“In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo”: affermava
in Isola un Alfonso Gatto poco più che ventenne, già conscio del bemolle di ogni
diletto, e della parola come atto addensato e rischioso: “universo che mi spazia
e m’isola, poesia”.
In tensione costante tra urgenza del vivere e sua instabilità, quella di Gatto è
parola che s’offre nel breve chiaroscuro, nell’incontro che è già presagio di
perdita; con un’alta forma di vigilanza, dal campo improtetto del dire, a tutela
di altre esistenze costitutivamente inermi. Rarefazione sintattica, ellissi
semantica e concentrazione metaforica, in nitida ascendenza ermetica,
attraversano il dettato, ma entro una rinnovata economia tra atto lirico,
esperienza vissuta e realtà storica. L’amore è accadimento improvviso, alieno
alla durata, centrato in intensità: un agglutinarsi di memorie e di attese, di
perduti desideri, in cui l’io è esiliato nel sé fanciullo, squisitamente
sensibile, eppure in segreto dialogo con altre creature senzienti:
“O di silenzio calda già s’inciela
la rondine nel volo e l’incantato
fanciullo lascia a scorgere serena
la notte che all’oriente s’allontana.
E del mio cuore nulla saprò dire
ad altri mai, fu tenero ed in piena
di sua pietà travolto lasciò vana
memoria al tempo, un sogno di morire”.
L’esistenza tutta è pura esposizione, in cui il singolo è vulnerabile,
decentrato; dando, tale dislocazione, contezza della premura del poeta per
figure marginali o fragili – bambini, poveri, madri, animali – che incarnano un
peculiare contegno verso il mondo: l’autenticità nuda, fatalmente decisiva,
dell’originaria misura. Il bambino che entra nella luce e trasfigura a girasole,
la madre che, nel sonno, “piove in dolcezza dentro di sé/ come una grotta/e in
fondo al lume ha il suo bambino”; i bimbi, pensosi e gravi, che meditano
l’inverno, le bimbe celesti nei “fili luminosi di pioggia”: in loro vive un muto
sapere, un’incorrotta esattezza che esige custodia. Infanzia, umiltà, riconsegna
di sé dopo l’abbaglio e la lotta sono luoghi che godono il privilegio di una
conoscenza intatta, adesa al reale mediante innocenza:
> “Son cadute le regge, le scalee
> portano al cielo, e l’uomo che raccogli
> sull’iride dell’acqua le ninfee
> dell’amor suo parla con le foglie”.
Tale predilezione per la limpidezza del sentire e del patire mantiene valore
d’istanza critica nei confronti delle asprezze e iniquità della storia; “Uomini
limpidi vuotano/ le case nel canto,/ al cerulo sogno dell’alba”; pure, la
compassione, nel poeta, non riduce mai esilità e indigenze a dato sociale; ne fa
condizione cosmica, retaggio fatale di diverso bagliore: “calma/ la sera agli
occhi mesti si fa lume”; per i poveri, ai quali sale il freddo dalla terra, e
ogni cosa è impervia, l’eternità renderà conto della negazione infinita che li
avversa, facendone a sé stessa ferma interrogazione, munizione morale. In
quest’ottica i poveri non sono avvertenza episodica, ma forme strutturali,
latrici di verità primarie sui vivi: nella poesia di Gatto la sofferenza
irriducibile di tutti i vessati interpella le coscienze, delineando una linea
etica capillare, priva d’enfasi dichiarativa, ma venata di chiara
responsabilità.
Organismo palpitante è la natura, e il suo fluido primogenito, il mare; dimora
del buio: “Tante notti son cadute sul mare/ che il mare è nero” e del chiarore:
“la luce dalle porte/ spalancherà nel mare/ tutto il nuovo colore/ del mondo che
riappare”. Mare di “fragorose acquate”, nel libeccio, di “violento candore”;
immenso alveo di complessità, di ricomposte antitesi; memoria inesauribile,
vocata a serbare la cronologia, rendendola in vento, luminescenza, canto
lontano. Le città costiere si aprono al suo soffio, divaricano a nubi e voci,
mentre “sui davanzali in sollievo/ dormono bambini,/ alle madri s’incarnano
celesti” e l’uomo, nel sonno, è “angelo in volo/ alle finestre aperte”.
