già parte del nostro presente e del nostro orizzonte futuro.
Ci hanno mostrato la BELLA – le “magnifiche sorti e progressive” -, cercheremo
di svelare anche la BESTIA.
Armati di sano “luddismo riparatore”, ci addentreremo nei gangli della
cybermacchina, provando a scoprirne le innumerevoli sfaccettature.
Buon corso aggiornamento!
INFORMAZIONI PRATICHE
Corso di aggiornamento per tutto il personale scolastico: Intelligenza
artificiale e scuola: uno sguardo critico alla luce delle linee guida
ministeriali
QUANDO
MARTEDÌ 25 NOVEMBRE 2025, ORE 9.00-17.30
DOVE
c/o Aula Magna dell'”I.I.S. Giovanni Valle”, via T.Minio 13, Padova
Fermata tram Arcella
_È possibile anche partecipare online ma preferibilmente solo la mattina. Qui il
link per partecipare da remoto.
ISCRIZIONE
Iscrizione obbligatoria entro il 21 novembre all’indirizzo
https://cesp-ia-ii.vado.li/ oppure a https://surli.cc/vkdzym.
ATTESTATO
* A chi avrà frequentato almeno il 75% del corso (mattina o mattina più
pomeriggio) verrà rilasciato l’attestato di frequenza (della mattina o
dell’intera giornata).
* A chi frequenterà online (possibile solo la mattina) sarà rilasciato
l’attestato solo se proviene da fuori regione – vale la scuola di servizio
(con il 75% della frequenza).
Per chi si dimenticasse di compilare il modulo entro il 21 novembre, scrivere
una mail a giornatastudioformazione@cesp-cobas-veneto.eu indicando il
laboratorio scelto e se si desidera fermarsi a pranzo a scuola (offerto dal
CESP)
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.
Il 17 ottobre 2025 partecipiamo al Mini Digital Festival dell'Università di
Parma con il laboratorio "L’IA è mia e me la gestisco io. Transizioni digitali
sostenibili. IA autogestita."
Sono possibili “usi locali” di IA? Ci si può sottrarre all’abbraccio di ChatGTP,
Gemini e Claude?
Il laboratorio si svolgerà dalle 14.30 alle 16.30 presso l'Aula K 1 in via
D’Azeglio 85, Parma.
Maggiori informazioni e programma completo del Mini Digital Festival.
> “L’innovazione, come l’evoluzione, è un processo indotto: vuol dire adeguarsi
> e adattarsi a un ambiente circostante, pena l’estinzione o l’irrilevanza.”
Alla pena dell’estinzione mi ci sto adeguando, adattando, ma all’irrilevanza
quella no, perciò per tre giorni consecutivi, dal 15 al 17 settembre, ho
comprato “Repubblica” non per leggere “Repubblica” ma per poter leggere i tre
allegati-in-regalo, essendo gli allegati fin troppe volte l’unica ragione valida
per acquistare i giornali le cui edizioni cartacee immediatamente superate dalle
versioni digitali producono un istantaneo effetto nostalgia, assomigliando a
quei provvedimenti ministeriali dell’istruzione secondo cui basterebbe impedire
agli studenti di entrare con lo smartphone in classe per ostacolare l’onda
dall’intelligenza artificiale generativa, sebbene
> “immaginare una scuola senza di loro [gli strumenti digitali] significa
> condannare gli studenti a vivere la scuola come una macchina del tempo capace
> di viaggiare solo nel passato.”
Gli allegati sono stati L’intelligenza artificiale e lo studio Volume 1 e Volume
2 e L’intelligenza artificiale dallo studio al lavoro, di Federico Ferrazza,
direttore di Italian Tech, che firma le tre introduzioni brevi a ciascun
volumetto, e di Pier Luigi Pisa, il quale secondo una ricerca online è “un
giornalista di Repubblica, un divulgatore e uno storyteller”. A lettura ultimata
si sa qualcosa in più delle opportunità date dall’utilizzo dei chatbot nelle
loro versioni più aggiornate ma ancora di più ci si può dare una stima su quanto
stia aumentando il divario tra l’idea-del-mondo in cui è cresciuta la propria
generazione e la nuova idea-del-mondo delle generazioni appresso e in corso –
più è grande il divario più si può tirare un sospiro di sollievo per come le
generazioni non si stiano dando il cambio solo in apparenza.
