Con il percorso tracciato attraverso l’opera di Antonella Anedda, abbiamo
osservato come il luogo poetico si trasformi progressivamente da spazio di
esperienza nello spostamento a campo instabile di interrogazione, fino a farsi
frammento aperto, non riconducibile a una sintesi definitiva. Il passaggio
da Anabasi a Geografie mostra infatti uno spostamento decisivo: il luogo non è
più soltanto ciò che accoglie il soggetto o ciò che ne riflette la dislocazione,
ma diventa il punto critico in cui il linguaggio misura i propri limiti e la
propria responsabilità. È a partire da questo esito che si rende necessario
interrogare una diversa postura poetica, capace non solo di attraversare i
luoghi, ma di sostare nei loro resti, nei margini lasciati dalla storia, dalla
trasformazione dei paesaggi, dalla perdita di senso condiviso. Se in Anedda
il “tra” assume la forma di una soglia mobile e di una frammentarietà aperta,
nella poesia di Fabio Pusterla esso si configura sempre più come pratica etica,
come scelta consapevole di permanenza nei punti di attrito tra umano, naturale e
storico.
La poesia di Fabio Pusterla, infatti, si inscrive in una tradizione che
intreccia la riflessione sulla natura e il paesaggio con la dimensione
esistenziale e sociale dell’uomo. Come in Anedda, in Pusterla il paesaggio è
uno spazio di attraversamento e non uno sfondo statico, in cui ogni elemento
naturale diventa soglia e confine da esplorare. Ma, mentre in Anedda lo stesso
paesaggio si connota come luogo di memoria e dissoluzione, in Pusterla è più
legato a una dinamica di resti e tracce che rimangono dopo un movimento che
spesso è conflittuale, ecco perché nei suoi testiincontriamo
luoghi di resistenza e di rivelazione. Ogni spazio sembra essere testimone di un
passato non lineare e di una contemporaneità segnata dalla disgregazione,
il margine si esperisce come zona operativa, come il punto in cui si misura la
vicenda umana – ma non solo – nella perdita di un assetto sicuro e nel faccia a
faccia con l’instabilità. Anche per questo, la sua poetica si nutre di ciò che è
lasciato indietro, di tracce che, seppur frammentarie, possono
suggerire aperture invece che chiusure. L’elemento etico di questa pratica
poetica risiede proprio nella consapevolezza della fragilità del nostro stare
nel mondo, per cui abitare il margine è confrontarsi con la precarietà del
vivere, ma anche con la sua bellezza transitoria. La poesia, così, si fa
più attenta alla realtà, come una luce che filtra attraverso i vetri infranti di
una cattedrale abbandonata, senza l’illusione ma con la speranza che gli stessi
resti possano essere riuniti in un’idea di bellezza sorgiva, indirizzabile verso
un futuro tutto da reimmaginare. Il margine diviene, in questo modo,
il territorio della possibilità, nonostante o proprio a causa della fragilità
del vivente.
Per provare a capire come la poetica del “tra” sia un presupposto nell’opera di
Pusterla, occorre iniziare da un componimento che definirei “inaugurale”, in
quanto la relazione si instaura sin quasi dalle origini non soltanto tra gli
esseri umani, ma tra questi e gli elementi naturali, soprattutto gli animali che
ne percorrono trasversalmente tutta l’opera.
