> Invece della patria
> stringo le metamorfosi del mondo
>
> (Nelly Sachs)
Stamani il cielo tenta una virata, un’imprevista rivolta metamorfica: per pochi
minuti, al diffondersi della prima luce, l’incarnato lattiginoso degli ultimi
mesi si arrende a qualche screzio di colore. Una macchia color mimosa – quel
giallo soffuso di certe albe marine estive – dilaga nella culla tracciata
dall’incrocio dei rami di due querce. Sopra la chiazza, l’opalescente neutralità
dello spazio si tinge di un fragile azzurro, sul cui sfondo spiccano le cortecce
brune degli alberi, ricoperte di licheni verdognoli. Un conversare di tinte,
delicate e discrete, ma capaci di una folata di meraviglia in un’aria che, da
tempo indefinibile, è smorta, ostile. Gli inverni, a Ginevra, possono essere
privi di qualsiasi identità, vocati all’anonimato di una parabola stagionale che
si ripete senza concessioni al fortuito. Inevitabile indagare similitudini con
l’impallidire della propria identità per certi casi della vita.
Un tema, quello dell’identità, che interpella chiunque, e interpella me da
quando ho lasciato l’Italia. L’arma impugnata per far fronte all’esilio – che,
seppur elettivo, ha caratteri di feroce durezza, poiché spariglia le coordinate,
segnando ritmi di (dis)appartenenza – è la pratica ossessiva della lingua
materna, nonostante i miei giorni e le mie notti abbiano sonorità francofone,
con incursioni anglosassoni di tanto in tanto.
Il 28 ottobre 1964, Hannah Arendt, nel corso di una conversazione
televisiva[1] con Günter Gaus (diplomatico tedesco, e giornalista noto, in
particolare, per le sue interviste politiche nella Germania del dopoguerra),
quando le viene chiesto cosa rimanga dopo la perdita della patria, indica, senza
esitazione, la lingua materna. Nonostante negli ultimi anni abbia scritto le sue
opere in inglese, Arendt afferma, più o meno testualmente, che in tedesco può
permettersi cose che in inglese non potrebbe mai permettersi. La frase mi pare
interessante: sprigiona ambiguità, sottende un ardire di cui ignoriamo
intenzioni e confini. Per quale ragione possiamo osare soltanto nella lingua
materna? La risposta, credo, è che tutto si gioca nella sfumatura, nella
minuzia, in quella vena del linguaggio che non sa di pulsare, eppure lo fa.
Perché per quanto si possa diventare pressoché bilingui, per quanto ci si possa
imbevere della cultura nel cui alveo una lingua a noi aliena nasce ed evolve,
per quanto si possa far proprio l’intero armamentario di espressioni
idiomatiche, il gergo giovanile e persino certi arcaismi utilizzati da
generazioni scomparse, per quanto si giunga addirittura a corrompere la fonetica
della propria lingua con un’inflessione straniera, tanto da stranire i propri
interlocutori al ritorno in patria, per osare occorre sempre far ritorno alla
lingua materna.
Osare, in ogni campo, è questione liminare, di soglia, di sfumatura, appunto. Si
osa quando si è predisposti allo sconfinamento, dunque al rischio e all’ardire
di sopportarne le conseguenze. Osare ha a che fare, molto banalmente, con una
libertà non concessa, ma conquistata. La sfumatura, nel linguaggio, permette il
disvelarsi di un’intimità altrimenti impossibile da condividere; e condividere
l’intimità, in qualunque modo lo si faccia, significa essere liberi di
possedersi e di lasciarsi possedere dall’altro.
Immaginiamo, ora, di essere privati, a un certo punto della vita, della
possibilità non dico di comunicare per contingenze di sopravvivenza, ma della
capacità di trascegliere le parole, di concepire fra esse alleanze inedite,
schermaglie audaci, oppure giochi ingenui, argentini, in ogni caso voluti, o
spontaneamente sgorgati dal nostro inconscio, allo scopo di schiuderci
all’altro, in una caleidoscopica pienezza di intenti e inconsce fioriture.
Immaginiamo cosa significhi perdere la libertà di esprimere la propria identità,
poiché in una lingua che non è nostra ci sfuggono le sfaccettature essenziali.
Sempre Hannah Arendt, in Noi rifugiati, scrive che il trauma dell’esilio
consiste nel fatto – tra gli altri – che “la nostra voce non è più ascoltata.”
E, quando la nostra voce non è più ascoltata, si spegne, disorientando, per
l’appunto, l’identità, relegandola in un interludio atemporale di offuscamento.
Eppure, l’agiografia letteraria annovera molti altri autori esuli, oltre alla
filosofa tedesca, che si sono appropriati con accanimento e genio della lingua
del paese di adozione, e, in quella lingua, ci hanno consegnato opere eccelse.
Forse perché, come afferma Sebald, “Per chi scrive la sventura dell’esilio può
essere superata solo attraverso il linguaggio”[2].
Sarà vero? Si può trovare in una lingua adottiva la propria patria e
sopravvivere così, in una terra che non ci appartiene per sigillo di nascita,
alla perdita di tutto, ma soprattutto di se stessi? Oppure siamo destinati a uno
smarrimento definitivo, al perpetuo pencolare fra silenzio, balbettii e maschere
– anche linguistiche – d’occasione, per sentirci, se non noi stessi, parte di
una comunità che ci ha accolti più o meno benevolmente?
Tento una riflessione, poiché una risposta, in via assoluta, ovviamente, non
esista, e lo faccio accostando tre scrittori che hanno vissuto l’esilio in
maniere e con esiti differenti, ma anche con qualche elemento in comune.
Nabokov & moglie (Vera Slonim) mentre giocano a scacchi, a Montreux
*
Comincio da Vladimir Nabokov, il quale, dopo aver lasciato la Russia e
peregrinato fra Londra e Berlino, approda, intorno al 1940, negli Stati
Uniti; prima di allora, pur dichiarandosi trilingue sin dall’infanzia[3], lascia
che sia lingua materna a primeggiare nel gesto della scrittura.
Prendiamo Mašen’ka, romanzo pubblicato in russo per la prima volta nel 1926;
Nabokov narra qui la storia dell’esule Ganin, dimidiato dalla perdita di una
patria amata ed empia – incarnata, appunto, dall’amata Mašen’ka – il quale è
convinto che un “Domani gli sarà restituita tutta la sua gioventù, la sua
Russia”. Anni dopo, nel 1970, lo scrittore deciderà di tradurre il romanzo in
inglese, intitolandolo Mary. Sì, perché dal momento in cui approda in America,
Nabokov comincia a licenziare le sue opere in lingua inglese, un inglese che gli
regalerà la gloria e che, come sappiamo, sfida un virtuosismo pressoché
irraggiungibile.
Ricordate Pale fire (Fuoco Pallido)? Se avete avuto la fortuna di leggerlo in
lingua originale, vi sarete accorti che questo libro di illusioni e inganni è un
affresco di minuziosi arabeschi, è ambrosia di verbi dall’allure seducente.
Provare per credere (in nota la traduzione in italiano):
> “My sublime neighbor’s face had something about it that might have appealed to
> the eye, had it been only leonine or only Iroquoian; but unfortunately, by
> combining the two it merely reminded one of a fleshy Hogarthian tippler of
> indeterminate sex. His misshapen body, that gray mop of abundant hair, the
> yellow nails of his pudgy fingers, the bags under his lusterless eyes, were
> only intelligible if regarded as the waste products eliminated from his
> intrinsic self by the same forces of perfection which purified and chiseled
> his verse. He was his own cancellation.”[4]
Insomma, la lingua adottiva è, per Nabokov, patrimonio acquisito sin
dall’infanzia, dunque agevolmente spendibile, e, in effetti, lo condurrà a
scrivere i suoi capolavori più celebri. L’America, inoltre, si rivela una
congeniale seconda patria per lo scrittore, il quale – in un’intervista
rilasciata nel 1962 alla BBC[5] – confessa che non intende più rientrare in
Russia, poiché incapace di cancellare dalla mente “l’ombra grottesca di uno
stato poliziesco”.
> “La Russia di cui ho bisogno – aggiunge – è sempre qui con me: la letteratura,
> la lingua, la mia infanzia […] In America sto meglio che in qualsiasi altro
> paese. È in America che ho trovato i miei lettori migliori, le menti più
> vicine alla mia. Dal punto di vista intellettuale, in America mi sento a casa
> mia. È una seconda patria nel vero senso della parola.”
Insomma, dopo quello londinese e quello berlinese, l’esilio americano assurge,
per Nabokov, a rifugio definitivo, che si tramuta senza troppi indugi in una
dimensione di vita appagante, di successo; ricordiamo che, proprio negli Stati
Uniti, lo scrittore ricopre ruoli di prestigio, come quello di professore di
letteratura russa alla Cornell University.
E la Russia? La Russia rimane la patria leggendaria del passato, un lucore
soffuso, remoto, uno spettro prostrato che sopravvive nella memoria, e, in
particolare, nelle reminiscenze dell’infanzia. È il paese della memoria, una
memoria che ha il volto bifronte della brama e del fiele, di un’esecrazione che
ha radici nel tradimento degli ideali prerivoluzionari.
Dai confini oltreoceano, Nabokov sembra non provare nostalgia verso la terra
natale, ma unicamente verso il suo passato. L’esilio, ancorché vissuto senza
afflizione – come invece fu per Arendt, ad esempio –, semina tracce di quella
nostalgia nelle opere, dove l’infanzia diventa memoria estetica e i personaggi
di certi romanzi appaiono sradicati, labili e malinconici, come le loro
identità.
Ricordate la storia di Pnin? Pnin è un professore di russo emigrato in America,
goffo e grottesco, che – contrariamente al suo inventore – soccombe alla
condizione di emarginazione linguistica e sociale, dopo aver tentato, in ogni
modo, l’adattamento a una nuova civiltà, in cui tutto pare ribellarglisi
contro. Nabokov tratteggia questo personaggio in maniera buffa, ironica, ma non
senza tradire un affetto che scaturisce, probabilmente, dalla condivisione di
certe esperienze e stati d’animo. Ma la vera nostalgia, per lo scrittore, quella
che, nonostante l’appagamento raggiunto in terra americana, fa di lui un esule
come qualsiasi altro, è quella verso la lingua materna; il che pare inverosimile
se consideriamo l’inglese trascendentale cui si è consacrato con deliziosa
acribia. Eppure, leggendo la citata intervista del 1962 alla BBC, scopriamo che
la perdita della lingua russa travolge e turba Vladimir più di quanto il suo
dichiarato trilinguismo riesca a dissimulare.
