“L’arte: apoteosi della solitudine”. Il Tao di Samuel Beckett

Pangea - Wednesday, March 18, 2026

La Cabala luriana – il complesso sistema elaborato nel XVI secolo da Isaac Luria – ha tra i suoi pilastri la “rottura dei vasi”: le luci delle Sephirot, i dieci attributi di Dio, sovrabbondano, frantumano i contenitori in cui sono raccolte, i cocci crollano in questo mondo, il più infimo dei cinque postulati dal misticismo ebraico. La divinità, così, è in esilio; allo stesso modo dei sistemi gnostici – che raccontano il precipizio della luce, il suo assottigliarsi su questa terra, il dispiegarsi dell’uno nei molti – “Luria riferisce sulla caduta delle ‘scintille di luce’ dal regno divino nelle profondità… Questa rottura dei vasi è l’evento decisivo del processo cosmico. In conseguenza di essa tutte le cose in qualche misura portano in sé una frattura, e ogni cosa esistente ha una certa manchevolezza” (così Gershom Scholem nel suo studio canonico, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, 1993, p.277). 

A dire di Harold Bloom, che con genio a tratti sopraffino ha ‘confuso’ la scienza letteraria con la pratica mistica, le opere dei grandi scrittori e dei grandi poeti sono affini a quelle “scintille di luce”: sono elementi di “redenzione”, intesi a “ristabilire il tutto originario” (movimento che nella Cabala si chiama Tiqqun). Al di là dei vieti esoterismi – buoni a far sfarfallare fumo su raro arrosto –, Bloom aveva un’idea della letteratura sostanzialmente sapienziale (si legga, ad esempio, Rovinare le sacre verità, Garzanti, 1992; Abscondita, 2022). Suona strano ripeterlo oggi quando la letteratura è, per lo più, presa per materia vile, inadatta al processo spirituale, a tramutare il cuore – tumulato dal grigiore intorno – in libellula o lupo. Secondo Bloom, invece, i grandi libri – quelli che lui installava in un canone per salvaguardarli dagli accademici giacobini della mediocrità – permettono grandi scoperte: insegnano a vedere cose altrimenti invisibili, ad ampliare i confini del nostro immaginario, a liberarci dalle imposture dell’‘attualità’. Infine, i grandi libri avviano a scelte insolite, rendono probabile l’impossibile, addestrano a vivere nell’imprevisto. Altrimenti, la letteratura confina con il consueto, perimetra il noto: consola, intrattiene, ci tiene legati a questa terra. È maceria infima. Su grandezze opposte, viaggia la letteratura ‘demoniaca’, affine agli inferi – ma non è il tema di questo articolo. 

Oziosi esempi. I romanzi di Thomas Mann, i racconti di Franz Kafka e le poesie di Georg Trakl dilatano i nostri sensi: dopo averli letti, il mondo ha un altro sapore, la nostra mente levita, il cuore scalpita. Tutto sembra possibile: l’invisibile è disteso sul comò. Al contrario, leggere tutti i libri odierni giunti nella cinquina di un alto premio – dunque, pregiudizialmente, ‘roba buona’ – non sposta di uno iota il nostro essere. Non levitiamo né precipitiamo. Magari ci siamo divertiti; magari ci si è acceso il cervello, come quando si fanno le parole crociate. 

Esempi manigoldi, dirà qualcuno: è come paragonare la pantera al gatto domestico. È vero, ritratto il ritratto. Esistono ancora oggi artisti che dilatano il nostro immaginario e il nostro pensiero. Ne cito alcuni (ciascuno ha i suoi): Alessandro Ceni, Gian Ruggero Manzoni, Filippo Tuena, Aurelio Picca, Tiziana Cera Rosco.

Ma non è questo il tema di questo articolo. 

