Tra il 1909 e il 1920, Franz Kafka visita l’Italia quattro volte. Di questi
viaggi ci restano: gli aeroplani di Brescia; una fotografia in cui K, seminudo,
al Lido di Venezia, ride; una misteriosa diciottenne svizzera, G. W., di esangue
bellezza, con cui K flirta nel sanatorio di Riva; una manciata di lettere
incendiare scritte a Milena da Merano (“Le tue lettere sono un fuoco”, scriveva,
consegnando alla parola fuoco un nitore asciutto, ascetico). Combinati assieme,
questi elementi compongono un affascinante – e spiazzante – Romanzo Kafka.
Secondo Benjamin Balint, kafkologo di genio – autore, tra l’altro, nel 2018,
di Kafka’s Last Trial, studio sul destino romanzesco dei manoscritti kafkiani –,
l’Italia perfeziona la vocazione di K. “I viaggi italiani di Kafka non sono
interruzioni nella sua opera, ma prolungamenti di quella stessa opera
all’interno di un altro mezzo espressivo”, scrive in Kafka in Italia, studio
delizioso edito da Wetlands.
Die Aeroplane in Brescia, pubblicato il 29 settembre del 1909 sulla rivista
praghese di lingua tedesca “Bohemia”, è tra i primi scritti di K in assoluto.
Presso il campo di aviazione di Montichiari, poco lontano da K, spiccava, per
sempre dionisiaco, Gabriele d’Annunzio.
I viaggi italiani riassumono e ricompongono tutti i temi di K: la malattia e
l’ossessione verbale, l’amore enigmatico e quello passionale, la quiete e la
mania. La fuga. Il ritorno. L’attesa. Tornato a Praga dall’Italia, nel 1913, K
scrive a Felice una lettera feroce, “Una convivenza durevole non è possibile per
me senza menzogna come non lo è senza verità”. Rispetto all’Italia ritratta da
tanti scrittori – Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, ad esempio – quella di Kafka
è un chiodo di luce, è un guerriero luminoso che ti fa lo scalpo. Immaginare K a
Stresa, nel 1911, sulla riva del Lago Maggiore è come leggere Un messaggio
dell’imperatore. Chiunque sia stato su quel lago sa l’innocenza che diventa
drago, sa che il solo modo di proteggere, a volte, è inghiottire. Quel lago non
rispecchia, infrange, rompe lo specchio.
In qualche modo, il vagabondaggio italiano di K sovverte l’incancrenita idea che
ci siamo fatti dell’aggettivo “kafkiano”. Dunque, abbiamo contattato Balint.
Acqua (Venezia; Riva; Stresa), vento (Brescia), aria (Merano), fuoco (l’amore).
Qual è l’elemento più prossimo a Kafka?
La risposta più allettante è: fuoco. L’amore, per Kafka, brucia davvero. Basti
pensare alle parole con cui descrive Milena Jesenská: “fuoco vivo, mai visto
prima”. Radiosità troppo intensa per abitarvi. Il fuoco si presenta a Kafka
nelle temperature più elevate: impossibile viverci. Può solo scrivere dai
margini – bruciati.
Il vento appartiene allo spettacolo aereo del 1909, a Brescia: quel favoloso
luna park di inizio Novecento, turbinio di eliche e angeli meccanici. Il viaggio
compiuto da Kafka a Brescia insieme a Max Brod rappresenta il passaggio da una
ordinaria flânerie a una nuova relazione tra viaggio e scrittura. Ma Brescia è
un episodio, per quanto brillante, non è il clima permanente di Kafka.
L’acqua esercita un forte richiamo in Kafka. È lì, a Stresa e a Riva, che il
cielo si abbandona alla superficie senza esitazioni, mentre Kafka è
interiormente spezzato. A Venezia l’acqua si sdoppia, si frantuma in fraintesi,
confonde. Venezia, con i suoi canali e i riflessi, mostra a Kafka un mondo in
cui nulla è soltanto se stesso. Ogni palazzo è anche il suo doppio tremolante;
ogni scorcio già visto riappare, sotto la luce obliqua, nuovo. L’acqua è
prossima a Kafka. Ma per lui resta l’elemento percepito dalla banchina.