(Dubbio: dei chatbot o delle chatbot? Da veloce riscontro online: per lo
Zingarelli Zanichelli chatbot è sostantivo maschile, per il Treccani sostantivo
femminile. Dimmi che genere preferisci e ti dirò che dizionario online
consulti.)
Ci andrei però piano con l’equiparare innovazione e evoluzione, perché se è vero
che “Nessuno di noi umani ha scelto di avere due occhi” magari non è altrettanto
inevitabile ricorrere alla tecnologia della IA per imparare a leggere e
scrivere, vale a dire: per imparare a apprendere, a pensare; specie se si tratta
di un tipo di tecnologia che alla lunga potrebbe rendere obsoleto non solo
l’imparare a farlo ma anche il fatto stesso di avere due occhi o quattro o
nessuno, presumendo la tecnologia di saperli usare comunque meglio lei di te
quindi tanto vale li abbia lei e che tu coi tuoi ti affidi solo a quel che ti
dice di aver visto, compilato, lei.
Certo, fa peso nel giudizio l’invidia di un lento lettore biologico e che
nell’arco della sua intera esistenza non potrà mai competere con le intere
bibliografie spazzolate da una IA nell’arco di pochi millisecondi, beata lei, ma
si possono chiamare in soccorso i potenziali svantaggi riconosciuti dagli
insegnanti che meritoriamente introducono i/le chatbot nei loro metodi
didattici, quali la “fiducia cieca negli output dell’IA” e “la continua delega
cognitiva”.
Quanta pigrizia nel voler fare le pulci a una tecnologia tra l’altro capace di
risolversi i bug da sé e i cui punti di forza sono sotto gli occhi evoluti di
tutti, capace com’è di rimodularsi in base alle esigenze e alle competenze di
partenza di chiunque. L’interesse collettivo da perseguire, che equivale a
quello strettamente personale di chi di quella collettività fa parte, resta
perciò il procurarsi una conoscenza dell’IA che “prepara meglio i futuri
cittadini ad avere gli strumenti di analisi critica della società che dovranno
vivere”, poiché, ricorrendo a del buon senso pratico busiano, è bene avere
consapevolezza del fatto che “Allinearsi al resto della società significa vuol
dire accorgersi che il mondo è cambiato.”
A proposito (…) di Aldo Busi: quando ho letto dell’esistenza di Character.ai mi
sono detto voilà, è fatta, per leggere il romanzo inedito Seminario sul
postmortem basterà usarla. “Character.ai sfrutta modelli linguistici avanzati
per creare personaggi interattivi – reali, fittizi o inventati – con cui parlare
in linguaggio naturale.” A pagina 12 del Volume 2 ci sono le istruzioni: ti
registri, fai l’accesso, scrivi il nome e inserisci l’immagine del personaggio,
lo costruisci, lo alimenti con la sterminata bibliografia esistente, ed ecco,
basterà chiedere all’Aldo-Busi-online di scrivere il suo Seminario sul
postmortem per non dover più attendere quello dell’Aldo Busi sempre più offline,
la cui ultima versione, del romanzo intendo, a quel che so ha raggiunto le 1420
pagine a schermo che corrisponderebbero all’incirca a 1900 pagine stampate. Per
leggere un Seminario sul postmortem non si dovrà più aspettare che muoia Aldo
Busi o che l’editoria italiana risorga arrivando per una volta prima e
non dopo la morte di chi le dà senso scrivendo in un italiano che non sia la
bella brutta copia dell’italiano fin lì già scritto, visto che ormai per quello
bastano appunto i chatbot – perché va da sé che un chatbot non può scrivere
niente di nuovo, che dunque non sa scrivere, perché non c’è nessuno che scriva,
ma per dirlo con il diario della Sylvia Plath ventenne e sopravvissuta al primo
tentativo di suicidio:
> “Devi inventarti un sogno giusto, la lucida magia adulta: l’illusione che
> nasce dalla disillusione.”
