I funerali di Giovanni Pascoli furono celebrati in San Petronio, Bologna, il 9
aprile del 1912. Il poeta era morto tre giorni prima, a cinquantasei anni,
stroncato, tra l’altro, dal bere; sei anni prima, proprio a Bologna, era
succeduto a Carducci come prof di letteratura italiana all’Alma Mater. Soltanto
Gabriele d’Annunzio, tra i letterati italiani, inviò un telegramma a onorare il
più grande poeta del Paese insieme a Dante, Petrarca, Leopardi. La bara giunse
su un carro trainato da quattro cavalli; dicono di un corteo di ventimila
persone. Pascoli aveva incontrato D’Annunzio la prima volta a Roma, nel luglio
del 1897: “due confusioni si abbracciarono senza guardarsi”, ricorderà “il
Vate”, sintetizzando in un motto come sempre smagliante l’epopea di due
‘caratteri’ agli opposti.
In sintesi: Pascoli è stato il poeta che ha ‘inventato’ il Novecento italiano.
Dotato di estro incontenibile, ha alternato la poesia ‘domestica’ (La piada, “il
pane dell’umanità”) a quella cosmica (Alla cometa di Halley, “stella randagia,
astro disperso”), il tono intimo (Solitudine) alla folgorazione improvvisa (Il
lampo), l’acuto mitico (il memorabile poema Aléxandros, con quell’attacco
all’arma bianca: “Giungemmo: è il Fine”) all’ode civile (le Kursistki,
studentesse russe rivoluzionarie, sono definite “Brevichiomate sorelle”).
Aprendo “Officina”, nel maggio del 1955, Pasolini esaltava lo “sperimentalismo”
e il “plurilinguismo” di Pascoli.
A precipizio, in 184 pagine, con l’audacia dello scrittore più che del
biografo, Osvaldo Guerrieri ricostruisce la vita di Zvanì (Feltrinelli,
2026). Tra le tante cose meno note o taciute della biografia pascoliana, c’è il
racconto dell’esperienza, durissima, come professore a Matera. Pascoli arrivò
nella “città aspra” in carrozza, “all’una di notte del 7 ottobre 1882”; pioveva
– dormì all’addiaccio, abbracciando le valige. Aveva dovuto chiedere un prestito
per il viaggio; chiese di poter dimorare, per un po’, nella biblioteca del
liceo. Amava i cani – quando morì il suo ‘Gulì’ scrisse che “un cane che ama non
vale infinitamente più di quasi tutti i nostri fratelli uomini che non amano o
che odiano o che né amano né odiano?” –; arrestato nel settembre del 1879 perché
filo-anarchico e socialista, il “noto Professore Giovanni Pascoli” veniva
sorvegliato dal ministero dell’Interno. Il fratello Giuseppe, ‘Lascaro’,
indemoniato dall’ira, “interdetto da tutte le scuole del Regno”, lo assillava
con continue richieste di soldi: dopo essersi sposato una vedova, vedovo, si unì
a una ragazzina a cui fece fare sei figli; brevettava marchingegni (tra cui una
“cassetta per lettera dotata di sistema antipioggia”).
Poeta dalla vita ‘esagerata’, più lupo che fanciullino, transfuga tra
vertiginosi baratri interiori, Pascoli resta, soprattutto, un uomo
inafferrabile. Ne parliamo con Guerrieri.
Qual è l’aspetto della vita di Pascoli che la ha sorpresa, oltre la consueta,
consolidata agiografia?
Il vino, l’abuso di alcol, la cirrosi epatica che nessuno sapeva curare. È stata
questa la scoperta che ha acceso la voglia di saperne di più, un big bang
inaspettato carico di conseguenze.
Al di là dei dati ‘scolastici’ – la morte del padre; la morte della madre; la
fine del ‘nido’ – qual è a suo avviso l’evento centrale nella vita di Pascoli,
quello che smuove la sua poetica?
Impossibile sottovalutare la morte del padre, della madre e, in altra misura,
dei fratelli maggiori. I “cari morti” costituirono la religione domestica di
Giovanni e Giovanni si diede il compito di tenerli in vita mediante la poesia.