Quindi, direi: aria. Non la felice aria Adriatica promessa negli opuscoli
turistici, tuttavia, né la brezza tonificante pubblicizzata dalle terme e
neanche l’“aria e luce” somministrate con razionale rigore nei sanatori. L’aria
come elemento irrinunciabile. Possiamo rifiutare l’acqua restando a riva,
evitare il fuoco indietreggiando e ripararci dal vento grazie a un muro. L’aria
penetra senza permesso. È il più intimo degli elementi, quello che non possiamo
possedere. Viviamo dentro l’aria e l’aria vive dentro di noi. Ecco perché la
scrittura di Kafka ci pare eterea nel senso più inquietante del termine. La sua
legge non è su tavole di pietra, non brandisce spade fiammeggianti; è ovunque.
La sua autorità è dappertutto e da nessuna parte. Come l’aria, è invisibile e
necessaria.
1913, Venezia, spiaggia. Kafka ride. Che cose ci dice del ‘kafkiano’ questa
fotografia?
Quella fotografia, in effetti, complica l’aggettivo ‘kafkiano’ riportandolo al
corpo – più precisamente, al corpo illuminato. Abbiamo trasformato ‘kafkiano’ in
un aggettivo per tribunali senza giudici, decreti senza autori, impiegati senza
pietà. È il nostro piccolo aggettivo portatile per descrivere l’esasperazione
moderna. Un ufficio che ci manda da uno sportello all’altro: ‘kafkiano’. Ma
prima che l’aggettivo mutasse in diagnosi, prima che Kafka diventasse lo spettro
incombente dell’angoscia burocratica, c’era quest’uomo in costume da bagno,
seduto sulla spiaggia del Lido, che sorride. Perché sorride? È felice? È
imbarazzato? Flirta? Si tratta di una momentanea assoluzione concessa dall’aria
di mare? La macchina fotografica cattura una superficie, e immediatamente quella
superficie comincia ad accusarci di non comprenderla. Offre evidenze e smobilita
certezze. Ci dice: ecco Kafka, e subito ci interroga: cosa hai visto davvero?
Una fotografia sembra certificare la realtà, ma in Kafka spesso accade il
contrario: separa il visibile dalla spiegazione. L’inquadratura è sempre troppo
stretta. Qualcosa di essenziale è accaduto un attimo prima o un attimo dopo,
fuori scena. La prosa di Kafka funziona più o meno allo stesso modo. Registra
con precisione, per questo rende il reale così strano.
Lei dedica un capitolo alla “funzione Kafka” nella letteratura italiana. Bobi
Bazlen, Italo Svevo, Moravia, Montale, Primo Levi: Kafka pervade gli scrittori
del nostro canone. Sono curioso, tuttavia, di capire meglio i legami tra
Gabriele d’Annunzio e Kafka, a cui accenna nelle prime pagine del libro.
Per quel che ne so, non esiste una vera relazione, nel senso comune del termine,
tra Kafka e d’Annunzio. Nessuna corrispondenza, nessuna segreta affinità
elettiva. Si trovavano per caso sullo stesso spiazzo lombardo, nel settembre del
1909, entrambi con lo sguardo rivolto verso le stesse macchine. Se l’aeroplano è
il segno del futuro, d’Annunzio desidera guidarlo. Kafka, nel frattempo, prende
appunti per quello che sarà uno dei suoi primi scritti pubblicati: Die Aeroplane
in Brescia. Non certo un inno futurista, ma una prosa che narra la facilità con
cui la figura umana può diventare un punto – e meno di un punto. Ecco perché mi
è parso significativo accennare a quell’episodio. D’Annunzio non subisce la
“funzione Kafka”. È una contro-immagine di Kafka. Ci aiuta a vedere ciò che
Kafka non era. Kafka non era inebriato dal potere, non era sedotto dall’estasi
pubblica. Diffidava dei luoghi in cui la folla e la macchina cospirano per
rendere la trascendenza una cosa facile.
Gioco con le coincidenze. Ezra Pound è a Venezia quattro anni prima di Kafka; si
stabilisce a Merano più di trent’anni dopo la morte di Kafka. Esistono a suo
parere connessioni, sovrapposizioni, incroci tra questi scrittori che ci
appaiono agli antipodi?
