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“L’Iliade dell’uomo comune”. Alla scoperta di Josep Pla, una leggenda
Il quaderno grigio di Josep Pla (Settecolori, 2025) è molto più di un diario: è un’opera-soglia della modernità europea, un testo labirintico in cui l’io si costruisce attraverso l’osservazione del reale. Per Javier Cercas è stato il “diario più influente del XX secolo: l’Iliade dell’uomo comune”, mentre per Mario Vargas Llosa è un monumento letterario unico nel suo genere. L’opera si presenta infatti come una sorta di Zibaldone catalano, scritto tra il 1918 e il 1919 e rielaborato fino al 1966, che diventa l’incipit dell’immensa opera omnia di Pla (tra gli autori più curiosi e interessanti della sua generazione) trasformando l’ordinario in letteratura grazie a una prosa limpida, mediterranea, ironica e sensoriale. Settecolori restituisce così al pubblico italiano un classico del Novecento, valorizzandone la portata culturale. Amato da Vargas Llosa, lodato dai principali criticità europei con questo testo Pla, consegna al catalano il massimo capolavoro moderno. Per comprendere lo spessore di quest’opera abbiamo intervistato Xavier Pla, professore dell’Università di Girona, massimo esperto dello scrittore catalano e autore della migliore biografia sul suo omonimo (Un cor furtiu. Vida de Josep Pla, Ediciones Destino), che, senza agiografie né moralismi, ricostruisce con rigore l’uomo dietro il mito, illuminando il legame profondo tra vita, scrittura e storia. Come presenterebbe la figura di Josep Pla al lettore italiano? Non è facile presentare ai lettori italiani un personaggio tanto eccessivo e affascinante quanto, allo stesso tempo, contraddittorio e sfuggente come il catalano Josep Pla. “Scrisse. Visse. Amò”: fin da giovane, Pla non smette di pensare ai tre verbi in italiano che Stendhal fece incidere sull’epitaffio della propria lapide nel cimitero parigino di Montmartre. Nato nel 1897 e morto nel 1981, Pla ha vissuto nell’Empordà, una comarca catalana nota per la Costa Brava, per la bellezza dei suoi paesaggi e dei suoi borghi medievali, ma anche per le sue radici iberiche, greche, romane e mediterranee. Pla si è dedicato con passione alla letteratura e al giornalismo per sei decenni. Grazie alla sua straordinaria vitalità, si può dire che sia stato un autentico “grafomane”, arrivando a pubblicare circa settemila articoli e centoventi libri. Era una penna polemica, ha partecipato a tutti i dibattiti ideologici, culturali e letterari della Barcellona del Novecento. Per il carattere provocatorio, insolente e ironico, si è attirato molti detrattori, come quando ha avanzato la proposta di abbattere la Sagrada Familia o la statua di Cristoforo Colombo sulle Ramblas di Barcellona. Tuttavia Pla è anche un autore iconico e carismatico, che ha sempre avuto un grande successo di critica e di pubblico raggiungendo una vera dimensione popolare grazie ai suoi articoli, ai ritratti biografici di architetti come Antoni Gaudí, ai libri sulla cucina domestica e alle cronache di viaggio che spaziano da piccoli centri come Cadaqués fino alle grandi capitali internazionali come Parigi, Berlino o New York. In Catalogna, Pla è una leggenda: il suo nome e i suoi aneddoti compaiono giorno dopo giorno sulla stampa, è presente nei programmi scolastici, non c’è ristorante che non lo citi nel menù e tutti i grandi chef dei ristoranti Michelin lo rivendicano come “il profeta della dieta mediterranea”. Ma, come il suo grande amico Salvador Dalí, Pla è anche un uomo contraddittorio.  Mi spieghi meglio… Se Dalí obbligava il pubblico a soffermarsi sui suoi baffi, Pla si nasconde dietro la sua maschera più celebre: quella del payés catalano, portatore di una saggezza virgiliana. È stato un uomo ironico e dissacratore, materialista, talvolta amorale, talvolta misogino, talvolta cinico, che non si presenta mai come scrittore ma soltanto come “un uomo che scrive”, come “un rústico sofisticado por la cultura”, che tenta di fare una letteratura nient’affatto letteraria, ma che scorra con naturalezza, seguendo la massima del conte de Buffon: “un uomo è il suo stile”. E come autore? Come scrittore, si potrebbe dire che Pla abbia anticipato alcuni tratti del nostro tempo, come la non-fiction e l’autofiction. Ha scritto sempre in prima persona, non si sentiva a suo agio nel romanzo d’invenzione, ha pubblicato essenzialmente opere autobiografiche: memorie, autoritratti, diari, biografie, cronache