Ma c’è un altro aspetto che dà una nota di modernità a una produzione che
finalmente fa a meno degli uccellini, dei fiorellini, dei fanciullini. È l’uso
di un linguaggio multiplo. Da una parte vediamo l’espressionismo della parlata
garfagnina con cui si rappresenta la natura e il lavoro nei campi. Da un’altra
parte, nel poemetto The Hammerless Gun per esempio, ci imbattiamo in un
esperimento ancora più ardito: l’italiano mescolato con l’inglese e l’inglese
fuso nelle onomatopee dei vari volatili, roba da far girare la testa persino ai
futuristi. Nel poemetto Italy, poi, l’italiano si intreccia con un inglese molto
distorto e al limite della comprensibilità. È la neolingua dei nostri emigrati
che negli Stai Uniti perdono anche la loro identità.
Pascoli in arresto, Pascoli fautore di una ‘poetica della politica’. Qual è la
visione del mondo del grande poeta?
Quando si dice che Pascoli è il poeta delle piccole cose si dice la verità. Ma
se lo togliamo dalla poesia, Pascoli ci offre un’immagine di sé più complessa. È
un socialista che negli anni giovanili si batte per umanizzare l’uomo e per
ridurre le disuguaglianze. Diventato poi insegnante, si fa conservatore. Infine,
colpito dalle sofferenze dei nostri migranti insultati e denigrati solo per
essere pagati meno, diventa colonialista, un convinto sostenitore della guerra
italiana in Libia, come dichiarerà pochi mesi prima di morire nella sconvolgente
conferenza “La Grande Proletaria si è mossa”.
Dalla Romagna a Messina, passando per Livorno, Bologna, Castelvecchio… Pascoli
attraversa come pochi altri l’Italia: qual è il luogo in cui si trova meglio,
quello che non riuscirà mai a sopportare?
Senza dubbio Massa. È questa la città del cuore. Pascoli proveniva da Matera, il
luogo più detestato nel quale aveva inaugurato la sua carriera di insegnante. Se
Matera era una specie di Africa, Massa è l’Eden, profuma di aranci, il clima è
dolce, le sorelle Ida e Maria sono finalmente al suo fianco , Giovanni è sereno
e lavora. A Massa nascono le prime Myricae.
Gli amori di Pascoli, la carne, la carnalità, il sesso. Cosa scopriamo intorno
al tema tabù sviscerando la biografia del poeta ‘fanciullino’?
Gli amori di Pascoli furono sempre frustrati. Da principio Giovanni non aveva
bisogno di una famiglia: ce l’aveva già. Di Ida e di Maria si considerava
misticamente il fratello, il padre, il marito. La situazione cambiò con il
matrimonio di Ida. Dopo quelle nozze il tanto desiderato nido era distrutto.
Giovanni aveva quarant’anni e meditò di sposare una cugina di Rimini, Imelda.
Furono preparate in gran segreto le carte. Ma Maria subodorò qualcosa e brigando
mandò all’aria anche questo matrimonio. Non voleva rimanere sola né sottoposta a
una cognata. Soprattutto voleva Giovanni tutto per sé.
Quali rapporti legano – e dividono – i due poeti ‘nazionali’, i due
poeti-nazione, Pascoli e d’Annunzio?
Tra d’Annunzio e Pascoli non ci fu mai un gran legame. Si fece avanti d’Annunzio
con una lettera colma di ammirazione. Pascoli rispondeva educatamente a tutto,
arrivò a definire il più giovane Gabriele “mio fratello maggiore e minore”. E
quando era fuggito a Roma per non assistere alle nozze di Ida, incontrò
d’Annunzio e lo trovò troppo mondano, troppo elegante, troppo donnaiolo. Però,
quando Giovanni morì, l’unico letterato che inviò un telegramma di cordoglio fu
d’Annunzio.
Qual è la poesia del Pascoli a cui torna continuamente; quella che dovremmo
riscoprire?
Forse Italy. Leggerla è uno struggimento. Qui c’è la sapienza stilistica e
linguistica di Pascoli, c’è la sua adesione all’Italia raminga e c’è la sua
testimonianza umana. Gli emigranti di cui parla sono i figli di Zi’ Meo, il
contadino di Castelvecchio che gli fece da consulente linguistico e che lo aiutò
a sistemare la casa appena comprata. E la figurina di Molly, la bambina nata
nell’Ohio che viene portata in Italia per guarire dalla tisi e invece in Italia
muore, altri non è che Maria, la nipotina di Zi’ Meo. Commosso, Pascoli dettò
un’epigrafe per la sua tomba.
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