Cogito ergo sum, diceva Cartesio nell’estasi delle idee. Oggi la sua scoperta
decade a motto popolare, da postare occasionalmente sui social. Le idee hanno da
tempo cessato di smuovere il mondo, non si teme più il loro potere, ormai
accessibile a tutti. Nonostante la nostra epoca si mostri come l’apoteosi
dell’intelletto, ciò non fa altro che lasciare spazio al dilagare
dell’ignoranza: il pensiero, in quanto attività quotidiana, perde il suo senso
per sprofondare nelle bocche dei furbi e appesantire il giogo dei deboli.
Per combattere queste distorsioni mentali, bisognerebbe leggere un racconto tra
i più conosciuti e riusciti di Borges: parlo di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Non
è necessaria, seppur consigliabile, una preliminare immersione nei labirinti
dell’opera borgesiana; può aiutare una buona dose di cultura, a cui oggi
provvede Internet con la sua interminabile fonte di informazioni. In effetti, i
racconti di Borges sono gli agglomerati culturali per definizione: in essi
albergano le più strambe teorie filosofiche, i più inaspettati riferimenti
letterari, per non parlare dei nomi presi in prestito dalla storia e rimodellati
dall’autore. Insomma, si propongono come il test perfetto per l’uomo saccente e
ben istruito del XXI secolo, pavone della conoscenza. Il paradosso, però, è che,
come in tutti i labirinti, la conoscenza finisce per rivelarsi una strada senza
uscita, di cui Borges si prende animatamente gioco.
Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è anche la fiction per eccellenza: si apre con lo
sfolgorio di uno specchio e si chiude in un mondo moltiplicato. È Borges che
ammette senza pudore la natura artificiale dei suoi racconti, non a caso
inseriti nella raccolta Finzioni. I mondi che genera, ben lungi dall’essere
reali, sono solo immagini, che inevitabilmente filtrano la realtà con la sua
percezione: sono finzioni percettive. La percezione, dunque, secondo Borges, è
un unicum dell’individuo e, nel momento in cui si fa legge universale, ecco che
tende pian piano a trasformarsi in qualcosa di sinistro, che sconfina oltre
l’immaginario. Questo ribaltamento della percezione è lo stesso che si verifica
nel racconto con la regione di Tlön: illusione berkeleyana fatta realtà, in
questo strano universo l’uomo vive secondo le forze del proprio sentire. In che
modo lo faccia ce lo spiegano le teorie formulate all’interno di Tlön: alcuni
pensano di vivere un ricordo crepuscolare, altri negano l’esistenza del tempo,
ma tutti nella metafisica “non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza,
ma la sorpresa”. Un mondo in cui l’uomo, più creatore che creatura, si trova già
definito in partenza.
A Tlön vivere coincide con pensare. Cartesio probabilmente avrebbe considerato
una simile regione il destino ultimo del genere umano, eppure il mondo di
Tlön, ci dice Borges, è soltanto frutto di una congiura ordita dal milionario
Ezra Buckley contro la realtà dominata da simboli e dei.
> “Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini
> mortali sono capaci di concepire un mondo”.
Così, nella sua opera di smantellamento del mondo storico, egli dà vita a un
nuovo mito, un mito cosmico e valido universalmente. Buckley riunisce in sé la
forza delle idee di Berkeley, Spinoza, Leibniz e Schopenhauer (solo alcuni dei
filosofi citati da Borges) per concepire la sua enorme creazione, dimostrando
come il pensiero umano sia in grado di prevaricare i limiti della carne.
Effettivamente, verso la fine del racconto, sorge l’impressione che il mondo
stia deformandosi secondo gli assunti di Tlön:
> “Il contatto con Tlön, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo
> […] è già penetrato nelle scuole l’‘idioma primitivo’ (congetturale) di Tlön;
> e l’insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha
> già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia”.
Ed ecco, le truppe dell’utopia assediano le mura indifese della nostra Terra,
decise a riscattarla dalla sua inefficienza.
