È un derviscio cristiano, un’asceta non violento ma combattente; è soprattutto
un artigiano dell’ineffabile. Padre Guidalberto Bormolini, sacerdote e teologo,
è una figura che sembra uscita da un’Italia laterale e numinosa. Falegname e
monaco, liutaio e operaio, riferimento spirituale di figure chiave della nostra
storia, come Franco Battiato, uno dei suoi amici e discepoli, tanatologo,
Bormolini ha vissuto come se avesse voluto attraversare una a una tutte le
strade per costeggiare l’invisibile. Figlio di una famiglia di avventurieri e
rivoluzionari, da trent’anni vive nel solco dei “Ricostruttori nella preghiera”,
alternando vita monastica e tanatoterapia, con la ricostruzione di borghi
abbandonati con la sua Tuttoèvita per trasformarli in luoghi di spiritualità e
centri ecumenici. Nelle sue lezioni affronta il mistero della morte e il
segreto della gioia, portando nella Chiesa una nota insieme arcaica e
postmoderna che unisce contemplazione, cura spirituale, dialogo interreligioso
conciliando fedeltà all’origine e speranza cristiana nell’avvenire.
L’opera bormoliniana è pertanto radicale nella sua ricerca di una spiritualità
che tiene insieme meditazione e vita attiva, cura spirituale e solidarietà,
morte e rapporto col creato. Temi che ha affrontato nei suoi ultimi libri Che
accada l’impossibile, Accorgersi di essere vivi, La cura spirituale, La vera
ricchezza, Ricordati che devi morire. Testi che uniscono ascesi, consolazione e
ricerca dell’infinito e che mostrano Bormolini come una figura essenziale per
confrontarsi sui temi dello spirito e i nodi dell’esistenza nell’epoca del
dominio della tecnica.
In L’arte della meditazione lei presenta il meditare non come evasione, ma come
ritorno all’essenziale. Che cosa ha perduto l’uomo contemporaneo nel suo
rapporto con il silenzio, che solo la meditazione può restituirgli?
C’è un mito, che per me è centrale: il mito dell’origine, di un tempo in cui
l’uomo era in contatto con l’essenziale e con ciò che è alla radice di tutto
quello che esiste. Lo chiamiamo anche Eden, ma è una parola troppo stretta per
rendere la ricchezza delle tradizioni del mondo: dall’Africa all’America, fino
all’Asia e all’area indo-europea, ritorna l’idea di uno stato beato, aureo,
lontano. Lì eravamo in contatto con la fonte della vita, con l’amore infinito
che ci ha generati. Poi questo stato è andato perduto. Perciò la meditazione non
è un’evasione dallo stress o dalle guerre del presente: è il contrario, è andare
alla radice della vita. Scendere in profondità significa andare oltre le
apparenze, fino all’essenza e all’origine.
In Accorgersi di essere vivi torna l’idea che gran parte dell’esistenza venga
vissuta in una sorta di assenza di sé, oltre che di apatia rispetto al sacro.
Penso che i bisogni più profondi dell’essere umano siano rivolti a ciò che è
invisibile. Le cose che contano davvero — spirito, amore, amicizia, lealtà,
giustizia — sono invisibili, o hanno una manifestazione solo parziale. Se non
abbiamo una direzione, una stella polare, ci perdiamo. E allora l’apatia diventa
la soluzione di molti: il torpore ottenuto con psicofarmaci, alcol, droghe, ma
anche con televisione, la mania per la visibilità e lo smarrimento nelle
superfici dell’esistenza. Tutto questo non aiuta a prendere coscienza del valore
del viaggio della vita: ci allontana. Senza una direzione, ci si perde. Il vero
problema del nostro tempo, quindi, non è fare troppo ma sentire troppo poco,
soprattutto ciò che conta di più e che ci travalica.
In La vera ricchezza lei mette in discussione l’idea basata sulla cultura dello
stordimento, dell’accumulo, del consumo, della prestazione. Quale alternativa
esiste?
Occorre sottolineare che in realtà sotto la superficie del consumismo c’è una
spiritualità perversa e negata. Il consumo è un tentativo di dare una risposta
al vuoto attraverso gli oggetti. Il problema del vuoto lo avvertono tutti;
cambia solo la risposta. Alcune risposte sono benefiche, altre no. Abbiamo
dentro di noi un vuoto quasi incolmabile, e il consumismo si fonda proprio
sull’insaziabilità. Se provo a riempire un vuoto infinito con oggetti, ne avrò
bisogno in quantità infinita. Si tratta di un’ansia del finito che ci svuota
ogni volta che proviamo a colmarla. Ciò perché se quel vuoto è infinito, va
riempito con esso. La stessa spinta che porta alcuni a narcotizzarsi tramite gli
oggetti, a me suggerisce, invece, di allargare quel vuoto: svuotarlo davvero,
perché solo quando sarà libero l’infinito potrà entrarvi. Perché l’infinito
cerca spazio, il massimo spazio che tu gli possa donare.
