Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca:
pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima,
Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso
rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei
pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia
pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da
Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il
cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di
nulla.
Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e
intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e
ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij,
il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra
gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era
reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna
Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del
1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987),
pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che
> “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una
> genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che
> semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito
> e una loro sensibilità unica”.
Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel
1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj
Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà
fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività
controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir
Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.
Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una
“Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark
Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono
“modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente
anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in
ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che
esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa –
e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris
Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie
alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista,
Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro
che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti
embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.
Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto
ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej
Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché
abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto
per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata
lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico
pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:
> “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun
> tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni,
> ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande
> purezza, abnegazione e responsabilità”.
La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella
stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un
biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li
vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero
finita in un vicolo cieco”.
Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una
selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina
Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una
vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la
interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte
delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia
di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in
una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere
“l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In
una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:
“Oh, non educatelo
Alla stanzialità e alla sorte!
Nella poltiglia stagna dei sentimenti
… Oh, non trattenetelo!
Nel domestico sottovaso
Dio – come la begonia di casa
Alla finestra – non fiorisce!
… Perché egli corre – è movimento”.
Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova,
“Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e
da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione
così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj
& Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per
l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la
seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi,
è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di
Marina.
A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi
adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.
> “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una
> collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò
> sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete
> una donna comunissima’”.
>
> (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller,
> 1993)
L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”,
per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri,
scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia
segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti
conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche
più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina,
‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022
come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e
Marina, supreme latitanti al proprio tempo.
Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo
Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in
questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):
> “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del
> poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere
> russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la
> gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate
> nella tundra”.
I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il
poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma.
*In copertina: Anna Achmatova (1889-1966)
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