politiche e giornalistiche, reportage di viaggio, eccetera. La sua posizione critica nei confronti del romanzo gli procurò molte contestazioni, soprattutto per due affermazioni spesso ripetute: per Pla “chi legge romanzi dopo i quarant’anni è un cretino”; a suo giudizio “il romanzo è il genere infantile degli adulti”. Soprattutto, credo sia necessario sottolineare il suo sguardo sensuale e mediterraneo. Pla è uno scrittore essenzialmente paesaggista: la sua retina ultrasensibile sa restituire con straordinario lirismo la bellezza del paesaggio e del mare, al punto da poter scrivere un saggio sul vento o dedicare mezza pagina al colore di una foglia d’ulivo. Che rapporto aveva con la sua terra, sulla quale scrisse in modo così memorabile in “Viatge a a la Catalunya”? Per Pla, la Catalogna è un’ossessione permanente, che si concentra sul paesaggio, sulla gente e, soprattutto, sulla lingua catalana. I suoi sforzi sono dedicati alla modernizzazione del catalano, con l’obiettivo di allontanarlo dal dialettalismo e dal regionalismo e di farne una lingua nazionale paragonabile allo spagnolo, al francese o all’italiano. La grande ferita della sua vita, destinata a lasciare cicatrici morali profondissime, fu l’essersi schierato con i franchisti durante la guerra civile e il constatare amaramente che coloro ai quali aveva dato il proprio appoggio vietarono l’uso pubblico della lingua catalana, bruciarono libri e biblioteche, chiusero le case editrici e i giornali in catalano ed eliminarono il catalano dalle scuole. Pla rimarrà per sempre segnato da questa scelta, ma la sua fedeltà alla lingua catalana e il suo ostinato proposito di sfruttare ogni spiraglio della censura franchista per recuperare quella letteratura gli faranno conquistare, fino a oggi, la complicità dei settori progressisti e delle giovani generazioni. Xavier Pla insegna all’Università di Girona Che cos’è Il quaderno grigio? Quale posto occupa all’interno della produzione letteraria del suo autore? È un diario di gioventù, ma in realtà è il libro di un’intera vita, che non è stato pubblicato fino al 1966, quando Pla aveva ormai quasi settant’anni. Esiste un quaderno reale, quasi telegrafico, una sorta di aide-mémoire che il giovane Pla scrisse negli anni 1918 e 1919 e che in seguito riscrisse, ampliò e letterarizzò. A mio avviso, Il quaderno grigio racconta la storia della nascita di uno scrittore. Il protagonista è Pla e non è Pla. Lo si può mettere in relazione con strategie utilizzate da Pessoa o da Pirandello. È la storia della formazione di un’identità che si sdoppia, che si costruisce attraverso la scrittura, all’interno della letteratura. È infatti molto chiaro che non si tratta soltanto di un’opera giovanile, ma di un testo riscritto nella maturità, nel quale Pla dà forma a una storia paragonabile a un romanzo di formazione, a un vero Bildungsroman, in cui il protagonista impara a leggere e a scrivere, impara a essere uno scrittore. È il giovane che avrebbe voluto essere? In ogni caso, è l’immagine che vuole lasciare fissata del giovane che forse fu: una versione sublimata del proprio io. Aprendo il diario con l’università di Barcellona chiusa a causa della “influenza spagnola”, Pla sceglie con grande intuito un fatto collettivo trascendentale della Storia, ma che lo riguarda personalmente. Così, le prime riflessioni sulla letteratura nascono sotto il segno della morte. Pla associa la letteratura alla sensazione di vivere con la morte, di aver fatto esperienza della morte, della morte degli altri, simboleggiata dall’epidemia. Ma, oltre alla paura di morire a causa della malattia, vi sono anche altri timori che si configurano come sottotrame del diario: la paura di non avere denaro, esemplificata da un padre che si rovina con affari mal gestiti; la paura delle relazioni sociali, dovuta a una timidezza estrema, fondata soprattutto sul timore dei rapporti con le donne e sul ricorso sbrigativo alla prostituzione; e, naturalmente, la paura di non arrivare mai a saper scrivere, rappresentata dai dubbi costanti su concetti come la sincerità letteraria o le difficoltà dello stile. Alla fine, in una sorta di happy ending, Pla supera queste paure e comincia a scrivere un diario, che è il libro che il lettore ha tra le mani. Non lo sembra, ma è un libro assai elaborato a partire dai modelli letterari di Pla: Michel de Montaigne, il grande moralista conservatore e fondatore del genere