L’anguilla del Reno, dalla raccolta Bocksten (1989), dimostra in primo luogo che
l’attraversamento è una condizione biologica e perciò necessaria. L’anguilla,
infatti, è un essere migrante per definizione, il suo ciclo vitale implica il
passaggio dal fiume al mare aperto, un movimento inscritto nel corpo prima
ancora che nella volontà. Pusterla assume questa figura come emblema di
un’esistenza che continua a muoversi malgrado l’impossibilità concreta del
movimento:
> Adesso sì, sorella, e più di prima,
> se guizzi disperata tra scoli d’atrazina
> e getti d’olio vischioso;
> o se colpisci di coda, estenuata,
> la carezza dell’onda di fosfati che s’annera
> sulla ghiaia della riva
> (la riva, il greto,
> il melmoso sabbione
> frugati dalle torce delle squadre,
> sfrecciano via elicotteri, lampeggiano
> bluastre le sirene bitonali),
> se adesso persino il Baltico è perduto,
> circoscritto il viaggio
> nell’armilla d’incendi e d’esplosioni,
> e ti rituffi ai relitti, ai tesori del fondo,
> chiglie corrose e catene d’ancoraggio,
> a precipizio per correnti verticali, masse d’acqua
> più fredde, dove scopri il tuo brivido,
> un istinto di nuoto, perché il mare
> è un profumo lontanissimo, il sospetto
> di un sogno interrotto poco prima dell’alba,
> quanto basta alla pinna e al tuo testardo
> palpito delle branchie, per strappare
> un attimo all’asfissia, un’idea di vita
> all’evidenza dei fatti, l’ultima sfida all’ansia, un’utopia
> alla paura di tutti.
Il testo si apre con un vocativo – “Adesso sì, sorella” – che instaura subito
una relazione etica, per cui il termine “sorella” – di montaliana, anadiplotica
reminiscenza – sposta il discorso sul piano della prossimità: ciò che accade
all’anguilla chiama in causa direttamente il soggetto umano, non come in
Montale, però, per il quale l’esistenza è guerra costante con le forze
contrastanti della natura (tra l’altro con echi leopardiani concettualmente
evidenti), bensì perché responsabile di un male diffuso che ricade sulla natura
stessa, ormai indifesa e agonizzante. Il correlativo dell’anguilla da tenace si
fa fragile e necessitante cura, mentre si perde tra i nuovi veleni (atrazina,
fosfati, ecc.). Ci vorrebbe un nuovo habitat ma ancora il poeta non riesce a
vederne in prospettiva, perciò, in questo testo, è il margine – una zona di
contiguità tra specie, corpi, destini, in un ambiente compromesso – la speranza
per quel futuro che sembra impraticabile. Il paesaggio, per quanto
identificabile nella presenza invasiva di resti tossici, di sostanze che
impediscono il passaggio e trasformano il fiume in una trappola, manifesta
un’etica dell’attraversamento, perché nonostante tutto lo scempio l’anguilla
continua a muoversi. Il suo guizzo non è eroico, bensì disperato, estenuato; è
vero e proprio per questo radicale. Il viaggio verso il mare – già in altri
contesti, lo abbiamo notato, simbolo di origine e compimento – è dichiarato
impossibile: “persino il Baltico è perduto”. Il movimento, quindi, non conduce
più a una meta, ma si riduce a un restare in vita nel passaggio stesso.
Il testo insiste su una compressione spaziale: il grande viaggio migratorio si
restringe a un’“armilla di incendi ed esplosioni”, una sorta di cerchio
infernale che sostituisce l’orizzonte aperto. Questo è uno spostamento decisivo
rispetto, ad esempio, ad Anedda: mentre in Confini la frammentarietà apre lo
spazio, qui la stessa frammentarietà lo chiude, lo rende verticale,
claustrofobico, fatto di precipizi e masse d’acqua fredde. L’attraversamento
diventa immersione forzata, discesa verso relitti e rovine, “chiglie corrose e
catene d’ancoraggio”.
Eppure, proprio in questo fondo degradato, avviene qualcosa di essenziale, come
abbiamo provato a dire in precedenza: l’anguilla scopre il suo “brivido”, il suo
“istinto di nuoto”, non quindi una speranza in senso consolatorio, ma
una resistenza minima, corporea, quasi automatica (sarebbe interessante
approfondire l’aspetto dell’istintualità come automatismo in ogni forma di
resistenza). Il mare, da luogo raggiungibile, si tramuta in “un profumo
lontanissimo”, “il sospetto/ di un sogno interrotto all’alba”, una pura traccia
sensoriale con la quale la memoria biologica provoca uno scarto fondamentale: lo
spazio è interno al corpo, inscritto nel ritmo delle branchie, nella pinna che
continua a muoversi, nell’idea di sopravvivenza che aspetta nuove definizioni e,
chissà, anche un nuovo linguaggio (cos’è l’anguilla se non la poesia stessa,
cioè il senso dell’umano continuamente in trasformazione e allo stesso tempo
sempre a un passo dalla sua fine?)