Benché non conosca alcuna influenza diretta che porti da Kafka a Pound o da
Pound a Kafka, esistono delle connessioni. Entrambi appartengono al secolo
modernista, agli opposti estremi di quel lungo tavolo. Eppure, il campo delle
analogie li avvicina. Sono due grandi modernisti, entrambi legati all’Italia
settentrionale in momenti di crisi e di ridefinizione del sé. Pound è a Venezia
nel 1908. Venezia, per Pound, è il luogo delle maschere, dell’antica repubblica
mercantile, lo scintillante archivio d’Europa. Nei Cantos, Venezia sarà parte
del suo grande meccanismo di memoria culturale. La Venezia di Kafka è diversa.
Quando vi approda, nel 1913, è un uomo depositata in una camera della
riflessione. Per Pound, Venezia è il teatro del possesso culturale. Per Kafka, è
uno specchio che si rifiuta di stare immobile. La Venezia di Pound ci dice: la
civiltà ha lasciato dei segni, al poeta il compito di ricomporli. La Venezia di
Kafka dice: anche i segni hanno le vertigini.
Merano esalta i contrasti. Kafka vi arriva nel 1920, malato di tubercolosi,
sperando non tanto in una guarigione ma in un rinvio. Eppure, è in quella città
termale che si appicca l’incendio delle lettere a Milena. Il corpo cede, il
linguaggio va a fuoco. La Merano di Pound – che è poi Brunnenburg – appartiene a
un capitolo decisamente diverso: il dopoguerra. Dopo il fascismo, dopo le
trasmissioni radiofoniche, dopo l’arresto Pound torna in Italia non più come il
giovane incendiario del 1908, ma come un re ferito, a frammenti. Kafka va a
Merano prima della catastrofe, presagendo la catastrofe delle strutture della
vita ordinaria. Pound approda a Merano dopo ave varcato disastrosamente la
retorica pubblica della catastrofe.
Si tratta, infine, di due tipi di esilio. Pound è l’espatriato per vocazione: un
inventore di se stesso, avido dell’Europa e delle sue eredità pronte all’uso.
Kafka è l’errante interiore: tedesco tra cechi, ebreo tra tedeschi, figlio nella
casa del padre, scrittore in una lingua che al tempo stesso gli appartiene e gli
è estranea.
Dall’Italia, Kafka scrive alle sue due grandi donne “epistolari”: Felice e
Milena. Mi affascina, tuttavia, l’evanescente G. W.: cosa sappiamo di lei?
Kafka fu a Riva due volte: con Max Brod nell’estate del 1909, da solo
nell’autunno del 1913. Nell’ottobre di quell’anno, durante un soggiorno al
sanatorio di Hartungen, sulla sponda settentrionale del Lago di Garda, Kafka
incontrò “una ragazza svizzera dall’aspetto italiano con la voce dolce”, come
scrisse a Brod. Nel diario si riferisce a lei come “G. W.”. Alloggiava nella
stanza sotto la sua: a volte, la ragazza si sporgeva dalla ringhiera per
salutarlo. Amava le fiabe e i bei vestiti, cantava una canzone ogni sera prima
di andare a letto. “La dolcezza del dolore e dell’amore… Radunare il suo sorriso
in barca. Questa era la cosa più bella di tutte”, scrisse Kafka nel suo diario,
il 22 ottobre del 1913. Alcuni mesi dopo confesserà a Felice Bauer:
> “Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza, una ragazzina di circa diciotto
> anni, una svizzera che vive in Italia, vicino a Genova, dunque per sangue del
> tutto aliena a me, piuttosto immatura, ma affascinante, e nonostante la
> fragile salute, davvero preziosa, profondamente significativa. Una ragazza
> assai meno affascinante di lei avrebbe potuto conquistarmi nello stato di
> vuoto e di desolazione in cui mi trovavo in quel momento… Era chiaro a me come
> a lei che non eravamo fatti per stare insieme, che, trascorsi i dieci giorni
> che avevano a disposizione, tutto sarebbe finito, che non ci saremmo mai
> scritti, neanche una lettera, neanche una riga. Eppure, significavamo molto
> l’uno per l’altra; ho dovuto fare di tutto per assicurarmi che non scoppiasse
> a piangere davanti a tutti quando ci siamo salutati – non stavo bene”.