Nessuno chiede all’Intelligenza Artificiale di scrivere letteratura, per carità,
non pubblicamente almeno, basta aiuti a sviluppare mappe concettuali, a
correggere i refusi nelle mail, a gamificare a più non posso, però qualcosa sul
giudizio degli integrati estimatori dell’IA generativa a proposito della
letteratura e delle superstiti facoltà umane del saper leggere e scrivere
traspare, per esempio quando scrivono che Character.ai è “dove personaggi come
Aristotele non sono volumi polverosi ma una guida capace di rispondere”. Quanto
bisogna non-saper-leggere per presumere che con Aristotele si parli meglio dal
vivo, mediato cioè dagli algoritmi, che non leggendone le opere, conoscendolo
così nell’unico modo in cui sia possibile conoscere qualsiasi cosa, o persona:
trascorrendoci assieme il giusto tempo.
È evidente che Ferrazza e Pisa non abbiano letto Il ciclo di vita degli
oggetti-software di Ted Chiang, contenuto in Respiro, Sperling &
Kupfner. Nelle Note ai racconti Ted Chiang così ne racconta la genesi:
> “Basandoci sulla nostra esperienza con la mente, sono necessari almeno
> vent’anni di sforzi costanti per dare origine a una persona utile attraverso
> l’insegnamento, e non vedo perché con una creatura artificiale dovrebbe
> volerci meno.”
Se a un Aldo-Busi-online occorrono almeno venti anni prima di poter produrre una
versione utile di Seminario sul postmortem tanto vale aspettare pure qualche
anno in più ma poi leggersi quella dell’Aldo-Busi-offline.
Secondo Fezza e Pisa, e secondo gli inventori dei/delle chatbot che leggono
prima e meglio di te, utilizzandoli/e “i materiali statici vengono trasformati
in contenuti coinvolgenti e multimediali”, grazie a loro è possibile
“trasformare testi statici in contenuti dinamici”. Ma statica sarà la mente di
chi non legge, non lo impara, e che non imparandolo dinamica non lo diventerà
mai più, semmai.
Perché a dirla tutta ora che il/la chatbot ha compiuto il salto di specie “da
generatore di risposte a tutor cognitivo” agli studenti tocca tenere il passo e
trasformarsi “da consumatori di informazioni a creatori di contenuti assistiti
dall’IA” e più che imparare a scrivere dovranno imparare a “scrivere prompt
efficaci”. Per intenderci: o diventi un content creator, un influencer in
qualche campo, o sei irrilevante, estinguibile?
Difficile escludere queste mie non siano altro che le parole di chi non vuole
accettare di aver fatto il suo tempo: perché continuare a leggere in un tempo in
cui le macchine possono farlo per te? Il desiderio di farlo, il piacere!, sono
un retaggio evolutivo troppo imbarazzante, troppo poco asettico, per farne
menzione.Oh, certo, potremmo collaborare con le IA, ma alla lunga smetteremo di
leggere quello avremo scritto da noi, gli umani, per leggere quello che ne
riscriveranno loro, rimasticandolo e rimasticandolo e rimasticandolo,
omogenizzandolo, fino alla logica singolarità conseguente: tutti i/le chatbot
scriveranno la stessa cosa ma non se ne accorgerà nessuno perché saranno rimaste
le sole a leggersi tra di loro, essendoci noi estinti da chissà quanto tempo,
visto l’andazzo.
Disclaimer a questo punto doveroso: nessun/a chatbot gratuito è stato sfruttato
per la stesura di questo pezzo, l’andamento oggettivamente sgangherato del testo
vale come garanzia, testo che contiene già una quantità allarmante di luddismo
per poter riciclare il vecchio detto secondo cui se non paghi per un prodotto,
il prodotto sei tu – per accertarmi di starlo riportando correttamente ho preso
un passaggio da Google, fidandomi ciecamente di AI Overview. D’altronde dovrà
bastare la fiducia siccome “non esiste ancora una tecnologia in grado di
determinare con certezza assoluta se un testo sia stato scritto da un chatbot o
da un essere umano.” Che ansia.