La lingua poetica di Pusterla accompagna questo movimento senza mai sublimarlo.
Il verso lungo, cumulativo, quasi asfittico, riproduce la fatica del nuoto, la
mancanza di respiro (con un richiamo evidente, estremo, al testo di Montale –
estremo perché qui il climax è discendente e decostruttivo, in Montale invece è
ascendente e costruttivo, come la sintassi ci suggerisce in entrambi i testi). A
emergere è un’idea di vita ridotta al minimo, ma non per questo arresa e
indirizzata comunque a “strappare/ un attimo all’asfissia, un’idea di vita/
all’evidenza dei fatti”. È qui che si chiarisce ancora una volta la dimensione
etica del testo: l’anguilla non vince, non arriva, non redime nulla, ma nel suo
ostinato movimento produce “l’ultima sfida all’ansia, un’utopia alla paura di
tutti”, dove l’utopia è un gesto infinitesimale senza la costruzione di un
progetto di fuoriuscita, un restare nel passaggio quando ogni passaggio è
negato.
Rispetto ai testi di Anedda o di De Angelis, qui il “tra” è una zona di attrito
violento, in cui il vivente è costretto a negoziare la propria sopravvivenza tra
scarti e distruzione – così spiego anche le scelte espressionistiche evidenti
soprattutto nell’apparato sonoro, quasi un repêchage fonico e lessicale della
petrosità dantesca. Tuttavia, la continuità con i poeti appena citati è
profonda: anche in Pusterla, infatti, il luogo è un campo di forze che espone,
ferisce, e che allo stesso tempo implica risposte altre ai tradizionali
interrogativi etici.
La pratica del margine diventa resistenza senza promessa di riconciliazione
attraverso la poetica dei resti anche in un altro testo, stavolta della
raccolta Pietra sangue (1999), Arazzo:
> Galleggiano detriti. Fili d’erba, una striscia
> di verde, controriva. Dopo, foglie
> bordeggiano di giallo e infine i rami
> chiudono il tricolore dello stagno. Viene un pesce
> già morto ad incagliare il proprio argento
> nella lieta flottiglia delle scorie,
> nell’arazzo che fonde le storie
> di ciascuno e le muta in fanghiglia. E la rana
> che vive tra i due regni sporge un occhio
> fisso, liquido e nero. Poi s’immerge.