Quanto al vero nome della ragazza, occorre procedere con discrezione. Gerti
Wasner è il nome che viene proposto più spesso – una identificazione assai
discussa. Cosa sappiamo allora di G. W.? Che era una persona reale; che non
faceva parte degli amici di Kafka, appartenenti alla Praga ebraica; che anni
dopo Kafka catalogò Riva tra i rari luoghi in cui visse un’autentica intimità
con una donna. Il resto resta nel mistero – ed è bene che resti tale.
Che valore ha il concetto di “ritorno” per Kafka?
Di certo, non è il movimento consolatorio che spesso associamo a questo termine.
Non è Ulisse che ritorna a Itaca ritrovando moglie e regno. Kafka è il grande
anti-Odisseo. Nel suo mondo, tornare non significa ritrovare la propria casa ma
scoprire che la casa è estranea, che la porta di casa è al contempo familiare e
inaccessibile.
In Kafka, dunque, “ritorno” significa: giungere a una soglia. Si torna – o si
crede di tornare – per essere trattenuti sull’orlo del riconoscimento. L’uomo di
campagna di fronte alla Legge; K. Di fronte al Castello; il figlio al cospetto
del padre; l’ebreo praghese di lingua tedesca di fronte alla Germania; il
potenziale emigrante davanti alla Palestina. In ogni caso: una porta, una
convocazione, una promessa di accesso. Una promessa al contempo intimidatoria –
e negata.
Questo vale anche per il ritorno di Kafka nell’ebraismo. Lo yiddish e l’ebraico
non gli offrono una patria definitiva; gli rivelano che ogni patria è di per sé
traduzione. Non ritorna alla tradizione, ma all’energia della trasmissione. Il
cacciatore Gracco è forse la più pura parabola kafkiana sul ritorno. Un
cacciatore arriva in barca a Riva, ma non è davvero arrivato. È morto e non è
morto, è in viaggio e alla deriva. Un errore si è verificato nei meccanismi del
passaggio. La barca che avrebbe dovuto portarlo nell’aldilà ha perso la rotta.
Il ritorno di Gracco non lo riporta in vita.
Per Kafka “ritorno” è il nome di un movimento impossibile, ma inevitabile, verso
ciò che ci reclama senza accoglierci. La famiglia ci reclama. Il linguaggio ci
reclama. L’ebraicità lo reclama. La Legge reclama Josef K. Il Castello reclama
K. Ma nessuna di queste chiamate diventa rifugio. Ciascuno resta soglia.
*In copertina: Kafka sul lido di Venezia, nel 1913 – ride
L'articolo “Al sanatorio, mi innamorai di una ragazza…”. Kafka e l’Italia.
Dialogo con Benjamin Balint proviene da Pangea.
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Nel gennaio del 1923, dal pulpito di una delle riviste praghesi più importanti
dell’epoca, “Národní listy”, Milena Jesenská scrive un articolo, Il diavolo del
focolare, in cui s’interroga – secondo i modi del mitico incipit di Anna
Karenina – su “perché tutti o quasi tutti i matrimoni moderni siano infelici”. È
proprio intorno al diktat – ipocrita, punteggiato di trappole –
della felicità che si scaglia Milena, con febbricitante potenza di stile:
> “A me sembra che, nel momento in cui due persone si sposano perché vogliono
> essere felici insieme in quello stesso istante si derubino e si privino della
> possibilità di essere felici. […] Due persone si sposano per vivere insieme.
> Perché al dono straordinario, sublime di questa possibilità è necessaria anche
> la felicità? Perché gli uomini non possono mai e poi mai accontentarsi di una
> grandezza autentica e non mascherata e scelgono piuttosto una menzogna tirata
> a lucido?”
L’articolo piacque a Franz Kafka, gli dimostrò che Milena era “una creatura
incredibilmente coraggiosa”, esaltante per “incomprensibilità”. Non le scriveva
da tempo; qualche mese prima le aveva scritto, “Lei sa quanto odio le lettere.
Tutta l’infelicità della mia vita… deriva se si vuole, dalle lettere o dalla
possibilità di scrivere lettere. Gli uomini non mi hanno quasi mai ingannato, le
lettere sempre, e precisamente, anche qui, non quelle altrui, ma le mie” (cito
da: Franz Kafka, Lettere a Milena, Giuntina, 2019). Milena riceverà l’ultimo
biglietto da Kafka nel Natale di quell’anno; la prima delle tante lettere
dell’epistolario più sconvolgente della storia della letteratura (pardon, della
storia dell’uomo) era giunta “intorno al marzo 1920”.
