Tag - In culo oggi no

Storia tragica di Jana Černá, la “figlia di Kafka”
Nel gennaio del 1923, dal pulpito di una delle riviste praghesi più importanti dell’epoca, “Národní listy”, Milena Jesenská scrive un articolo, Il diavolo del focolare, in cui s’interroga – secondo i modi del mitico incipit di Anna Karenina – su “perché tutti o quasi tutti i matrimoni moderni siano infelici”. È proprio intorno al diktat – ipocrita, punteggiato di trappole – della felicità che si scaglia Milena, con febbricitante potenza di stile: > “A me sembra che, nel momento in cui due persone si sposano perché vogliono > essere felici insieme in quello stesso istante si derubino e si privino della > possibilità di essere felici. […] Due persone si sposano per vivere insieme. > Perché al dono straordinario, sublime di questa possibilità è necessaria anche > la felicità? Perché gli uomini non possono mai e poi mai accontentarsi di una > grandezza autentica e non mascherata e scelgono piuttosto una menzogna tirata > a lucido?” L’articolo piacque a Franz Kafka, gli dimostrò che Milena era “una creatura incredibilmente coraggiosa”, esaltante per “incomprensibilità”. Non le scriveva da tempo; qualche mese prima le aveva scritto, “Lei sa quanto odio le lettere. Tutta l’infelicità della mia vita… deriva se si vuole, dalle lettere o dalla possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno quasi mai ingannato, le lettere sempre, e precisamente, anche qui, non quelle altrui, ma le mie” (cito da: Franz Kafka, Lettere a Milena, Giuntina, 2019). Milena riceverà l’ultimo biglietto da Kafka nel Natale di quell’anno; la prima delle tante lettere dell’epistolario più sconvolgente della storia della letteratura (pardon, della storia dell’uomo) era giunta “intorno al marzo 1920”.  Di matrimoni, per altro, Milena diventerà pratica. All’epoca del rapporto epistolare con Kafka era unita a Ernst Pollack, da cui divorzia nel 1925; due anni dopo sposa l’architetto Jaromír Krejcar per poi far coppia con il dirigente comunista Evžen Klinger. Espulsa dal partito nel ’36, giornalista eccezionale (si legga ad esempio: Qui non può trovarmi nessuno, Giometti & Antonello, 2018), raccontò con lucidità l’invasione della Cecoslovacchia da parte di Hitler. Arrestata nel 1940, morì nel maggio del ’44, nel campo di concentramento di Ravensbrück; è onorata come “Giusta fra le nazioni”.  Dal matrimonio con Krejcar era nata, nel 1928, a metà agosto, la figlia, Jana. Stigmatizzata dalla figura della madre – la cui disinvoltura era un modo per disobbedire a un’epoca infausta –, Jana Krejcarová diventò una figura ambigua e a suo modo decisiva della controcultura praghese, una specie di esagitata Iside. Per la madre, quasi bambina, girava di notte, in città, in cerca di morfina. Si sposò quattro volte, ebbe diversi figli da diversi uomini; morì di schianto, il 5 gennaio del 1981, poco più che cinquantenne, in un incidente automobilistico. Nel mezzo, Jana percorre ogni inferno dell’esistere, autentica creatura screanzata, da sottosuolo. In poco tempo, da ragazza, dissipa l’eredità di famiglia, lasciatale dai nonni; si adatta a “un’esistenza nomade e dissipatrice […] “per mantenersi, passa da un lavoro all’altro: donna delle pulizie, bigliettaia sul tram, sguattera” (Peppe Mauro Notturna). Non riesce a occuparsi dei figli, viene arrestata dalle autorità per parassitismo e incuria familiare. La testimonianza di Jan Cerny, uno dei figli avuto dal secondo marito, strazia:  > “Noi ci sentivamo amati, lei ci parlava come se fossimo adulti e si aspettava > anche che noi ci comportassimo come tali. Però mancava la continuità nelle > piccole cose che sembrerebbero ovvie: noi bambini rimanevamo abbandonati a noi > stessi per giorni interi e poco tempo dopo fummo affidati alla tutela di > nostro padre. All’inizio degli anni Sessanta Jana si sposò un’altra volta ed > ebbe un altro bambino. Solo poco tempo dopo il tribunale affidò il bambino a > dei genitori adottivi e Jana venne condannata a un anno di detenzione per > negligenza nella cura dei figli”. La figura di Jana, con le sue abbaglianti oscurità, è maculata della leggenda dei fuorilegge. Nota come “Honza”, frequenta i ‘beat’ di Praga, capitanati da Egon Bondy; è intima amica di Bohumil Hrabal, il grande scrittore di Una solitudine troppo rumorosa – è proprio lui ad ammantare Jana/Honza di una descrizione risolutiva: > “Se la Achmatova dice di se stessa che è un cigno nero, Honza era un cigno > bianco con un’ala ferita, ma con degli splendidi, grandi e tristi occhi e con > il cuore di una poetessa maledetta”. I suoi scritti – radi, feroci – viaggiavano secondo le spire del