Salgo in macchina, mi dirigo verso un’abitazione-studio in località Malatesta:
un colle assolato che si affaccia sul mar Tirreno e la Pianura pontina,
sull’altro versante i Colli Albani. Penso che “Malatesta” potrebbe essere
benissimo il nome di un vescovo del Duecento, ma è perfetto per la poetessa che
sto andando a trovare. Mala-testa perché eretica nel senso etimologico: lei che
sceglie di non percorrere, la cito, i «tunnel del pensiero razionalistico,
onnipotente, dove tutti scontiamo la volontà di non voler perdere. E invece
perdiamo». Perché oggi quei tunnel sono diventati le ampie corsie dei popoli e
non si può che essere coraggiosi.
Ecco, lei è qui, nelle sue parole, e lì, nel suo corpo e nei paesaggi che la
compongono. È fatta delle assi di legno sul soffitto della sua infanzia – una ad
una scandite nel loro ritmo mentre cantano le donne – e dei mille nastri che
colorano lo sterrato tra la porta di ingresso e il pollaio. È la Calabria e il
rigore, è la piazza di «pelle sfatta» e una certa barbarie.
La sua capigliatura riccia e una solennità contenuta mi ricordano una figura
antica di maga, forse orientale. Parla delle cose con una certa vicinanza. Non è
un caso che ami lavorare l’argilla: materia “atomica” quando ancora le mani
dicevano con i gesti: acqua e terra insieme, sputo e discorso insieme, me e
mondo insieme. E nel dare parola a questo “insieme”, chi la legge si perde con
lei in piccoli risvegli: in città, tra isole, con sconosciuti, nonostante gli
amori, durante i viaggi, assieme ai dolori, nei silenzi. È Luigina Ruffolo,
poetessa nata in una famiglia di lingua arbëreschë.
La posizione di Luigina è chiara: quella di un’esiliata-nel-mondo. «Dal ripudio
scelgo la fola paziente dei vinti», scrive
in Dialoghi di sospensione (CartaCanta, 2026), sua ultima pubblicazione, immersa
in giardini, città, aule di scuola in cui «tutto è nutrimento». Poi finalmente
lo confessa:
> «Al mattino la tua voce è il mattino. Io sono le cose».
La storia le appare come una stratificazione vissuta, deposito di gesti e
pratiche. Nel «QUI di ciclica stoltezza», gli adolescenti sono ombre «addossate
all’abitudine delle moto/ e della storia, stasera ridono incisi nell’aria e
ignorano/ i Santi, pietrificati in alto, in questa città dovunque,/ a tenere
segreto il conto delle greggi». Greggi che da sempre ci guidano in transumanza
sotto costellazioni millenarie e che, in una sorta di allucinazione, le nostre
comunità sembrano aver dimenticato: «non mi piace ciò che produce l’Occidente,
sa di ottenebrata/ finitudine, carie che morde l’innocenza./ E il sole vi
tramonta sempre su un delitto […] Ma questa è, un’altra storia».
Prima di ogni domanda, risposta o gesto, Luigina indica la via della
sospensione. Una sosta che è attenzione estrema fino a diventare sprofondamento
nelle cose: «Fermarmi come un ronzino intontito dal sole in un campo di
avena». Osservare con intensità diventa così un atto di disobbedienza alle mappe
già scritte, un modo di strapparle per riscoprire paesaggi che ci sono
prossimi. È il meridione che riaffiora come esperienza sensibile, linea di
frattura e di richiamo all’insieme: «A un’ora da Roma il Sud prende il
sopravvento, il confine è netto/ come un pugno. Quanto tempo manco da Napoli,
l’irriducibile».
In questa attenzione si manifesta una consapevolezza della fragilità, che si
riaccende a ogni uso della parola. Fragilità originaria e biografica: Luigina ha
vissuto fino ai cinque anni come un autentico essere mediterraneo, scalza,
esposta al sole, povera. Poi, in terza elementare, il trasferimento dalla
Calabria al Nord e l’imposizione della lingua italiana: lei che è di quella
«razza costretta a ferirsi/ sfiorando le cose». È da questa lacerazione che
nasce un’altra lingua, non addomesticata, intrisa di immagini e miti: «Sai
quante linee occorrono per disegnare tutto questo» e ancora,
ne Il Giardino dell’Hybris, «Sono. Nulla può rompere l’incanto d’esserlo per
te,/ per le tue dita che iniziatiche dipartono,/ l’argilla mobile della mia
vita».
Da qui prende forma un invito a non smarrire il legame con ciò che conta
realmente: «non disimparare le forme e i colori, i/ mille colori e le migliaia
di forme di questi bianchi morti, le loro/ voci perdute al mondo». È una
responsabilità iniziatica: uomini e donne hanno attraversato il suo destino
affidandole il proprio, chiedendo che le sue spalle reggessero il peso di
esistenze che non vogliono scomparire senza traccia.