Di matrimoni, per altro, Milena diventerà pratica. All’epoca del rapporto
epistolare con Kafka era unita a Ernst Pollack, da cui divorzia nel 1925; due
anni dopo sposa l’architetto Jaromír Krejcar per poi far coppia con il dirigente
comunista Evžen Klinger. Espulsa dal partito nel ’36, giornalista eccezionale
(si legga ad esempio: Qui non può trovarmi nessuno, Giometti & Antonello, 2018),
raccontò con lucidità l’invasione della Cecoslovacchia da parte di Hitler.
Arrestata nel 1940, morì nel maggio del ’44, nel campo di concentramento di
Ravensbrück; è onorata come “Giusta fra le nazioni”.
Dal matrimonio con Krejcar era nata, nel 1928, a metà agosto, la figlia, Jana.
Stigmatizzata dalla figura della madre – la cui disinvoltura era un modo per
disobbedire a un’epoca infausta –, Jana Krejcarová diventò una figura ambigua e
a suo modo decisiva della controcultura praghese, una specie di esagitata Iside.
Per la madre, quasi bambina, girava di notte, in città, in cerca di morfina. Si
sposò quattro volte, ebbe diversi figli da diversi uomini; morì di schianto, il
5 gennaio del 1981, poco più che cinquantenne, in un incidente automobilistico.
Nel mezzo, Jana percorre ogni inferno dell’esistere, autentica creatura
screanzata, da sottosuolo. In poco tempo, da ragazza, dissipa l’eredità di
famiglia, lasciatale dai nonni; si adatta a “un’esistenza nomade e dissipatrice
[…] “per mantenersi, passa da un lavoro all’altro: donna delle pulizie,
bigliettaia sul tram, sguattera” (Peppe Mauro Notturna). Non riesce a occuparsi
dei figli, viene arrestata dalle autorità per parassitismo e incuria familiare.
La testimonianza di Jan Cerny, uno dei figli avuto dal secondo marito, strazia:
> “Noi ci sentivamo amati, lei ci parlava come se fossimo adulti e si aspettava
> anche che noi ci comportassimo come tali. Però mancava la continuità nelle
> piccole cose che sembrerebbero ovvie: noi bambini rimanevamo abbandonati a noi
> stessi per giorni interi e poco tempo dopo fummo affidati alla tutela di
> nostro padre. All’inizio degli anni Sessanta Jana si sposò un’altra volta ed
> ebbe un altro bambino. Solo poco tempo dopo il tribunale affidò il bambino a
> dei genitori adottivi e Jana venne condannata a un anno di detenzione per
> negligenza nella cura dei figli”.
La figura di Jana, con le sue abbaglianti oscurità, è maculata della leggenda
dei fuorilegge. Nota come “Honza”, frequenta i ‘beat’ di Praga, capitanati da
Egon Bondy; è intima amica di Bohumil Hrabal, il grande scrittore di Una
solitudine troppo rumorosa – è proprio lui ad ammantare Jana/Honza di una
descrizione risolutiva:
> “Se la Achmatova dice di se stessa che è un cigno nero, Honza era un cigno
> bianco con un’ala ferita, ma con degli splendidi, grandi e tristi occhi e con
> il cuore di una poetessa maledetta”.