Borges espone in questo racconto, meglio di qualsiasi filosofo, la teoria che
diventa catastrofe: gli uomini che sognano un mondo artificiale, ordinato e ben
integrato nelle categorie universalmente riconosciute. Il nostro universo, la
nostra realtà imperfetta e limitata (se non limitante), oltre ad essere
intrinsecamente confusionaria, non è minimamente conforme ai nostri ideali di
perfezione. Così entra in gioco la filosofia, che fonda l’idealismo per
continuare l’opera di un Dio stanco e sconclusionato. Gli abitanti di Tlön hanno
il privilegio di trasformare il cogito ergo sum in cogito ergo sum omnipotens,
dal momento che possono creare e distruggere grazie alla loro attività
percettiva. In un mondo simile si può vivere letteralmente senza preoccupazioni,
nel completo stoicismo, in altre parole, “senza pensieri”.
Ma in che senso “smettere di pensare” in un mondo che esiste solo grazie al
pensiero? Nei suoi racconti Borges non dà risposte, crea schemi allusivi.
In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius si può vedere di tutto: dalla critica
all’ideologia in tutte le sue forme all’eterno gioco di rimandi finzionali, dal
mero artificio retorico alla suggestiva visione di un mondo extrasensoriale. Una
cosa è certa: Borges, qui più che in ogni altra sua opera, dimostra l’impotenza
dell’uomo a forgiare mondi. Da quando Aristotele ha osato definirci animali
razionali, la nostra sete di potenza è sempre e solo aumentata traducendosi in
sete di nuovi mondi. Il salto logico è semplice: se l’intelletto è così potente
da determinarci, allora sarà possibile vivere esclusivamente grazie alla sua
attività creatrice. Tutte le teorie della conoscenza sono il risultato di questo
assioma, e Tlön ne è l’estrema conseguenza.
Un mondo privato di qualsiasi mistero, dove tutto è già scritto e ascrivibile al
solo pensiero, dove le idee dominano incontrastate e gli uomini padroneggiano
incontrollati: di un simile scenario Borges mette in evidenza le orribili
precisioni, disturbanti e, soprattutto, noiose, incomplete. Ed è proprio qui che
sta la fregatura: a Tlön nessuno può pensare nel vero senso del termine, il
pensiero è solo un attributo di cui ci si serve naturalmente, la stessa materia
è il prodotto di un’associazione di idee. Nella traduzione dell’idea in materia
e della materia in idea l’uomo ha completato il suo lungo processo di
divinizzazione: giunto a questo punto, può finalmente smettere di pensare perché
della filosofia non sa più che farsene. Ormai, per questo superuomo istruito, il
pensiero è svago, è azione generatrice. Un mondo del genere non esiste, non
coincide col nostro. Allora come mai Borges, alla fine del racconto, ne parla
come se la trasformazione della Terra in Tlön fosse imminente? Forse perché
proprio il 1940 (anno di pubblicazione del racconto) coincide con un anno di
rivolgimenti, psicologico-sociali prima che industriali, per la generazione
dello scrittore: la Seconda guerra, il progressivo infittirsi delle ideologie,
la soppressione dell’uomo ad opera dei suoi simili… in breve, il pensiero
individuale che si universalizza nello spazio e nel tempo.
Oggi più che mai grava su noi il peso di Tlön, non più attraverso l’epoca
tumultuosa che Borges ha vissuto sulla sua pelle, ma nella pacifica
conformazione delle nazioni. Una scoperta dopo l’altra, l’animale razionale
avanza nella sua ripida ascesa, costruisce masse e riduce il pensiero a un
palliativo serale, uno svago intellettuale. La forza delle idee,
silenziosamente, ha già fatto i conti con il suo spegnimento. L’uomo del
progresso, il liberale contemporaneo, è diventato finalmente quello che ha
sempre sperato di essere: un creatore senza pensieri, padrone di sé stesso.
Borges, però, ci ricorda che Tlön, proprio come il racconto che l’ha generato,
“sarà un labirinto, ma è un labirinto ordito dagli uomini, destinato a essere
decifrato dagli uomini”. Al contrario, la realtà “sarà magari ordinata, ma
secondo leggi divine – traduco: inumane – che non finiamo mai di scoprire”.
Allora, contro ogni distorsione della realtà, lo scrittore invita a non farci
possedere dal nostro pensiero, ma a farlo evolvere in continuazione. Senza farlo
degenerare a strumento di dominio, ma trattandolo come bussola per la verità,
che, se a Tlön non esiste, sulla Terra continua a dardeggiare incessantemente.
