> “Va con le mie lacrime nella tua solitudine, fratello. Io amo colui che vuole
> creare al di sopra di sé e così perisce.”
>
> (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Nel Pantheon della storia del cinema il nome di Stanley Kubrick equivale a
quello di Giove olimpico. Praticando ardentemente l’arte della misura, il suo
occhio genera inquadrature maestose, che incombono come immobili monoliti.
Kubrick divenne un dio nel ’68, in pieno clima rivoluzionario, con l’uscita
di 2001: Odissea nello spazio. Il film si impose come un evento senza
precedenti. Per la prima volta il mondo del cinema si fondeva con la filosofia
pura: dall’inizio alla fine si dispiegava il cammino della natura umana,
culminante nel Superuomo. Kubrick si era esplicitamente votato a Nietzsche:
> “Elevate i vostri cuori, fratelli, in alto! Più in alto! E non dimenticatevi
> le gambe! Alzate anche le gambe, bravi ballerini, e, meglio ancora, reggetevi
> sulla testa!”.
Cantava così l’inno di Zarathustra, così rispondeva il Vangelo visivo di
Kubrick.
In 2001 i personaggi, inizialmente presenti, finiscono presto per scomparire:
completamente avvolti dalla mente architettonica del regista, rimangono mere
pedine in un grande quadro. Un disegno che nel monolite alieno si fa tangibile:
nero ed etereo, questo blocco essenziale e infinitamente perfetto assiste con
distacco alla caduta e alla nuova nascita degli uomini. Il potere della natura
travolge la tecnica umana, fino a renderla simbolicamente ingranaggio,
disgregazione, fardello da cui liberarsi. Così l’uomo percorre il futuro e lo
trascende, ma il monolite rimane intoccato, immutabile, nella sua sacra
intimità.
Il cinema, da sempre vivo nelle sue pulsanti visioni, viene paralizzato da
questa immane pellicola, in cui le immagini pullulano di concetti e tutto tace.
Cinque anni prima di 2001 era uscito 8 e mezzo, frutto della genialità di
Fellini: un film all’apparenza meno ambizioso, ma universale allo stesso modo.
Al contrario di Kubrick, Fellini ostentava un uomo pieno di eccessi: i
personaggi così veri e vivi, l’introspezione di un personaggio qualunque, un
autobiografico qualunquista senza alcun posto nel mondo. La filosofia non era
ancora riuscita ad avere la meglio sull’impertinenza dell’immagine
cinematografica, che grondava vita da tutti i pori. Dipingeva l’uomo nella sua
frenesia di creatura irrisolta, immersa nel caos di un mondo sempre in
movimento. Poi, con 2001, tutto si ferma: il chiasso dell’individuo cede il
passo alla sinfonia silenziosa dell’universo.
Kubrick aveva bisogno di una destinazione: sotto le note del Così parlo
Zarathustra di Richard Strauss promette un’ultima ascesa del genere umano.
Credeva realmente nell’esistenza di un Ente supremo, anelava all’Altissimo come
tutti i profeti: in un’intervista dichiara “…come succede nei miti di molte
culture, l’uomo viene trasformato in una specie di creatura superiore, dando
inizio a una nuova mitologia”, manifestando una fede nella facoltà di
trascendere dal sapore aspro e vagamente superstizioso, fantascientifico.
Da lontano, però, il suo maestro lo incalzava con avvertimenti oscuri, diretti
proprio contro quell’ascetismo:
> “Tramontar vuole il vostro Sé, e perciò siete diventati dispregiatori del
> corpo! Infatti, non siete più capaci di creare al di sopra di voi stessi”.
Il cinema di Kubrick non scalerà più i picchi vertiginosi che 2001 aveva
sfiorato, non si spingerà più oltre i confini delle stelle nella speranza di un
nuovo mondo. Paradossalmente, però, diventa veramente incisivo proprio quando
abbandona gli epigoni della filosofia nicciana. Se 2001 si consacrava al
Nietzsche oracolare, nei film successivi il regista preferisce lordarsi le mani
con il dionisiaco, lasciando il suo contraltare apollineo alle prediche
dell’immaginazione.
Nel 1971, infatti, esce Arancia meccanica, che mette a nudo gli aspetti più
scimmieschi dell’uomo, lasciato a sé stesso e senza alcun tipo di meta. Si
ritorna al primo capitolo di 2001: “L’alba dell’uomo”. Forse Kubrick ha
riconosciuto, dopo la sua caccia al significato, che non siamo destinati a una
fine, ma costretti a scontrarsi eternamente contro noi stessi. Forse il viaggio
nello spazio di David Bowman era solo un trip visionario, per nulla
riconducibile alla nostra esperienza di tutti i giorni.
La violenza, il dionisiaco umano, ingabbiato nella sua stessa follia, rimarrà
una costante nel cinema di Kubrick. Tutti ricordano gli eterni capolavori degli
anni ’70 e ’80: Barry Lyndon con la sua enfasi estetica e
deterministica, Shining e Full Metal Jacket come appendici della sanguinolenta
Trilogia inaugurata da Arancia meccanica.
I capisaldi della filmografia di Kubrick prendono lezioni da Nietzsche. Al di là
delle tante interpretazioni che si possono dare ai film del regista, resta il
fatto che in essi è implicito un tentativo di cogliere l’insegnamento filosofico
del maestro, prima attraverso l’incanto per le gioie del Superuomo, poi
sprofondando nel dionisiaco della vita terrena. La profezia di Zarathustra non
ha mai abbandonato Kubrick, conciliando sempre il suo pessimismo con una visione
aurorale dell’aldilà. Così, la sua carriera avrebbe potuto concludersi in questo
modo: elogiato per le impalcature visive, per l’intelligenza delle trame, per la
filosofia di massa delle visioni.
Dopo oltre dieci anni di assoluto silenzio, però, Kubrick sente l’intima
esigenza di confessarsi: qualcosa gli impedisce di rimanere immobile nella sua
icona mummificata, qualcuno gli impone di svincolarsi dall’autorità del maestro.
Così tenta l’ultima impresa, l’unica in grado di redimerlo, che, più che un
canto del cigno, potrebbe sembrare un regresso al brutto anatroccolo.
L’ultimo lavoro, infatti, Eyes Wide Shut, ha poco a che vedere con il resto
delle sue creazioni. L’impressione che lascia è quella di un’incompletezza, un
prodotto inquieto, in cui spirano tanti messaggi criptici, che non hanno il
coraggio di parlare a gran voce. L’architettura che aveva retto tutto il cinema
del regista, lentamente si sgretola, aprendo varchi a un mondo prima
sconosciuto, che in Eyes Wide Shut comincia ad emergere proprio attraverso la
psicologia di un singolo personaggio, un uomo imperfetto e patetico, fragile
come il Guido Anselmi di 8 e mezzo. Tutte le creazioni di Kubrick, che fino a
quel momento erano universi forgiati nell’immortalità, si chiudono con l’opera
grezza di un uomo mortale. L’eternità si rende conto della sua inconsistenza e
muore in un’opera che non si propone come assoluta. In cui, forse, si può
percepire molto più intensamente la mano umana di Kubrick, annichilita dai
precedenti capolavori.
> “Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti
> volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!”
In fondo, la sua destinazione ascendente era solo una forma di prigionia: prima
o poi bisognava evadere.
Samuele Brullo
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