In questa continuità tra essere umano e universo, esitante è il passo, al
cospetto dello splendore; l’urto estetico “strazia più della verità” nel suo
portato di caduca veemenza. Salvifica, nel precario, è la fedeltà alle cose
elementari: la “gioia degli alberi, del sole, del pane caldo”; “una casa da
nulla”, il gorgogliare di una piccola fontana, l’acceso rifrangersi di un lume
sulla tovaglia: chi vive in pienezza “è leggero,/ è stanco in tutto il mondo.//
Chi vive è senza gloria”.
Nella marginalità dei mansueti, dei dismessi, è elargita l’intuizione: la
soggettività porosa, tesa all’ascolto, avverte apparizioni e riverberi, in orti
di eteree vaghezze: “Chi non appare sentirà venire/ la sostanza indelebile dei
venti./ E la pioggia che fuma sulle pire/ bruciate, sulle lane degli armenti,//
e l’errante che poggia a tratti il piede/ sul suo dolore”. Una cantica di volti
che impetrano sguardo: palpabili frammenti, anime residuali e cruciali, che
fanno eco, fondamento, e subito dispaiono:
> “Lungo sereno dileguano piane
> voci apparenti nel mondo sepolto:
> m’adeguano nel sonno di montane
> bare odorose, ed il cuore n’è folto”.
E ancora l’amore, che assegna “un’insistente distrazione”, esprime, con toni
flebili ma accorti, l’assioma di un vigore emotivo che sottrae il soggetto alla
continuità del sé, e di un dire poetico che a questo s’adegua, fedele: nel
sincopare, più che enunciare, l’ineffabile dell’esperienza. Amore che è
temporalità retrospettiva e fragile: “desideri perduti”, “prime parole”,
“idillio eterno” di un “mondo immaginato”. Vagheggiato l’idillio, e rinunciata
la rimembranza; malgrado ciò, il poeta lascia anamnesi miniate, di encomiabile
coerenza formale: nella cura segnica, nel lemma sorvegliato, nella densità
lirica immersa in una pervasiva musicalità, che è qualità fonica nonché norma
dell’immaginario: “Ovunque gli occhi tuoi saranno l’alba/ che s’alza
dall’amore”. Melodia che precede il senso, plasmandolo: “È quel tenere l’aria
come un filo/ da rompere perché ne corra al vivo/ il brivido di luce ch’è
ghermito/ dall’albatro fuggente”. La parola poetica è una scaturigine già
intonata, una partitura interiore portata a compimento.
Musicalità ad andamento aereo, modulato, una “vitalità ariosa e costruttiva”
(Ramat), fondata su soavi bilanciamenti tra vocalità aperte, liquidezze
consonantiche, enjambements distensivi e ritmiche dilazioni. Un verso che tende
al legato, evitando la cantabilità chiusa, a favore di un ritmo fluttuante,
mosso da invisibili correnti:
“Sei l’onda piena del flutto
che nel ritrarsi s’appiglia
sgranata alla meraviglia
dirotta della parola.
O mare dell’essere sola,
incanto del mio tacere.
Così da tutte le sere
il tempo è nel tempo la rosa
che verde al verde si bagna
le labbra di sete”.
Tale levitazione alla leggerezza non implica un’evasione dal tragico, ma è la
forma in cui esso s’autorizza, senza irrigidirsi; vocazione ascensionale a un
tenore immaginativo volatile e celestiale, del quale acque, brezze, nubi e linfe
del cosmo sono i vettori ritmici: “Erba dell’aria, amore/ cielo del mare,
fiore// di nuvola e di vento”. L’acqua, nelle sue variegate forme, allevia,
affranca, mai grava: anche se associata ad afflizione, conserva qualità mobile,
amabilmente mutevole, volta ai cieli:
> “Come alla dolce sera del Po
> scorreva la barca in un cielo
> di pioggia e di verde, incantata
> t’apparve negli occhi e ariosa
> la luce: d’intorno, all’aperto
> colore degli anni, al sollievo
> del fiume, in eterno, la voce
> doleva, era tua”.
