Stava antipatico a tutti – non può non esserci simpatico. Hugh MacDiarmid è
l’oltranzista della poesia, estroso groviglio di poeta e politico, letterato e
rivoluzionario. Nato Christopher Murray Grieve l’11 agosto del 1892 a Langholm,
MacDiarmid ha fondato pressoché dal nulla la letteratura scozzese contemporanea.
Istrione, polemista, impareggiabile combattente, la sua figura si può avvicinare
– pur tra labirinti – a quella di William Butler Yeats, iniziatico iniziatore
della letteratura irlandese moderna. Un fil di fata lega i loro intenti, in
diacronia, in diaconia contraria: forse per questo Yeats accorda a Hugh
MacDiarmid un posto di prestigio nella sua Oxford Book of Modern Verse
1892-1935, al fianco di Eliot, Auden, Hardy.
Si ritirò per dieci anni, dal 1933, a Whalsey, Shetland, per compilare il suo
capolavoro, On a Raised Beach (pubblicato da Magog per la cura di Marco
Fazzini): poema ‘geologico’ straordinario e manifesto dello Scots; repertorio di
linguaggi, atto d’accusa contro l’imperialismo della letteratura inglese,
lirica-Genesi, creaturale, barbarica e leggiadra assieme. In quel caso – quasi
unico nella letteratura occidentale del Novecento – la creazione di una nuova
lingua si lega alla parola della pietra, al verbo desunto dalle stelle. Opera
analoga a quella realizzata da Nikos Kazantzakis che scrisse la
sua Odissea (tradotta in Italia da Nicola Crocetti) dopo lento girovagare tra le
isole greche, a raccogliere gli ultimi lacerti di un linguaggio – dunque, di un
mondo – perduto. Si tratta, dunque, qui, di poemi identitari, di opere-stirpe.
Hugh MacDiarmid amava essere indifendibile, fece di tutto per essere da tutti
insopportato, cacciato, mutilato. Nell’era dell’autocensura e delle opere
‘corrette’, MacDiarmid sarebbe un astioso impresentabile. Lo era anche ai suoi
tempi. Cofondatore del partito nazionalista scozzese, fu espulso per le sue
simpatie comuniste. Iscritto al Communist Party of Great Britain, fu espulso per
il suo credo nazionalista. Nell’ultima intervista concessa – che abbiamo
tradotto in calce – rilasciata nel 1976, cinquant’anni fa, alla rivista
studentesca della “Hillhead High School” di Glasgow, l’indomabile MacDiarmid
continuava a dichiararsi “marxista-leninista”, a dimostrare che dirsi
“nazionalista e internazionalista” non è un paradosso; sfotteva Solženicyn (“è
un fenomeno temporaneo di nessuna importanza”) e difendeva la Russia di Stalin,
a suo dire preferibile ai governi capitalisti anglofoni. Indossava il kilt, fu
uno strenuo difensore dello Scots, pretendeva l’indipendenza della Scozia dalla
matrigna Inghilterra – un’indipendenza, latrava, da compiersi anche con le
armi.
Memorabile, irritante MacDiarmid. Scrisse un paio di inni a Lenin, scrivendo
stupidaggini clamorose come queste:
“Le mie poesie vengono recitate
nelle fabbriche, nei campi, nelle strade?
Se non è così, allora non faccio
ciò che sono chiamato a fare.
Se non raggiungo l’uomo
della strada e la donna al focolare
ogni ingegnosità del mondo
non compensa questa dannata mancanza”.
Leggete le poesie di MacDiarmid: vertiginose, irte di abissi grammaticali,
vulcani verbosi, mirabili per onnipotenza ‘vegetale’ – di certo, non ‘per
tutti’. Che l’opera contraddica le ideologiche intenzioni dell’autore è
testimonianza di un talento imbizzarrito.