> “La mia tragedia privata, – afferma lo scrittore rispondendo a una domanda dei
> giornalisti britannici – che non può e non deve riguardare nessun altro, è che
> ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale, il mio idioma naturale, la mia
> ricca, infinitamente ricca e docile lingua russa, per una marca di inglese di
> seconda qualità”.
Ecco, dunque, la confessione dell’inconfessabile, il dramma intimo e occulto di
uno scrittore ubiquitariamente venerato che è stato capace di appropriarsi di un
idioma adottivo nel più sofisticato dei modi, che ha affrontato l’esilio con la
mannaia dell’estetismo, ma che non è riuscito a evitare la lacerazione
conseguente alla perdita di una prerogativa essenziale della sua identità. Una
perdita che sanguina proprio nel perfezionismo parossistico, al di sotto del
quale brucia la percezione dell’irrecuperabile naturalezza consustanziale
soltanto alla lingua materna, un suggello ineliminabile, un patrimonio che
precede la nostra stessa nascita e non smette di perseguitarci oltre ogni
geografia immaginabile. Non è un caso che lo scrittore, dopo averli scritti in
inglese, traduca in russo certi suoi lavori (e viceversa), in un andirivieni
linguistico che sempre oscillerà fra caparbietà e smarrimento.
Nel 1961, Nabokov e la moglie Véra Slonim si trasferiscono a Montreux, cittadina
svizzera di lingua francese, pensando di trascorrervi alcuni mesi. Vi
resteranno, invece, sino alla morte dello scrittore, nel 1977, esiliati, questa
volta, fra il gioco degli scacchi e i lepidotteri, in una suite del Fairmont Le
Montreux Palace, da cui lo sguardo precipita in un lago che, fra sbocchi di luce
e increspature, invera la più gloriosa delle solitudini.
*
Parzialmente antitetico rispetto a quello di Nabokov è l’esilio
di Ágota Kristóf, emigrata nella Svizzera romanda per fuggire all’invasione
dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa, insieme al marito e alla figlioletta
di quattro mesi.
Al suo arrivo a Neuchâtel, cittadina abbarbicata attorno a un castello di
ascendenza medievale, da cui lo sguardo spicca, questa volta, verso un lago
turchese con ambizioni marine, Kristóf comincia a lavorare in una fabbrica di
orologi. I risvegli hanno il buio delle albe invernali, i turni sono estenuanti
e la scrittrice, che ancora scrittrice non è, ha una neonata da accudire ogni
sera. Ma, durante il lavoro, al ritmo cadenzato delle macchine – il solo stimolo
che mantiene desta la mente, altrimenti destinata al torpore della penuria di
pensieri – Ágota scandisce i suoi primi versi in ungherese. Riappropriarsi della
propria lingua, facendolo per giunta attraverso la poesia, è gesto di
sopravvivenza, significa rincasare dando vita a un immaginario che scaturisce
nelle retrovie dell’inconscio.
Ágota Kristóf (1935-2011)
L’appartamento dove Ágota vive con la famiglia è di certo più confortevole della
sua casa natale in Ungheria, nel fangoso paesino di Csikvand, un grumo di
abituri privi di acqua ed elettricità, attraversato da una sola strada e
attorniato da seminagioni di grano e mais. Eppure, l’acqua corrente, una stanza
in più, del carbone per scaldarsi e cibo a sufficienza non scagionano la cupezza
di giornate che, immediatamente, sentenziano la condanna dell’esule alla
solitudine, nella dilagante desolazione sociale e culturale della cittadina
svizzera. Ágota, peraltro, non può appagare il proprio ossessivo desiderio di
lettura, poiché ignora il francese, e rarissimi sono i libri che riesce a
procurarsi nella sua lingua materna.
Ma ascoltiamo le sue parole, tratte dall’accorata confessione che ci ha
consegnato nel breve scritto L’analfabeta (i cui passi di seguito ricalcati sono
stati tradotti dalla scrivente):
> “In principio, esisteva una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i
> colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano questa lingua. Non
> potevo immaginare che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano
> potesse pronunciare una parola che io non sapessi comprendere. […] È così che
> all’età di ventun’anni, al mio arrivo in Svizzera, e del tutto casualmente in
> una città dove si parla il francese, affronto una lingua a me completamente
> sconosciuta. È qui che ha inizio la mia lotta per conquistare questa lingua,
> una lotta lunga e accanita che durerà per il resto dei miei giorni. Parlo il
> francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di vent’anni, ma ancora non lo
> conosco. Non sono in grado di parlare senza errori, e posso scrivere soltanto
> con l’aiuto di dizionari che consulto frequentemente. È questa la ragione per
> la quale definisco il francese una lingua nemica. Ma vi è un’ulteriore
> ragione, ed è la più grave: questa lingia sta ammazzando la mia lingua
> materna”[6].
Ágota prende l’autobus ogni mattina, incontra sempre lo stesso controllore, la
sua corpulenza è rassicurante, premurosa; eppure, si sente smarrita, tenta di
rendersi invisibile agli altri passeggeri, poiché il dialogo, in quella
cittadina quieta e terracquea, è pur sempre asperità, vetta inattingibile, e le
parole, talismano e infatuazione di un passato dissolto, sono ora una muraglia,
il pungolo di un sentimento di inadeguatezza che la tormenta. Non sono i russi a
spaventare la giovane Ágota, non teme il loro approdo in Svizzera, e non li
avrebbe temuti nemmeno se fosse rimasta in Ungheria (la scrittrice, infatti, non
perdonerà mai il primo marito di averle “imposto” la fuga). Il nemico, per
Kristóf, non ha un corpo, né una carne che può ferire, il nemico è,
paradossalmente, quella sicurezza anelata durante la fuga dall’Ungheria e
divenuta, in breve tempo, fio, apatia, ripetitività, solitudine, inettitudine
all’espressione di sé, ma soprattutto “impossibilità di tornare. Non solo in un
luogo, ma anche in una lingua, in un tempo, in una se stessa che non c’è
più”[7].
Ágota Kristóf, in definitiva, lincia l’esilio, lo bolla come una “malattia
incurabile”. Vive la perdita della lingua materna come un’amputazione che non
può essere risolta ricorrendo a una protesi, l’altra lingua, “la lingua
nemica”. Eppure, la mutilazione svolta in breve tempo in paradosso: con
implacabile tenacia, Ágota diventa scrittrice proprio quando comincia a scrivere
in francese, raggiunge il successo, ed è persino tradotta in altre lingue.
Tuttavia, a differenza di Nabokov, l’autrice ungherese non cerca rifugio
nell’estetismo parossistico, come dimostrazione della propria adeguatezza, non
tende a un perfezionismo che sa, in fondo, esserle precluso; Kristóf fa tana in
una lingua per lei nuova, e lo fa disseccandola, spingendola verso una
semplificazione radicale, epurandola, insomma, da ogni orpello che le
rammenterebbe lo scarto ineliminabile fra l’idioma appreso, seppur in maniera
ragguardevole, e l’idioma naturale che integra, ancor prima della nascita,
l’identità.
Lo strazio dell’esilio traluce, seppur in guisa allegorica, anche dalla sua
opera più celebre, Trilogia della città di K. Nel primo dei tre romanzi (Il
grande quaderno), la prosa di Kristóf – la cui andatura è stata paragonata da
Manganelli a una “marionetta omicida” – riflette la crudeltà che i due gemelli
protagonisti si auto-infliggono, in un esercizio del martirio come strategia di
sopravvivenza alla guerra, all’abbandono materno, alla miseria, alla solitudine,
alla morte, e agli abusi di una nonna-strega che pare sgusciata fuori da una
favola dei fratelli Grimm.
Qui, in questo primo volume della trilogia, già stride la ferita della
frontiera, balena l’idea di fuga per sottrarsi alla sopraffazione dell’esercito
straniero che occupa la città di K; quella ferita e quella fuga che Ágota ha
vissuto e che travasa letterariamente in luoghi indefiniti, innominati, da una
parte e dall’altra del confine; luoghi che sono, in realtà, emblema di una
scissione cui, nella storia, Claus e Lucas, i gemelli, tentano di rimediare
rendendosi inseparabili in un Noi che è anche la voce narrante del romanzo. Ma
la separazione, prima o dopo, accade, e nel secondo capitolo della trilogia (La
prova), la dualità infranta si traduce in una lancinante frattura identitaria
dei singoli, che – ne siamo convinti – è iconografia, ancora una volta, del
percorso esistenziale di Kristóf.
Nell’ultimo episodio della trilogia (La terza menzogna), la scrittrice spariglia
le carte, lasciando emergere addirittura il dubbio sull’esistenza dei due
gemelli; forse uno soltanto è il giovane adulto sopravvissuto a un’infanzia e a
una adolescenza dilaniate dalla ferocia della vita. Forse tutto è menzogna,
allucinazione; in ogni caso, la verità, nelle parole scabre e staffilanti di
Kristóf, si frantuma, alla stessa stregua della dualità gemellare, plausibile
simbolo di ogni identità in perenne smarrimento e ricostruzione, come quella
della stessa autrice.
Dopo tutto, la scelta, stoica e gloriosa, di scrivere nella “lingua nemica” non
ha risparmiato ad Ágota lo strazio della perdita di sé; una perdita così
destabilizzante che, verso la fine della vita, nel romanzo breve Ieri, giungerà
alla blasfemia del proprio Io, scrivendo “Non scrivo più”. Perché la scrittura,
che, per molto tempo, le era parsa il solo luogo d’accoglienza contro lo
spaesamento, le discriminazioni e l’indifferenza di una società “cimiteriale”,
in altre parole, la sola patria possibile, si rivela, in fin dei conti, una
crudele trafittura, l’ossessione che non cessa di alimentare il senso di
abbandono, nutrendo profonde e irrimediabili ulcerazioni.
Scrivere, oserà dire Kristòf, è come suicidarsi.
Ma non si darà la morte, lo sappiamo. Soccomberà, nel 2011, a una lunga
malattia, nella sua casa di Neuchâtel, attorniata dalle placide e ambiziose
acque di un lago che mai ha sentito suo.
