1.
Vorrei raccontare un esperimento che ho fatto tempo fa.
Ho preso 10 spettatori. Ho fatto vedere loro lo spezzone di un film con un
attore che non sa recitare. In 9 si sono accorti della cattiva recitazione.
Poi ho preso 10 lettori. Ho dato loro da leggere alcune poesie con testi banali
e melensi. Soltanto 4 di loro si sono accorti della bruttezza.
Ai 10 spettatori ho chiesto quanti di loro avrebbero voluto fare l’attore.
Soltanto uno mi ha detto che in gioventù aveva pensato di iscriversi a una
scuola per attori.
Ai 10 lettori ho chiesto quanti di loro avrebbero desiderato scrivere poesia, e
8 di loro mi hanno detto che scrivono e avrebbero voluto farmi leggere le loro
poesie.
I risultati di questo semplice “esperimento” (al di là della sua sciocca
inutilità statistica) mostrano di per sé alcune evidenze:
a. una consistente differenza tra spettatori e lettori;
b. una consapevolezza degli spettatori, rispetto ai lettori, del fatto che la
recitazione è anche una tecnica da studiare;
c. la presunta facilità della poesia per chiunque abbia appreso a scrivere a
scuola;
d. la capacità di individuare “errori” nell’arte performativa è superiore a
quella di riconoscere “errori” nel testo scritto.
Al di là della miriade di poeti della domenica, anche tra quelli pubblicati
spesso ci si riferisce ormai quasi esclusivamente a una accessibilità della
poesia. Cioè ci si riferisce più alla domanda che all’offerta. In sostanza ci si
occupa di marketing, cioè di ragionamenti e azioni che si fondano sulle
“esigenze” del lettore – intercettare il lettore, si dice. Questo è ciò che
cercano gli editori. E questo è il loro lavoro. Ma non dovrebbe essere quello
del poeta.
Quando si parla del lettore, di quale lettore si parla? Ovviamente di un lettore
generico, di un lettore-tipo, vale a dire di un lettore medio, uno che non
esiste in concreto, ma che a furia di nominarlo con tanta bramosia si palesa.
Questo lettore inesistente si palesa nella maniera della pubblicabilità, quel
modo che trascina poesia e letteratura nella mediocrità, in un ambito cordiale
che tutto mastica e tutto digerisce.
Partiamo da qui: la cordialità in poesia è un’aberrazione.
Non è questo lo scopo del poeta. Non è questo il terreno della poesia.
*
2.
Ma che cos’è oggi la poesia?
La domanda è pertinente, la risposta è difficile da individuare. È vero però che
da un decennio è emersa in molti titoli di autori conosciuti una certa
semplificazione a tutto tondo. E ultimamente c’è pure una caratteristica
diffusa, cioè la ricerca costante di una folgorazione finale. Si trovano
accorati pay-off in forma di poesia: soluzioni fulminee, apologhi icastici,
sviolinate con ciliegina. Si trovano raramente poesie, nel senso specifico del
mezzo. Siamo in un mondo in cui la poesia somiglia all’atto diarroico di dover
per forza disporre con impeto parole su un foglio, come una volta le diapositive
delle vacanze.
Oltre a questa tendenza a disporre testi poetici con finali a effetto, senza che
il testo stesso, che precede questi finali, abbia uno stile adeguato nella
creazione di un processo motivato che porta a tale finale, ci sono altre
caratteristiche negative alla base della produzione diffusa di poesia attuale. E
mi piace citarne almeno una. Vale a dire che spesso molte poesie contemporanee
scrivono esattamente ciò che vogliono dire. Non è coerenza tra pensiero e
scritto: è cronaca.
Ma una cosa è raccontare in poesia una domenica in vespa (come fa Sereni in un
testo formidabile), altra cosa è fare i compiti andando a capo a caso e
raccontando pedissequamente la passeggiata in un bosco, un semaforo rosso nel
corso principale, l’affetto per la nonna, e in più utilizzando tutta una serie
di inutili aggettivi decorativi.
La poesia non dovrebbe solo dire esattamente ciò che vuole dire. Di più. Se, per
esempio, uso la parola “ramarro” in una poesia devo avere la consapevolezza che
quella parola non appartiene al mio testo, ma soprattutto al mondo della poesia,
perché ne hanno scritto Dante e Montale. La tradizione – come si chiama – serve
anche a questo: a tonificare in novità un tema antico. La profondità di un testo
poetico non è soltanto in quello che racconta, ma come lo dice. E oggi,
purtroppo, l’empatico desiderio di rendersi protagonisti delle proprie emozioni
porta molti a esporre sentimenti in forme semplificate, invece di verticalizzare
(in alto o in basso) le profondità di idee o viscere. Purtroppo oggi si leggono
sempre più testi poetici che intendono esattamente ciò che vogliono intendere,
senza alcuna “ambiguità”. Mentre è proprio sulla polisemia che si gioca spesso
la forza di una poesia.