La restituzione artistica del creato è emotivamente connotata, ma non
propriamente visionaria. Per quanto, come in Dino Campana, vi siano numerose
essenze fluide e notturne, Gatto rifugge fusione estatica e sovrabbondanza
immaginale, prediligendo una misura percettiva, un normato silenzio da
praticarsi come indugio condiviso: “nel sensibile cielo/ la voce piana
impallidisce / e ci tace”.
L’esitazione gentile è ricompensata da un’energia di ritorno, pervasiva: il mare
nel Libeccio “rintrona”, “folgora”, è puro ardore che permea “le case
splendide”, “il vuoto serale”. Città che sorgono dallo sguardo del mare,
affrescate in cielo: l’abitato è scenario fremente, punteggiato da ridenti
marinai, e sopiti bambini: il paesaggio non s’impone in alterità, adibisce
incantevoli spazi comuni.
Nondimeno la cosmicità di Gatto, per nulla consolatoria, medita, con afflati
leopardiani, l’umano limite conoscitivo del selvatico: né matrigna né madre, la
natura è adiacenza inconosciuta, comunque in relazione: qualcosa che alimenta
un’aurea radianza, tepore soffice e protratto, “pane caldo, donne calde”, di
profonda sacralità immanente. Qui il poeta si allontana dall’ermetismo e da ogni
derivazione simbolista, per divenire una figura inassimilata, obliqua, che solca
il Novecento con un portato personale intero: fin da Isola, sua era la giocosità
meditabonda, “intimo e serio imbroglio, delicatezza e musica” (Montale); suo il
far perno su “vocaboli basilari”, poi continuamente rimodellati con “dedizione
festosa”, in un “articolato ma compatto registro etico, psichico e, in primo
luogo, linguistico” (Ramat); e ancora, sua era la fragilità portata a valore
epistemico, la limpidezza a elettiva investitura, la poesia a vocazione nodale,
primaria sorte: lo sguardo poetico sul mondo di Alfonso Gatto, anche nelle
liriche più tardive, è sigillato come baricentro di grazia, rilievo destinale di
un’anima pronta al fulgore, al sogno, alla carità; al fluire della vita nel
canto:
“Oscuro istinto, armonia
di risalire in stupore.
Sommessa di favole inerti
la casa pallida:
ai vetri turchini
in volto
accado al mio sogno.
Nella calma eternità
vivere m’è fantasia,
inesorabile amore”.
Isabella Bignozzi
*
CALA DEL VESPERO
Di te amoroso silenzio
lambiva la sera,
con parole calme
persuasi all’indugio
sognavamo di lontanare nel golfo.
Nel sensibile cielo
la voce piana impallidisce
e ci tace.
La stanchezza ci aspetta
come un dolce bene,
come una morte dorata.
*
CARRI D’AUTUNNO
Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.
Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.
Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.
*
POVERI
I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
*
SORRIDERTI
Sorriderti forse è morire,
porgere la parola
a quella terra leggera
alla conchiglia in rumore
al cielo della sera,
a ogni cosa che è sola
e s’ama col proprio cuore.
*
L’ARRIVO DELL’AMORE
Dai lunghi inverni udimmo nella pioggia
la carrozza fermarsi, uscirne il passo,
solo, più solo, ed abbaiargli un cane.
Rimaneva il silenzio, la montagna
nevata nel presepio del salotto.
Chi, felice nel giungere, portava
la meraviglia di vedersi intorno
i bambini a toccarlo, era scampato
dal suo racconto, ne sgrondava al riso
degli occhi, uscendo dalla maglia aperta.
Era l’amore, a dirmelo trovavo
dai suoi rapidi gesti la certezza
d’aver le mani al segno delle mani
e dalla bocca la parola impressa
nelle cose, più dentro il loro nome.