saggistico; Stendhal, il romanziere che più lo interessò per la sua indipendenza personale e la nonchalance, ma soprattutto per il gusto per i dettagli minuti, quelli che producono un effetto di realtà; e, naturalmente, il grande autore del suo tempo, Marcel Proust, scrittore dell’introspezione e della memoria. A questi si potrebbe aggiungere un grande romanziere in lingua spagnola, Pío Baroja, completando così il mondo letterario di Pla al momento della stesura del Quaderno. Ma non posso tralasciare un’ultima, fondamentale riferimento: uno dei suoi autori prediletti… Chi? Leopardi. Credo, infatti, si possa sostenere che Pla, con Il quaderno grigio, abbia voluto scrivere un nuovo Zibaldone. Nel contesto ideologico e culturale della Spagna dei primi decenni del Novecento, come e dove si colloca Pla? Pla è un importante cronista dell’attualità politica catalana, spagnola ed europea. Il potere lo interessa, anche se lo disprezza. Dal punto di vista ideologico è un catalanista conservatore e pragmatico, vale a dire qualcuno che ricerca per la Catalogna un regime politico di massima libertà, e che nel tempo è passato dal separatismo al nazionalismo moderato e infine al regionalismo durante la dittatura franchista. Ha il talento di trovarsi sempre nel momento e nel luogo decisivi: poté intervistare Mussolini a Roma nel 1922 e, dopo una prima impressione, lo considerò un semplice “venditore di fumo”. Parlò anche con Hitler nel novembre del 1923, poche ore prima del celebre putsch in una birreria di Monaco. L’esperienza dell’iperinflazione tedesca durante la Repubblica di Weimar lo influenzò profondamente e lo aiutò a sviluppare un pensiero economico di matrice keynesiana. Tornò dal viaggio a Mosca nell’estate del 1925 convinto che il regime sovietico fosse destinato al fallimento e che il comunismo avrebbe reso i cittadini più poveri. Si trovava a Madrid il 14 aprile 1931, quando fu proclamata la Repubblica spagnola, e assistette con sgomento all’incendio delle chiese. Il 26 gennaio 1939 era a Barcellona insieme alle truppe franchiste che occupavano la città. Pla fu certamente un sostenitore dell’ordine, ma con un criterio fortemente indipendente. Non si legò mai a nessuno. Né repubblicano né monarchico, durante la guerra civile spagnola appoggiò i franchisti; tuttavia non lodò mai alcun totalitarismo e tanto Hitler quanto Stalin, Franco o Mussolini gli provocarono una vera e propria repulsione fisica. “Così, quanto più si mostra, tanto più si nasconde. Questa è una delle grandi paradossi della sua vita”, scrive lei a proposito dell’autore. Parliamo dell’uomo Pla: com’era il suo carattere e quali esperienze ne hanno segnato il destino? Fin dall’inizio, la personalità di Pla mi appare scissa, disgregata, sfocata. Pla è sempre doppio: timido e sfrontato, cinico e sentimentale, egoista e generoso, localista e cosmopolita. La timidezza è molto evidente, e gli sforzi per superarla, per esorcizzarla, sono enormi e visibili a tutti. Si nasconde, ma ama farsi notare, esibirsi. Pla sembra incarnare uno dei migliori aforismi di Nietzsche, l’autore che ha esercitato su di lui la maggiore influenza negli anni della formazione. In Al di là del bene e del male, il filosofo tedesco scrive: “Parlare molto di sé è anche un modo per nascondersi”. Così, quanto più parla di sé, tanto meno dice di sé stesso. Questa è una delle grandi paradossi della sua vita e una delle maggiori difficoltà nello scriverne la biografia. Credo infatti che Pla sia un personaggio di tipo faustiano.  Cosa lo avvicina al personaggio goethiano? Il fatto che Pla è disposto a patteggiare con il diavolo pur di essere scrittore. È sempre pronto a vendere la propria anima se in cambio ottiene la letteratura e il riconoscimento del mondo. La figura di Faust, poi, lo ossessiona: per lui il Faust di Goethe è una delle più profonde esplorazioni dell’individualismo contemporaneo, fondato sul cinismo e sull’amoralità. Che rapporto ha con la scrittura? Pla è consapevole che questa vocazione lo spinge in modo esclusivo e ossessivo ad abbandonare tutto per la essa. La “diabolica mania di scrivere” che lo accompagna è la sua scelta di vita. Scrivere è un’attività frenetica e compulsiva che lo soddisfa, che lo riempie, che colma letteralmente un vuoto interiore. Scrivere equilibra Pla, lo completa, dà un senso alla sua esistenza. La letteratura gli crea un’identità stabile e continuativa. Ancor di più: la letteratura ordina una vita che di