*
Rainer Maria Rilke è un viandante, un pellegrino, come il monaco del
lucente Libro d’ore, opera mistica che segna la sua prima fase di maturità
poetica. Trascorre la vita in viaggio, con la frenesia di vivere ogni cosa,
possedendola nella sua oscura e più autentica essenza, in ogni sua appendice,
nell’estasi e nella disperazione.
Dopo aver lasciato la nativa Praga, il poeta, che ancora non sa d’esser tale, si
dedica allo studio delle materie più disparate, dalla Giurisprudenza alla
Filosofia, fino alla Storia dell’Arte; nel frattempo, attraversa un’Europa in
procinto di deflagrare nel primo conflitto mondiale, errando fra la Germania –
dove vive un primo breve periodo di convivenza con la consorte, la scultrice
Clara Westhoff, e la figlioletta Ruth, entrambe poi sacrificate sull’altare
dell’opera – la Francia e l’Italia.
Insieme a Lou Andreas von Salomé, donna ineffabile e apicale che egli amerà
senza tregua, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Rainer si
spinge a esplorare più volte la Russia, terra nutrice di spiriti millenari che
gli si manifesta subito come un destino, come la sola patria possibile, anche
se, in realtà, non lo diverrà mai. È la stessa Lou, nel suo amorevole ricordo
del poeta, a declinare le ragioni di questo sentimento di appartenenza alla
terra moscovita.
> “A determinare questo sentimento contribuisce un elemento concreto:
> l’estensione su due continenti del territorio russo, la quale toglie al
> concetto di patria quella limitatezza che trova il proprio presupposto nella
> separazione di un paese da un altro. Qui non si ha mai per così dire
> l’impressione di essere lontani dalla patria, e neppure dalla società umana,
> come se questa fosse già garanzia di una stretta parentela di sangue.”[8]
Attraverso l’esperienza in quell’avamposto estremo, dove il raccoglimento è il
companatico di giorni nevosi e di notti scandite dalle campane del Cremlino,
Rilke avverte l’identità perfetta fra preghiera e poesia, un apprendistato che
confluirà nel già menzionato Libro d’ore, e che sarà il primo passo verso
l’approdo a una patria ultraterrena in terra, id est l’opera poetica. Ma occorre
tempo prima che Rilke varchi quella soglia. Occorre una moltitudine d’altri
esili, non tutti enumerabili in questa sede.
Tornato dai viaggi moscoviti, nel 1902, Rainer si stabilisce, per circa un anno,
a Parigi. Ma la ville française si tramuta in un esilio insopportabile,
annichilente: meglio l’erranza senza sosta del fragore e dell’esagitazione
parigina. In effetti, è proprio nella città francese, crocevia internazionale
letterario, che Rilke, dopo un primo acuirsi dello sguardo creativo, grazie alla
molteplicità di esperienze vissute, comincia ad avvertire lo sfinimento di sé,
quell’angosciosa sensazione di dissanguamento, apatia ed estenuazione che lo
accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
Eppure a Parigi, nonostante tutto, egli torna ricorsivamente, dopo numerosi,
rinnovati soggiorni in Italia, in Germania e dopo aver abitato, per qualche
tempo, persino in Scandinavia; ed è sempre nella ville française che il poeta
torna per lavorare accanto all’infaticabile Rodin, di cui sfiora l’opera
numinosa in una quotidianità che si fa presto burrasca, separando i loro cammini
(per poi, più tardi, riunirli); ed è ancora a Parigi che Rainer s’imbatte
nell’impetuoso genio di Cézanne, il quale – come afferma il poeta – lavora senza
gioia, in un perpetuo fluire di furore.
Il poeta cammina sul piccolo sentiero che costeggia Muzot, la reggia delle
Elegie
Da entrambi gli artisti, in ogni caso, Rilke apprende un ascetismo
rigorosissimo, e una solitudine che non è soltanto creativa, ma
ontologica. Negli anni parigini, il poeta assimila, da un lato, il vivificante
slancio verso il lavoro, ma, dall’altro, avverte, impellente, il desiderio di
alienazione da una mondanità che alimenta ed esacerba la solitudine urbana, che
è un tipo di solitudine infetta, del tutto inadatta alla creazione; la stessa
solitudine vissuta dal protagonista del suo unico romanzo (I quaderni di Malte
Laurids Brigge), poeta danese che sperimenta l’esilio in una Parigi spietata e
alienante, in cui si soffre e si muore, e in cui egli, arreso al giogo della
poesia, tenta in ogni modo di allenare lo sguardo all’Invisibile.
Nel 1911, dopo essere stato in Egitto, in Algeria e in Tunisia, Rilke torna in
Italia, questa volta a Duino, accettando l’invito della principessa Marie von
Thurn und Taxis a soggiornare nel suo castello incastonato su di una rupe
bianca. Qui il poeta si esilia fra la sua stanza e il sentiero di frutici che
costeggia le numerose falesie calcaree a precipizio sull’Adriatico; e sempre
qui, come sappiamo, scriverà il dirompente principio delle Elegie Duinesi, opera
che, più tardi, lo consacrerà nell’empireo dei poeti di lingua tedesca.
Ma è in un castello ancora più appartato, spartano (quello di Muzot), e in un
esilio ancora più claustrale – quello finale – che Rilke, dopo altre
peregrinazioni, giungerà a infrangere la maledizione della caducità, portando a
compimento le Elegie e contestualmente scrivendo, in un deliquio di qualche
settimana, I sonetti a Orfeo. Qui, in Svizzera, per qualche anno, poco prima di
morire, tradurrà Paul Valéry in tedesco e scriverà anche alcuni cicli di poesie
in un francese di raro nitore (ricordiamo, in particolare, le
raccolte Vergers e Quatrains Valeisans).
In ogni caso, quel tonfo finale in una poesia capace di sconfiggere persino la
morte pone fine all’erranza di Rilke, non soltanto perché il 29 dicembre 1926
morirà in una clinica nei pressi di Montreux per una leucemia fulminante, ma
perché egli avrà trovato finalmente tutto il mondo in sé, realizzando così
l’opera alla quale ha sacrificato la vita.
Rilke è stato un esule impenitente, perenne, forse fra i più radicali. È stato
esule in ogni terra che ha abitato, e lo è stato persino nell’amore, fra le
innumerevoli peregrinazioni sentimentali sempre interrotte per consacrarsi alla
poesia. Nessun luogo è stato patria, nessun amore, neppure quello per l’eterna
Lou, neppure quello per la figlia Ruth. Rilke non ha abitato nessuna dimora,
nessun castello, ne è stato semmai accolto. Rilke, coerentemente con una vita
all’insegna di un generalizzato e incessante parossismo, è riuscito a esiliarsi
persino da se stesso. Ma in ogni cosa e in ogni luogo del mondo egli ha trovato
quello che sempre è andato cercando: la poesia.
Anni prima, scrivendo il Libro d’ore, lo diceva così:
“Vivo la mia vita in cerchi che si allargano,
che passano sopra le cose.
L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento,
ma voglio protendermi, tentare.
Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio,
le giro attorno da migliaia d’anni:
e ancora non so: sono un falco, o una tempesta,
o un canto, forse – e grande”[9].
*
Abbiamo ricordato Rilke per ultimo, poiché, forse, a differenza degli altri, ha
incarnato con lucidità l’esilio, vivendolo non già come perdita, ma come
condizione stessa della letteratura, la quale si muove, per sua stessa essenza,
in una zona friabile, un luogo di non appartenenza. Lo scrittore, nel gesto
creativo, esilia sempre se stesso, in qualunque lingua decida di scrivere.
E la patria d’origine, come sabbia, scivola via, è uno spettro sfocato, che si
illumina forse soltanto nel ricordo. Ma l’appartenenza, per uno scrittore, che
si tratti di una lingua, di un lago, o di un luogo, è un’illusione. La parola è
il cristallo in cui si specchia ogni identità, poiché entrambe mutano insieme
davanti a ogni nuova pagina bianca.
In fin dei conti, la patria di uno scrittore è sempre e soltanto quella pagina
bianca.
Maura Baldini
*In copertina: Lycaeides melissa samuelis abbozzata da Vladimir Nabokov
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[1] L’intervista è reperibile nel volumetto intitolato La lingua materna – La
condizione umana e il pensiero plurale, a cura di Alessandro Dal Lago, Hannah
Arendt, Mimesis, Piccola Biblioteca (2019).
[2] W.G. Sebald, Tessiture di sogno, Adelphi, 2022.
[3] Nabokov conosceva, sin da bambino, oltre al russo, l’inglese e il francese.
[4] “Il viso del mio sublime vicino possedeva qualcosa che l’occhio
avrebbe potuto gradire, se fosse stato soltanto leonino o soltanto irochese; ma,
per sfortuna, la combinazione delle due cose ricordava semplicemente la faccia
di un grasso beone hogarthiano di sesso indefinito. Il corpo deforme, quel
ciuffo grigio e folto di capelli, le unghie gialle, le dita massicce e tozze, le
borse sotto gli occhi velati erano intelligibili solo considerandoli come i
materiali di scarto eliminati dal suo io intrinseco, ad opera di quelle medesime
tensioni perfezionistiche che purificavano e cesellavano i suoi versi. Egli era
l’obliterazione di se stesso”. Vladimir Nabokov, Fuoco Pallido, a cura di Anna
Raffetto, traduzioni di Franca Pece e Anna Raffetto, Adelphi, 2002.
[5] L’intervista è inclusa nel volume Intransigenze, Vladimir
Nabokov, Biblioteca Adelphi, Vol. 294, 2015.
[6] La versione in ligua francese è tratta da L’analphabète – Récit
autobiographique, Àgota Kristòf, Éditions Zoè, 2021, Genève.
[7] Da L’analphabète – Récit autobiographique, Ágota Kristóf, Éditions Zoè,
2021, Genève.
[8] Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke – Un incontro, a cura di Amelia
Valtolina, Edizioni SE, 2012, traduzione di Chiara Allegra.
[9] Rainer Maria Rilke, Libro d’ore, a cura di e tradotto da Lorenzo Gobbi,
Servitium, 2008.
L'articolo “Abbandonare la mia lingua”. Nabokov, Kristóf, Rilke: scritture
dall’esilio proviene da Pangea.
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Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la
parola macedonia rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria,
la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico
gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o rosaggio: autobiografia che
colonizza il saggio stesso”.
Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi
assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno
farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico. Voglio dire: se l’IA
scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce
l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani… Solo vorrei
sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà
fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è
rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che
piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero
leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer
di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?
Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo
molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi
tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa
fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria
floreale, dopodiché a voler essere maliziosi: gli Agnelli-Elkann con
“Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di
Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che
per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano
essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i
non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza
notizie o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver
letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.
Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura:
puntare sulla scrittura-scrittura, sull’autonomia critica della parola con
ciascuno la sua, non sul solito copia&incolla da altri, dopodiché e l’uno e
l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da
salvare.
Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi
oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si
potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso
vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure
il cervello.
La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e
questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì,
ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e
grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne
saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque
abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per
poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?
Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in Principessa
Casamassima racconta le dinamiche di una bolla social:
> “l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di
> trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”
E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per
pagarsi l’affitto?
> “Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma
> non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova
> dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o
> denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”
Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè
contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché
allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati
dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione
altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono
nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello
civile, militare, eccetera.
Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario,
aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio
ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus in cerca di un Hitler di inizio
ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina
due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di
posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un
benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo
prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la
Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a
diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo
a momenti veniva a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un
artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un
putsch a Monaco.
Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare
della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È
severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto
all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come
l’utilizzo di mezzi automatizzati di data scraping”, ovvero sarebbe ora
intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o
quantomeno leggersi Principessa Casamassima per tutelare il diritto proprio e di
tutti all’intelligenza non esternalizzata.
Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di
rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi
costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è
il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la
resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere
condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.
antonio coda
*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D’Arcis
(National Portrait Gallery)
L'articolo Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri
dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il
diritto alla propria intelligenza) proviene da Pangea.
Ho sempre pensato che scrivere non possa essere una confessione. In primo luogo
perché chi si confessa è figlio della colpa; in secondo luogo perché la colpa è
sempre duplice. La verità è che l’atto stesso della scrittura è il tuo
confrontarti con l’altro, e non un soggetto generico esterno alla propria
identità, ma proprio te stesso – sebbene in un forma traslata. E forse, ma solo
in seconda battuta e ben lungi, con qualcuno che hai incontrato, forse
distrattamente, forse in una fenditura kairologica di possanza di significato
che ti ha portato, per una singola volta, fuori da te stesso. Perché se stessi è
una prigione, e lo sanno bene in primo luogo i soddisfatti, coloro che forse non
pigolano lamentele, ma che si credono al di sopra perfino della possibilità
stessa di sospendere il giudizio sulla supremazia del proprio Ego.
Scrivere è una necessità? Può esserlo, questo sì, ma a patto che sia la più
veridica delle menzogne. Perché al di fuori della confessione, che è la più
falsa delle verità, v’è solo questo.
Diceva Deleuze, parafrasandolo, che si scrive per chi non può farlo. Questo può
sembrare drastico, ma nasconde una verità insolita: scrivere è dare voce a ciò
(o a chi) non ne ha; varcare il confine di ciò che accade senza essere
registrato o concepito, nella forma lassa e opaca del neutro corso delle vite.
Si può scrivere con compassata acribia, perfino con deliberato calcolo, o, per
contro, sbandando come una macchina lanciata a tavoletta su uno strato di
ghiaccio ma senza incidenti (cioè col solo incidente, metaforico, di uscire dal
solco del calcolo stesso), ma non è questo ad avere vero rilievo, quanto
piuttosto che essere per la scrittura fa di te una creatura fragile (che offre
il fianco nudo alla vita) e che sente l’impellenza di essere fragili al di là
della colpa. Non costruendo un altare su cui sacrificare ogni certezza, ma
ricavando le poche certezze degne dalla consapevolezza che narrare non è un
novero, non è un’invocazione, un’evocazione, o una seduta spiritica, ma tutto
questo insieme senza il beneficio di una tregua di compiutezza. Volete
confessionali? Privati o pubblici è lo stesso: ne abbondano le chiese d’ogni
tipo e i programmi verità o gli articoli dei benpensanti mascherati da
spadaccini della morale. In realtà si assiste, proprio in questa fiera del vacuo
camuffato da rivendicazione, alla vera eclissi della morale. Una delle prime
regole dello scrivere che ho imparato, ammesso che ve ne siano, ma ipotizziamo
se ne possano fare di proprie, è quella di non avere foga di descrivere tutto,
di squadernare ogni intenzione dietro un personaggio, un dialogo, dei luoghi
fisici, capire che in questo caso la struttura perfetta è quella che si erge
sfidando la gravità seppure ferita per sottrazione.
Ho idea che l’impellenza di cui parlavo sia una giustificazione ancora acerba o
capziosamente concessoria, in realtà si dovrebbe partire da un assunto più
radicale ancora: scrivere non è metodo, e i pochi che riescono ad averne, siano
in gloria, svettano perché fanno del metodo una forma di autotortura. Scrivere
può essere certamente in tangenza con un aspetto ludico, e questo, se ben fatto,
è grande; ma non c’è niente che impedisca di costruire drammi dove il ridicolo o
il grottesco stemperano la saccenza del dramma: in questo Gogol’ o Kafka erano
maestri, così come Čechov o Nabokov e molti altri che citare sarebbe pedissequo.
Torno però al punto nodale espresso in avvio: confessare presuppone che si sia
nascosto qualcosa nell’atto di rivelarlo, e questo non è necessariamente un
male, o un peccato come penserebbero i beghini della cultura, ma è semplicemente
mediocre, anzi autoconcessivo ad un grado che sfiora il compiacimento pretesco.
A ben vedere, non aleggia il dubbio iperbolico di Cartesio sull’atto di essere
scrittori, e io dirò con forza non che sono in quanto scrivo, ma che scrivo per
essere: come un fantasma o un’ombra che scivolano sui muri e per incanto
divengono di carne e sangue. Un buon motto sarebbe piuttosto: io scrivo perché
il mondo accada, il che è oggettivamente un paradosso, ma non si può dirlo
altrimenti. Si può odiare o amare il mondo, ma l’arte di non farne una colpa è
l’arte più sana che si possa instillare nella scrittura. E anche quando si parla
di colpa si deve bilanciarla con un po’ di verità che, credetemi, è così spesso
esule da essa.
Personalmente continuerò a scrivere nel solo modo che mi sembra onesto, cioè
dando voce all’invisibile, e non perché non sia concreto, ma perché è la sola
sfumatura di dignità, in un mondo che vuole mostrare tutto a ogni costo.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di William Blake
L'articolo Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere proviene da
Pangea.
C’è un racconto di Roald Dahl – Lo Scrittore Automatico, contenuto in Il libraio
che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda Editore, traduzione di Massimo Bocchiola) –
in cui un aspirante scrittore inventa una macchina che scrive racconti e romanzi
in modo automatico. Deluso dai continui rifiuti degli editori, il protagonista
decide di vendicarsi proponendo a tutti gli scrittori del mondo di smettere di
scrivere prestando il loro nome alla sua macchina, che dunque scriverà al posto
loro. I primi due autori a cui si rivolge, nei quali non è difficile riconoscere
Hemingway e Faulkner, rifiutano l’offerta, ma poi qualcuno accetta e pian piano
lo fanno tutti, perché economicamente è conveniente e anche il risultato finale
è migliore, al punto che lo stesso autore del racconto – Roald Dahl – scrive:
> “In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei
> miei nove figli nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più
> vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all’altra estremità della
> scrivania…”
Giorgio Manganelli diede una volta una definizione perfetta di Roald Dahl: per
lui Dahl era un malvagio. La malefica idea di un mondo letterario che rinuncia
alla sacralità dell’espressione artistica affidando la scrittura a una macchina
non poteva che uscire dalla sua penna. E oggi il racconto è ancora più attuale,
in tempi di intelligenza artificiale e di editing tirannici. Naturalmente è
anche un’idea di difficile o impossibile realizzazione, visto che ogni autentico
scrittore ha o dovrebbe avere un proprio stile e dunque la macchina immaginata
da Dahl dovrebbe non soltanto scrivere racconti e romanzi da sé ma anche saper
pasticciare o imitare gli scrittori ai quali intende sostituirsi. Cosa che
tuttavia l’intelligenza artificiale sembra essere capace di fare; se chiediamo a
ChatGPT di scrivere un paragrafo alla maniera di Hemingway o di Faulkner nel
giro di un battito di ciglia ce ne propone uno. Poco importa se da un punto di
vista letterario il risultato è indigesto: l’AI spaccia dei pessimi falsi con
grande sicurezza di sé. Forse la tracotanza fa parte del suo fascino.
Ma non voglio scrivere di intelligenza artificiale; non sono abbastanza
preparato al riguardo, né intendo prepararmi. Passo quindi a un altro spunto che
in qualche modo indirizzerà questo mio articolo vagabondo. È tratto da un
romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi, 2011), nella traduzione di Silvia
Pareschi, la quale ha per inciso dedicato un intero capitolo di un suo libro
(Fra le righe, Laterza, 2024) proprio all’intelligenza artificiale.
La situazione è questa: Joey tira fuori un romanzo di Ian McEwan, Espiazione, e
tenta di leggere, di “interessarsi alle descrizioni di stanze e giardini”,
scrive Franzen e traduce Pareschi, però non ci riesce e pensa a un sms che gli
hanno appena spedito. Si tratta di una piccola e divertente chiosa letteraria.
Qualche anno dopo, interrogato al riguardo, Franzen rivelerà di essersi voluto
vendicare di McEwan, il quale aveva detto che dopo la morte di John Updike
Philip Roth era l’ultimo grande scrittore americano rimasto, ignorando
completamente la generazione di Franzen.
Bene, credo che pensare a un personaggio di Franzen che ha difficoltà a leggere
un romanzo di McEwan ci dia una buona indicazione di dove si stia indirizzando
la letteratura contemporanea. Ciò ha a che fare anche con la deriva
dell’intelligenza artificiale e – temo – persino con gli editor.
L’editoria odierna esige quasi sempre la massima leggibilità. Il pubblico deve
essere padrone dei libri che legge, e poco importa se per ottenere tale
risultato bisogna appiattire alcuni stili considerati “difficili” – è il caso
del McEwan di Espiazione? – o magari passare la riscrittura delle opere
attraverso una sorta di collettivismo editoriale che ha ben poco a vedere con
l’espressione artistica e fin troppo con il mercato. Il lettore non deve
faticare. Lo stile di chi scrive è quasi sempre un impaccio; deve essere
invisibile o assente, altrimenti i personaggi di Franzen (che poi siamo noi
stessi) pensano agli sms che hanno appena ricevuto e non a ciò che stanno
leggendo. Lo scrittore contemporaneo deve innanzitutto saper intrattenere il
lettore, servirlo, forse addirittura mettersi ai suoi piedi.