Il solo avversario di Hugh MacDiarmid – poeta ustorio, impeccabile combattente –
fu Roy Campbell: ingaggiarono una lotta lirica infinita, animata dalla stessa
sfrenatezza lirica, da posizioni politiche contrarie. Parodista senza pari,
autentico paria delle lettere, MacDiarmid auspicava, tra il serio e il faceto,
che i Nazi bombardassero Londra, cloaca di tutti i mali; nel 1949, George Orwell
segnalò il suo nome ai servizi in quanto comunista, nazionalista scozzese,
“autentico anti-inglese”.
Che tutti lo odiassero, confermava Hugh nelle sue idee. Il leninista col kilt
scrisse una indimenticabile ode alla Scozia (attacco: “Scotland small? Our
multiform, our infinite Scotland small?”); amava essere pittoresco. Si candidò –
senza successo – al parlamento con la blusa dello Scottish National Party e con
quella comunista. Nessuno, in fondo, lo prendeva sul serio; lo ‘musealizzarono’
presto: la sua opera poetica è tra le più grandiose e sconcertanti del
Novecento. Anche Philip Larkin – conservatore, inglese tutto d’un pezzo: lo
disprezzava con brio – non poté non inserirlo nel suo Oxford Book of Twentieth
Century English Verse: Hugh, in verità, fa la parte del leone, tra Vita
Sackville-West, Wilfred Owen e Robert Graves. È stato però Kenneth Rexroth ad
aver compreso l’illecita novità di Hugh MacDiarmid; così scrive in The New
British Poets, antologia curata per la New Directions nel 1949, con intenti
‘rivoluzionari’ (al centro del canone anglofono spiccano Dylan Thomas, Stephen
Spender e David Gascoyne):
> “Il cosiddetto Rinascimento scozzese è dominato, nel bene e nel male, da Hugh
> MacDiarmid… Egli è senza dubbio uno dei poeti più importanti delle isole
> britanniche e una figura letteraria di levatura mondiale, ma è anche un
> eccentrico a ogni costo, un uomo dalle idee confuse e incongruenti, tutte
> sostenute con infantile fanatismo. Nello stesso tempo è un bolscevico, un
> repubblicano scozzese, un legittimista. Di recente, ha dichiarato di essere
> anarchico. Le sue letture sono immense, la sua sapienza insaziabile. Per molti
> tratti, assomiglia a Ezra Pound – un tempo, si ammiravano reciprocamente”.
Questa specie di Pound Scots fa ciò che fanno i grandi poeti: riassume tutte le
contraddizioni – senza armonizzarle. Porta la lingua al punto massimo di
esclusività e di esplosione; è il cantore del genius loci, è dotato di genio
politico. Non scende a patti – impone.
Seamus Heaney – poeta affatto diverso da lui per impeto esistenziale, ma simile
quanto a fuoco verbale – amava Hugh MacDiarmid: gli ha dedicato un saggio (A
Torchlight Procession of One: Hugh MacDiarmid) e una Invocation. Gli fece visita
nel 1977, disse di avere incontrato “un grande poeta, un grande poeta che
dice Och. In quel monosillabo, comunque la si pensi, si cela una visione del
mondo”. Il grande poeta morì l’anno dopo, in settembre, a Edimburgo. Negli
ultimi anni, fu preso per un bardo, un druido, uno sciamano. Alan Denson ha
scritto che “il genio e la profondità lirica di un poeta simile possono essere
paragonati forse soltanto alla musica di Mozart”. Quanto a Hugh, disse che “la
mia è la storia di un assolutista i cui principi assoluti si sono rivelati
inconciliabili nella vita privata”. All’armonia, preferiva il caos – alle
chiacchiere degli uomini, la lingua delle pietre.
Shetland: MacDiarmid & family
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L’ultima intervista di Hugh MacDiarmid
È noto il suo impeto e il suo impegno politico. Come si descriverebbe?
Sono un marxista-leninista e in quanto tale membro del Partito comunista
britannico.
È possibile che esista uno Stato che la soddisfi pienamente?
Nessun vero comunista direbbe che l’Unione Sovietica o qualsiasi altro paese
comunista abbia realizzato una istituzione statale pienamente soddisfacente – ma
noi sosteniamo che l’Urss ha risolto, o sta risolvendo, molti problemi, con un
ritmo superiore a qualsiasi altro Paese moderno, con tutte le sue imperfezioni –
il che la rende di gran lunga migliore rispetto a qualsiasi Paese retto dal
capitalismo.
