A un certo punto la filosofia si contrasse rannicchiandosi su sé stessa. I
grandi sistemi morali del passato tornarono alla forma ossuta e scintillante del
frammento presocratico. Questo tzimtzum lasciò che al contenuto speculativo
della filosofia sopravvivesse soltanto il suo aspetto esteriore — la forma, per
così dire — di cui alcuni, i cosiddetti moralisti, approfittarono senza scrupoli
e ritegno.
Nelle loro mani i costumi, i vizi e le abitudini degli umani divennero
l’argomentum a hominem di una disciplina che ormai se ne fotteva di Dio e
dell’Essere. Come comportarsi in società dissimulando un feroce disprezzo per
certe assillanti convenzioni fu per un certo tempo più importante del concetto
di immortalità dell’anima o dell’indagine sulla natura del bene. La forma breve
della loro scrittura si impose alla voluminosa trattatistica come l’oggettino
insignificante — l’àgalma che Alcibiade paragona a Socrate — ingenuamente si
compara con una preziosa parure di gioielli. Una massima o un aforisma usciti
dal loro calamo valeva almeno quanto un capitolo della Critica della ragion
pura o dell’Ethica more geometrico demonstrata.
La morale, dunque, si snellì riducendosi a una presa di tabacco che il moralista
modellò ai suoi gusti raffinati e alla buona capacità di scriverne o discorrerne
in un sottile equilibrio tra il senso del «pubblico» e quello del «privato».
Anche l’apparente cinismo del libertino non fece che sancire questo discrimine
tra il «dentro» e il «fuori», tra ciò che era ammesso tra le mura domestiche e
ciò che le convenzioni sociali aborrivano e condannavano. La morale alla quale
costui faceva riferimento, in fin dei conti, non era altro che quella di un
innocuo prurito erotico e un maldestro ateismo. Poco più di uno svago o un
capriccetto, insomma. Eppure è in questa crepa che il moralista piantò il
fittone per cominciare la scalata. Più che legislatore dell’anima, egli divenne
interprete delle sfumature, custode di un equilibrio fragile, sempre esposto al
rischio e al fascino della pura apparenza. L’uomo còlto nella sua rutilante
inutilità e grettezza fu il suo bersaglio preferito.
Tuttavia il moralista non è un filosofo di razza. Questo valga come assunto. La
verità cui egli aspira non è quella, per intenderci, che altri misuravano con
l’esistenza di Dio o con la necessità ontologica di questo o quell’altro ente. È
vero, il suo sguardo si posa inesorabile sulle cose verso le quali, il più delle
volte, egli manifesta il proprio sdegno, ma in fin dei conti il suo risentimento
è innocuo. Il pungiglione che il moralista infligge all’umano consesso non fa di
lui un Socrate che da Platone apprendiamo fosse insopportabile come un tafano.
Costui infastidiva quel tanto che basta per poter dire di avere accarezzato,
almeno per un giorno, l’alètheia. Il moralista, invece, s’illude che il mondo
possa conformarsi allo schema arguto del suo Witz, alla sua sensibilità elevata
a criterio universale. In altre parole, egli non tollera che altri possano avere
preferenze o stili di vita diversi da quelli che egli forgia con i suoi
aforismi. Mentre Democrito non tagliava né unghie né capelli e Diogene di Sinope
era lercio come un cane rognoso, il suo abbigliamento e il suo modo di
presentarsi in società parlano per questo honnête homme prima che apra bocca. E
sebbene il più delle volte non ha né un’araldica né titoli accademici da esibire
ha invece una ferrea cultura che brandisce come una clava. (E non soltanto per
questo è antipatico come quelle donnette attempate alla Zia March che ci
vogliono insegnare “a campare” con etichetta e bon ton). La sua filosofia si
riduce alla «massima» come in La Rochefoucauld o alla «favola» come per La
Fontaine, letteratura di facile beva, insomma. Finanche i Pensées di Pascal — un
filosofo il cui pensiero è ingombrato dalla presenza di Dio — letti con un certo
distacco non sono che un modesto livre de chevet o, detto altrimenti, una
lettura che concilia il sonno.