In un articolo del 1999 (ripreso in Meglio star zitti?, Mondadori, 2019)
Giovanni Raboni riportava queste parole di Elena De Angeli, una consulente
editoriale: “Se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo
Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo.” Questo quasi
trent’anni fa, e secondo Raboni l’unico rimedio era la creazione di un’editoria
pubblica, finanziata dallo Stato. Un’operazione possibile? Auspicabile? O
sarebbe una rovina? Possibile che la grande letteratura – o comunque un certo
tipo di grande letteratura – non possa ormai che rivolgersi a un’editoria a
perdere?
Il lettore non deve faticare, dicevo poc’anzi. Molti editor appiattiscono stili
e rovinano opere con la stupida pretesa della leggibilità, sebbene i libri sui
quali tanto si accaniscono continuino spesso a non vendersi, il che sarebbe
divertente se non fosse purtroppo triste. D’altronde l’editoria (ma anche molti
autori!) oggi non esiterebbe a ricorrere alla macchina immaginata da Roald Dahl
pur di procacciarsi qualche lettore in più.
Venderemo dunque l’anima al Diavolo? Il Mercato riscriverà i nostri libri e si
inchinerà al sacro Dio della scorrevolezza? In una lettera a John Hamilton
Reynolds del 1818, tre anni prima di morire, Keats scriveva che non poteva fare
a meno di considerare il pubblico un “Nemico” – le maiuscole sono sue –, di
rivolgersi a lui con “Ostilità”. Forse dovremmo riflettere su queste parole.
Ma non ne verremo mai a capo. La prima regola di scrittura di Jonathan Franzen
fa invece così: “The reader is a friend, not an adversary, not a spectator.” Il
lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore. Chissà cosa ne
direbbe Keats. Chissà cosa ne penserebbe Gadda. Quanto a me, da lettore,
preferisco i difetti di una scrittura reale alla mancata perfezione di una
scrittura artificiosa.
Edoardo Pisani
L'articolo La letteratura ai tempi dei robot. Su libri, intelligenze artificiali
e editor proviene da Pangea.
Ricorsivamente ci poniamo le solite domande. Come si diventa scrittori? C’è una
formula segreta? C’è una chiave che bisogna portarsi appresso? Si deve conoscere
qualcuno che conta?
Ecco le domande che spesso sento fare a qualche aitante e giovane erudito.
Mentre da parte mia, a questo punto della storia, la domanda è piuttosto
un’altra: perché sto passando la mia vita a scrivere? Ma questa è un’altra
storia.
*
Editoria in crisi, proposte in rialzo
Le vendite dei libri sono in calo; il numero degli scrittori aumenta. È
difficile spiegare come possa reggersi in piedi un sistema del genere. Il
settore editoriale è forse l’unico in cui mentre la barca affonda tutti vogliono
salirci sopra.
La categoria che prendo in esame è nell’accezione più larga possibile. Quindi
per scrittori intendo scriventi, poeti, poetastri, narratori, prosivendoli,
saggisti, ghost writer, ecc. Questo perché tanto, nella migliore delle ipotesi,
il 99% di noi scomparirà dall’orizzonte letterario nazionale nel giro di qualche
decennio dalla propria dipartita da questa terra. Alcuni resteranno per aver
invaso le pagine dei giornali dei loro tempi, altri perché saranno precipitati
nei manuali scolastici e altri perché qualche erede compiacente (che avrà gusto
o necessità di ricevere ancora i diritti sulle opere) si darà un sacco da fare
per mantenere viva l’attenzione sullo scalpo del proprio familiare – ed è una
delle cose migliori che possano capitare a un autore. Ma forse questo è una
maniera arcaica di vedere la cosa.
*
Social e AI
Potrebbe essere che qualcuno resterà sui social, con la sua pagina che sarà
riempita di contenuti pure dopo la sua morte, dalla moglie che conosceva la
password, da un amico, da una figlia, da un parente, da un’associazione di fans
sfegatati. Resteranno solo tre frasi espunte da un romanzo e per quelle tre
frasi resterà il nome dello sventurato. Una vita passata a scrivere centinaia di
pagine, quando bastava aver scritto tre trite frasi a effetto et voilà, era
bell’e fatto!
Oppure, qualcuno scopre online dei testi di un bravo scrittore, non assurto alla
fama modesta del mondo letterario, indica una traccia romanzesca e inserisce in
un programma di AI generativa grandi brani di quello scrittore, creando una
nuova opera.
Insomma, chissà come andrà a finire? E solitamente è proprio questo che
interessa tutti: come andrà a finire. Ma per sapere come andrà a finire, c’è da
vedere prima come si può cominciare, cioè qualche maniera di diventare
scrittori. Ecco allora sette modi per pubblicare, in cui qualcuno di voi
potrebbe riconoscersi. Con sorpresa finale (non andate a leggere subito la
fine).
*
Censo Sei ricco, hai beni e risorse da spendere: puoi ottenere, più o meno, ciò
che desideri. Quindi anche una pubblicazione presso un editore, più o meno noto.
Se poi il tuo testo non ha qualcosa di buono da utilizzare per un libro, pace.
Resta il fatto che se le doti letterarie non bastano, con i soldi potrai pagare
un ghost writer e il gioco è fatto.
Amicizia Se conosci l’editor di un grande editore e ce l’hai in pugno sei a buon
punto. Sei proprio amico, puoi chiedergli di pubblicare il tuo libro. Questa
modalità resta la più sanguigna e improbabile perché – sia detto senza remore –
gli editor non hanno amici, non tengono famiglia e sono tutelati nella privacy
più delle spie di Sua Maestà britannica… Meglio conoscere il proprietario della
casa editrice. A lui oggi raramente dicono di no (ti accontenterai di un “fuori
collana”).
Sesso Sei giovane. Uomo o donna non fa differenza. Sei giovane e vuoi diventare
scritt*. Qua conta un po’ la bellezza, ma soprattutto le armi classiche della
seduzione, che sono sempre un incrocio tra santità e puttanaio. Aprire le porte
dell’editoria col sesso è un modo banale di entrarci.
Tenacia Puoi occupare l’atrio della casa editrice. Piazzarti per giorni,
settimane, mesi accampato là dentro, con sottobraccio i fogli del tuo romanzo
che tu ritieni indispensabile all’umanità. Soprattutto deve essere questo il tuo
convincimento, non di meno: un libro indispensabile. Forse, stremato dalla tua
costanza, ci sarà qualche impiegato che trova la maniera di portarti di fronte
al giudice supremo della casa editrice.
Fortuna Ci sono vari livelli di fortuna. C’è chi vince un concorso solo perché,
un po’ come l’allineamento positivo dei pianeti in astrologia, la giuria ha
letto quel testo in un momento favorevole per ciascun giurato. Della serie:
questo testo non è un capolavoro, ma è quello che mi ha meno disturbato, o più
divertito, o meno addormentato, o più interrogato, o… ad libitum. C’è chi ha
inviato un dattiloscritto per posta e ora quel testo staziona da mesi in una
busta sotto una pila di altre buste, accanto a pile di altre buste, sulle
scrivanie addossate al muro di un ufficio editoriale. L’editore incontra il suo
consigliere alla pubblicazione, alza una pila, toglie delle buste e ne prende
una a caso, la tua. Ecco, al lettore il testo piace. Si va in stampa.
Bravura Sei bravo. Lo sai. Te lo hanno detto scrittori affermati e agenti
letterari svogliati. Prendi il libro e lo porti alla casa editrice della tua
città che lo pubblica. L’editore è piccolo, il mondo editoriale non si accorge
di nulla. Sei bravo. Te l’hanno detto. Pubblichi, non si sa come, con un editore
importante, il libro non è spinto sulla stampa, il mondo editoriale non si
accorge di nulla. Sei bravo. Pubblichi con un editore conosciuto che segue il
libro e lo pubblicizza. Vendi poco più di mille copie, il mondo editoriale non
si accorge di nulla.
Circostanze Un agente letterario accetta di curare i tuoi interessi editoriali.
Proponi due libri. Il primo non se lo fila nessuno e tu ritenevi fosse il
migliore. Quello che invece avevi scritto controvoglia viene pubblicato perché –
dice l’agente – era proprio l’argomento che l’editore stava cercando…
*
Post Scriptum
Questi modi di pubblicare corrispondono a storie vere di alcuni scrittori in
carne e ossa, di cui qui non menzionerò nemmeno il soprannome.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: Ernest Hemingway, uno scrittore
L'articolo La vita agrissima. Sette modi per diventare scrittori proviene da
Pangea.
> “Non credo ci sia alcuna filosofia morale nella narrativa oltre
> all’eccellenza.”
>
> John Cheever
Con il suo ultimo libro – Ogni maledetta mattina. Cinque lezioni sul vizio dello
scrivere (Mondadori, 2025) – Alessandro Piperno, romanziere, direttore dei
‘Meridiani’, docente di francesistica e saggista, realizza una immersione nelle
ragioni e nei moventi dell’attività letteraria. Tramite un saggio che indaga con
uno stile chiaro ed elegante quel ‘brivido’ che accompagna il rito e la prassi
della scrittura, alternando spunti autobiografici e l’analisi critica delle
sismografie letterarie grazie al confronto con i grandi del passato. Cinque
lezioni (“Ambizione”, “Odio”, “Responsabilità”, “Piacere” e “Conoscenza”) sui
motivi dello scrivere che danno così vita a un racconto corale che va da Proust
e Kafka a Céline e Primo Levi, passando per Flaubert, Balzac e tanti
altri,capace di delineare una galleria di ritratti e studi d’autore ricca di
dettagli e fascino. Ne emerge, soprattutto, un testo che quando parla
dell’attività letteraria più che prescrivere vuole mostrare, più che spiegare
vuole osservare e capire, senza giudicare. Piperno, infatti, privo di retoriche
militanti o di misticismi autocompiacenti, realizza un’opera capace di rivelare
della scrittura le verità concrete e l’intrinseca magia. Portando il lettore
nelle botteghe, nelle quinte e nei cantieri delle parole, in modo da mostrare i
tanti volti di quel “vizio assurdo” che porta a impugnare una penna o ad armare
una tastiera ogni maledetta mattina.
Prof. Piperno come è nato Ogni maledetta domenica. Cinque lezioni sul vizio
dello scrivere?