Eccolo, il tema. Fino all’altro ieri si pensava che uno scrittore, rabdomante del verbo, fosse un sapiente. Secondo Harold Bloom – un ‘matusalemme’ morto nel 2019 – Samuel Beckett era uno degli ultimi sapienti: lo apparentava, per visione del mondo, agli gnostici. Insieme a lui – qualche grado mistico sotto – metteva Cormac McCarthy e James Merrill, un grande poeta maldestramente ignorato in Italia. Al suo livello, ma ad altra aspirazione gnostica, metteva Wallace Stevens, che è forse il poeta statunitense più talentuoso, per energumena mente lirica, del Novecento.  

Torniamo a Beckett. La visione di Bloom è calcata pari-pari dagli autori – Tom Bishop e Raymond Federman – che cinquant’anni fa, nel 1976, hanno curato per L’Herne il “Cahier” dedicato a Beckett. Di fatto, in quella rabdomanzia di interventi, incontri, “testimonianze” e testi, Samuel Beckett è trattato come un veggente, come un Apollo delle oscurità. Il testo più sgargiante – manco a dirlo – di quella ammucchiata è di Emil Cioran, che in Quelques rencontres sciorina l’amnio della sua amicizia con Beckett. L’attacco è memorabile:

“Per comprendere un uomo separato qual è Beckett, occorre soffermarsi sulla locuzione ‘tenere a distanza’, il tacito motto che regge ogni suo istante, e ciò che implica, in solitudine e sotterranea ostinazione, sull’essenza di essere estraneo e perseguire un lavoro implacabile, senza fine. Nel buddismo si dice che chi aspira all’illuminazione dev’essere implacabile come il topo che rosicchia una bara. Ogni scrittore degno di nota compie uno sforzo simile. È un distruttore che aggiusta l’esistenza, che l’arricchisce sabotandola”. 

La porzione più curiosa del “Cahier”, tuttavia, va sotto il titolo Cent cinquante citations. Per temi – da “La vita” a “Dio”, da “La verità” a “Il pensiero” – i curatori del tomo hanno raccolto motti e sentenze dall’opera difforme di Beckett, teatrale e poetica, ipnotica ed epistolare. Ne viene fuori una specie di Tao di Beckett, una specie di nebuloso Vangelo nero beckettiano, in cui l’autore espone – con gergo clownesco prima che misticheggiante – le proprie investigazioni nel niente. A differenza del guru – chiamato a ‘difendere’ un ‘sistema’, a fare accoliti, a trovare fondi – lo scrittore resta un anti-sistema, uno in preda all’estasi come all’isteria, in pieno vagabondaggio nell’io e nel suo labirintico eco, un vero hidalgo nel contraddirsi, un pioniere dell’indicibile. 

Per questo – per il suo essere un assolutista di sussurri, un ussaro nel perpetuo errare – ci è piaciuto tradurre alcune di queste epigrafi, motti incisi su pietra filigranata da fragilissime elitre. In Beckett, l’esercizio di spoliazione è marziale: alla fine, all’osso di sé, non c’è premio – ma il sibilo delle sabbie, l’argomento del serpente. 

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Samuel Beckett: motti, aforismi, citazioni

La vita

Ciò che conta è essere al mondo – poco importa la postura, un’impostura finché siamo su questa terra. 

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Ritagliati un regno nella merda universale e cagaci sopra…

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Sì, credo alle cretinate sull’aldilà – mi riportano nell’aldiquà.

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La morte

No, non rimpiango nulla se non l’essere nato – morire dura a lungo, l’ho detto, a lungo andare è una fatica. 

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Non mi sfugge nemmeno la possibilità, è ovvio, benché sia avvilente, che sia già morto, che tutto continui grosso modo come prima. 

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A volte sorridevo – come fossi già morto. 

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…orrore della morte come rinascita…

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Dio 

Cosa faceva Dio prima della creazione?

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Dio: inservibile testimone. 

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Essenziale è piroettare fino al fondo dello sfintere, finché ci sono rive e aura d’acque vive e un Dio sportivo che scatena i cieli per tacchinare la creatura tramite intermediari. 

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Curioso… non amo gli uomini e non amo bestie. Quanto a Dio, comincia a disgustarmi. 