Che cosa ne pensa delle opinioni espresse di recente da Solženicyn?
Penso che Solženicyn sia un nemico del sistema sovietico e che sfrutti rancori
personali facendo deliberatamente il gioco dei nemici dell’Urss. Esagera
qualsiasi cosa – e non è il grande scrittore che vorrebbero farci credere.
Naturalmente, è esaltato dalle forze anticomuniste come un genio, un romanziere
pari a Tolstoj. Non lo è. È un giornalista sensazionalista: se avesse attaccato
gli Stati Uniti, la Francia o la Germania con termini simili a quelli usati per
attaccare il sistema sovietico, sarebbe stato condannato a pene detentive simili
o peggiori rispetto a quelle che sostiene di aver subito in Russia. È un
fenomeno temporaneo, di nessuna importanza – non resterà.
Lei è un grande alfiere della Scozia. Come si definirebbe: patriota,
nazionalista, sciovinista?
Sono un nazionalista e un internazionalista scozzese. Le due cose vanno di pari
passo – non sarei l’uno senza l’altro.
Come può conciliare il nazionalismo con l’internazionalismo socialista?
Non esiste internazionalismo senza un nazionalismo con cui interagire. Non c’è
dubbio che Cina e Unione Sovietica abbiano forti sentimenti nazionali. Entrambi
i paesi hanno incoraggiato e custodito le lingue delle minoranze e la loro
cultura – cosa che il governo inglese, ad esempio, non è mai riuscito a fare.
Sono stato in Russia e in Cina, ho visto come vengono trattate le minoranze:
vorrei che scozzesi, gallesi e cornici godessero dello stesso trattamento. Il
Partito comunista è dalla parte dei movimenti di liberazione nazionalisti.
Lei vorrebbe una Scozia indipendente? Fino a che punto vorrebbe che si spingesse
la devolution?
Non ho alcun interesse per alcuna forma di devolution. Voglio la completa
indipendenza della Scozia e la sua totale separazione dall’Inghilterra. Il
governo di Westminster non ci concederà mai l’indipendenza – l’indipendenza non
si patteggia, si conquista.
Ma… esiste davvero una cultura autenticamente scozzese? Secondo Lewis Grassic
Gibbon, ad esempio, la quasi totalità della produzione letteraria scozzese è, di
fatto, in lingua inglese, di tradizione inglese.
Harold Acton, lo storico, ha affermato che nessuna piccola nazione ha avuto un
impatto maggiore sulla storia dell’umanità della Scozia. Tale influenza deriva
da un carattere nazionale completamente diverso da quello inglese. Analizzare il
carattere nazionale significa scoprire i fattori che compongono la storia
scozzese. Lewis Grassic Gibbon ha una visione limitata: ciò che dice è vero a
partire dall’unione con l’Inghilterra, che ha sistematicamente soppresso,
secondo metodi imperialisti, lo Scots e il gaelico. Nessuno scrittore scozzese,
scrivendo in inglese, ha contribuito in modo significativo alla letteratura
inglese; la letteratura inglese ha avuto una cattiva influenza sugli scrittori
scozzesi; se la letteratura inglese ha diversi debiti nei riguardi di quella
scozzese – nella scrittura descrittiva, nelle ballate e nelle canzoni – non è
vero il contrario. La letteratura in Scots e in gaelico eccelle proprio negli
aspetti in cui è carente quella in lingua inglese.
Dunque, una poesia sulla Scozia scritta in Scots è letteratura inglese o
scozzese?
Mi ripeto: ogni opera di uno scozzese scritta in inglese è un contributo alla
letteratura inglese, nel senso più ampio del termine – è però improbabile, come
dimostra la nostra storia letteraria, che possa reggere il confronto con
l’originale, cioè con gli scritti di chi ha l’inglese per lingua madre.
