Non ho nessuna voglia di preparare e tenere serate e corsi di letteratura.
Vorrei rilassarmi la sera, dopo il lavoro, e leggere quello che vorrei io, e
continuare a scrivere la mia opera. Ma non è possibile. Se non arrotondo, la
situazione è grama. Del resto, nemmeno Raymond Carver fu felice della sua vita:
braccato com’era dall’alcol e dai creditori, cambiava camere in affitto da un
giorno all’altro. Per sbarcare il lunario, o suppergiù, scriveva cose che in
realtà non lo interessavano affatto, ma in qualche modo le sceneggiature
portavano soldi.
Così, anch’io, amareggiato dalla vita ‒ e tu non sai quanto, caro lettore, non
sai quanto… ‒ tento di reagire, seppur con difficoltà.
La bellezza la si va a cercare. La si cerca come i libri. La si stana. E lei, a
volte, ti stupisce.
Così, oggi, piuttosto che stare in casa attanagliato dalla mestizia, vado al
lago. E mi ritrovo.
Per qualche ora, per qualche istante, godo.
Provo sollievo nella natura (provo un sentimento panico, da sempre), trovo
l’essenza della vita nel panismo: flâneur e maledetto.
Ma l’incanto è accaduto alla libreria Spalavera di Verbania. Anni fa fu Marco
(che ora dirige la libreria Alpe Colle) a mostrarmi proprio in Via Ruga il
“Giornale per i bambini”, che conteneva tutte le puntate di Pinocchio,
pubblicate dal 1881 al 1883. Fantastico!
Oggi, invece, è stata la volta di Filippo, che alla mia domanda: hai Dino
Campana?, risponde incredibilmente: Sì. E mi tira fuori un cofanetto, dal quale
estrae una delle copie originali dei Canti Orfici, stampata per la prima volta
nel 1914 a Marradi presso la Tipografia F. Ravagli.
Lo stupore e la felicità sono stati tanti. Si tratta, tra l’altro, di una copia
in ottimo stato, dalla quale non sono state strappate le prime pagine. Mi diceva
infatti Filippo, che Campana probabilmente si era pentito di quella dedica in
calce al libro (Die Tragödie des letzten Germanen in Italien), per questo
l’aveva strappata da alcune copie.
Inutile dire, ovviamente, che il costo di quei Canti Orfici è da capogiro.
Ma l’impossibile oggi è accaduto. Nuovamente!
Così come la storia si ripete.
Lo fu per John Fante, per Jack London. Lo fu per tutti i grandi scrittori.
La vita è fame e lotta. E ora tocca a me affrontarla, la vera vita da poeta.
Lo fu persino, giustappunto, per il caro Dino Campana, che con le sue scosse
infiammò e infiamma ancora il cuore del mondo.
(Giorgio Anelli)
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DUALISMO
(Lettera aperta a Manuelita Etchegarray)
Voi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione,
voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad
apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un
istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo
viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo
avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio
contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile
e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco
interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come
un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il
capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo
ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo,
non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta,
quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce
elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un
mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci,
uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate
che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia
della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre
febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita,
perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente
feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci
nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto
monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da
voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si
stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io
che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettrice
oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano
immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il
mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da
gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita
inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei
ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo
il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i
magri cavalieri dell’irreale, dal viso essicato, dagli occhi perforanti di
nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale
stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi
arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno
liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di
zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e
noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora
stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci
stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là
nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali!
Dino Campana
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