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L’Eterno sostiene chi cade. Rialza chi si inchina. Perché cada, ancora. 

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La religione

È più facile erigere un tempio che erodere un culto. 

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Che dire del modo in cui giurano gli irlandesi: la mano destra su una reliquia e la sinistra sulla minchia?

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L’umanità

La gente è gentaglia. 

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…è che girando intorno saremmo forse quattro milioni forse un milione – un milione di gente che si ignora a vicenda, ciascuno che ignora se stesso…

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Natura

Dobbiamo risolutamente tornare alla natura. 

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La natura osserva il sabato – è un sabba?

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Accoppiarsi 

…allora, a che pro… se è vero che si conosce il carnefice per il tempo necessario a farsi sbranare, che si sa la vittima per il tempo utile a godere di lei, e…

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Solitudine 

Nella mia vita, se così si può dire, esistevano soltanto tre cose: impossibilità di parlare, impossibilità di incontrare, solitudine – fisica, va da sé, con quella, in fondo, me la cavavo…

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Abitudine

L’abitudinario si allontana dall’oggetto che non riesce a far corrispondere ai propri pregiudizi intellettuali. 

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Abitudine: la zavorra che incatena il cane al suo vomito. 

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Follia 

Nasciamo folli. Alcuni restano tali.

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Siamo tutti temporaneamente sani di mente. 

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Il tempo

Mostro bicefalo: una testa salva, l’altra uccide – il Tempo.

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La memoria

Stai uccidendo poltiglia di rimasugli ricordi. 

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Dov’è la mia testa? L’ho lasciata in Irlanda, in un’osteria.

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La verità

Non ricordo ciò che ho detto – ricordo soltanto che non era vero. 

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Dico sempre troppo – o troppo poco – il che mi addolora perché sono un innamorato della verità. 

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La famiglia

Con un brava moglie sarei qualcuno in questo momento: mi crogiolerei al sole mordendo la pipa, darei qualche pacca sul sedere alla terza o alla quarta generazione, rispettato e ammirato da tutti, domandandomi cosa c’è per cena, invece di trascinarmi lungo le solite vecchie strade, senza alcun gusto per l’avventura. 

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La mente

Questo sedimento che chiamiamo mente. 

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Appena penso, la mente si scioglie. Non ho mai saputo pensare. 

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Il pensiero

Dobbiamo ripensare, cioè pensare vecchi pensieri. 

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Tradizione, tradimento, il pensiero traditore. 

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Ma finisci pure di pensare prima di cagare tutto. 

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La risata

Ridere, in fondo, è come piangere. 

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Il profondo

Esistono profondità più profonde? Profondità a cui si può accedere grazie a questo sprofondare? Stupida ossessione per la profondità. 

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La creazione artistica

La tensione artistica non è espansiva: è una contrazione. L’arte: apoteosi della solitudine. 

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Non so da dove iniziare – non so dove finire. 

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Ecco: l’orrore in cui mi sono cacciato.

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Scrivere 

Da un angolo, fisso la mano che scrive, che brucia, offuscata dal contrario dell’allontanarsi. 

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Parlare

Devo parlare perché non ho nulla da dire se non le parole degli altri. 

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In nessun momento so di cosa parlo, né di chi né quando né dove né di cosa né perché. 

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Silenzio 

Ciò che dico si annulla, perché non ho detto nulla. 

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Il linguaggio

Il linguaggio: scartare il linguaggio – devianza dagli ingaggi del linguaggio. 

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Che una voce sia mai potuta scaturire da gola umana, che sia mai stata udita, se non dal delirio, durante un sacro sacrificio, una voce allo stesso tempo ripida e rapida, è difficile da credere. 

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La fine, il fine

Non so dove finisco.

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Se dovessimo menzionare tutto, non finiremmo mai e tutto sta per finire – è finito. 

Samuel Beckett

*In copertina: Samuel Beckett a Parigi, 1963; photo Lütfi Özkök

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