La genesi di questo libro è più semplice di quanto non sembri. Da un lato un
contratto da onorare con il mio editore per un’opera saggistica, dall’altro
l’esigenza di decantare e di fare il punto. Una necessità, quest’ultima, che mi
prende ogni volta che finito un romanzo mi preparo a scriverne un altro. Forse
volevo verificare il modo in cui con il passare degli anni è cambiato il mio
approccio alla scrittura. Ciò che da giovane mi sembrava una fatica superiore
alle mie forze oggi è un piacere quotidiano e ineludibile, un vizio. Da qui la
domanda: come lo si contrae? Come lo si gestisce? Ecco, per rispondere a queste
domande ho interrogato gli scrittori che amo e che frequento da sempre. Di me (a
petto di questi giganti, una nullità trascurabile) ho parlato lo stretto
indispensabile.
E che cos’è, secondo lei, il vizio dello scrivere?
Per dirla con Cioran, tutto inizia con un estenuante esercizio di ammirazione.
Sei un adolescente pieno di passioni e di inutili idee in testa. Leggi Stendhal,
Tolstoj, Broch e ti dici: che bello sarebbe potersi esprimere in modo
altrettanto netto, essenziale ed elegante. Sei fregato. Quello è il momento in
cui passi dall’ammirazione all’emulazione. Una battaglia persa in partenza. Per
quanto tu possa provarci, infatti, non riesci a scrivere niente che non ti
sembri scadente, riciclato, di terz’ordine. Le confesso che per me non è stato
facile togliermi dalle spalle il peso di modelli così irraggiungibili. Certe
volte credo che ad avermi reso uno scrittore sia stata una certa dimestichezza
con il fallimento. Il paradosso è che il mio primo romanzo fu un successo,
almeno da un punto di vista commerciale. A me invece non piaceva quasi per
niente. Lo avevo scritto spinto dalla rabbia e dal risentimento. Lo avevo
scritto senza esercitare il dovuto controllo. Poi grazie al cielo le cose sono
cambiate.
Cosa è cambiato?
D’un tratto ho capito che il tormento è come la nevrosi: fa male ma non serve a
niente.Anzi, peggio, ti danneggia limitandoti. Ho capito che la scrittura non è
pura ispirazione, o non solo, ma soprattutto disciplina, indagine, riflessione.
Oggi mi sento molto diverso da allora.
Quale fu il libro della svolta nel suo rapporto con la scrittura?
Fu il mio romanzo più sfortunato: Dove la storia finisce (2016). Più mi ci
immergevo piùpercepivo il cambiamento in atto: il tormento si
faceva spontaneità, l’ansia cedeva il passo all’abbandono, ogni seduta era un
po’ più piacevole. Da allora il lavoro è diventato naturale, proficuo e meno
ansiogeno.
Cosa ha determinato questo cambiamento?
Messe da parte tutte le pompose ambizioni di grandezza e di gloria, ho preso
atto che lo scrittore è un tizio che ogni mattina (almeno per me) affronta una
serie di problemi e cerca di risolverli. Solo così un libro prende forma. In un
attimo sono svanite le ubbie con cui mi ero sempre tormentato.
Dopo la pubblicazione, si rilegge?
Mai. Un libro pubblicato per me è un libro morto. Tanto sono ossessivo nella
stesura infliggendomi mesi e mesi di riletture, tanto sono leggero e infedele
nella fase successiva alla pubblicazione. Per questo mi costa così tanto
promuoverlo. È giusto che un libro faccia la sua strada senza di me. Le rare
volte in cui durante una presentazione qualcuno legge un passo di un mio libro
in pubblico avverto un profondo imbarazzo. Con ciò non intendo dire che non
provi affetto per i libri pubblicati. Ne provo eccome, soprattutto per i più
“sfortunati”. Me lo lasci ripetere: per me Dove la storia finiscerappresenta
una cesura virtuosa.
Parliamo del suo ultimo testo narrativo: Aria di famiglia. Un romanzo che mostra
epoche e contesti senza pretese storiografiche o ideologiche, offrendo uno
sguardo critico sul presente. Specie su quella sorta di maccartismo
(trasversale e bigotto) che stiamo vivendo…
Giudicare un’opera attraverso la vita o le idee dell’autore è un atto critico
capzioso, moralmente disonesto ed esteticamente aberrante. Non c’è esercizio più
esecrabile. Quando nella valutazione di un manufatto artistico il giudizio
morale sostituisce quello formale l’arte muore. Ecco, ho il sospetto che oggi
molti concepiscano la letteratura come un concorso di bellezza morale. Temo che
alcuni vogliano trasformare lo spazio letterario in un tribunale speciale in cui
all’autore spetta il ruolo dell’imputato. Proprio così, certa critica vuole
tramutare la storia della letteratura in una specie di Norimberga permanente.
Del resto, sarebbe sciocco considerare il politically correct o il settarismo
puritano un male dei nostri tempi. Per certi versi è sempre stato così.
Anche Flaubert,anche Baudelaire, anche Stendhal incorsero nella scomunica
dei puritani, degli ipocriti, dei filistei. La cosa davvero preoccupante oggi è
come certe idee aberranti seducano anche chi dovrebbe detestarle: parlo degli
scrittori e degli accademici, soprattutto in ambito anglosassone. Li ha visti
no? Non vedono l’ora di denunciare, marciare, boicottare, firmare appelli e
petizioni. Un po’ imbonitori, un po’ ciarlatani, se ne stanno lì sul loro
scranno a distribuire patenti morali. Non credo che Flaubert lo avrebbe fatto. A
lui la letteratura offriva uno spazio privilegiato di libertà e di osservazione.
Nel libro parla anche di responsabilità e impegno.
Sì, distinguo l’impegno virtuoso da quello frivolo e mondano. Distinguo gli
scrittori che hanno rischiato la pelle da quelli che hanno ottenuto un invito in
talk show. Prenda Primo Levi. Lui per me incarna un modello irraggiungibile. È
come se avesse trovato un equilibrio perfetto tra responsabilità e stile. Un
altro impegno virtuoso è quello prestato da Zola alla causa di Dreyfus. A non
piacermi sono gli epigoni di Sartre, quelli che potremmo chiamare i
“professionisti dell’impegno”. Non c’è causa per cui non si mobilitino o non si
espongano e di solito lo fanno nel modo più conformista lisciando il pelo al
mainstream. Io non ho mai firmato petizioni né partecipato a manifestazioni: il
mio mestiere è un altro. Non ho autorità per esprimermi su niente se non sulle
due o tre cose che conosco. A chi mi chiede del clima, dell’atomica,
dell’Ucraina rispondo come Parise: “Non lo so, non me ne intendo”.
Il confronto con il “male” quanto è centrale per uno scrittore?
Devo confessarglielo. Faccio fatica a prendere sul serio certe categorie
oracolari: il “bene”, il “male”, il “giusto”, l’“Ingiusto”. Ciò non significa
che eluda il problema. So che il male è l’argomento letterario per antonomasia e
ritengo che il solo modo onesto di affrontarlo è provare a comprenderlo. Ricordo
che André Glucksmann nel suo libro L’undicesimo comandamento diceva che al
Decalogo biblico mancava un ulteriore, ma fondamentale, comandamento: “Conosci
il male”.
Conoscere il male, per gli scrittori che amo ha significato farsene carico,
affrontarlo, non sanzionarlo. Penso a scrittori per molti versi
antitetici come Proust e Céline. La moralità di un romanzo, come diceva Milan
Kundera, non risiede, infatti, nel giudizio, ma nella sospensione del giudizio.
È questa la sfida della letteratura: mostrare la complessità dell’umano senza
ridurla a virtù o colpa. Nulla di grande è stato scritto con ipocrite pretese
moraliste. Adolphe, Guerra e pace, L’età dell’innocenza, Madame Bovary,
la “Recherche”. Sono romanzi in cui trionfa l’ambiguità. Per questo immaginare
una letteratura orientata solo dalla virtù è semplicemente folle.
La quinta lezione del suo libro si chiama “Conoscenza”: parlando di questo tema
lei accosta Proust e Kafka. Perché?
Il paragone tra i due non è mio. Il primo ad averlo formulato è stato Elias
Canetti. Naturalmente Proust e Kafka sono scrittori diversissimi, ma
profondamente sintonici e complementari. Entrambi, infatti, hanno trasformato la
vita in scrittura. Entrambi hanno intrattenuto un rapporto simbiotico con la
scrittura. Mi commuove l’idea che siano morti con il grosso della loro opera
ancora inedito. Mi pare un ottimo monito per quel genere di scrittori a cui
scappa sempre di pubblicare.
Lei dedica una lezione anche all’“Odio”. Quanto l’odio è importante in
letteratura?
Nel libro distinguo tra risentimento e odio. Il primo è gretto e inutile, il
secondo è nobile e proficuo. Pensiamo all’odio di Flaubert per la stupidità, o a
quello di Ibsen per le convenzioni borghesi. Osservare il mondo con ironia
critica, provare indiginazione creativa: senza questo sguardo, non si può
davvero scrivere. Io non ci riuscirei.
Cosa odia in maniera “nobile” Alessandro Piperno?
La malafede, l’ipocrisia dei Tartuffi e degli imbonitori dei social, tutto ciò
che è melenso e pletorico. Detesto le dietrologie, chi vede il marcio ovunque,
le cospirazioni, i piagnistei, ma anche le grandi adunate di piazza, le frasi in
libertà, le mozioni degli affetti. E dal disgusto per questa roba
che spesso ho tratto la materia per i miei testi.
Un aspetto centrale nella sua opera è la complessa ambiguità dei personaggi. In
questo senso in Aria di famiglia essi sono spesso contraddittori o mai
completamente virtuosi.
Nei suoi diari Tolstoj (il migliore di tutti) parla spesso di come rendere vivo
un personaggio. Per lui è necessario farne una creatura contraddittoria, in
bilico tra passioni oneste e piccole malvagità. Il caso più emblematico è quello
del Dolochov di Guerra e Pace. Se da un lato è un dissoluto, un libertino, un
attaccabrighe, dall’altro coltiva commoventi sentimenti filiali. Così si
costruisce un personaggio, mescolando la miseria alla grandezza, la malvagità
all’altruismo. In Aria di famiglia ho cercato di seguire questo insegnamento: la
famiglia Sacerdoti è composta da persone contraddittorie, in cui si intrecciano
generosità e durezza, meschinità e candore. La verità dei personaggi si
manifesta attraverso queste tensioni e sfumature: solo così possono apparire
vivi, credibili, umani.
