Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni sul numero 1655 di
“Internazionale”, quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna
che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi
comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri
d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con la copertina a vista, ho una
bambina di sei anni che va in agitazione anche solo guardando le prime scene
di Jumpers, con la tartarughina rovesciata sulla schiena che non riesce a
rimettersi sulle zampe. Il numero 1655 lo lascio aperto sulla pagina successiva,
con la pubblicità del Rolex, da bravo comunista-vota-no troppo spocchioso per
andare al Pulp Podcast.
Nella striscia di Buni che intendo c’è questa sorta di coniglio bianco e nero
che tazza rossa in mano raccoglie il giornale consegnato sul vialetto, se lo
porta al tavolo della colazione, lo apre e gli esplodono in faccia le
ultimissime, viene ustionato all’ennesimo grado dal mondo nella malora della
guerra a-fin-di-bene, il bene s’è capito di chi, di certo non dei cittadini che
grazie alla guerra non s’ingrossano i conti in banca, anzi, s’accostano alle
pompe di rifornimento con lo spirito contrito di chi entra nella Rothko Chapel
di Houston.
Cercando nella rubrica dei contatti whatsapp mi chiedo a chi potrebbe far
piacere se gli mandassi uno stralcio dal pezzo di Sasha Mudd La magia di leggere
ai figli ad alta voce dello stesso numero di “Internazionale”, questo:
> “Parte del brivido che proviamo entrando in una storia assieme a chi ci
> ascolta nasce dall’improvvisa immersione – simultanea, intensa, naturale – in
> una coscienza, quella del personaggio. I suoi pensieri e le sue emozioni
> diventano i nostri. Il suo viaggio, il nostro. Il lato solitario della
> coscienza svanisce mentre noi siamo risucchiati in un altro sé, entrando in
> una sorta di trance collettiva. Da tanti, diventiamo uno.”
Roba da brivido, sul serio, sembra Pluribus.
La Mudd, voglio precisare, ai suoi figli legge Peter Pan e Harry Potter ma c’è
pure chi è riuscito a farsi rifarsi la coscienza leggendo in comitiva Il Signore
degli Anelli. La realtà è la conseguenza delle fantasie che uno si fa.
Da Fiori di un solo giorno, di Anna Kazumi Stahl:
> “Di che vita reale parli? Certo che capita questo genere di cose. Cosa pensi
> che sia? Ti svegli un bel giorno e hai il cancro. Ieri no, ma oggi sì, e non
> lo credevi possibile. Oppure ti svegli un bel giorno e ci troviamo in uno
> stadio d’assedio, oppure ti bloccano i risparmi, vinci al lotto, ti investe un
> autobus… Oppure, Aimée, erediti una casa che vale un mucchio di soldi. La vita
> è così, Aimée. Ormai sei grande, non dovresti meravigliarti.”
Sembra la morale di quella puntata de La ruota della fortuna col concorrente di
ventidue anni che ha vinto duecentomila euro e con l’assistente al tabellone
Samira attonita in volto, come resto attonito io quando sento i giocatori dire
“Esse come Samira”.
I grandi non si meravigliano, non dovrebbero. I romanzi di finzione che spiegano
cos’è la vita reale sono un’ottima dimostrazione di come non esista nessuna vita
reale prescrivibile. Scrive la Mudd nell’articolo di cui prima:
> “Di solito la coscienza è frammentata. Saettiamo da un pensiero all’altro, da
> un’emozione alla seguente. La coscienza di un personaggio, invece, ha una
> forma, un’unità, una coerenza che di rado raggiungiamo nel corso della nostra
> vita.”
La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà
compresa. I bambini è giusto lo sappiano per tempo.
antonio coda
In copertina: La bella addormentata secondo Roland Topor
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