Si apre così un senso di sorellanza, in cui i corpi delle donne conservano una
corrispondenza ondivaga con le vegetazioni della Calabria e le sue geografie: «e
mi chiedo, guardando il mare giungere a riva con piccoli moti/ trasversali, se
sono stati i capelli delle nostre ragazze a dare il/ nome alle onde./ Ragazze
lontane, bellissime come pianeti che, senza saperlo, comandano maree». In lei
tutta la mitologia resta vivente al punto di rendersi cannibale: «Ma l’estate
bagna mio Odisseo, la soglia del tuo passo./ E ti deglutisco con labbra di
saliva, fecondando le mute di/ codardi…». I codardi siamo ancora noi ma, nel
gesto di Luigina, scorrono anche le nostre molteplici origini perché, ci
ricorda, «Siamo, fluendo, reciproche sorgenti ed è l’icore stessa/ che s’incarna
e bagna tanta vicinanza».
La guerra, anche l’amore, emerge allora come esito di uno scontro tra
nazioni-immaginari che possono diventare estenuanti: «agguato mortale sotto un
cielo dismesso», «conoscenza che fra me e un “tu” c’è tutta la fatica del
mondo».
Robina Brugugnoli, Flegero, 2024
Eppure, la sospensione resta possibile, spesso grazie all’incandescente luce del
sole, che rende le cose talmente visibili da sciogliere le parole. È qui che
interviene la poesia, parlando la lingua delle forme, lasciando esprimere ciò
che di solito resta inerte: le frange delle tovaglie, il reparto di
cardiochirurgia, persino me stesso-una finestra spalancata. Scrive Luigina: «Non
c’è nulla di più grande che dare la vita per gli amici…nulla di/ più grande
dell’amico che ti fa tremare, e ridere e ti libera e ti fa / essere: Tu sei il
mio gratis, questo, conosco e credo./ Ciao».
Amica, ciao.
Gabriele Romani
*
Brani da Dialoghi di sospensione (2026)
XXIII
Ricordo il rispetto dei folli nei nostri villaggi di pietra. Gli odori i fumi e
le piogge nei nostri villaggi prima di Cristo: li ho conosciuti: nessun mio atto
tra memoria e presente – è privo di follia, così, l’incognita è matrice di
termini noti. L’incognita: il mondo delle cose dove la mia ferita si fa
originaria e incontro il tuo volto, perché la grazia tocca solo nervi scoperti.
Nel dolore di non poter più essere ti incontro: solo quando l’angelo spari,
Maria comprese che era apparso. Fu in virtù di una sparizione che accettò di
farsi segnare il ventre e accudì le bestie, allattò il bambino, fece parte come
cosa del mondo delle cose.
Fu così che Maria conobbe l’oltre che esiste.
*
XLV
Questa fatica di gesti, questo spreco di tempo e di vita, questo spreco di
possibilità nei gesti, sfoglia dopo sfoglia, acqua e farina.
Questa necessità dello spreco di essere attraverso gesti
di cui nessuno saprà mai.
Questo spreco così silenzioso e femminile di mani che si
deformano, di polsi che si spaccano nel sollevare materassi e
pesanti trapunte di lana, e panni e polvere più pesante delle
pietre
e milioni di piccoli tagli su ogni dito.
Imbruttire, abbrutirsi per la necessità di consumare l’eccesso
di vita che prorompe dai fianchi, dal ventre.
Questo stratificare gesti per costruire l’ossatura altrui. Non di
mattoni, di carne sono i nostri edifici, tutta la carne che ha fatto
la storia ma di cui non resta che polvere.
I nostri pantheon sono fatti di occhi socchiusi.
*
XXVII
Così, io che sempre chiedevo a te raccontami una favola, io
mi sento dire ti prego, amore raccontami una favola, ti prego,
amore una sola parola dolce. Mi assale l’impotenza d’amare
ed essere amata, d’essere amata e non amare, di non amare e
non essere amata. Amare. Amare mandorle finite in bocca ad
un bambino. Rigo familiare del mio pentagramma di dolore. E
conoscenza che fra me e un “tu” c’è tutta la fatica del mondo.
E un cielo. Dismesso. Dove rimango, nonostante più volte
sia rimasta, squartata dal suo azzurro. Dove conosco il mio
assassino, finalmente, io, che mi hanno tolto la casa, strappato la
lingua, poi la purezza dal bisogno. E un figlio.
Io che sono il bisogno dei tuoi occhi che non capiamo, che
cerchiamo, sapendo che non è stata ancora inventata la raffica
di sillabe per incontrarci, come in un agguato mortale sotto
un cielo dismesso, dove rimango luna, enorme, tachicardica
e rivolta a Oriente.
*Luigina Ruffolo ha vinto il “Premio Montale” nel 1987 per la poesia inedita e
nel 1990 riceve il “Premio Leonardo” per la poesia edita con il libro Thias. Nel
2000 pubblica Il Giardino dell’Hybris ed è presente in diverse antologie e
riviste di poesia (I 7 poeti del premio Montale, 1987; Vent’anni di poesia,
2002; Il pensiero dominante, 2001; Darsena, Clandestino, Versicolori, Poesia).
Il suo ultimo libro è Dialoghi di sospensione (2026).
In copertina: Robina Brugugnoli, Trisulti, 2023
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