Qui il confine non è più attraversato in forma dinamica e migratoria, come
accadeva nell’anguilla, ma abitato come superficie di deposito. Lo spazio è uno
stagno, luogo per definizione intermedio, quasi sospeso tra movimento e stasi
dove la vita stessa galleggia, i resti si accumulano entrando in relazione
concreta con la morte. L’incipit è netto: “Galleggiano detriti”. In questa
realtà residuale, quindi, questi stessi detriti si muovono e sono fili d’erba,
foglie, rami che partecipano dello stesso sistema ontologico delle “scorie”
(addirittura una “lieta flottiglia” che va a incagliarsi nella “fanghiglia” che
tutto impania e riassorbe, perfino il lento movimento dei resti). La distinzione
tra naturale e artificiale si dissolve in una continuità degradativa, in cui
tutto è ugualmente residuo. Anche il colore – il verde, il giallo, il tricolore
che si compone con i rami nello stagno – non produce armonia, ma una
combinazione involontaria, una decorazione nata nella decomposizione. È qui che
il titolo diventa decisivo: l’“arazzo” in questione è un tessuto naturale del
tutto accidentale, prodotto dall’accumulo e dal tempo. Il pesce morto che
“incaglia il proprio argento” introduce una riflessione centrale nella poetica
pusterliana: la vita che entra nel regime del resto e, quindi, dell’eccedenza di
senso nella natura intesa come tragitto esistenziale. La morte, perciò, si
integra nella tessitura, diventa un elemento tra gli altri. L’argento del corpo
morto non risplende come simbolo, ma è invece materia sempre trascinata e la
“lieta flottiglia delle scorie”, di cui si diceva, espone un’immagine
volutamente disturbante, in cui l’aggettivo “lieta” non riscattando
nulla, accentua l’assenza di giudizio morale. Come in De Angelis e soprattutto
Anedda, nulla viene salvato, nulla viene condannato. Ecco perché il punto
cruciale della poesia è rappresentato dall’intuizione per cui l’arazzo “fonde le
storie/ di ciascuno e le muta in fanghiglia”, infatti qui la soglia da spaziale,
si fa narrativa ed etica. Le storie individuali – biologiche, naturali, forse
anche umane – perdono contorno, si confondono, vengono assorbite in una materia
indistinta. Non c’è memoria monumentale, non c’è archivio: c’è una memoria
fangosa, impersonale, che conserva senza ordinare per eventuali future
trasformazioni biologiche. In questo contesto appare la rana, figura liminale
per eccellenza, “che vive tra i due regni”, abitante, dunque, che col suo occhio
“fisso, liquido e nero” registra per un attimo il cammino della materia alla sua
decomposizione per poi immergersi ritraendosi perfino dal senso (Pusterla apre
sempre nella sua opera, con la presenza degli animali, un’altra possibile
visuale: la resa al mero essere che invece l’uomo non riesce ad accettare
trasformando qualunque ecosistema).
A mio avviso, rispetto a L’anguilla del Reno, qui l’etica dell’attraversamento
subisce uno spostamento decisivo, perché se nell’anguilla il movimento resisteva
alla distruzione come gesto vitale estremo, in Arazzo la stessa resistenza
coincide con il restare, con l’essere parte del deposito, con l’accettazione di
una coesistenza non gerarchica tra vita, morte e scarto (la resa di cui dicevo).
Il margine diventa una zona di compresenza opaca, in cui nulla si risolve e che
sembra accettare in una speranza alla seconda potenza anche la disperazione
della fine (anche se in un’accezione materialistica e biologica che non ammette
alcuna trascendenza).
È in questa sospensione che, per Pusterla, la poesia esercita la sua funzione
etica, rendendo visibile ciò che continua a esistere quando ogni orizzonte di
salvezza è venuto meno.
Adesso è il momento di attraversare la soglia che ci trasporta alla seconda fase
del percorso poetico di Pusterla. Quelli più recenti, infatti, sono i libri del
tentativo di ri-apertura del margine, per cui le riflessioni esistenziali si
spingono sempre più sul versante dello sdegno politico e risalgono i crinali
della vita sociale focalizzandone gli errori e manifestando attraverso la parola
una nuova pietas, totalmente laica, nella relazione tra soggetto e mondo.
Ripartiamo da Corpo stellare (2010), forse il capolavoro di Pusterla, e
soffermiamoci su una poesia che ci permetterà di dire qualcosa sulla pietas cui
si è appena accennato. Nello specifico, si tratta del terzo movimento della
serie Abbozzo degli aerei e delle ali, in cui sembra possibile individuare nella
poesia la capacità di trascendere il senso delle cose attraverso l’immaginazione
e, quindi, nella reinvenzione dello stesso (sempre, però, in un orizzonte
concreto e per niente metafisico), ma leggiamo:
“Poi cade un altro aereo, magari.