Conferma ancora quanto ha scritto nel suo Inno a Lenin (“Che importa ciò che
uccidiamo”)?
Certo. Il progresso esige che gli elementi recalcitranti o reazionari vengano
spazzati via. Questo è sempre accaduto nel corso della storia. La Russa di
Stalin non fa eccezione: in termini di sacrifici di vite umane ne esce meglio se
la paragoniamo agli Stati Uniti o al Regno Unito.
Desidera passare alla storia per le brevi poesie liriche o per i poemi in cui
esprime la sua visione del mondo?
Non so quale sia il valore delle mie liriche, credo che i poemi siano necessari.
Due grandi poeti europei – il tedesco Heine e il russo Pasternak –, entrambi
maestri nella lirica breve, concordano sul fatto che la vita odierna è troppo
complessa e poliedrica per sintetizzarsi in una poesia d’occasione; il mondo
moderno ha bisogno del poema, cioè dell’epica.
L'articolo “Il mondo moderno ha bisogno dell’epica”. Parla Hugh MacDiarmid, il
poeta nazionalista e internazionalista proviene da Pangea.
Tag - Hugh MacDiarmid
Cercate Whalsay sul cellulare. È una minuscola isola delle Shetland, a tratti
inaccessibile. In sette chilometri quadrati e mezzo abitano circa mille umani. A
Whalsay si vive per lo più di pesca: esiste una squadra di calcio che gioca a
livello poco più che amatoriale, qualcuno ha costruito in questo nessundove un
campo da golf. Whalsay vuol dire “isola delle balene”; dicono che l’uomo sia
approdato lassù nel Neolitico.
Negli anni Trenta, uno dei più formidabili poeti del secolo – al secolo:
Christopher Murray Grieve, nato a Langholm l’11 agosto del 1892 – si ritira a
Whalsay. Vuole apprendere un linguaggio nuovo. Vuole sentire i sussurri delle
pietre. Si costruisce un vocabolario autarchico, tutto per sé, che mescola il
gergo dei balenieri all’urlo delle sule.
> “Leggenda vuole che… avesse trascorso tre giorni sulla spiaggia di West Linga
> dormendo in una grotta e appuntandosi ogni tipo di osservazione sulla geologia
> del posto, sui colori delle pietre e sui mutamenti di luce di quel cielo
> nordico”.
>
> (Marco Fazzini)
Era il 1933. L’anno dopo il poeta pubblica Stony Limits and Other Poems. In
quella raccolta spicca il capolavoro. On a Raised Beach.
Christopher è un tipo strano, tra il rivoluzionario e il profeta; i poeti lo
conoscono come Hugh MacDiarmid, indossa quel nome dal 1922. In un busto scolpito
nel bronzo, Hugh ha capelli che paiono un’aquila, occhi stretti come pugnali.
Pare infrangibile.
MacDiarmid a quell’epoca ha già pubblicato tanto – tra cui un picaresco “Inno a
Lenin” – con genio da poligrafo esagitato; On a Raised Beach è un poema – lo si
sussurri qui, tra noi quattro – più vasto, selvaggio, possente della Waste
Land di T.S. Eliot, di cui riprende – capovolgendoli – toni e tensioni. Il poema
– ora di nuovo tra noi, per i nostri tipi, per la cura di Marco Fazzini in
un’antologia che raccoglie i testi più importanti di MacDiarmid, Come una pietra
instabile (Magog, 2025) –, pare il libro Giobbe ripetuto dalle labbra di
Melville. L’indole, visionaria, ipnotica, fonde il carisma da poema ‘geologico’
alla ‘regola’, il codice esistenziale. Estraggo alcuni versi, a vortice:
“Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze/ Che
non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle”; “Sarà
sempre più necessario trovare/ Nell’interesse di tutta l’umanità/ Uomini capaci
di rifiutare tutto ciò che pensano tutti gli altri/ Uomini, come una pietra
rimane/ Essenziale al mondo, inseparabile da quello,/ E rifiuta ogni altra forma
di vita”.
È un poema che impone una ribellione: nel cuore nero dell’uomo e nel cosmo.