Borges, dal canto suo, della venuta di Tlön se ne infischia: scrive con la
consapevolezza di non essere un dio creatore, ma solo un messaggero – forse, uno
dei tanti nessuno.
> “Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo.
> Il mondo sarà Tlön. Io non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete
> giornate dell’Hotel de Androguè, un’indecisa traduzione quevediana (che non
> penso di dare alle stampe) dell’Urn Burial di Browne”.
Samuele Brullo
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Nel 1920, a Londra (presso Martin Secker) e a New York (per R.M. McBride), viene
pubblicato un libro ‘impossibile’, All Things are Possible. Apotheosis of
Groundlessness. Il sottotitolo – “Tentativi di un pensare adogmatico” – attrae
il più filosofico degli scrittori dell’epoca, David Herbert Lawrence. In
origine, il libro era uscito in Russia, nel 1905, come “Apoteosi della
precarietà”; l’autore, Lev Šestov, era nato a Kiev quarant’anni prima; avrebbe
voluto studiare matematica, avrebbe voluto fare l’avvocato – il padre, di
lungimirante intelligenza, guidava una ricca azienda che commerciava in tessuti.
Del libro – costruito impilando una serie di micidiali aforismi, tesi a
decostruire le illusioni della ragione, le fallaci imprese del filosofare – si
parlò a lungo. Nel 1903 Šestov aveva strutturato – sbriciolando ogni ‘sistema’ –
la propria Filosofia della tragedia in un lungo studio su Nietzsche e
Dostoevskij (edito da De Piante nel 2024, a cura di Luca Orlandini); tra anni
prima era uscito L’idea di bene in Tolstoj e Nietzsche (in Italia: Castelvecchi,
2014). Šestov riuscì a incontrare il conte Tolstoj nel 1910, in marzo, pochi
mesi prima che il grande scrittore, dopo la grande fuga, precipitasse negli
altri mondi, morendo. Tolstoj era atterrito dall’arguzia – lenta, letale –
di Šestov; pare che dopo aver sfogliato i suoi libri – così testimonia Maksim
Gork’ij – abbia detto: “Che audacia… in sostanza, ha scritto senza mezzi termini
che non ho fatto che ingannare me stesso – e che ho ingannato i miei lettori…”.
Nel 1920, Šestov parte per Sebastopoli – da lì, volta a Costantinopoli, a
Genova, infine a Ginevra. Inviso ai bolscevichi, aveva da poco
pubblicato Potestas Clavium. Dal 1921, si trasferisce in un modesto
appartamento, a Parigi – sede, tra l’altro, degli incontri con il suo più
luminoso e tragico allievo, Benjamin Fondane. Nel mondo inglese, il libro
di Šestov passò per lo più inosservato: come accettare un pensatore impegnato a
sregolare i dogmi della ragione, a sfatare ogni ‘buon senso’ in virtù
dell’insensatezza del vivere, a mutilare le sirene del ‘progresso’ promuovendo,
piuttosto, l’epica del miracolo, l’etica del capriccio? Nella sua introduzione,
profetica – “La vera Russia è nata. Presto riderà di noi” – ed estrosa, Lawrence
scrisse che Šestov “Non è nichilista – scuote l’umana psiche dai propri logori
legami. La sua idea, centrale e positiva, è che l’animo umano deve credere in
nient’altro che in se stesso”. Non credo sia questo il cuore del pensare
di Šestov – se ci piace, possiamo dare all’egotismo il nome di ascesi e fare
liturgia del carpe diem – ma Lawrence – che trascina il russo, come dire,
dalla sua parte – la dice bene:
> “Nell’inconscio, l’impulso creativo sgorga come il primo moto dell’universo.
> Aprite la coscienza a questo impulso, levate le vecchie cateratte, annientate
> le chiuse, le dighe, i canali di scolo. Ogni ideologia, in definitiva, non è
> che un ostacolo allo sviluppo spontaneo della propria creatività. Scacciamo
> ideali e ideologie. Lasciamo che ogni individuo segua l’impulso eternamente
> incalcolabile che è dentro di lui. Non esiste una legge universale. Ogni
> essere, nella sua più pura forma, è legge a sé, singola, univoca divinità a
> fronteggiare l’ignoto”.