Più che un romanzo “a tesi”, il suo è allora un romanzo “ad antitesi”. È un modo
di contraddire e capire le cose?
Philip Roth affermava di non avere idee quasi su niente. A questo gli serviva
scrivere: per capirci qualcosa. Io sono d’accordo con lui. Credo che in realtà
la scrittura, se trattata con la giusta grazia e la dovuta abnegazione, riesce a
rivelare qualcosa che prima ti era sconosciuto. La scrittura non deve dimostrare
alcunché. Deve limitarsi a scandagliare. Tu non scrivi perché hai capito come
funziona il mondo ma perché non sei ancora riuscito a capirlo.
In questo quadro centrale più che il messaggio nei suoi testi vince il
romanzesco…
È una mia debolezza, lo so, ma sono fatto così: mi piace il romanzesco. E in
effetti inAria di famiglia mi sono divertito a disseminare un mucchio di
robaccia romanzesca: vendette, orfani, eredità contese, tutori
malintenzionati. Insomma ho esibito il classico armamentario dei vittoriani che
amo: Dickens e George Eliot su tutti. La narrativa, come hanno insegnato questi
autori, usa la finzione e l’esagerazione per giungere alla verità.
Il prossimo libro?
Si chiamerà In trappola. Lo sto scrivendo con alacrità da quasi un
anno. È l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Di chi è la colpa e Aria
di famiglia. Però sarà molto diverso dai precedenti, per via di una
caratteristica che preferisco non confessarle.
Francesco Subiaco
L'articolo “Non sopporto i professionisti dell’impegno, gli scrittori che
firmano appelli. L’odio? Un sentimento nobile e proficuo”. Dialogo con
Alessandro Piperno proviene da Pangea.
> Viviamo nell’era del dio della Carta. La musica ne è soggetta proprio come
> tutto il resto. Se escludiamo il jazz o le orchestre di musica leggera, che
> hanno conservato i concetti di un tempo, abbandonati dalla musica classica,
> […] non c’è più una singola nota di un fugace arpeggio nella musica
> occidentale odierna – la nostra musica – che non sia stata precedentemente
> disegnata con un cerchio, una coda e piccoli uncini, né una singola sfumatura
> o inflessione che non sia stata segnalata, come un rallentamento in
> autostrada, da un piccolo disegno o da un segno ad hoc, su un foglio di cinque
> righi o suo equivalente, da quell’altra divinità mitica che è diventato il
> Compositore.
>
> Jacques Chailley, La Musique et le Signe, Edition d’aujourd’hui,
> Plan-de-la-tour, France, 2004, p. 5 (trad. mia).
Che la grafia sia segno o lasci un segno è cosa nota e per lo più scontata. Lo
scrivere, atto innaturale e volgare che infatti i re e le divinità concedevano a
scribi e profeti, dopotutto è quella cosa lì, tracciare sulla cera, sulla carta,
sul muro o sulle porte delle latrine le proprie bêtises.
Eppure, che a un certo punto la musica abbia sentito la necessità di dotarsi di
una grafia, di un segno, di qualcosa che la rappresentasse, lascia interdetti.
Benché questo segno non le sia congeniale e con essa non abbia alcuna
contiguità, la musica ne ha voluto uno tutto per sé come la zitella che non
vedeva l’ora di prendere marito.
Cosicché il suo mondo dirozzato dal segno grafico e dalla parola improvvisamente
inciampa, diciamo così, nella grossolana ovvietà della grafia che, nel suo caso,
diventa notazione. La musica, insomma, come un linguaggio qualsiasi, avverte
l’inspiegabile necessità di dotarsi di un segno e infine lo ottiene, ma in un
attimo perde la noblesse che il phàrmakon della scrittura proditoriamente le ha
sottratto.
Musicisti e strimpelloni dovrebbero tenerne conto invece di scimunirsi
con Études d’exécution transcendante e Gradus ad Parnassum. A costoro farebbe
bene adottare un po’ di quell’intransigenza con la quale nel Fedroplatonico
Thamus schivò le blandizie del dio Theuth che gli presentava le miracolose virtù
della scrittura. Invece il loro grafismo isterico e il loro ottuso narcisismo
trascurano la parte più importante della faccenda: la musica non ama l’insolenza
del segno o di qualsiasi discorso che intenda sottrarle lo scettro regale con il
quale impone le sue diaboliche leggi.
Con il nobile pretesto di tracciare una provvisoria e non esaustiva storia della
Scuola pianistica a Napoli dall’Ottocento a oggi, Girolamo De Simone (Napoli,
1964) è tra i pochi musicisti contemporanei che si è posto il problema della
grafia musicale concettualizzandolo. L’esito di questo lavoro è depositato
nell’ultimo capitolo del suo nuovo saggio intitolato, appunto, Graffi e Grafie.
Pianismi e pianisti a Napoli.
Non che per le sue composizioni De Simone abbia completamente abbandonato la
tradizionale notazione musicale (già perlopiù deformata o adattata alla nuova
frontiera della sua espressione artistica), ma ciò che qui si fa interessante e
si impone per novità di pensiero è l’adozione e l’uso personalissimo del graph,
del «segno mobile» che egli prende dalla lettura e dallo studio delle poche e
quasi sconosciute opere di Aldo Braibanti (1922-2014), il libero pensatore
piacentino che alla fine degli anni Sessanta subì un processo per plagio – credo
unico in Italia – culminato con la sua condanna a quattro anni di carcere.
Il graph, afferma Girolamo De Simone, deve poter attestare e garantire la
«totale mobilità formale» necessaria alla ricerca e alla nascita di nuovi
linguaggi sonori. Perciò esso, più che segno vero e proprio, più che forma
cristallizzata e stantia di notazione musicale, è l’idea stessa che incoraggia
il cambiamento, è ciò che «trascorre al di là della dialettica», è il nome dato
allo «sforzo di ricondurre lo strumento inorganico all’organo». Per tale motivo,
il graph deve essere libero, deve potersi muovere, poter scorrere, scavare,
solcare e ferire come il graffio con il quale condivide esiti e assonanze
linguistiche.
Dunque, il graph di Braibanti nella ripresa concettuale che ne fa De Simone si
accresce di senso fino al punto che la sua mobilità diventa sinonimo di
passaggio generazionale, di attraversamento, di transito verso nuovi codici e
nuovi stili. La stagnazione del pensiero che produce il tanfo mucido delle
accademie è assolutamente ostile a Girolamo De Simone che in Graffi e Grafie si
confronta con il pensiero acratico dell’“eretico” Braibanti. Sì, acratico è
l’aggettivo che Braibanti preferiva al più comune anarchico. («Acrazia, e
anticrazia come suo aspetto operativo, vogliono essere non tanto parole da
sostituirsi alle classiche parole dell’anarchia storica, quanto indicazioni
eloquenti della necessità di estendere l’indagine anarchica al di là delle sue
accezioni strettamente politiche, cercandone l’origine e i fondamenti in uno
spazio più comprensivo»: A. Braibanti, Impresa dei prolegomeni acratici).
È in questo sistema di libertà che opera il graph di Braibanti e muove la sua
reinterpretazione in chiave storico-musicale Girolamo De Simone. Il graffio
sfregiante che il musicista napoletano individua in origine nella scrittura
rarefatta delle composizioni di Luciano Cilio (1950-1983) fino a quella
concettuale e al limite del silenzio di Gabriele Montagano (1960) e poi nella
musica di Enrico Renna (1952), di Lorenzo Pone (1991), per prolungarsi, in linea
di continuità, con la propria produzione musicale, come nel recente Liturgie du
souffle,sfruttando il trait d’union generazionale di Eugenio Fels (recentemente
scomparso), conferma la lucidità della sua intuizione.
La mobilità acratica del graph che se ne sbatte del potere costituito e della
tignosa supponenza delle élites accademiche è la radice comune della produzione
artistica dei compositori che a Napoli, città ingrata come poche, hanno operato
nella seconda metà del Novecento e che, con più difficoltà che altrove,
continuano ancora oggi la loro ricerca sonora. Una ricerca che, per ora, è
registrata in dettaglio e con pignoleria nell’agile saggio di Girolamo De Simone
pubblicato da Konsequenz.
Vincenzo Liguori
*In copertina: Theodoor Rombouts, Il suonatore di liuto, 1620 ca.
L'articolo Graffi, grafie e graph. L’eresia della scrittura musicale proviene da
Pangea.
> È vero che tutto deve cominciare repentinamente, ma se poi non segue un
> istante di raccoglimento la cosa si sgretola subito e va perduta. Repentinità
> e raccoglimento si compenetrano perché una cosa risulti bella: il lampo
> dell’occhio e la pazienza delle mani.
>
> E. Canetti, La rapidità dello spirito
*
Nelle folgoranti, indimenticabili pagine iniziali di Tolstoj e Dostoevskij,
George Steiner sostiene che la critica letteraria dovrebbe scaturire da un
debito di amore.
> “In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo
> afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo il libro non
> siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo”.
Scrivere qualcosa su Canetti, oggi, mi pare richieda proprio questo: il
tentativo di saldare ciò che ancora resta in sospeso, a credito dell’autore
bulgaro.
Avevo previsto di cominciare con una disamina del volume di saggi La coscienza
delle parole. Ma ben presto mi sono accorto che Canetti mi tirava per la
giacchetta, trascinandomi altrove, irresistibilmente, verso altri suoi libri — e
in particolare verso le pagine degli Appunti, che egli scrisse con meticolosa
costanza dal 1942 fino a poco prima della morte. L’opera di Canetti è piena di
amorose corrispondenze: echi di significato che si richiamano da un luogo
all’altro del suo dettato, come stelle appartenenti alla medesima costellazione,
disperse tra le vaste distanze delle galassie.
Ecco perché quanto segue somiglierà più a ciò che, nella letteratura cinese, è
noto come biji, o, nella tradizione giapponese, come zuihitsu: uno zibaldone di
frammenti e lampeggiamenti, simili a colpi di pennello tremolanti appena
tracciati su una tela. Non sembrerà poi così assurdo, allora, parlare di Kafka
ed evocare, nello stesso respiro, la forza del mito e la leggerezza del taoismo.
Da qualche parte – nei Campi Elisi degli scrittori – immagino già un timido
sorriso illuminare il volto sobrio di Canetti.