samizdat; nel 1990 uscì a Praga il suo testo più dolente, Clarissa, tradotto nel 1992 dalle edizioni e/o – con necessaria appendice di Peppe Mauro Notturna che racconta l’epopea dei Beatnik a Praga – con un titolo, diciamo così, più efficace, In culo oggi no. Oggi di Jana Černá, nei gangli dell’editoria italica, non c’è nulla, neppure la biografia della madre, Vita di Milena, tradotta da Garzanti nel 1986. Nel libretto di allora – un centinaio di pagine appena – spiccano pagine di deviante splendore; catalogo alcune frasi: > “Le odio, mi ripugnano queste persone risolute, che hanno riservato alla > poesia una parte del proprio tempo, come a qualsiasi altro hobby, per le quali > quella pappetta diluita, senza sorprese, che spacciano per poesia, si limita > alla versificazione e all’incontro fortuito con una prostituta di notte, > quando tornano dai locali notturni. Le odio quanto le zollette di zucchero > bagnate sull’orlo dei piattini del caffè, e a loro non chiedo mai che cosa > hanno sognato”; > “Può esserci qualcosa di più triste dell’attimo in cui baciate il vostro > amante? È sciocco e insensato, banale e magico, ma è soprattutto terribilmente > triste. Il primo bacio dato a un nuovo amante ha sempre avuto per me il sapore > dei baci di mio padre quando mia madre non era a casa. È incestuoso e sembra > non avrà sviluppi”; > “Devo dire che l’amoralità ha per me un valore solo quando è artisticamente > perfetta… Dal momento in cui è posta al servizio dell’autodifesa, rientra > nella psicologia del profondo e diventa questione leggermente penosa”. Questo a testimoniare una postura dell’essere, uno stile. Il titolo del libro – di cui auspichiamo prossima ripubblicazione – trova ragione nel breve canzoniere erotico pubblicato in calce a Clarissa; poesie di una ventenne con il desiderio di disobbedire alle norme del vieto lirismo, non per forza belle: “In culo oggi no mi fa male E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te perché ho stima del tuo intelletto,  Si può supporre che sia sufficiente per chiavare in direzione della stratosfera”. In Francia – paese forse più in sintonia con scritture eversive e controcorrente – l’opera di Jana Černá è tornata di recente sugli altari editoriali. Le piccole, eleganti Mater Editions, nate un paio di anni fa con lo scopo di “redonne vie à des voix de femmes oubliées”, hanno da poco pubblicato come Des Empreintes d’Âmes i testi di Jana scritti durante la detenzione nel carcere femminile di Pardubice, subita tra il 1963 e il ’64. Il libro vive in una specie di clinica quiete, di una ciclica sorgiva dei giorni al cilicio – “Ogni giorno è identico al prossimo. Stessi volti, stesse divise, stessi detenuti, stesso personale” –; è una sorta di aggiornata Memorie da una casa di morti, con sguardi intrisi di coltelli: > “Una donna, condannata a scontare una pena per negligenza. Ha causato la morte > di alcuni studenti di diciannove anni: il loro autobus si è scontrato contro > il treno; non ha abbassato la sbarra in tempo. Anche lei, come tutte le altre, > si confida: ‘Ho avuto sfortuna. Mi hanno rinchiuso proprio quando stavamo > comprando un’auto nuova…’”. Ogni detenuto, scrive Jana, “aspira a qualcosa, sogna un futuro, è sagomato dalla speranza”; a lei, anatomista del massacro umano, trascrivere queste aspirazioni, spesso aureolate d’ira. Qui una detenuta le racconta a strappi la propria vicenda coniugale: “Quel bastardo ha divorziato da me per mettersi con una spia; mi hanno fregato, quei due, ma non me ne frega nulla perché lui è un vile, si farebbe trascinare in Francia con un guinzaglio di spaghetti scotti. È con lei che sono incazzata – quando la avrò tra le mani non sarà altro che lordume, una zolla di unto”.  Quarant’anni prima, Milena scriveva che nella vita “esistono due vite possibili: o accettare il proprio destino… oppure cercare il proprio destino”, per scoprire, cercandolo, che “quello che succede è sempre peggio di quello che c’era prima”. Destino, parola troppo porosa, che prevede veglia e lupi al confine; parola con troppi dadi in tasca, destino. Jana fece di tutto per screditare se stessa e liquefarsi in una malferma idea di paradiso. Preferì i postriboli del cuore. Agli amici, diceva di essere “la figlia di Kafka”. Per certi versi, aveva ragione. Le cronologie, gli avvenimenti, le date ben riposte nei taccuini sono poca cosa al cospetto di chi sa toccarti, di chi sa intaccare una vita per generazioni. Milena ne fu battezzata – la crocefissione toccò a Jana.  *In copertina: un’opera di Egon Schiele L'articolo Storia tragica di Jana Černá, la “figlia di Kafka” proviene da Pangea.
March 4, 2026 / Pangea