Secondo Lawrence, “non dobbiamo essere irritati leggendo Šestov, ma divertiti”.
In uno dei suoi più riusciti aforismi, Šestov scrive che la filosofia non nasce
per confortare ma per turbare, per sconvolgere la comodità delle proprie
consuetudini. Proprio per la sua aurorale radicalità, il pensiero di Šestov non
trova luogo nelle accademie, non può elevarsi a moda (come accade, da tempo, al
pensare, prodigiosamente ondivago e lucido di Emil Cioran). “Il pensiero di
Šestov fatica a trovare collocazione all’interno di sistematizzazioni o correnti
filosofiche definite… A questo punto il lettore sarà ragionevolmente investito
da domande accusatorie: che utilità potrà mai avere un pensiero del genere?
Quale insegnamento si può cogliere da questo abuso di libertà e licenza poetica?
Ebbene, il pensiero di Šestov è unico proprio perché non si accontenta di
enumerare, chiarificare e predicare le sue nozioni, ma preferisce penetrare
all’interno dell’esistente e riallacciarsi alla vita, aspirando non a una
pratica propedeutica all’utile, ma direttamente a smuovere le montagne con la
sua voce” (così Samuele Brullo in: Apologia dell’impossibile. Šestov: la verità
in conflitto tra speculazione e rivelazione, Alma Mater Studiorum, 2025).
All’epoca dell’infatuazione per Šestov, Lawrence girava l’Italia, con una
predilezione per la Sardegna. Amava leggere Grazia Deledda, aveva scritto alcuni
dei suoi libri maggiori, Figli e amanti, L’arcobaleno; proprio quell’anno
usciva Donne innamorate. Lawrence scrisse che lo stile di Šestov, “di primo
acchito è sconcertante”. Aveva ragione: poco indulgente con i vezzi retorici,
con l’aplomb, con la plumbea eleganza dei romanzieri occidentali, Šestov agiva
artigliando. Possedeva l’arguzia degli antichi maestri che, passo per passo,
zolla per zolla, decostruiscono ogni idolo; infine, resta la carcassa, una
stagione di condor, le ossa, bellissime, come candelabri – un intenso desiderio
di luce.
I due, lo scrittore inglese e il pensatore venuto dalla Russia, non si
incontrarono mai. Probabilmente Šestov avrebbe enumerato Lawrence nella schiera
degli scrittori che, al cospetto dell’indimostrabile, si affannano a mostrare la
propria intelligenza, a giustificarla. Ma siamo tutti in balia della grazia –
una grazia che, a volte, ha la figura della tigre.
***
Tentativi di un pensare adogmatico
I
Le oscure strade della vita non offrono la comodità delle arterie principali:
niente luce elettrica, niente gas, neppure una mera lampada a cherosene. Nessun
marciapiede: il viaggiatore si arrangi al buio. Se vuole la luce, attenda il
lampo, oppure, come facevano i primitivi, cominci a sfregare le pietre finché
non fiotti una scintilla. Nel lampo, gli accadono profili ignoti; deve cercare
di ricordare ciò che ha appena percepito, poco importa se l’impressione è giusta
o fallace. Perché non troverà altra luce, a meno che non apra il cranio contro
il muro e ne scaturisca un fuoco. Cosa può mai radunare un mero mendicante in
questo modo? Come possiamo attenderci resoconti chiari da colui la cui curiosità
– chiamiamo così questa forza – lo ha portato a brancolare ai margini della
vita? Perché dovremmo confrontare la sua cronaca con quella dei viaggiatori che,
ben attrezzati, hanno percorso strade luminose?
*
L’uomo ben acconciato, la cui vita è comoda, si dice: “Come può vivere chi non
confida nella certezza del domani, come può dormire chi non ha un tetto sopra la
testa?”. Quando la sfortuna si accanisce su di lui ed è cacciato da ogni casa,
deve tuttavia ripararsi sotto una siepe. Non riesce a dormire, il terrore lo
attanaglia. Potrebbero esserci bestie feroci, brutali compagni di vagabondaggio.
Ma a lungo andare si abitua a tutto. Si affiderà al caso, vivrà come un
mendicante, dormirà il sonno del giusto nei fossi.
