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“L’arte: apoteosi della solitudine”. Il Tao di Samuel Beckett
La Cabala luriana – il complesso sistema elaborato nel XVI secolo da Isaac Luria – ha tra i suoi pilastri la “rottura dei vasi”: le luci delle Sephirot, i dieci attributi di Dio, sovrabbondano, frantumano i contenitori in cui sono raccolte, i cocci crollano in questo mondo, il più infimo dei cinque postulati dal misticismo ebraico. La divinità, così, è in esilio; allo stesso modo dei sistemi gnostici – che raccontano il precipizio della luce, il suo assottigliarsi su questa terra, il dispiegarsi dell’uno nei molti – “Luria riferisce sulla caduta delle ‘scintille di luce’ dal regno divino nelle profondità… Questa rottura dei vasi è l’evento decisivo del processo cosmico. In conseguenza di essa tutte le cose in qualche misura portano in sé una frattura, e ogni cosa esistente ha una certa manchevolezza” (così Gershom Scholem nel suo studio canonico, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, 1993, p.277).  A dire di Harold Bloom, che con genio a tratti sopraffino ha ‘confuso’ la scienza letteraria con la pratica mistica, le opere dei grandi scrittori e dei grandi poeti sono affini a quelle “scintille di luce”: sono elementi di “redenzione”, intesi a “ristabilire il tutto originario” (movimento che nella Cabala si chiama Tiqqun). Al di là dei vieti esoterismi – buoni a far sfarfallare fumo su raro arrosto –, Bloom aveva un’idea della letteratura sostanzialmente sapienziale (si legga, ad esempio, Rovinare le sacre verità, Garzanti, 1992; Abscondita, 2022). Suona strano ripeterlo oggi quando la letteratura è, per lo più, presa per materia vile, inadatta al processo spirituale, a tramutare il cuore – tumulato dal grigiore intorno – in libellula o lupo. Secondo Bloom, invece, i grandi libri – quelli che lui installava in un canone per salvaguardarli dagli accademici giacobini della mediocrità – permettono grandi scoperte: insegnano a vedere cose altrimenti invisibili, ad ampliare i confini del nostro immaginario, a liberarci dalle imposture dell’‘attualità’. Infine, i grandi libri avviano a scelte insolite, rendono probabile l’impossibile, addestrano a vivere nell’imprevisto. Altrimenti, la letteratura confina con il consueto, perimetra il noto: consola, intrattiene, ci tiene legati a questa terra. È maceria infima. Su grandezze opposte, viaggia la letteratura ‘demoniaca’, affine agli inferi – ma non è il tema di questo articolo.  Oziosi esempi. I romanzi di Thomas Mann, i racconti di Franz Kafka e le poesie di Georg Trakl dilatano i nostri sensi: dopo averli letti, il mondo ha un altro sapore, la nostra mente levita, il cuore scalpita. Tutto sembra possibile: l’invisibile è disteso sul comò. Al contrario, leggere tutti i libri odierni giunti nella cinquina di un alto premio – dunque, pregiudizialmente, ‘roba buona’ – non sposta di uno iota il nostro essere. Non levitiamo né precipitiamo. Magari ci siamo divertiti; magari ci si è acceso il cervello, come quando si fanno le parole crociate.  Esempi manigoldi, dirà qualcuno: è come paragonare la pantera al gatto domestico. È vero, ritratto il ritratto. Esistono ancora oggi artisti che dilatano il nostro immaginario e il nostro pensiero. Ne cito alcuni (ciascuno ha i suoi): Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Filippo Tuena, Aurelio Picca, Tiziana Cera Rosco. Ma non è questo il tema di questo articolo.  