Eppure questi brillanti scrittori non hanno eguali in termini di stile e ingegno
letterari. La loro prosa adamantina e ricercata fa da contraltare alla goffa
prosopopea degli accreditati tromboni accademiciche in una pubblica
conversazione non spiccicherebbero una parola se non ruminandola da calepini
altrettanto fuffosi. Pare che Aristotele fosse bleso e che Rousseau ammettesse
«[…] la lenteur de mes idées et l’aridité de ma conversation me forçaient de
recourir aux fictions pour avoir quelque chose à dire» (Les rêveries du
promeneur solitaire – Quatrième promenade). A tal proposito, anche il ritratto
che Hotko dà del suo maestro Hegel è impietoso:
> «Spossato, corrucciato, sedeva là afflosciato a testa china, e parlando
> continuava a sfogliare e cercare nelle lunghe pagine di quaderno, avanti e
> indietro, su e giù; il continuo tossire e schiarirsi la voce intralciava il
> flusso del discorso, ogni frase se ne stava isolata, e usciva con sforzo,
> spezzata e gettata alla rinfusa; ogni parola, ogni sillaba si staccava solo
> controvoglia, per poi ricevere, dalla sonora voce metallica in stretto
> dialetto svevo, un’intensità stranamente enfatica, come se ognuna fosse la più
> importante».
>
> (H. G. Hotko, Ritratto di Hegel a Berlino)
E con questo, credo che non ci sia altro da aggiungere.
Su questa faglia di contraddizioni si situa uno degli ultimi libri di Marco
Lanterna intitolato La bilancia inquieta. Saggiatura dei moralisti (La scuola di
Pitagora, 2025). Questo piccolo saggio non è solo una ricognizione della
tradizione moralistica, ma un preciso tentativo di misurarne il peso, di
sondarne l’instabilità interna. Perché inquieta è la bilancia che oscilla, non
solo per l’oggetto che pesa, ma per la mano che la regge. In tempi di sciupio di
parole, di abbondanza bulimica di comunicazione e messaggi rabberciati,
interessarsi ai moralisti e alla loro prosa in punta di fioretto è davvero un
atto controcorrente e «inattuale». Ma Lanterna vi è abituato (si leggano i suoi
saggi di filosofia abiotica, per esempio). E così il suo agile libretto si
adegua alla forma di ciò che tratta dando prova, prima di tutto e come sempre,
di stile e carattere personali, perché:
> «[…] l’unico modo degno d’affrontare i moralisti, anche in sede critica, è da
> moralista, ossia continuandone lo spirito d’amor-odio per l’uomo, se
> necessario fin nelle pieghe bitorzolute dell’erudizione. Non è però cosa da
> tutti, occorre infatti essere moralisti in proprio e dunque possedere a
> fortiori penetrazione psicologica sopraffina, pratica del mondo, animo
> riscaldato, buone letture, stile (ossia l’esatto contrario del cursus
> studiorum scolasticamente in voga)».
Ma interessante è anche la breve rassegna di moralisti italiani che l’autore
include nella seconda parte del saggio e che simpaticamente chiama «fricassea».
Con lo stesso intento e spirito della Crestomazia italiana di Leopardi, Lanterna
tira fuori dall’oblio i nomi e le opere di un manipolo di dimenticati e per essi
rivendica la paternità del genere moralistico.
> «Che i cari francesi ci abbiano scippato un genere (magari fosse solo quello),
> — reclama Lanterna — intestandosi il “moralisme” in filosofia, è cosa ormai
> criticamente assodata. Da Petrarca, attraverso Pontano e l’Alberti, sino al
> duo Machiavelli-Guicciardini e ben oltre, gl’italiani hanno fissato forme e
> temi della moralistica assai prima dei cugini d’Oltralpe».
Cosicché da questa fricassea apprendiamo l’esistenza del Viaggio in Alamagna di
Francesco Vettori, poderoso «come un faraglione»; delle strabilianti epistole di
Filippo Casavecchia e delle architetture letterarie di Leon Battista Alberti.
Inoltre vi leggiamo un delicato e commovente ritrattino di Paolina Leopardi,
sorella minore del Recanatese, e persino di un certo Carlo Muccio, moralista
contemporaneo, paragonabile per scetticismo al filosofo Pirrone di Elide.
Di questi uomini si è quasi spenta la memoria. Il ricordo delle loro opere è un
fioco lumicino il cui lucore — Lanterna lo dimostra — è risucchiato dalle
tenebre. Ma dopotutto a chi più interessa smazzarsi e scervellarsi per questa
gente giacché, come scrive un altro sagace e impenitente moralista del calibro
di Albert Caraco, anch’esso fin troppo trascurato:
> «Fatti salvi un pugno di geni e una nidiata di scellerati, gli esseri umani
> sono interscambiabili, le differenze che si notano provengono otto volte su
> dieci dall’esperienza poiché la natura della maggioranza varia unicamente
> entro i limiti della mediocrità».
>
> (A. Caraco, L’uomo di mondo)
Vincenzo Liguori
*In copertina: Carl Spitzweg, Il filosofo, 1855 ca.
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dell’Essere e il fustigatore degli esseri proviene da Pangea.