Crescono i lettori negli ultimi anni, anche se in confronto ad altre popolazioni
europee siamo sempre in posizione scarsa. Nel 2022 l’81% degli svizzeri aveva
letto un libro all’anno, mentre gli italiani si fermavano al 35%, solo davanti a
Cipro e Romania. La media europea si attestava al 54%. Nel 2025 il 76% degli
italiani tra i 15 e i 74 anni, quasi 34 milioni, ha letto (o ascoltato) un
libro, almeno in parte. È un numero in aumento del 4% rispetto al 2024. Ma nel
2024 l’editoria italiana di varia ha chiuso in calo dello 0,9%,
con vendite complessive di 14,6 milioni in meno dell’anno precedente (come
sottolinea un’indagine presentata all’ultimo Salone del Libro di Torino del
2025).
Il problema è che si vendono sempre meno libri. E quando qualcosa che dovrebbe
interessare tutti non funziona, in un Paese normale il governo cerca dei rimedi,
gli istituti della formazione avanzano delle proposte programmatiche, gli
operatori del settore propongono nuovi modi di attrarre persone e interessi. In
Italia invece ce ne freghiamo: sembra che nessuno sia particolarmente
interessato ai libri.
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Mercato del libro e mercato del disco
Negli ultimi quindici anni è crollato il mercato del disco e del cd. Quasi la
totalità della musica è passata dal supporto fisico alle piattaforme. Eppure
oggi la musica è più viva che mai, e ha trovato nelle piattaforme lo spazio
commerciale, mentre utilizza i mezzi vecchi (radio e tv soprattutto) come super
promozione.
Secondo recenti dati il fatturato complessivo del mercato discografico italiano
è in forte crescita e si è attestato nel 2025 a 513,4 milioni di euro. Nello
stesso periodo il fatturato complessivo del mercato editoriale e del libro (che
in compenso è calato di -2,4%) è stato di 1.128,8 milioni di euro. Stiamo dunque
parlando di oltre il doppio di forza economica da parte del mercato del libro.
Eppure la presenza sui media generalisti è sfacciatamente a favore del mercato
discografico.
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TG1 trap
Prendiamo, a solo titolo di esempio, il telegiornale più visto in Italia, il
TG1. Ne sono un fruitore quotidiano. Perciò sono informatissimo su Sanremo anche
quando non c’è ancora il festival e pure dopo che è finito. Sanremo e la
musichetta pop o trap o rap hanno invaso ormai anche il telegiornale degli
anziani conservatori. Ogni giorno c’è almeno un servizio su un concerto, una
tournée, una nuova canzone, un’intervista sui problemi psicologici di un
cantante.
Non ho mai sentito un servizio su un poeta, ma solo canzonette. Non quelle
dignitose di qualche sapiente artigiano musicale, no! Quelle con suoni tutti
uguali, melodie banali, e con le voci “a strascico” che provano a ispirarsi alla
trap senza esagerare, per essere “potabili” un po’ per tutti. Dei prodottini di
pseudo-musica promossa con una costanza e una diffusione che ha
dell’incredibile.
Guardando il TG1 ci si può imbattere, almeno due volte a settimana, in qualche
intervista a un cantante che parla di sé come fosse un filosofo interprete di
chissà quale valore da comunicare. Gente che vede soltanto il proprio ombelico o
rilascia dichiarazioni nostalgiche sul mondo attuale, cattivo e senza cuore…
Se un alieno piombasse in Italia e guardasse il TG1 penserebbe che una delle
cose che occupa maggiormente la vita di un italiano è la musica pop o rap. E che
la città più famosa e importante della nazione – la capitale italiana potremmo
dire – è Sanremo.
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Giovani inattivi e industria libraria
I docenti delle scuole sono i peggio pagati in Europa; i teatri sono sempre meno
frequentati e anche i cinema non se la passano benissimo. Cos’è che va bene? Le
piattaforme musicali e Sanremo.
Almeno per ottanta giorni all’anno il TG1 parla di Sanremo. Se qualcuno di
questi ottanta giorni fosse regalato alla poesia sarebbe già interessante.
Del resto viviamo in un Paese in cui 1,4 milioni di giovani, tra i 15 e i 29
anni non sono occupati e non studiano e non fanno manco un percorso formativo
professionale. Secondo dati 2025 questi giovani inattivi costano allo Stato
(cioè a noi) 24,5 miliardi di euro. E certo non tutti possono diventare
cantanti. Ovvio che non servirà a molto nemmeno leggere un poeta contemporaneo o
uno scrittore di racconti. Resta il fatto che se l’industria libraria
economicamente vale ancora il doppio di quella discografica, qualcosa questa
vecchia industria di cariatidi dovrebbe pur inventarsi per rendere più
disponibili le storie raccontate in poesia o in narrativa.
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Poesia al TG1
Riguardo invece alla promozione sarebbe auspicabile che, almeno due volte al
mese, il TG1 potesse dedicare un bel servizio alla poesia nazionale. Non
servirebbe invitare gli autori amici degli amici. Basterebbe fare come si fa con
le case discografiche: individuare una quindicina di editori di poesia (sappiamo
bene chi sono quelli che hanno collane longeve e dense di ottime proposte) e
ogni volta farsi mandare nello studio televisivo un loro autore da presentare.
La mia è una modesta proposta che potrebbe qualificare e diffondere maggiormente
la lettura e tutto il mercato librario italiano.
Alessandro Agostinelli
*In copertina: Pier Paolo Pasolini intervistato nella trasmissione “Settimo
giorno”, 1974
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