I suoi scritti – radi, feroci – viaggiavano secondo le spire del samizdat; nel
1990 uscì a Praga il suo testo più dolente, Clarissa, tradotto nel 1992 dalle
edizioni e/o – con necessaria appendice di Peppe Mauro Notturna che racconta
l’epopea dei Beatnik a Praga – con un titolo, diciamo così, più efficace, In
culo oggi no. Oggi di Jana Černá, nei gangli dell’editoria italica, non c’è
nulla, neppure la biografia della madre, Vita di Milena, tradotta da Garzanti
nel 1986. Nel libretto di allora – un centinaio di pagine appena – spiccano
pagine di deviante splendore; catalogo alcune frasi:
> “Le odio, mi ripugnano queste persone risolute, che hanno riservato alla
> poesia una parte del proprio tempo, come a qualsiasi altro hobby, per le quali
> quella pappetta diluita, senza sorprese, che spacciano per poesia, si limita
> alla versificazione e all’incontro fortuito con una prostituta di notte,
> quando tornano dai locali notturni. Le odio quanto le zollette di zucchero
> bagnate sull’orlo dei piattini del caffè, e a loro non chiedo mai che cosa
> hanno sognato”;
> “Può esserci qualcosa di più triste dell’attimo in cui baciate il vostro
> amante? È sciocco e insensato, banale e magico, ma è soprattutto terribilmente
> triste. Il primo bacio dato a un nuovo amante ha sempre avuto per me il sapore
> dei baci di mio padre quando mia madre non era a casa. È incestuoso e sembra
> non avrà sviluppi”;
> “Devo dire che l’amoralità ha per me un valore solo quando è artisticamente
> perfetta… Dal momento in cui è posta al servizio dell’autodifesa, rientra
> nella psicologia del profondo e diventa questione leggermente penosa”.
Questo a testimoniare una postura dell’essere, uno stile. Il titolo del libro –
di cui auspichiamo prossima ripubblicazione – trova ragione nel breve canzoniere
erotico pubblicato in calce a Clarissa; poesie di una ventenne con il desiderio
di disobbedire alle norme del vieto lirismo, non per forza belle:
“In culo oggi no
mi fa male
E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te
perché ho stima del tuo intelletto,
Si può supporre
che sia sufficiente
per chiavare in direzione della stratosfera”.
In Francia – paese forse più in sintonia con scritture eversive e controcorrente
– l’opera di Jana Černá è tornata di recente sugli altari editoriali. Le
piccole, eleganti Mater Editions, nate un paio di anni fa con lo scopo di
“redonne vie à des voix de femmes oubliées”, hanno da poco pubblicato come Des
Empreintes d’Âmes i testi di Jana scritti durante la detenzione nel carcere
femminile di Pardubice, subita tra il 1963 e il ’64. Il libro vive in una specie
di clinica quiete, di una ciclica sorgiva dei giorni al cilicio – “Ogni giorno è
identico al prossimo. Stessi volti, stesse divise, stessi detenuti, stesso
personale” –; è una sorta di aggiornata Memorie da una casa di morti, con
sguardi intrisi di coltelli:
> “Una donna, condannata a scontare una pena per negligenza. Ha causato la morte
> di alcuni studenti di diciannove anni: il loro autobus si è scontrato contro
> il treno; non ha abbassato la sbarra in tempo. Anche lei, come tutte le altre,
> si confida: ‘Ho avuto sfortuna. Mi hanno rinchiuso proprio quando stavamo
> comprando un’auto nuova…’”.
Ogni detenuto, scrive Jana, “aspira a qualcosa, sogna un futuro, è sagomato
dalla speranza”; a lei, anatomista del massacro umano, trascrivere queste
aspirazioni, spesso aureolate d’ira. Qui una detenuta le racconta a strappi la
propria vicenda coniugale: “Quel bastardo ha divorziato da me per mettersi con
una spia; mi hanno fregato, quei due, ma non me ne frega nulla perché lui è un
vile, si farebbe trascinare in Francia con un guinzaglio di spaghetti scotti. È
con lei che sono incazzata – quando la avrò tra le mani non sarà altro che
lordume, una zolla di unto”.
Quarant’anni prima, Milena scriveva che nella vita “esistono due vite possibili:
o accettare il proprio destino… oppure cercare il proprio destino”, per
scoprire, cercandolo, che “quello che succede è sempre peggio di quello che
c’era prima”. Destino, parola troppo porosa, che prevede veglia e lupi al
confine; parola con troppi dadi in tasca, destino. Jana fece di tutto per
screditare se stessa e liquefarsi in una malferma idea di paradiso. Preferì i
postriboli del cuore. Agli amici, diceva di essere “la figlia di Kafka”. Per
certi versi, aveva ragione. Le cronologie, gli avvenimenti, le date ben riposte
nei taccuini sono poca cosa al cospetto di chi sa toccarti, di chi sa intaccare
una vita per generazioni. Milena ne fu battezzata – la crocefissione toccò a
Jana.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele
L'articolo Storia tragica di Jana Černá, la “figlia di Kafka” proviene da
Pangea.