per sé è instabile e disordinata. Vive in un altro. Si consuma nello scrivere e conosce bene i rischi che corre. Durante il suo esilio — che diede origine alla falsa leggenda secondo cui sarebbe stato una spia — visitò l’Italia. Che rapporto ebbe con il Paese e con la letteratura italiana? Pla aveva studiato la lingua italiana alla Casa degli Italiani di Barcellona, come racconta nel Quaderno grigio. La sua passione per la letteratura italiana lo porta a leggere molti autori, da Dante e Boccaccio fino a Leopardi, ma anche D’Annunzio e Pirandello. Quando però arriva per la prima volta in Italia, nella primavera del 1922, rimane profondamente colpito dal contatto con la società del Paese transalpino. Più che i musei, Pla preferisce conoscere la gente, frequentare giornalisti, andare nei caffè, parlare con i camerieri, uscire la sera. Ebbe persino una fidanzata genovese, Rosetta Lagomarsino, figlia di un venditore di giornali che gestiva un’edicola in piazza Carignano. Pla scrive con grande ammirazione dell’intelligenza degli italiani e di ciò che definisce la loro “freddezza”, ma una parte significativa del suo giornalismo in Italia è dedicata alla cucina familiare, alla qualità dei vini e alla scoperta del caffè espresso. C’è poi la passione per il Mediterraneo. Pla si considerava un “isolomane”, un amante delle isole. Viaggiò con amici ad Alghero, percorse più volte tutta la Sardegna e la Sicilia, arrivando fino all’isola d’Elba. In totale visse in Italia quasi quattro anni. La fase più enigmatica è quella trascorsa a Roma nella primavera del 1938, in piena guerra civile spagnola, a stretto contatto con alcuni dei banchieri che finanziavano Franco, come il catalano Francesc Cambó o il maiorchino Joan March. Nell’estate del 1938 viaggiò fino a Trieste e si stabilì per alcune settimane nelle allora città italiane di Fiume e Abbazia, svolgendo attività di propaganda contro la Repubblica spagnola. Nella sua monumentale biografia lei ha ampiamente utilizzato gli archivi della Fundació Josep Pla di Palafrugell. Che cosa l’ha sorpresa o colpita di più nelle sue ricerche? La famiglia di Pla viveva in un enorme mas — una tipica casa rurale catalana — fin dal XIV secolo. Lo spazio non mancava. Mi ha colpito constatare che, a partire dai quindici anni, Pla decise di conservare qualsiasi carta legata al suo passaggio nel mondo. Non solo manoscritti o documenti letterari o professionali, ma anche centinaia di ricevute di luce e acqua, pagamenti per taxi e fattorini, fatture di alberghi e ristoranti, biglietti della metropolitana, del treno, dell’aereo o della nave, lettere e cartoline, telegrammi, appunti manoscritti, ricette mediche, biglietti da visita, inviti a feste, cene o eventi letterari, partecipazioni di battesimo e di matrimonio, ricordini funebri, volantini di propaganda. Questa sterminata massa di carte colpisce perché consente di redigere il verbale della vita di un uomo giorno per giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. E non è poco. Questa fattualità possiede un valore morale, soprattutto negli anni della guerra civile spagnola. La biografia era lì; occorreva darle una forma creativa e un’interpretazione logica dei fatti. Una biografia è la storia di una vita e questa storia va raccontata, come ho cercato di fare in Un cuore furtivo. L’impressione che ricavai da tutta questa documentazione è che Pla pensasse che un giorno sarebbe stata utile a qualcuno che avesse deciso di scriverne la biografia. Così è nata la mia, cercando di prescindere, per quanto possibile, dalla montagna di parole con cui Pla si copriva e si ricopriva. Per concludere, come ha conosciuto Pla e come è nato il suo interesse per la sua opera? Non ho conosciuto Pla personalmente: quando è morto avevo quindici anni. Forse è meglio così. Per me Pla è, prima di tutto, il piacere della lettura: una letteratura che rilassa e consola, che, per così dire, è capace di fermarsi un istante e di rimettere ordine nel mondo. È un autore che si rivela sempre un ottimo disintossicante, quasi un disinfettante, di fronte alla contraddittoria attualità e alla fretta con cui tutti viviamo. Come ha detto una volta il poeta Salvador Espriu, leggere i suoi articoli e i suoi libri è come iniettarsi una “penicillina mentale”. Francesco Subiaco *In copertina: Josep Pla (1897-1981) L'articolo “L’Iliade dell’uomo comune”. Alla scoperta di Josep Pla, una leggenda proviene da Pangea.
March 7, 2026 / Pangea