Scende muto in un mare
assolutamente blu, profondissimo
lento e deciso cala oscillando verso
le zone sconosciute,
traversa le alghe e i sargassi,
colonie di molluschi, torpedini,
trapassa le correnti, si conficca nei fondali
di sabbia e di roccia primaria,
giunge all’origine dei pesci progenitori
degli anfibi e dei rettili,
progenitori degli uccelli e degli angeli
e degli uomini smarriti,
sempre più in basso come una speranza
che deve inabissarsi, una parola
che ha perduto se stessa e va
verso il basso a ritrovare il suo senso
che forse non c’è disperata.
Le ali servono adesso a volare al contrario,
a calare nel buio.
L’ultima planata verso ciò che sta sotto,
nel cielo più grande.
Un’altra stella,
dunque, che adesso ci chiama e ci guida?
Dal fondo,
risale una luce rifratta, una voce inesausta:
dal fondo di un mare.
“le ali e le vele, le piume e le ciglia, le mani:
e poi gli occhi, i colori.
Verso la bellezza, lontani dalla bellezza;
verso il vero e distanti,
perduti e frementi. Nuotare, danzare, cadere
provare a rialzarsi. Poi basta.”
(Come per l’acqua il pesce…
Sopra le nostre parole di tempera e colla,
di polvere e d’olio,
una rotta da inventare senza radar?)
Tempeste magnetiche, corpi guizzanti”.
Nel terzo movimento di Abbozzo degli aerei e delle ali, la scena iniziale è
volutamente dimessa: “Poi cade un altro aereo, magari”. L’avverbio sospensivo e
il tono quasi incidentale sottraggono l’evento a qualsiasi enfasi tragica o
spettacolare. Qualcosa accade, ancora, come parte di una serialità anonima. Da
subito, il testo rifiuta la posizione del giudizio e quella della denuncia,
collocandosi in un registro di osservazione che è già, implicitamente, una forma
di presa in carico. La discesa dell’aereo è al rallenty, non è rappresentata con
un impatto improvviso: «lento e deciso cala oscillando», e infatti il lessico
insiste sull’attraversamento di strati – alghe, correnti, fondali, sabbia,
roccia primaria – che non funzionano come semplici elementi descrittivi, ma sono
livelli di realtà. L’aereo, oggetto tecnico per eccellenza, viene
progressivamente sottratto alla dimensione dell’uso e della funzione per essere
reinscritto in una genealogia più ampia, che include pesci, anfibi, rettili,
uccelli, angeli e uomini. Questa sequenza vive in una continuità senza
gerarchie: il testo lavora per giustapposizione, non per opposizione e così
sfuma la differenziazione tra natura e cultura.
È in questo movimento che si produce un primo slittamento decisivo: ciò che cade
non viene isolato né espulso, viene invece accolto in una trama comune. La
caduta diventa una forma di ritorno, non a un’origine mitica, ma a un fondo
condiviso in cui le differenze di statuto si attenuano, quasi diventando origine
di un nuovo mistero: è lo stesso linguaggio a perdere l’orientamento? (“una
parola / che ha perduto se stessa e va/ verso il basso a ritrovare il suo senso/
che forse non c’è”). Sembrerebbe, ma Pusterla non cerca di riscattare il
fallimento della parola, né di risolverlo. Al contrario, lo stesso fallimento –
la caduta – è accolto come parte dell’esperienza. E tuttavia, proprio in questa
accettazione, il movimento non si arresta. Le ali, simbolo tradizionale
dell’elevazione, non vengono negate, ma riconvertite: “Le ali servono adesso a
volare al contrario”. Non è la funzione a essere abolita, ma il suo
orientamento, il volo così conduce più profondamente dentro al mondo e non fuori
di esso. A questo punto, però, proprio dal fondo risale una voce “inesausta”,
non autoritaria né salvifica che trasporta a un elenco fragile di gesti e di
possibilità nella loro concretezza ed effettività: nuotare, danzare, cadere,
provare a rialzarsi. Il testo non separa il tentativo dal fallimento, l’impulso
dalla rinuncia, ma lo mantiene nello stesso registro di esposizione. La bellezza
è evocata e allo stesso momento problematizzata: “Verso la bellezza, lontani
dalla bellezza”, verso una condizione impermanente, non risolta. Catabasi e
anabasi confondono le loro prospettive e, anzi, grazie alla parola poetica
risultano innecessarie, spostando l’attenzione etica verso il movimento che è la
risultante dell’abbattimento di ogni pregiudiziale spaziale localizzabile e,
perciò, nominabile. Né alto né basso, dunque, ed è da questa dinamica testuale
che emerge ciò che possiamo riconoscere come pietas: un modo di relazionarsi con
ciò che cade, con ciò che perde senso, con ciò che non può essere salvato. La
poesia – e quindi il soggetto che la esplicita, nonché noi che ne leggiamo – ci
accompagna nell’attraversamento, fino al fondo e accettando che dal fondo possa
risalire solo una luce rifratta, mai piena, mai definitiva.