*
Uno scrittore, meglio se giovane e inesperto, si sente in obbligo di offrire al
lettore le risposte a ogni possibile interrogativo. La coscienza non gli
permette di volgere lo sguardo dai problemi più ardui, così comincia a
discettare di “cose prime e ultime”. Non avendo nulla da dire su tali argomenti
– non è dei giovani l’abisso del pensare – annaspa, si agita, urla fino a
perdere la voce. Infine, roso dalla stanchezza, tace. Se le sue parole hanno
avuto un certo successo presso il pubblico, si stupisce di essere considerato un
profeta. A quel punto, è preso da un insaziabile desiderio di preservare tale
influenza fino alla fine dei suoi giorni. Ma se è più sensibile e dotato della
media, inizia a disprezzare la folla per la sua incurabile credulità e a
dileggiare se stesso per essersi atteggiato ignobilmente a pagliaccio,
propalando idee elevate che non lo riguardano.
*
Il fatto che alcune idee siano materialmente inutili all’umanità non può
giustificare il loro rifiuto. Una volta che un’idea esiste, bisogna aprirle le
porte. Se chiudiamo le porte, il pensiero si farà strada con la forza, oppure,
come la mosca delle favole, si intrufolerà in noi senza che ce ne accorgiamo. Le
idee non hanno riguardo per le nostre leggi sull’onore e la moralità.
*
Per sfuggire alla presa delle idee dominanti di oggi dovremmo studiare la
storia. Le vite di altre uomini in altre terre e in altre epoche ci insegna a
comprendere che le nostre “leggi eterne”, le nostre idee infallibili non sono
che aborti. Fate un passo avanti, immaginate le creature che vivono oltre questo
pianeta, e le nostre eternità terrene perderanno il loro fascino.
*
Nulla sappiamo delle realtà ultime della nostra esistenza – mai ne sapremo
qualcosa. Rassegniamoci. Ciò non significa che dobbiamo accettare questa o
quella teoria dogmatica sul nostro modo di vivere, tanto meno il positivismo,
che ha il viso dello scettico. Ne consegue soltanto che l’uomo è libero di
cambiare la propria concezione dell’universo ogni qualvolta cambia gli stivali o
i guanti e che i principi riguardano soltanto la distanza che abbiamo dagli
altri e in quale misura dipendono da noi. Per principio, dunque, l’uomo dovrebbe
rispettare l’ordine del mondo esteriore come il caos totale di quello interiore.
Per chi trova difficile sopportare tale dualità, si può prevedere un certo
ordine dello spirito. Purché costui non se ne vanti, perché è un segno della sua
debolezza, meschinità, ottusità.
*
La filosofia deve rinunciare al vano tentativo di trovare le “eterne verità”. Il
compito della filosofia è insegnare all’uomo a vivere nell’incertezza – proprio
perché l’uomo ha una paura suprema dell’incertezza e si nasconde perennemente
dietro lo schermo di questo o di quell’altro dogma. In breve, il compito della
filosofia non è di rassicurare le persone, ma di turbarle.
*
Quando l’uomo scopre un certo difetto di cui non può liberarsi, non gli resta
che accogliere quel difetto come una qualità naturale. Quanto più grave e
importante è il difetto, tanto più urgente è la necessità di nobilitarlo. Dal
sublime al ridicolo il passo è breve e un vizio inestirpabile, negli uomini
forti, è ribattezzato virtù.
*
Il compito dello scrittore: andare avanti e condividere le proprie impressioni
con i lettori. Non è obbligato a dimostrare nulla. Ma egli è perseguitato da
quegli agenti di polizia – la morale, la scienza, la logica e così via – e crede
di aver bisogno di una buona argomentazione per sedarli. Non deve preoccuparsi
troppo, non deve farci credere di essere “interiormente giusto”. È più che
sufficiente che continui a usurpare lo spazio che quei guardiani dei sentieri
verbali vorrebbero sottrargli.
*
Il segreto dell’“armonia interiore” di Puškin. Per Puškin nulla era privo di
speranza. Egli vedeva segnali di speranza in ogni cosa. Peccare è piacevole, ed
è piacevole pentirsi di aver peccato. È bene dubitare, ma ancor meglio credere.
È bello pattinare sul ghiaccio “con i piedini in calzari di cuoio e acciaio” e
vagare come zingari, pregare e litigare con un amico, fare pace con un nemico e
piangere per un capriccio, ricordare il passato e scrutare il futuro. Puškin
sapeva versare lacrime cocenti e chi sa piangere sa sperare.