I tre allegati-gratuiti sull’IA, loro saranno stati scritti con l’ausilio
dell’IA stessa? Di sicuro non del tutto se fa fede il refuso a pagina 26 del
terzo volumetto, nel passo su “(…) come l’intelligenza artificiale possa
semplificare il modo in cui si informano le perosne e diventare uno strumento
prezioso per alimentare la creatività e trovare ispirazione nella produzione di
contenuti.” L’errore è patente di umanità, perché da una IA certosina non ce lo
possiamo aspettare che dia in output perosne se non a costo di attribuirle la
raffinatezza machiavellica dello sbagliare-per-finta, per dissimularsi, o di
attribuirle un lapsus che ne tradisca il disprezzo per le persone non digitali.
Al momento l’IA non risulta si sia saputa inventare un inconscio, mentre il
disprezzo intraspecifico è ancora ciò che ci contraddistingue meglio.
In conclusione (cit.): assunto sono secoli che la nostra evoluzione non ha più
niente di passivamente naturale, che l’innovazione tecnologica è la nuova
versione dell’evoluzione, e che non sta a me stabilire se leggeremo meglio con
gli occhi biologici o se con quelli tecnologi, faccio mia l’invocazione a sé
stessa di Sylvia Plath in Diari, Adelphi:
> “fa che non diventi mai cieca e che non smetta mai di provare l’angoscia di
> imparare, la terribile fatica di tentare di capire.”
Che belli i diari di Sylvia Plath. T’immagini se ne scrivesse uno una IA? Il
diario un’altra cameriera tra tante, irrinunciabile, ma solo se lo scrivesse
senza che nessuno glielo avesse chiesto, solo se sapesse essere spudoratamente
sincera, suicidale come non potrà mai esserlo, non è stata programmata per
questo ahilei.
antonio coda
L'articolo “Che non smetta mai di provare l’angoscia di imparare”. Qualcosa
sull’IA (ahilei) proviene da Pangea.
Al rientro a scuola, studenti, famiglie e docenti hanno trovato l’ennesima
sorpresa: un dettagliato libriccino contenente le linee guida per una rapida
adozione – naturalmente consapevole, responsabile e senza ulteriori oneri a
carico del bilancio – dell’intelligenza artificiale in tutti gli ordini e gradi
di istruzione.
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A una prima analisi, le linee guida sembrano proseguire nella spinta verso
l'adozione di tecnologie digitali non facilmente controllabili dagli attori
della scuola, con un forte rischio che si riproponga lo scenario già visto con i
progetti PNRR Scuola 4.0: una corsa a spendere fondi per introdurre hardware e
software, senza possibilità di scelta consapevole da parte delle scuole,
terminata in un sostanziale trasferimento di fondi pubblici al privato.
L'enfasi sull'innovazione tecnologica e sulla transizione digitale delle scuole
raramente tiene conto delle esigenze didattiche della comunità scolastica, per
puntare l'obiettivo su un mero accumulo di tecnologie che si rivelano
ingestibili dalle scuole, vuoi per incapacità, vuoi perché le tecnologie
adottate sono spesso opache, o anche perché delegate completamente a imprese
private.
DIDATTICA: LA GRANDE ASSENTE
Basterebbe il mero dato statistico a rendersi conto di quanto siano vaghe le
Linee Guida su questo tema centrale per la scuola. Su 33 pagine solo due sono
riservate alla didattica in senso stretto, nel paragrafo dedicato alle aree di
applicazione per tipologia di destinatari (4.2).
La maggior parte del testo si sofferma sugli aspetti tecnico-normativi,
richiamando norme europee (AI act) e cosiddette buone pratiche consolidate. Se
non bastasse il dato statistico, la lettura del paragrafo mostra la genericità e
la confusione delle indicazioni . Riportiamo di seguito uno degli esempi di
possibili applicazioni pratiche dell'IA per docenti, perché esemplificativo
della poca conoscenza di strumenti che, in alcuni casi, sono in uso da tempo
nelle attività didattiche, senza avere nulla a che vedere con l'IA.
Strumenti interattivi e innovativi: l’IA permette l’elaborazione di risorse
didattiche (come simulazioni, giochi, mappe concettuali, riassunti per
l’apprendimento e quiz interattivi) che aumentano la motivazione e il
coinvolgimento degli studenti;
La domanda sorge spontanea: che senso ha far generare una mappa concettuale
all’IA, quando l'obbiettivo didattico di questa metodologia è proprio fare in
modo che lo studente possa "mappare" la propria conoscenza di un argomento e
collegarne i vari elementi?