In questo modo, la pietas si configura come una pratica linguistica, cioè una
forma di attenzione che pur non promettendo riconciliazione, comunque continua a
immaginare il reale anche quando il senso è fragile, disperso, incerto. In
questa fedeltà all’attraversamento, quindi, più che in qualsiasi dichiarazione
etica, la poesia di Pusterla trova la sua forza.
Nel passaggio da rappresentazione a esplorazione si gioca proprio il senso della
parola in poesia, il suo essere “tra” mondi come etica del possibile che
continua a interrogarsi, che solo così testimonia la necessità di praticare il
margine. Ma ora occorre vedere come questo nuovo sentire si declini negli ultimi
lavori.
Prendiamo in considerazione un testo dalla penultima
raccolta, Tremalume (2022), Botta e risposta sulle ombre:
Botta e risposta sulle ombre
1.
L’aquila, se era un’aquila, spaziava
roteando su torrioni di roccia
e l’ombra correva nei prati
come uno spettro rapido levando
fischi tra i sassi fughe nei cunicoli.
Poi, dopo giri e giri, finse di scomparire
per invece posarsi astuta o stanca
sullo sperone più alto della cresta,
di lì guardando a capofitto il mondo
con occhio micidiale.
Invisibile, catafratta sugli spalti,
affilava il suo rostro seguiva le prede,
ma le marmotte sapevano da sempre
trattare l’ombra come cosa salda,
non fidarsi mai, prevedere i pericoli.
Era un teatro diverso dal nostro di palude.
Spietato, più sereno. A perpendicolo
crudeltà senza male.
2.
“E senza bene” aggiunge l’altro sornione “senza
progetto di parola, senza storia: nell’eterna
sempre uguale biologia priva di gloria.
Questo rimpiangi? Questo
sostituirebbe scienza, dubbio e memoria, etica?
E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
si mimetizza”.
“Nessun rimpianto”
ribatto nervoso “resta l’ombra,
quel segno d’ombra da leggere sull’erba
come una via di fuga, un orizzonte
inarrivabile che impedisce di acquietarsi,
forse di disperare. Nel muro dell’umano una finestra
sull’oltre”. “Se ti basta” non cede “ti accontenti
di poco”.
“Del desiderio” gli dico, provo a dire.
“Del desiderio, della ferita e del vento”.
Il contrasto vibra sul margine di un impianto etico. L’aquila, protagonista
della primissima parte è una figura incerta, quasi fantasmatica, una parola
predatoria e appollaiata sulla costruzione naturale-culturale (si veda la
terminologia da assedio: torrioni, catafratta, spalti, rostro, ecc.), pronta
allo scatto decisivo, “micidiale”. Eppure, come non leggere nella capacità delle
marmotte di trattare “l’ombra come cosa salda” una parte altrettanto attiva
nella dialettica della predazione.Per respingere l’agguato – e refutarne quasi
il presupposto linguistico, cioè la predestinazione alla fine sotto gli artigli
del più forte – conoscono e sanno trattare l’aspetto fantasmatico e oscuro del
reale, il segnale dell’agguato, l’ombra del predatore, la minaccia del segno.
