Quando una poetessa decide di scrivere un romanzo, se è una vera poetessa, il
risultato è grandioso. Così è per Irene Santori che scrive Tah’eb (Castelvecchi,
2025). Come specifica Maria Grazia Calandrone in postfazione, è riduttivo
parlare di romanzo, perché Tah’eb è insieme poesia purissima, saggio di storia
delle religioni, racconto mitico.
36 d.C., Samaria, attuale Cisgiordania. In una notte di delitti e prodigi,
Simone conosce in un bordello di Tiro l’indecifrabile Elena e tutto ha
inizio: comincia a predicare ai samaritani che lo acclamano come Tah’eb, il
messia che ricostruirà sul sacro monte Garizim il Tempio distrutto dai giudei.
Tra realtà e portenti, si intrecciano più storie: lo scontro tra Simone e
l’apostolo Pietro giunto in Samaria per evangelizzarla e demonizzare il messia
rivale come mago, anticristo, primo eretico; la tormentata abiura di Aquila e
Niceta, compagni del Tah’eb convertiti da Pietro; la struggente fedeltà dei suoi
servi, gli arconti Gog e Magog raffigurati come piccoli mostriciattoli al
servizio di Simon Mago; l’attesa del risorto Gesù, che mai appare se non nello
sguardo di Immanuel, il ladrone crocifisso con lui; i tetri teoremi di Pilato,
che ordina il massacro degli insorti. Su tutti incombe la legge dei più forti,
giudei, Roma o Pietro che siano, e la damnatio memoriae dei perdenti. Ma Elena
di Tiro, arcana potenza del Tah’eb, ne stringe il capo e il destino.
Irene Santori con Tah’eb firma uno dei più eleganti, ricercati e potenti romanzi
letti negli ultimi anni. È la ricostruzione della figura che precede tutte le
altre per quanto concerne lo gnosticismo, non è esattamente la storia di Simon
Mago, ma una delle ricostruzioni possibili di ciò che lo precedette. Una storia
di violenza, amore, fede, eresia, guerra fratricida. La scrittura, attenta,
minuziosa, lirica e cinematografica mostra in ogni istante una scena
ingrandendone un particolare fino a ricavarne una nuova scena. Sapienza
teologica, ricerca, studio e autentica passione per la vicenda di quest’uomo
perseguitato per eresia, guidano una penna di rara intensità.
Dunque, il romanzo prende le mosse da una ricerca teologica che rintraccia
un’affinità tra la figura di Simone il Samaritano, Simone di Cirene, e Simon
Mago, il testo da cui la ricerca prende avvio è Il corpo di Dio, di Gaetano
Lettieri, racconta Irene Santori in un’avvertenza in calce al testo. Il libro di
Santori si dipana in un superbo intreccio di fatti accaduti e inventati, con uno
stile che unisce prosa altissima, poesia, tensione mistica. Gli eventi narrati
riguardano Gesù Cristo, quindi, la crocifissione, Simone di Samaria, Simone di
Cirene, anche se quest’ultimo solo per un istante; Elena di Tiro, sua amante,
sua adorata donna, incarnazione del femminino sacro, reincarnazione di Elena di
Troia; Gog e Magog, gli arconti della tradizione gnostica, che ho sempre
immaginato quali spiriti posti a sorveglianza del mondo materiale, mentre qui
sembrano reali e concreti, strambe creature, serve del Simone protagonista del
libro.
Ciò che Irene Santori dimostra con tale ricercato e vertiginoso romanzo è che è
ancora possibile fare letteratura con la L maiuscola, una scrittura che non
banalizza e non minimalizza mai, uno stile che può far pensare alla Anna Maria
Ortese de Il porto di Toledo: un rigore filtrato attraverso una lente
allucinata, che procede per frammenti, visioni, riflessioni dialogiche; una
prosa ricca, non semplice, piena di metafore e formule rituali (soprattutto nei
dialoghi). Una vocazione alla verità che è sacra e politica, come politica è
stata la damnatio memoriae per il secondo messia, Simon Mago, in quanto
fondatore dell’eresia denominata gnosticismo, trattata fin da subito come
un’eresia che aveva a che fare con la demonologia, se non direttamente con
Lucifero, e perciò fonte di fraintendimento e mistificazione sia da parte dei
cristiani che degli ebrei dell’epoca. Che si faccia luce su tale questione e
sulla figura di Simon Mago è oltremodo essenziale, affinché si rintraccino le
radici cristiane e pagane dello Gnosticismo, e la struggente evocatività
dell’allegoria della caduta. Il mondo materiale come decadimento o caduta del
mondo delle idee, concetto tramandato dalla filosofia platonica, dai cenacoli
greci, dall’amore per la conoscenza e per la verità.
In una nota finale Santori racconta di come e quando abbia iniziato a scrivere
questo romanzo, nel 2018, del viaggio fatto in Samaria, l’attuale Cisgiordania,
di come il percorso di scrittura sia un tentativo di affrancamento dai concetti
di Bene e Male assoluti, all’origine di ogni totalitarismo. Il processo è
compiuto con un supremo atto di restituzione.
> “Elena si solleva la tunica e lentamente discende trenta cubiti. Si siede sul
> petto di Simone, vestendolo come il guanto del firmamento veste le dita della
> montagna. Ne discende il pendio silvestre fino ad assieparsi, come la luna sul
> torrione, e il monolito della montagna penetra il cratere lunare. Elena apre
> la chiusa del suo amore ignoto e improvviso, scaldato e nativo, e Simone vi
> getta dentro il mistero ambrato delle rocce fuse nel cuore della terra. Si
> squaglia il primo cielo, collana dopo collana, anello dopo anello, fiala dopo
> fiala, vien giù come una piena tra i fianchi della montagna, spostando erbe ed
> alberi, sbandano gli animali, i rettili giganti e i grandi mammiferi, si
> richiudono le uova, nascono le schiume e dalle schiume le spugne e colori mai
> guardati, si rianimano e si gonfiano i fossili inondati e gli scheletri in
> piedi si reggono da soli sulle gambe, mentre gli ricrescono i nervi, le guance
> e i bei ricordi, si sollevano in volo milioni di stormi perché non sanno più
> da che parte toccare la terracqua. Ma nessuno teme nessuno. Poiché su tutto è
> scesa la piega di Elena, poiché si è aperta come un battistero la sua falda,
> ara fessurata sopra la caldera del suo amante, su tutto cola la lenta cera
> della loro discosta cella, cola l’albume paglierino della loro cova, e da lei
> la bionda profezia delle sue piccole labbra.
>
> Rilascia la sua febbre e si imbeve e si converte, Simone, da fertile a inerte,
> da figlio a sasso, da nato a morto, da morto a ragazzino e uccello, da febbre
> spenta a febbre alta.
>
> E s’immedesima.
>
> Non ha nome quest’unisono, ma questo si può dire: da allora il battezzato
> prese a predicare”.[1]
Ilaria Palomba
*In copertina: disegno di Jacopo Palma il Giovane, XVII secolo
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[1] I. Santori, Tah’eb, Castelvecchi, Roma, 2025, pp.31-32.
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racconta le origini dello gnosticismo proviene da Pangea.