*
ESTATE
Mi ricordi lo spazio dell’estate
e l’azzurro che ventila gli steli
delle campagne torride, impagliate
nell’odore del caldo, vuoti i cieli
che la cicala tesse nella spola
perpetua col suo pettine d’attrito.
Come la vela che si stacca sola
al filo del silenzio nel pulito
della pagina bianca, tu raccolta
in un orlo stillante ne tremavi,
le mani sulle spalle. Poi, di volta
infilata nell’acqua, negli incavi
delle rocce smeralde – secondata
dal tuo fruscìo sulla spinta lieve
delle gambe nel dirtene beata –
mi zittivi d’invidia. Così beve
il fanciullo assetato la sua bocca,
così prova ad amarsi come s’ama
alla prima vertigine che tocca.
Mi desto alla tua voce che mi chiama
rabbrividita, t’appiattisce il sole.
E dal piede battente sulla rena,
per aggiustarti alfine nella pena
goduta, dormi sulle mie parole.
*
A MIO PADRE
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
*
LA LUCE
La grande luce che dal vento al mare
biancheggia sulle navi e ride ai marmi
dei palazzi fuggenti, il brulichìo
degli albatri sull’acqua rotta al fresco
rigoglio delle spume, la Giudecca
profilata al chiarore del suo grande
cielo che passa nell’azzurro, illeso:
l’improvvisa speranza che la vita
accesa dai suoi palpiti trascorra
nella gioia degli alberi, del sole,
del pane caldo, delle donne calde:
tutto t’è dentro e un brivido la schiena,
un tuffo il capo nei capelli sciolti,
incarnata la bocca su quel pieno
bacio fuggente, o vita mia, o vita
di tutti, rossa, azzurra, vento, mare.
*
UNA MADRE CHE DORME
Una madre che dorme
piove in dolcezza dentro di sé
come una grotta
e in fondo al lume ha il suo bambino.
Una madre che dorme
dorme al panneggio ardente d’una fiera
che la guarda mansueta.
È una dolce sera
in mezzo alle pupille
della sua onda quieta.
*
INVERNO A ROMA
I bambini che pensano negli occhi
hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli
s’appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d’amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole,
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.
*
IDEA DEL CREATO
E per diritto della gioia, a squillo
dell’essere, non era più parlare
l’atto del dirsi il vivere tranquillo
della bellezza: sulle canne chiare
dell’aria e della luce consonanti
nell’ampiezza del cielo apriva il mare.
Forse l’estremo reggere gli istanti
del grido era l’illesa architettura
da vedere nel bianco, nell’idea
limpida al segno della sua fattura.
C’è sempre un giorno che il creato crea
se stesso e gli occhi e il modo di guardare.
*
ORIZZONTE
La notte mi segue e non avverte
ch’io temo d’esserle ombra
per luna tenue e remota.
Come attonita strada
resta per proseguire
la bianca curva ove specchia
la notte remota il suo viaggio
passo alla mia sembianza
nel sollievo del vento
levato in fiore dal mare.
*
Le poesie sopra riportate sono tratte da: Isola, Libreria del ’900, Napoli 1932;
poi in ristampa anastatica, Pergola, Avellino1990 e 1993; Arie e ricordi,
in: Poesie, nuova edizione definitiva con l’aggiunta di Arie e ricordi, Tre arie
per la sua voce, Ultimi versi (1929-1941), Vallecchi, Firenze 1941; Poesie
d’amore, Mondadori, Milano 1973 (prima parte 1941-1949, seconda parte
1960-1972); Il capo sulla neve. Liriche della resistenza, Milano-sera, Milano
1947; La forza degli occhi, Mondadori, Milano 1954; Osteria flegrea, Mondadori,
Milano 1962; Rime di viaggio per la terra dipinta, Mondadori, Milano
1969; Poesie disperse.
Tutto è ora raccolto in: Alfonso Gatto, Tutte le poesie. Nuova edizione ampliata
e aggiornata, a cura di Silvio Ramat, Mondadori, Milano 2022.
In copertina: Alfonso Gatto (1909-1976)
L'articolo “Vivere m’è fantasia, inesorabile amore”. Per Alfonso Gatto proviene
da Pangea.