Finché questi prodotti poetici restano nella casa vasta della poesia-facile, nel
suo senso lato di “affare emotivo”, va benissimo. Del resto alcuni di questi
prodotti diventano anche titoli librari di successo, e vengono pubblicati con
ottime tirature. Eppure credo avesse ragione Ungaretti quando diceva: “La poesia
è poesia quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile nel modo più
elementare, non è più poesia”.
*
3.
Veniamo così a un altro argomento. Cosa dovrebbe accadere quando il punto non è
il mercato librario, ma la poesia-poesia?
Forse la poesia dovrebbe essere, prima di tutto, la semplificata complessità di
un lungo rapporto con la tradizione e con la lingua. E certo anche il fulmineo
processo creativo emozionale. La poesia dovrebbe essere, prima di ogni altra
cosa, la parte consistente di un lavoro sulla lingua. La metrica è la musica
della poesia e chi non la conosce fa la stessa figura del direttore d’orchestra
che non sa leggere la musica sullo spartito. Certo, si può ignorare la metrica,
come si può fare immondizia dell’armonia, ma si deve conoscere e si deve sapere
che cosa si sta facendo.
In definitiva, il poeta ha soltanto la lingua, l’uso della lingua, i suoi
modelli e i suoi labirinti, le sue opportunità e le sue forme, come destinazione
e come destino. E per raccontare qualcosa che abbia la parvenza di un lavoro
nella poesia forse non basta una vita. Una vita di letture abbondanti, una vita
di studi continui, una vita di lunghe passeggiate in solitudine per sgranchirsi
la mente, una vita di riscritture chiarificatrici. Non si può definire un poeta
da un libro, da un lampo improvviso che acceca, ma da una competenza acquisita
nel tempo, possibilmente attraverso un’opera composta da più prove, da una
carriera svolta in maniera appartata in questo fragile piccolo mondo delle
parole.
*
4.
Capisco che in un mondo fatto di social e onnipresenze virtuali le persone
pensino al concetto di tempo e di storia come un lungo presente spalmato
esclusivamente sulla loro età, sulla loro brevità di vita. Tuttavia la cultura
dovrebbe scucire dagli occhi il velo che ci attanaglia, invece di farne viva
cordialità e simpatica e amorevole eroina che tutto rasserena.
I libri e la poesia soprattutto ci fanno vivere nella consapevolezza di una
lingua. Nella tradizione letteraria italiana la poesia ha un ruolo soverchiante
sulla prosa. Questa tradizione può essere solcata o essere tradita, ma soltanto
attraverso di essa possiamo concepire un passato che serve ancora comprendere e
in questa maniera guardare a un futuro da inventare.
Ecco dunque che la poesia non è il gioco iperbolico delle chiuse a impatto,
concepite come manifesti 6×3 che ti si parano davanti, quando svolti sulla
tangenziale. La poesia non è empatia sentimentale, non è la sociologica versione
del dolore. Forse questo funziona per i social, la tv, i rotocalchi. Ma non per
il fragile piccolo mondo della poesia-poesia.
Certamente i social (e facebook su tutti – pur con il suo declino, essendo una
piattaforma legata a una popolazione anziana) hanno avuto il merito di rendere
più diffuse molte frasi letterarie. Molte poesie famose sono rimbalzate di post
in post rendendosi fruibili a numeri enormi di persone. I social contribuiscono
a una specie di “democratizzazione” della punta dell’iceberg letterario. Vale a
dire che milioni di utenti si ritrovano a leggere pezzi di brani letterari,
spunti narrativi, frasi tagliate, brevi testi poetici.
Tutto ciò però conferma la superficialità di questo approccio e fissa alcuni
passi di letterature di vari Paesi del Mondo in frasi granitiche scolpite nella
pietra. Come una canzone ascoltata per tutta un’estate diventa un tormentone e
dopo un anno non abbiamo più orecchie per ascoltarla e ce ne dobbiamo separare o
dimenticare, anche una poesia di Giorgio Caproni, continuamente postata sui
social ci risulta prima o poi stucchevole. “Anche oggi pernici?”, diceva un
padrone al cuoco in un testo di Swift, per dire che anche un piatto prelibato
può dare disgusto se lo mangi sempre.