In sintesi, Hugh MacDiarmid è la leggenda della letteratura scozzese
contemporanea. Giornalista di talento, ha scardinato la poesia di Scozia dalle
pastoie inglesi. “L’uso dello scots che MacDiarmid propugnò sin dal 1922
intendeva svincolare questo vernacolo dall’oblio a cui era stato relegato… Ciò
che diede forza ed efficacia alla così detta Rinascenza scozzese fu la mistura
esplosiva di poetica ed azione politica portate all’eccesso, in definitiva, da
un solo intellettuale: Hugh MacDiarmid” (Fazzini). A Drunk Man Looks at the
Thistle, pubblico nel 1926, è il punto di svolta della letteratura scots. Per
MacDiarmid l’opzione estetica è eminentemente politica: nel 1928 è tra i
fondatori del National Party of Scotland, da cui viene espulso; dagli anni
Trenta s’impegna tra le fila del partito comunista inglese: irretito dalle vuote
norme di partito, verrà cacciato anche da lì. Nel 1964 si presenta alle elezioni
ottenendo la miseria di 127 voti. Alcuni gli danno del fascista; altri del
luddista. George Orwell lo inserì in una lista, inviata all’MI5, di “persone di
cui non bisogna fidarsi”. Dylan Thomas, al contrario, lo adorava:
> “Ogni città dovrebbe spalancare le porte per ospitare Hugh MacDiarmid, quel
> grande poeta lirico, e ogni luce dovrebbe essere accesa alle finestre e
> qualcuno dovrebbe preparare per lui, sempre, un tavolo, un letto e del buon
> cibo”.
“La mia è la storia di un assolutista, i cui assoluti sono cresciuti a
dismisura, fino al dolore”, ha detto. Ha avuto due figli dalla prima moglie,
Peggy; James Michael, il figlio nato da Valda, giornalista, è stato una figura
importante del nazionalismo scozzese. Il suo biografo, Kenneth Buthlay, ha
scritto che “MacDiarmid è il flagello dei Filistei, lo spietato intellettuale
che cerca la rissa… il nemico del compromesso”.
Nella raccolta di saggi oxfordiani La riparazione della poesia Seamus Heaney
dedica un testo a Hugh MacDiarmid, La fiaccolata di un singolo.
> “La posizione di MacDiarmid nella letteratura e cultura scozzese”, scrive, “è
> per molti aspetti analoga a quella di Yeats in Irlanda, e le ambizioni
> indipendentiste degli scrittori irlandesi furono sempre molto importanti per
> lui. Il suo ardimento linguistico fu ampiamente incoraggiato dall’esempio di
> Joyce, mentre Yeats e altri scrittori successivi alla rinascita irlandese
> continuarono a esercitare un ampio influsso sul suo programma di nazionalismo
> culturale”.
Gli aveva fatto visita nel 1977, MacDiarmid sarebbe morto l’anno dopo. Il cammeo
che Heaney, Nobel per la letteratura nel 1995, dedica al rabbioso Omero di
Scozia è mirabile:
> “Fu comunista e nazionalista, propagandista e plagiatore, bevitore e
> confusionario, e recitò tutte queste parti con straordinaria verve. Si fece
> dei nemici con la stessa passione con cui si fece degli amici. Fu stalinista e
> sciovinista, anglofobo e arrogante, ma la stessa tendenza all’eccesso che
> manifestava sempre, la qualità esorbitante che segnava tutto ciò che faceva,
> dava anche forza ai suoi successi e li rendeva duraturi”.
Gli dedicò anche una poesia, An Invocation. In Memoriam Hugh MacDiarmid.
Esaltava il poeta “pazzo di scrittura” che possiede “l’occhio ciclonico d’una
poesia come le stagioni”.
In pochi altri poeti si percepisce così nitida, ferina, la prossimità
all’elemento naturale.
Questo è un poeta in cui rovinare.
*In copertina: Hugh MacDiarmid (1892-1978)
L'articolo “La mia è la storia di un assolutista”. Epopea lirica di Hugh
MacDiarmid proviene da Pangea.