Eccolo, il tema. Fino all’altro ieri si pensava che uno scrittore, rabdomante del verbo, fosse un sapiente. Secondo Harold Bloom – un ‘matusalemme’ morto nel 2019 – Samuel Beckett era uno degli ultimi sapienti: lo apparentava, per visione del mondo, agli gnostici. Insieme a lui – qualche grado mistico sotto – metteva Cormac McCarthy e James Merrill, un grande poeta maldestramente ignorato in Italia. Al suo livello, ma ad altra aspirazione gnostica, metteva Wallace Stevens, che è forse il poeta statunitense più talentuoso, per energumena mente lirica, del Novecento.   Torniamo a Beckett. La visione di Bloom è calcata pari-pari dagli autori – Tom Bishop e Raymond Federman – che cinquant’anni fa, nel 1976, hanno curato per L’Herne il “Cahier” dedicato a Beckett. Di fatto, in quella rabdomanzia di interventi, incontri, “testimonianze” e testi, Samuel Beckett è trattato come un veggente, come un Apollo delle oscurità. Il testo più sgargiante – manco a dirlo – di quella ammucchiata è di Emil Cioran, che in Quelques rencontres sciorina l’amnio della sua amicizia con Beckett. L’attacco è memorabile: > “Per comprendere un uomo separato qual è Beckett, occorre soffermarsi sulla > locuzione ‘tenere a distanza’, il tacito motto che regge ogni suo istante, e > ciò che implica, in solitudine e sotterranea ostinazione, sull’essenza di > essere estraneo e perseguire un lavoro implacabile, senza fine. Nel buddismo > si dice che chi aspira all’illuminazione dev’essere implacabile come il topo > che rosicchia una bara. Ogni scrittore degno di nota compie uno sforzo simile. > È un distruttore che aggiusta l’esistenza, che l’arricchisce sabotandola”.  La porzione più curiosa del “Cahier”, tuttavia, va sotto il titolo Cent cinquante citations. Per temi – da “La vita” a “Dio”, da “La verità” a “Il pensiero” – i curatori del tomo hanno raccolto motti e sentenze dall’opera difforme di Beckett, teatrale e poetica, ipnotica ed epistolare. Ne viene fuori una specie di Tao di Beckett, una specie di nebuloso Vangelo nero beckettiano, in cui l’autore espone – con gergo clownesco prima che misticheggiante – le proprie investigazioni nel niente. A differenza del guru – chiamato a ‘difendere’ un ‘sistema’, a fare accoliti, a trovare fondi – lo scrittore resta un anti-sistema, uno in preda all’estasi come all’isteria, in pieno vagabondaggio nell’io e nel suo labirintico eco, un vero hidalgo nel contraddirsi, un pioniere dell’indicibile.  Per questo – per il suo essere un assolutista di sussurri, un ussaro nel perpetuo errare – ci è piaciuto tradurre alcune di queste epigrafi, motti incisi su pietra filigranata da fragilissime elitre. In Beckett, l’esercizio di spoliazione è marziale: alla fine, all’osso di sé, non c’è premio – ma il sibilo delle sabbie, l’argomento del serpente.  ** Samuel Beckett: motti, aforismi, citazioni La vita Ciò che conta è essere al mondo – poco importa la postura, un’impostura finché siamo su questa terra.  * Ritagliati un regno nella merda universale e cagaci sopra… * Sì, credo alle cretinate sull’aldilà – mi riportano nell’aldiquà. ** La morte No, non rimpiango nulla se non l’essere nato – morire dura a lungo, l’ho detto, a lungo andare è una fatica.  * Non mi sfugge nemmeno la possibilità, è ovvio, benché sia avvilente, che sia già morto, che tutto continui grosso modo come prima.  * A volte sorridevo – come fossi già morto.  * …orrore della morte come rinascita… ** Dio  Cosa faceva Dio prima della creazione? * Dio: inservibile testimone.  * Essenziale è piroettare fino al fondo dello sfintere, finché ci sono rive e aura d’acque vive e un Dio sportivo che scatena i cieli per tacchinare la creatura tramite intermediari.  * Curioso… non amo gli uomini e non amo bestie. Quanto a Dio, comincia a disgustarmi.  * L’Eterno sostiene chi cade. Rialza chi si inchina. Perché cada, ancora.  ** La religione È più facile erigere un tempio che erodere un culto.  * Che dire del modo in cui giurano gli irlandesi: la mano destra su una reliquia e la sinistra sulla minchia? ** L’umanità La gente è gentaglia.  * …è che girando intorno saremmo forse quattro milioni forse un milione – un milione di gente che si ignora a vicenda, ciascuno che ignora se stesso… ** Natura Dobbiamo risolutamente tornare alla natura.  * La natura osserva il sabato – è un sabba? ** Accoppiarsi  …allora, a che pro… se è vero che si conosce il carnefice per il tempo necessario a farsi sbranare, che si sa la vittima per il tempo utile a godere di lei, e… ** Solitudine  Nella mia vita, se così si può dire, esistevano soltanto tre cose: impossibilità di parlare, impossibilità di incontrare, solitudine – fisica, va da sé, con quella, in fondo, me la cavavo… ** Abitudine L’abitudinario si allontana dall’oggetto che non riesce a far corrispondere ai propri pregiudizi intellettuali.  * Abitudine: la zavorra che incatena il cane al suo vomito.  ** Follia  Nasciamo folli. Alcuni restano tali. * Siamo tutti temporaneamente sani di mente.  ** Il tempo Mostro bicefalo: una testa salva, l’altra uccide – il Tempo. ** La memoria Stai uccidendo poltiglia di rimasugli ricordi.  * Dov’è la mia testa? L’ho lasciata in Irlanda, in un’osteria. ** La verità Non ricordo ciò che ho detto – ricordo soltanto che non era vero.  * Dico sempre troppo – o troppo poco – il che mi addolora perché sono un innamorato della verità.  ** La famiglia Con un brava moglie sarei qualcuno in questo momento: mi crogiolerei al sole mordendo la pipa, darei qualche pacca sul sedere alla terza o alla quarta generazione, rispettato e ammirato da tutti, domandandomi cosa c’è per cena, invece di trascinarmi lungo le solite vecchie strade, senza alcun gusto per l’avventura.  ** La mente Questo sedimento che chiamiamo mente.  * Appena penso, la mente si scioglie. Non ho mai saputo pensare.  ** Il pensiero Dobbiamo ripensare, cioè pensare vecchi pensieri.  * Tradizione, tradimento, il pensiero traditore.  * Ma finisci pure di pensare prima di cagare tutto.  ** La risata Ridere, in fondo, è come piangere.  ** Il profondo Esistono profondità più profonde? Profondità a cui si può accedere grazie a questo sprofondare? Stupida ossessione per la profondità.  ** La creazione artistica La tensione artistica non è espansiva: è una contrazione. L’arte: apoteosi della solitudine.  * Non so da dove iniziare – non so dove finire.  * Ecco: l’orrore in cui mi sono cacciato. ** Scrivere  Da un angolo, fisso la mano che scrive, che brucia, offuscata dal contrario dell’allontanarsi.  ** Parlare Devo parlare perché non ho nulla da dire se non le parole degli altri.  * In nessun momento so di cosa parlo, né di chi né quando né dove né di cosa né perché.  ** Silenzio  Ciò che dico si annulla, perché non ho detto nulla.  ** Il linguaggio Il linguaggio: scartare il linguaggio – devianza dagli ingaggi del linguaggio.  * Che una voce sia mai potuta scaturire da gola umana, che sia mai stata udita, se non dal delirio, durante un sacro sacrificio, una voce allo stesso tempo ripida e rapida, è difficile da credere.  ** La fine, il fine Non so dove finisco. * Se dovessimo menzionare tutto, non finiremmo mai e tutto sta per finire – è finito.  Samuel Beckett *In copertina: Samuel Beckett a Parigi, 1963; photo Lütfi Özkök L'articolo “L’arte: apoteosi della solitudine”. Il Tao di Samuel Beckett proviene da Pangea.
March 18, 2026 / Pangea