Che cos’è dunque questo desiderio di chiunque di rendere “poetico” un attimo
della propria esistenza, attraverso una riflessione emotiva postata tramite una
poesia ricorrente? Credo sia l’inconsapevole certezza che la parola declinata in
forma poetica ha una forza intrinseca che, come un solfeggio, batte e leva, cioè
misura il ritmo della nostra anima emotiva. Tuttavia questo non basta a
descrivere i contorni della poesia-poesia, ma soltanto la forza della lingua al
servizio dell’atto poetico. Perché in verità la poesia non è tutta nelle pagine
dei libri, ma nella natura. È da questo grande libro incommensurabile che spesso
si traggono, con il lavoro nella lingua, le emozioni delle parole.
*
5.
Tuttavia, come forse abbiamo lasciato intuire, il segno della poesia-poesia non
ha largo campo nella società e all’interno dei suoi mezzi di comunicazione.
Perciò resta complesso (e impossibile qui) indagare quanto i dispostivi
tecnologici abbiano modificato e influiscano sulla percezione della
poesia-poesia, preferendo solitamente una poesia-facile, cioè “meccanismi
poetici” più superficiali e semplificati. Questi ultimi sono la voce-guida
“culturale” dei nostri tempi. Tempi che non mostrano più un’identità collettiva,
checché ne dicano o sperino i governanti; tempi che non vedono una fase di
ricostruzione collettiva, come accadde nel secondo dopoguerra; tempi che erodono
la razionalità in favore di emotività adolescenziale.
È finita la vita in diretta, cioè quel legame individuale e collettivo che i
mezzi di comunicazione (tv, radio, stampa, editoria) organizzavano per gli
italiani. Dal momento in cui ogni individuo ha potuto avere un dispositivo
personale, la visione e la pubblicazione on-demand hanno soppiantato la visione
e la pubblicazione tramite terzi, si è perduto, in questa frammentazione, anche
il valore della poesia-poesia.
Con la denatalità degli italiani, l’arrivo di molti immigrati da varie parti del
mondo, il gergo invasivo dei social e dei giochi elettronici, l’uso dell’inglese
della tecnologia, i ricorrenti gerghi giovanili (derivanti più o meno dalla
musica pop), l’ideologia woke e le sue declinazioni linguistiche, i sempre più
spiccati ritorni ad accenti regionali nelle radio e nelle televisioni nazionali,
siamo di fronte a un tempo formato da molte alloglossie. Non sembra esserci più
un sistema di una lingua maggioritaria, come è stato fino ai primi anni Ottanta
del Novecento, attraverso i canali RAI.
Allora potrebbe essere forse la poesia-facile a stabilire nuove regole e nuovi
principi? La sua diffusione sui social, la sua elementare comprensibilità, la
sua affabilità nelle forme semplificatorie di cui abbiamo detto all’inizio di
questo testo, potrebbero suggerire un sentiero, che mette d’accordo lingua
scritta e lingua parlata. Infatti, ormai l’uso dei vari dispositivi tecnologici
permette una commistione molto forte tra scritto e parlato, con uno scivolamento
del primo in favore del secondo.
Senza dubbio una società è coesa laddove si individua un sistema linguistico
corrente e comune, un impianto di base minimo non soltanto per la comunicazione
concreta, ma che sappia anche muovere dal linguaggio alle emozioni e dunque a un
immaginario possibile di riferimento. Senz’altro la poesia-facile sta avendo
successo per questa riduzione di complessità, per una
certa adolescenziazione sociale e culturale, che è anche, in parte, una rinuncia
alla razionalità e alla responsabilità. Invece di offrire agli adolescenti una
formazione, attraverso la letteratura, che li traghetti al mondo adulto, si è
recentemente attaccata superficialmente la tradizione letteraria cercando di
nasconderla, emendarla, epurarla. Al tempo stesso si pubblicano e si promuovono
“casi letterari” di poesia-facile, si adolescentizza, in chiave esclusivamente
emotiva, la produzione poetica contemporanea. Non mi sembra un buon programma di
crescita individuale e collettiva. E certo voglio credere che servirà ancora
qualcuno che sappia muovere le trame sottili e adulte della poesia-poesia. Di
questo spero che la comunità attuale dei letterati e dei responsabili
dell’editoria continuino ad averne consapevolezza.
Alessandro Agostinelli
*
Alessandro Agostinelli, scrittore e poeta. Ha pubblicato il romanzo Benedetti da
Parker (2017); alcuni saggi sul cinema americano; i reportage di
viaggio Giordania stilografica (2023), Da Vinci su tre ruote (2019), Honolulu
Baby (2011); le raccolte di poesia Le vive stagioni (2023), Il materiale
fragile (2021), L’ospite perfetta – Sonetti italiani (2020) e in Spagna En el
rojo de Occidente (2014). Ha lavorato a Radio 24, Radio RAI Tre, L’Espresso.
Fondatore del Festival del Viaggio. Dirige la collana Poesia di Edizioni ETS.
L'articolo La poesia-facile e la poesia-poesia proviene da Pangea.