Siano benedetti i diplomatici: raccolgono dagli altri il meglio di sé, hanno la
stessa funzione che i mecenati avevano un tempo negli imperi.
La biografia di Carl Jacob Burckhardt è stringata, perché più che vivere
desiderò contenere in sé i racconti delle esistenze degli altri. Svizzero, nato
a Basilea nel 1891, studiò in diverse università europee per poi entrare, nel
1918, nella delegazione diplomatica di Vienna. Fu qui che la sua esistenza si
mise sulle tracce di Hugo von Hofmannsthal. Ricordi di Hofmannsthal, pubblicato
da Cederna nel 1948 nella classica traduzione di Ervino Pocar, ne è il commosso
resoconto, impreziosito da una raccolta di lettere di cui pubblichiamo un
estratto in calce all’articolo. Per capire la grandezza dei personaggi e la
favolosità degli intrecci, basta ricordare che quando il giovane Ervino Pocar si
cimentò nelle traduzioni dei primi drammi del poeta, ricevette una lettera
inaspettata in cui Hofmannsthal si congratulava per il lavoro esprimendogli la
più profonda gratitudine (una ristampa di questa testimonianza irripetibile si
trova nell’edizione Rusconi dei Piccoli drammi di Hofmannsthal).
Vienna, nel 1918, era sporca, affamata, senza luce e nella più squallida
carestia. Ma nonostante la sconfitta, la città non cessava di recitare la sua
parte. Un amico di Burckhardt gli diede una lettera di raccomandazione per
assistere a una rappresentazione di burattini. Quel teatrino, scrisse
Burckhardt, “fu la migliore istruzione che io abbia avuto in fatto di storia
austriaca e sociologia del passato”.
Lì, in quella sala, un visitatore si fece notare per il cappello nero e il
pastrano. I contorni del viso, alla luce della lampada ad acetilene, erano
“vividamente illuminati”. La rappresentazione incespicava. Allora il visitatore
si alzò e disse: “perdoni, oggi non ci siamo, è ancora tutto troppo vicino”. Si
alzò dalla sedia e, con una stretta di mano, fece per presentarsi: era
Hofmannsthal.
Come Pasternak fanciullo davanti a Rilke in Russia, anche Burckhardt riconosce
il miracolo. “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Peculiare tristezza e amara preveggenza si mescolavano nei suoi toni senza
sopraffarsi. Per Burckhardt parlare con Hofmannsthal era “come un colloquio con
più persone, quasi riverbero del lontano lampeggiare di una amara e precisa
saggezza derivante dal più antico retaggio che questa natura univa a tante altre
cose”. Questa ubiquità dello spirito disperso in più dimensioni era una delle
caratteristiche principali dell’Hofmannsthal poeta e prosatore: si immedesimava
in ogni contesto da protagonista ed era l’unico a leggere “Shakespeare o Racine
con la sensibilità del contemporaneo al quale tutti i posteri guardano
severamente negli occhi”. Non a caso, quando Burckhardt deve stringere
Hofmannsthal in una definizione, non ha dubbi: “contemporaneamente vicino a
tutti”.
Il riconoscimento tra spiriti affini è immediato e ogni cerimoniale decade
frettolosamente. Burckhardt si dimostra per quello che è: il Plutarco portatile
dei poeti moderni. Anche il suo incontro con Rilke in libreria a Parigi vale,
come episodio, più di molta retorica sulla comunità europea, perché attraverso
un casuale incontro in libreria dimostra che la passione condivisa per gli
stessi libri è la vera intesa tra lo spirito delle nazioni.
Burkhardt seguì Hofmannsthal sulla via del ritorno e in poco tempo divennero
amici. Quella sera, passeggiando per Vienna, il poeta fece da guida: raccontò di
come Peter Altenberg rincasava a notte fonda, e di come avvenne il suo battesimo
poetico. Aveva diciotto anni quando una notte, a palazzo Herberstein, entrò
improvvisamente un uomo dall’aspetto inquietante e imperioso, che gli si
avvicinò dicendo di essere venuto a Vienna soltanto per incontrarlo. Quell’uomo
era Stefan George.
Dopo poche settimane, Hofmannsthal invitò Burckhardt a Rodaun, ai margini di
Vienna, dove il poeta si ritirava per scrivere. Dopo l’inflazione seguita alla
Prima guerra mondiale, aveva perduto il suo piccolo patrimonio. Nell’estate del
1913, mentre lavorava a Parigi con Diaghilev, ebbe una premonizione bellica e
improvvisamente partì per Vienna. “Come uno che affoghi, aveva sentito ciò che
pendeva sulla sua patria e sul continente”. A Rodaun, però, regnava “un
Settecento intatto e molto italiano”, quell’Italia che “aveva nel sangue, ne era
tutto preso”, mentre i rapporti con Francia e Germania scricchiolavano: “la
nostra conversazione coi francesi è pur sempre il banchetto della volpe con la
cicogna: un perpetuo malinteso”. A Rodaun poteva nutrirsi di quel “senso di
radici affondate nel suolo”, e sempre a Rodaun, facendo delle camminate,
ascoltando un uomo suonare deliziosamente un valzer e due persone eseguire
Beethoven mentre poco più avanti una voce femminile cantava, Hofmannsthal
ritrovava la vecchia Austria intatta e incontaminata.
