> «Quando uno sceglie la strada della minoranza, deve essere minoranza fino in
> fondo: voce di catacomba, destinata a risonare in uno spazio consapevolmente
> sotterraneo».
Con queste parole il personaggio dell’editor rigetta una bizzarra serie di
manoscritti, confidando d’aver inteso alla perfezione il perverso desiderio
dell’oblio che agita lo scrittore. Siamo alla fine del romanzo post-moderno Il
settimo giorno di Giorgio Calcagno e rivela, curiosamente, il destino stesso
dell’autore (quello vero, non quello di finzione). Perché Calcagno sembra aver
scelto, con consapevolezza, proprio lo spazio sotterraneo della letteratura.
Nel 2024 è tornato disponibile Il settimo giorno grazie a Cantoni Editore: la
copertina rigida e di tela, una carta interna gradevole al tatto, insomma, un
libro fatto bene, una qualità elevata che riflette la peculiarità dei testi
pubblicati. Si tratta di un’opera aliena nel panorama letterario, apparsa per la
prima volta nel 1981 da Rusconi; viene definito romanzo sperimentale (anche se
del romanzo ha poco) e incomincia con un gioco letterario, ma rovesciato: capita
spesso che i romanzi si aprano con il ritrovamento di un manoscritto; qui, al
contrario, i manoscritti sono sei e sono loro a trovare il primo narratore, come
se questi testi gli fossero stati consegnati per errore, e decidesse quindi di
spedirli a sua volta a un editor. Se il filo conduttore di questi sei “racconti”
è sempre il sacro, questo viene però declinato nei più laici o addirittura
profani dei modi possibili, non solo nel contenuto, ma soprattutto nella forma.
Così i testi prendono la forma di una indagine statistica sull’esistenza di Dio
(con tanto di lettere di protesta di comitati e sezioni di partiti), o la forma
di una sceneggiatura fantasma sull’eterno peregrinare di colui che cerca un
campo da acquistare coi trenta denari, o la forma di uno scambio di rimproveri,
querele e gossip sulla mancata realizzazione di un telefilm su una Madonna in
versione femminista, o di un saggio a più voci su un affresco scomparso (o
cancellato di proposito?) sul sacrificio di Isacco, e così via.
I racconti si sviluppano come un borgesiano affastellarsi di finzioni, una serie
di dotte scatole cinesi, continue falsificazioni, punti di vista che si
sovrappongono. Il tutto a mostrare che il continuo interrogarsi, lo sproloquio e
l’accanimento investigativo, non fanno che far scappare Dio; più lo si cerca,
meno lo si trova. Ai fini statistici, si mostrerà che non importa se la gente
creda o no in Dio, importa solo se è utile a qualcosa («se è utile, che esista
pure. Non svegliamolo, mentre la gente lavora»); alla giovane attrice viene
rimproverata «una gioia quasi infantile» quando apprende di dover interpretare
la Madonna, e i comitati femministi incominciano a strattonarla da ogni parte,
così preoccupati di far emergere le qualità della donna moderna, da non
accorgersi di calpestarne la figura proprio nel suo aspetto più alto.
Questa cacofonia di voci, lettere, trascrizioni, rimandi, note redazionali,
vanno a costituire l’affannoso chiacchiericcio intorno a Dio: estromesso,
offeso, abolito, superato, Calcagno ci mostra come Dio si manifesti con maggiore
evidenza in tutta la sua complessità proprio in questo disperato Novecento, e la
totale inadeguatezza dell’intelletto umano quando tenta di coglierne la voce.
Nel leggere Il settimo giorno non può non venire in mente il Pasolini
di Teorema o de La ricotta, dove certa esasperazione del sacro porta a un
impoverimento spirituale o alla diaspora. Il vero protagonista di questo
pseudo-romanzo è proprio il linguaggio, in tutte le sue più varie forme, da
quello saggistico ed erudito a quello giornalistico, da quello cinematografico a
quello politico. E forse Calcagno vuole dirci che in tutto questo parlare l’uomo
si priva del silenzio necessario per ascoltare Dio:
> «il messaggio domenicale sarebbe da cogliere nei segni senza segno – il
> fruscio del disco, il nero della fotografia, lo stop del telegramma».
Forse perché Dio si nasconde a chi lo cerca con la testa anziché col cuore.
Valerio Ragazzini
*In copertina: Piero della Francesca, Natività, 1475 ca.
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