Aquila e marmotte sono il “tra” della relazione, sì linguistica ma non per
questo meno concreta, che mette in gioco la continua spoliazione e riattivazione
del senso. L’ammirazione per questo spettacolo scabro – Pusterla lo chiama
“spietato ma anche “più sereno” – è contrapposta a un altro “teatro”,
evidentemente quello umano, “nostro” e “di palude” che richiama ad altre
strategie, meno dirette e più architettate. Come si può capire, già nella prima
parte del contrasto è esposta l’idea del soggetto, il suo presupposto etico che
si basa sulla presunta purezza del mondo naturale, chiarito persino dal dubbio
che ogni suo segnale possa essere frainteso. Il dubbio che qualcosa si sia
esaurito, questo stesso mondo della natura che è possibile osservare solo come
spettacolo, è prodotto dal verbo essere all’imperfetto “era” che avvia l’ultima
strofa del primo movimento. Ed è adesso che ex abrupto interviene l’altro
interlocutore, la controparte che tenta di ribaltare la morale del soggetto,
quasi doppelgänger fantasmatico dello stesso – così come un fantasma poteva
essere l’aquila in precedenza – che rimprovera il rimpianto “naturale” al primo
parlante introducendo attraverso “scienza, dubbio e memoria, etica” la
controparte culturale dell’argomentazione – anche qui è evidente come agisca
l’etica della soglia tanto cara a Pusterla, il suo riflettere “tra” ciò che
finisce e la provocazione di un nuovo inizio che tenti di oltrepassare le
vecchie dialettiche, in maniera nervosa, turbolenta e agonistica.
Nella parte centrale del secondo movimento si scoprono le carte:
> E la tua aquila, che forse non è aquila: se esiste
> sarà un’allegoria che a noi rimanda, o mera cosa
> estranea alla parola, non lo vedi? Lo dici, vola via,
> si mimetizza.
Il soggetto, o l’altro o il suo doppio che è lo stesso, dichiara che l’aquila,
la “micidiale”, verticale e perpendicolare parola, è solo un tropo, un rimando o
un’assenza (è il linguaggio la prima immagine, la prima ombra). Subito dopo la
risposta è “nervosa” e si accanisce proprio sulla parola chiave: l’ombra è ciò
che resta, la poetica del residuo e della traccia di Pusterla è dinamica, sposta
sempre l’asse del significato, si dibatte contro “il muro dell’umano”, prova ad
aprire brecce “sull’oltre” e lo fa proprio attraverso la nominazione. Nella fase
ultima della poesia di Pusterla è sempre più pressante l’esigenza di dire;
l’accumulatio ternaria è presente in molti titoli di poesie e anche come titolo
complessivo della più recente pubblicazione – ma lo vedremo a breve – nonché in
chiusura di Botta e risposta sulle ombre:
> “Del desiderio” gli dico, provo a dire.
> “Del desiderio, della ferita e del vento”.
Quel desiderio, quello che ci ha allontanati dagli astri, dalla speranza dei
buoni presagi, non è perso se leggiamo l’oltranza come trasporto per ciò che è,
senza rimedio o rivalsa. Ci accontentiamo di poco, come vorrebbe farci credere
il luciferino doppelgänger, o aspiriamo al tutto compreso nell’ombra del nome,
nello squarcio aperto dallo spettro del significato e che può abbracciare allo
stesso tempo – nello stesso verso – la “ferita” e il “vento”?
Si è detto che la fase più recente della ricerca di Pusterla sembra rispondere
con più urgenza al confronto con la società, con i suoi “imbarbarimenti” e le
sue violenze, anche se non è una mutazione “civile” la sua, quanto un
allargamento dell’orizzonte del “tra”. Quando la relazione sembra tradita dal
non senso dell’arbitrio non per questo essa è abbandonabile a una nominazione
sempre più rimaneggiata e semplificata, occorre colpire con gli strali del
linguaggio ma anche fare in modo che la pietas ne custodisca le verità profonde,
in primo luogo il continuo movimento dell’esistenza, le sue eterne
trasformazioni.