*
Marina Nadotti, in una significativa chiosa a un’opera del compianto John
Berger, usò un’espressione che mi colpì per la sua risonanza evocativa:
“ospitalità del pensiero”. Con quell’immagine, Nadotti indicava una particolare
disposizione della mente e del cuore: un’attitudine a lasciarsi attraversare,
con curiosità e generosità, dalle multiformi esperienze della vita sensibile e
di quella interiore. Tutto, nel dettato di Canetti, sembra chiedere proprio
questo: di essere accolto, abbracciato, riconosciuto – con una smisurata empatia
emozionale.
In questo senso, Canetti appare come l’ultimo degli umanisti: un instancabile
alchimista del sapere, intento a ibridare ambiti solo apparentemente distinti
come l’antropologia, la storia, la letteratura, la critica. Ma, a differenza
della baldanza fiduciosa del faber rinascimentale, la sua aspirazione alla
conoscenza è costantemente attraversata da una minaccia incombente: il terribile
volto della storia.
Colpisce, in Canetti, la vastità dell’argomentazione, sostenuta da un’erudizione
mai fine a sé stessa, ma sempre animata da un profondo senso di responsabilità
etica. Una responsabilità che si esercita, in prima istanza, nei confronti della
lingua e delle parole che la compongono. Basti pensare al titolo del primo
volume del trittico autobiografico: La lingua salvata. La biografia canettiana è
segnata, fin dagli esordi, da una convivenza fitta e inquieta di lingue e
culture, che l’autore sente il dovere di proteggere dalla deriva babelica, dalla
cannibalesca supremazia dell’una sull’altra. Da qui nascono la sua fiducia nelle
parole “non travestite”, capaci di restituire barlumi di autenticità, e un
sentimento di vibrante commozione verso l’atto stesso del nominare il mondo:
come se, nel dare nome alle cose, si riattivasse ogni volta un legame originario
— e dunque atemporale — tra lo sguardo dello scrittore e ciò che lo circonda.
> “Il mio Dio è il nome, il soffio della mia vita è la parola.”
Le parole non sono mai ancelle né gregarie dell’uomo, ma ne riflettono la parte
migliore: quella, in fin dei conti, meno vulnerabile all’oblio della morte.
> “Ma ci sono parole di un tipo particolare, che accendono l’entusiasmo, quelle
> che contengono spazio e futuro, vastità da ogni parte. Quanto di storto e di
> vano era racchiuso nell’uomo ora si espande d’improvviso con enorme fretta in
> cento direzioni diverse, con le sue parole egli va a toccare per dritto e per
> traverso inizio e fine e centro del mondo.”
*
Seduce, in Canetti, il dialogo sempre aperto con le grandi civiltà asiatiche –
soprattutto con quella cinese: un volgersi verso forme altre di cultura, di
scrittura, di differente visione del mondo. A questo movimento di apertura verso
l’esterno ne corrisponde uno speculare di ripiegamento interiore in sé stessi: è
il Canetti degli Appunti, che si avvicina alla parte più autentica di noi, in un
atto di responsabilità verso il proprio tempo. Indagarsi, interrogarsi, aprirsi
all’orizzonte del cambiamento: come nella disposizione d’animo del viaggiatore.
Anche in questo, Canetti rivela una fibra quasi rinascimentale, come un
Montaigne del ventesimo secolo: tuttavia, sotto la superficie, affiora sempre un
senso sottile d’inquietudine, lo svelamento progressivo della desacralizzazione
di ogni cosa.
Diventa allora più arduo, per il viaggiatore-scrittore, testimoniare la perdita
dello stupore, l’ammutolirsi della sorpresa. Eppure, in fondo, la letteratura
non è che questo: il dimorare del pellegrino nella meraviglia.
La missione dello scrittore: fare il vuoto dentro di sé e accogliervi la
traboccante ricchezza dell’esistente, la metamorfosi continua che attraversa la
storia e le vicende umane. Ancora, cercare le fontane dove stilla la musica
delle antiche favole, ritrovare tracce dei miti nel respiro del mondo. Canetti
vorrebbe credere in un universo dove dimorano gli dèi, dove il lampo e il tuono
abitano nello sguardo delle tigri e i vascelli solcano le acque tra i mostri
marini e le isole incantate dei Feaci. Il mito è come il viaggio: si insedia in
una dimensione senza tempo, dove lo sguardo degli uomini non si posa mai due
volte sullo stesso luogo e ogni cosa parla il linguaggio prebabelico della
meraviglia.
> “I nuovi luoghi non si inseriscono nei vecchi significati. Per un certo tempo
> ci apriamo realmente. Tutte le storie passate, la nostra vita stracolma, che
> soffoca di senso, ci restano dietro le spalle d’improvviso, come se le
> avessimo lasciate in deposito da qualche parte., e mentre se ne stanno là
> accade l’assolutamente inesplicato: il nuovo”.
Una delle ragioni dell’imbarbarimento dei tempi moderni sta nell’aver staccato
la spina ai miti. Canetti vive con dolore l’assenza totale degli dèi nel
presente: al loro posto, sul trono del mondo, siede il volto impietoso e
definitivo della storia sanguinosa.
> “Per me il pensiero più desolante è che alla storia non si sfuggirà mai più. E
> questo il vero motivo per cui continuo ad armeggiare tra tutti i miti? Ripongo
> forse speranze in un mito dimenticato che possa salvarci dalla storia?”
*
All’interno della raccolta di saggi La coscienza delle parole, brillano i due
capitoli dedicati a Kafka e al suo epistolario con Felice, la donna che avrebbe
dovuto sposare e alla quale fu legato da un rapporto tormentoso e conflittuale.
Lo sguardo di Canetti sul celebre scrittore è di una sconvolgente e disarmante
tenerezza. Faccio fatica a trovare altri esempi in cui la critica letteraria si
spogli della sua arroganza cattedratica per diventare pura immersione nell’opera
che si pone come oggetto di studio. Forse, solo Cortázar, nel suo memorabile A
passeggio con John Keats, può essere annoverato come una fulgida eccezione.
Nessun altro scrittore è stato capace di penetrare così a fondo nelle
interiorità di un autore, e al tempo stesso, da speleologo di un destino
incistato nella letteratura, di offrirci un ritratto così potente. Kafka:
l’artista che trova giustificazione solo nella letteratura, che vive grazie alla
letteratura e di letteratura. Il dilemma intimo dello scrittore boemo: quanto
più la sua scrittura cresce in intensità, tanto più l’individuo si percepisce
sempre più piccolo, attratto come da un gorgo incantato dal grande, terribile e
meraviglioso oceano d’inchiostro nero che si stende sul foglio di fronte a lui.
Il sogno di Kafka: così come un certo tipo di storiografia ci mostra Nerone,
all’apice della solitudine, contemplare Roma devastata dall’incendio, così Kafka
desidera che, nella notte, solo lui rimanga sveglio nel mondo, per poter
finalmente “farsi carico” dell’umanità e confrontarsi con la sua multiforme
essenza. Si sente, in quel momento, giustificato davanti a sé stesso e agli
altri. A Kafka serve una statura, una postura da superstite, da ultimo uomo
sulla terra: nella sua stanza, a lume di candela, scrive come se inviasse
missive dall’Arca, in mezzo al diluvio.
Kafka: il poeta sempre in lotta contro il potere, alla ricerca di una libertà
assoluta e senza vincoli, così come il ritmo del respiro, il compenetrarsi degli
estremi, l’abbraccio di violenza e tenerezza.
Ecco uno dei sensi della parabola di Canetti, alfiere di un dettato che cavalca
verso l’altrove, ma mai in fuga rispetto al cuore oscuro del presente – più che
di vino, di oscuro sangue è fatta la storia del mondo. In questo senso,
l’eterogeneità della raccolta di saggi diventa naturale rifrazione della
multiformità dell’esistente: convivono, in una straordinaria galleria di
ritratti, Hermann Broch, autore del folgorante La morte di Virgilio, Karl
Kraus, Georg Büchner – il cui Woyzeck ha cambiato la vita di Canetti –, Tolstoj
e Confucio, esempio mirabile di integrità etica e letteraria.
*
Nel capitolo Dialogo con il terribile partner, tra i più belli di tutta la
raccolta, Canetti esplora le ragioni che spingono certi uomini a tenere un
diario. Colpisce, in queste pagine, l’importanza attribuita ai diari di viaggio,
ai quali ci si accosta fin da bambini. Il sentimento di una vita ingessata in
pose ormai fisse, l’oppressione di una realtà troppo carica di senso,
l’avvicendarsi di vicende sempre note ci spingono verso i resoconti di viaggio,
dove tutto è ancora al di qua di ogni inizio, avventura dopo avventura, giorno
dopo giorno. Solo immaginando città straniere, lingue misteriose e luoghi
irripetibili possiamo colmare la nostra insaziabile voglia di metamorfosi.
Non sorprendono quindi l’interesse sempre vivo di Canetti per l’antropologia, lo
studio comparato di civiltà lontane nello spazio e nel tempo, la sua
predilezione verso i grandi diari di viaggio, come quello del cinese Hsüan Tang
o dell’arabo Ibn Battura, e l’ammirazione verso forme di scrittura distanti –
il Libro del Guanciale di Sei Shōnagon e Storia di Genji, di Murasaki Shikibu.
*
Tutti ricordano giustamente Canetti per il trittico autobiografico o per quel
monumento del pensiero che è Massa e Potere. Eppure, io credo che il vero
capolavoro dello scrittore siano i suoi Appunti, raccolti nell’arco di tutta una
vita. Come non restare trafitti da quel dettato eracliteo fatto di
lampeggiamenti, echi di senso dove il tuono si propaga a valle, di piccoli
incendi e ripide cascate? Leggere Canetti è come cartografare il mondo, portando
sempre dentro di sé il senso del mistero e della meraviglia.
Esiste un breve scritto di Borges che chiude L’artefice, piccola opera quasi
testamentaria del grande argentino. Nella mia copia del libro, ormai un po’
sgualcita, ho sottolineato con un leggerissimo tratto di lapis le ultime righe.
Mi sembra che possano spiegare meglio di qualsiasi altra cosa ciò che Elias
Canetti rappresenta per me.
> “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno
> spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli,
> di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.
> Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia
> l’immagine del suo volto”.
Lorenzo Giacinto
L'articolo Il pellegrino della meraviglia. Omaggio a Elias Canetti proviene da
Pangea.