*
Il campo ben curato del pensiero contemporaneo deve essere dissestato. Pertanto,
in ogni occasione e circostanza, le verità generalmente accettate devono essere
messe in ridicolo: al loro posto, si preferisca proferire paradossi. Poi,
vedremo…
*
Lodare se stessi è considerato sconveniente; lodare la propria setta, la propria
filosofia è un dovere supremo. Perfino i migliori scrittori si sono presi la
briga di giustificare la propria filosofia prima ancora di fondarla – avendo
successo nel primo più che nel secondo caso. Le loro idee, dimostrate o meno,
sono il loro bene più prezioso, autentica consolazione nel dolore, consiglio
sagace nello smarrimento. Perfino la morte non è temuta dalle idee: sono le sole
imperiture ricchezze. Tutto questo i filosofi ripetono, ripetono e ripetono con
la stessa arbitraria eloquenza degli avvocati che perorano la causa di ladri e
truffatori. Eppure, nessuno ha mai chiamato un filosofo “mercenario della
coscienza”: perché mai tale parzialità?
*
L’uomo è abituato ad avere delle convinzioni, dunque, eccoci qui. Nessuno di noi
può farne a mene, anche se in fondo le disprezza.
*
La letteratura affronta i problemi più importanti dell’esistenza, per questo i
letterati sono considerati, tra tutti, le persone più importanti. Un impiegato
di banca, sempre lì a distribuire denaro, potrebbe benissimo considerarsi un
milionario. L’alta stima attribuita alle questioni irrisolvibili dovrebbe
screditare gli scrittori ai nostri occhi. Eppure, questi letterati sono così
abili e astuti nell’esporre le proprie tesi e nel rivelare la fondamentale
importanza della loro missione, che a lungo andare convincono tutti –
soprattutto se stessi. Ciò è dovuto alla loro limitata intelligenza. Gli auguri
romani avevano menti più sottili e versatili: ingannavano gli altri senza aver
bisogno di ingannare se stessi. Nel loro ambiente non avevano paura di esporre i
propri segreti, perfino di screditarli, certi di saper assumere un’espressione
solenne nella giusta occasione. Ma i nostri scrittori odierni, prima di
pronunciare in pubblico le proprie improbabili affermazioni, devono cercare di
convincersi interiormente. Altrimenti, non possono iniziare.
*
I moralisti sono le persone più vendicative dell’umanità: usano la morale come
la più sottile arma di vendetta. Non si accontentano di disprezzare e condannare
il prossimo: vogliono che la condanna sia suprema, universale, cioè che tutta
l’umanità si ribelli come un sol uomo contro il condannato. Solo allora saranno
pienamente soddisfatti. Nulla al mondo può portare a risultati tanto prodigiosi
quanto la moralità.
*
Gli eretici venivano perseguitati con la massima crudeltà per minime devianze
dalla fede comunemente accettata. Era proprio tale ostinazione a difendere una
piccolezza a irritare i giusti fino alla follia. “Perché non possono cedere su
una questione tanto insignificante? Non possono avere seri motivi per opporsi.
Vogliono soltanto affliggerci, farci dispetto”. Così l’odio monta e montagne di
fascine e macchine di tortura apparvero per sfidare quella ostinata malvagità.
*
Le rivelazioni più alte e significative giungono al mondo nude, rudi, senza
abiti di gala. Trovare le parole per esprimerle è impresa delicata, un’arte. Le
banalità e le stupidaggini, al contrario, appaiono subito in abiti confezionati,
assai vistosi. Per questo, sono subito pronte a essere presentate al pubblico.
*
Essere irrimediabilmente infelici è da svergognati. Una persona
irrimediabilmente infelice è al di fuori dalle leggi della terra. Ogni legame
tra lui e la società è definitivamente reciso. Poiché prima o poi ogni individuo
è destinato a una infelicità irrimediabile, l’ultima parola della filosofia è la
solitudine.
Lev Šestov
*In copertina: un disegno di Michelangelo
L'articolo “La filosofia non deve rassicurare, ma turbare”. Su Lev Šestov, il
pensatore brutale proviene da Pangea.