Per questo, sembra giusto chiudere la riflessione sull’opera di Pusterla,
riportando l’ultimo testo dell’ultimo libro pubblicato, Fiumi nefrite
vortici (2025) – tra l’altro ultimo testo di un poemetto intitolato
emblematicamente Ultimo fiume:
Il mare adesso, un braccio
di mare imprevisto di fronte.
Un mare livido e aperto
termine o nuovo inizio.
Basta un raggio di sole e s’infiamma
basta un colpo di vento e s’increspa.
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Un’esistenza che si confronta con la fine ma che, considerando le eterne
trasformazioni di cui abbiamo detto, è anche l’apertura ad altri orizzonti –
“termine o nuovo inizio”. Scorrendo tutto il libro si capisce che nella rabbia
per un presente che sembra auto-annientarsi si muove anche la tristezza intima
per la scomparsa del proprio mondo personale (all’altezza di Fiumi nefrite
vortici la mamma di Pusterla è, a causa di una malattia, ricoverata in una casa
di riposo mentre il papà è morto da tempo). Il “tra” è adesso quello di un
soggetto che si confronta con il suo invecchiamento – ancora un orizzonte della
fine – e la speranza del rinnovamento. A soccorrere realmente il soggetto, sono
principalmente i nipoti, rappresentanti della vita che si rinnova, psicopompi
della speranza in un mondo che intravede l’estinzione. Il riferimento letterario
del testo finale di Ultimo fiume è in maniera evidente l’Éternité di Rimbaud
nelle cui strofe iniziale e finale troviamo scritto:
> Elle est retrouvée.
> Quoi ? – L’Éternité.
> C’est la mer allée
> Avec le soleil.
Mentre nel finale di Pusterla abbiamo:
Ecco quello che resta
ancora da traversare
il mare senza tempo
né immagini o parole
il mare con il vento
il mare con il sole.
Se il “ritrovare” di Rimbaud si riferisce al paradiso perduto dell’infanzia e
dell’unione/abbandono – “allée” con tutta la sua ambiguità – di femminino e
mascolino simboleggiati dal mare/madre (mer/mère in tutta la sua pregnanza
omofonica) e dal sole/padre per sempre perduto, la “traversata” di Pusterla,
ricollegandosi alla poetica dei resti – “ecco quello che resta” – ribalta
l’assunto e lo proietta verso un raggiungimento sempre in divenire, anche a
dispetto della fine. La speranza della continuazione trascende persino il
soggetto in una fiducia “paradisiaca” che fa del “tra” anche il superamento del
sé nella fiducia della relazione. Un “trasumanar” del soggetto nella sua
scomparsa che lascia così spazio all’avvenire, che ritrova il futuro nel
totalmente altro dell’ignoto (anche per questo diventa necessario il
riferimento/ribaltamento di Rimbaud).
Pusterla scopre, così, sul bordo del mondo, non una sospensione mistica ma un
vuoto fecondo, la stessa memoria crolla e il soggetto si decide verso un altro
attraversamento. Il vero “restare” è questa ostinazione totalmente umana e laica
per l’oltranza – più l’Ulisse dantesco che Dante stesso nel suo viaggio, ma
comunque una peregrinazione –, per un’eternità dinamica e intesa sempre come
sfida etica, per cui il “tra” si fa coraggio e il rischio consapevolezza di
viaggiare senza mappe se non l’esperienza. Pusterla è, nonostante il male e la
fine, ancora il testimone che, giunto al limite della terra (e del libro),
riconosce nel mare infiammato dal sole l’unica direzione possibile, l’unica
foce.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)
L'articolo “Verso la bellezza, lontani dalla bellezza”. Intorno alla poesia di
Fabio Pusterla proviene da Pangea.