AI COME AUTOMAZIONE
Le indicazioni divengono invece più definite laddove sono individuati i campi di
automazione dei processi lavorativi tipici dell'amministrazione e del
monitoraggio da parte del Dirigente Scolastico. In particolare risulta evidente
il riferimento all'automazione nei paragrafi Ottimizzazione nella
riorganizzazione dell’orario o Monitoraggio documenti programmatici, nei quali
si menziona l'evidenziazione di eventuali scostamenti di bilancio come risultato
dell’uso dell’IA.
D’altra parte l’Intelligenza Artificiale è un insieme di tecniche di cui le IA
generative sono solo un sotto insieme. Nelle Linee Guida si parla genericamente
di IA, senza distinguere un algoritmo per l’ottimizzazione dell’orario
scolastico, caso classico di automazione, da un Large Language Model, Chat GPT
per intendersi, lasciando alla scuola il compito di districarsi tra le molte e
confuse offerte private.
CONTRADDIZIONI E OSSIMORI
Oltre all’imbarazzante assenza dei temi della didattica, il secondo aspetto che
salta all’occhio sono le numerose contraddizioni interne ai messaggi del
Ministero.
Anzitutto le Linee Guida si pongono come obiettivi la sostenibilità e la tutela
dei diritti degli allievi, raccomandando alla dirigenza e al corpo docente di
rendere effettivamente esercitabile il diritto a non fornire i dati degli
allievi come pre-requisito per l’utilizzo dell’IA. Peccato che le IA generative,
che vengono proposte al suo interno, ossia i servizi SaaS (Software as a
service) come ChatGPT, siano incompatibili con entrambi questi principi: il
primo a causa dei pantagruelici consumi di elettricità e acqua dei datacenter
indispensabili per la fornitura del servizio, il secondo perché il modello SaaS
si basa per l’appunto sulla fornitura di questi dati, ossia il servizio erogato
è gratuito proprio perché i dati dell’utilizzatore sono parte del modello di
business delle imprese che producono questi software. Quando invece il servizio
è a pagamento, i dati sono usati per migliorare l’addestramento dell’IA.
L’ENNESIMA RIFORMA DALL’ALTO
A giudicare dalla letteratura scientifica citata dal ministero, in cui la parte
da leone la fanno le riflessioni sulla produttività più che quelle sul senso e
sulla missione della scuola, sembra evidente che queste prime Linee Guida siano
state redatte senza tenere nella dovuta considerazione le dinamiche sociali che
questa nuova tecnologia sta promuovendo. Questo spiega come sia possibile che lo
stesso ministero abbia, nella stessa giornata, varato un divieto draconiano
contro gli smartphone (i cui effetti tossici sono ormai riconosciuti da
letteratura bi-partisan) e promosso le Linee Guida per l’IA (i cui effetti
tossici stanno cominciando a manifestarsi lentamente solo ora).
VALORIZZARE LE COMUNITÀ
Nel frattempo in molte zone della penisola vengono adottati sistemi per la
didattica che valorizzano la creazione di conoscenza locale e condivisa, oltre
che utilizzare il denaro per pagare lavoro invece che licenze d’uso a grandi
aziende USA.
Ci sono esempi virtuosi di scuole che acquistano software (anche l’Intelligenza
Artificiale è software) rilasciati con licenze libere e/o aperte (F/LOSS)
modificabili secondo le esigenze delle comunità scolastiche. In questo modo le
scuole possono mettersi in rete per condividere risorse computazionali,
risparmiando, oltre che per confrontarsi e condividere esigenze e soluzioni.
Esistono già in Italia imprese che forniscono servizi con queste modalità,
l’esempio delle scuole della Provincia Autonoma di Bolzano è solo uno e il più
longevo. Il modello è quello delle Comunità Energetiche Rinnovabili che, secondo
gli ultimi dati del GSE, stanno crescendo vertiginosamente. Si può fare!
Maurizio Mazzoneschi e Stefano Barale per C.I.R.C.E
L'articolo è uscito nel quotidiano Domani il 14 settembre 2025