Sapeva che “le decisioni metafisiche sono ricche di spaventi”. Allontanandosi da
Vienna aveva deciso di trascendere i confini personali per dedicarsi a qualcosa
di più vasto. Fronteggiava le ristrettezze economiche e i disagi domestici
ricorrendo al proverbio arabo: “solo il gelo doma il fango”. Si dedicò all’opera
teatrale La torre, una rivisitazione moderna del dramma di Calderon, La vita è
sogno. A chi gli chiedeva perché lavorasse con più costanza alle opere teatrali,
con una predilezione per le commedie, rispondeva con il detto di Novalis: “dopo
una guerra perduta si devono scrivere commedie”. Secondo lui, erano un pretesto
per testimoniare l’uscita di scena di una intera società.
Di notte, mentre il vento sibilava tra i campi, Hofmannsthal prese a leggergli
l’Egmont di Goethe e si commosse. Ma non aveva un rapporto disteso con tutte le
espressioni dello spirito tedesco. “Egli sapeva valutare tutti i grandi
Tedeschi, ma non si lasciava mai sedurre dalla grandezza”. In Lutero, in certi
romantici e in alcuni aspetti di Hegel notava qualcosa di dannoso; ma anche in
alcune scene del Faust, che riteneva “torbide e rozze”; Fichte gli sembrava
cieco e borioso e Nietzsche “dolorosamente esagerato”. Fu proprio in questo
periodo che, allontanandosi dalle influenze esterne, si volse alla grande
tradizione teatrale spagnola e inglese, con un movimento uguale e contrario a
quello di Walter Benjamin, che nel Dramma barocco tedesco setacciò le stesse
fonti. Anche il destino di Hofmannsthal, come quello di Benjamin, fu tragico. Il
13 luglio il figlio Franz si suicidò con un colpo alla tempia. Due giorni dopo,
mentre si preparava ad accompagnarlo al cimitero, la morte raccolse anche
Hofmannsthal.
Andrea Muratore
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Hofmannsthal a Burckhardt
Rodaun, 20 dicembre 1927
Il mio piccolo dono di Natale Le viene spedito direttamente dal mio libraio di
Lipsia. È la Rivolta nel deserto di T. E. Lawrence. È uno dei libri più belli
ch’io abbia mai letto. Quest’uomo è il vero tipo dell’eroe, appartenente alla
nostra epoca come a tutte le epoche passate, e altrettanto ammirevole quanto
dotato di un’incomparabile eleganza e grazia interiore – e oltre ciò è uno
scrittore grande come Sallustio. Non so che cosa darei per incontrarlo. Oggi
avrà appena quarant’anni – ma si è ritirato, dalla strada maestra, nei cespugli
che la fiancheggiano. Dicono che sotto falso nome faccia oggi il semplice
soldato in India. L’esistenza di simili uomini non può che rasserenare…
*
Bad Aussee, 29 novembre 1927
Nel romanzo di Conrad che ho appena terminato di leggere (nella traduzione
tedesca è intitolato Sieg e mi sembra l’opera più ammirevole di questo grande
autore, per quanto lo conosco), si tratta pure di un omicidio su un’isola
deserta. La combinazione fra gli eventi, narrati con la massima precisione, e la
determinatezza sociale dei personaggi riesce assai avvincente. Molto si può
apprendere da questo libro, ma mi faccio scrupolo a mandarglielo in questo
momento, perché potrebbe forse confonderla con la somiglianza dei soggetti e
intimorirla con la sua straordinaria maestria (dev’essere stato scritto negli
anni della piena maturità)…
*
Rodaun, 11 luglio 1928
Noi abbiamo in comune una cosa molto profonda, questo nostro desiderio di
afferrare le radici delle cose e di conservarle – ma intorno a questa cosa più
profonda c’è ancora una comunione infinita. Il fatto che per Lei o per la fase
presente della Sua vita la storia sia diventata il centro, è molto importante
anche per me. Il quesito: in che senso esista ancora la storia, condensa oggi
molte cose – da questo punto si scorgono i problemi più profondi. Ultimamente
leggevo con molta commozione un volume delle opere di Gotthelf che Lei mi ha
donato: La domenica del nonno, e i miei pensieri furono indirizzati quasi
violentemente verso di Lei e verso la nostra amicizia: ma non già per
quell’associazione di pensieri esteriore, bensì per un sentimento del tutto
diverso: tutte le cose profonde sono infatti di una sola natura, e quando il
nostro cuore è realmente tocco, il contenuto del cuore stesso si scuote e vibra
insieme; così il sentimento della nostra amicizia si agitò alla lettura di
quelle pagine perennemente belle, inesauribili…
L'articolo “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
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