Lei ha detto che l’avventura dello spirito è più profonda e più vera
dell’avventura delle cose. La sfida dell’ascesi non è quindi rinunciare a
qualcosa ma riprendersi il tutto?
Esattamente. Io ho un’indole d’avventura. Per me una vita di noia, routine,
superficialità e mediocrità è indegna di uno spirituale. Lo spirituale arde, è
un ardito, una persona che sfida. Per questo uso il paragone del combattimento:
io credo nella lotta non violenta, che richiede più coraggio di quella armata.
Ma il punto è che la spiritualità non è rassegnazione o fuga: è affrontare la
sfida della vita fino in fondo, senza accontentarsi. Perché, accontentandosi del
poco, non si tende alla meta infinita che ci è stata indicata.
La vera scelta pertanto non opera per rinuncia, ma per espansione. L’etimologia
della parola asceta, in greco, richiama quella della parola atleta: è colui che
corre verso la meta più lontana senza trascinarsi zavorre, seguendo il proprio
destino. Dunque dobbiamo affrontare la sfida del tutto, perché solo così
possiamo abbracciarlo e capirlo veramente. San Francesco l’ha fatto: ha lasciato
il possesso materiale ed è diventato fratello dell’acqua, della terra,
dell’aria, del fuoco, delle stelle, della luna. Non ha rinunciato a qualcosa, si
è liberato per riprendersi il tutto.
A tal proposito in Vivere il Cantico delle Creature lei spiega che per il
cristiano il rapporto con il creato è un’esperienza spirituale radicale. Che
cosa può insegnare oggi Francesco d’Assisi a una società che parla di ecologia
ma detesta la natura?
Io sono per un ecologismo radicale, e perciò spirituale. Purtroppo oggi c’è
molto ecologismo di moda, di paura, ideologico o egoistico: mi interessa solo
che il mondo non faccia male a me. Mentre l’ecologia vera, integrale, radicale,
non ha nulla a che fare con ciò che il progetto tecnologico ha già
addomesticato: è arcaica, è stare nelle radici, e ricongiungersi con esse. In
molte tradizioni dell’Estremo Oriente si dice che bisogna avere le radici in
cielo e la fronte verso la terra. Questo è l’ecologismo che seguo. Io vedo il
sacro nella natura, vedo la presenza divina nel creato. Amo la natura perché è
creazione, non perché temo di perdere il paesaggio o il mio benessere. Il
problema vero è che siamo già inquinati spiritualmente, chiusi nell’ego,
incapaci di sentirci parte di un insieme. Se non curiamo questa piaga non
affronteremo veramente mai nulla.
Molti strumentalizzano san Francesco politicamente o moralisticamente. Che cosa
dobbiamo veramente riscoprire di lui?
Francesco ha fatto qualcosa di inedito. In un tempo in cui la natura era
percepita come minaccia o una realtà ostile lui l’ha cantata come fratello e
sorella, come parte di una sinfonia. In questo, a mio avviso, c’è uno dei primi
grandi fatti della Chiesa: il recupero di una visione sinfonica, cosmica. In
un’epoca segnata anche da correnti iperspiritualistiche, che opponevano spirito
e materia, Francesco ha restituito dignità alla materia. Ha avuto uno sguardo
eucaristico sul reale secondo cui la materia può essere raggiunta, trasfigurata
dallo spirito. Questi sono gli spunti che ritengo più importanti. Anche se credo
che Francesco al di là di essi può dire a tutti qualcosa. Ognuno, se ha orecchie
per ascoltare, può cogliere nel suo percorso una via, un esempio.
Lei cosa ci vede?
L’urgenza di una spiritualità che non sia disincarnata, ma che sia capace di
toccare la materia, noi, il nostro corpo, la nostra vita con lo sguardo dello
spirito.
Lei difende un cristianesimo non fondato sulla paura o sullo spauracchio
dell’aldilà, ma su gioia, intensità, combattimento interiore. Come presenterebbe
la sua idea di spiritualità a un profano?
Direi: via da ogni utilitarismo. Mi viene in mente Rābiʿa, la mistica islamica
che diceva di voler spegnere l’inferno con l’acqua e bruciare il paradiso con il
fuoco, perché la via dello spirito non venga seguita né per paura né per
convenienza, ma per amore. Ecco il punto: l’amore, non l’utile. Anche il
discorso della montagna è spesso frainteso. Cristo non dice che si è beati
perché si soffre. Dice che la beatitudine è la vera vocazione della vita umana,
e che non bisogna farsela rubare nemmeno dagli eventi avversi. C’è un tesoro
interiore dentro di noi che nessun tarlo né ladro possono toccare. Cristo non si
accontenta di celebrare la grandezza del creato, ma ci dice che la beatitudine è
la vera vocazione della vita umana. Ananda, direbbero in Oriente. La vita nello
spirito è pertanto questo: una beatitudine che nasce da un incontro d’amore.
Qualcuno ci ha amati, ci ha generati come un artista genera un’opera. Quando si
entra davvero in questa profondità si vive una sorta di paradosso: essere sazi e
insieme insaziati, colmi eppure ancora aperti all’infinito. Questa è la
beatitudine.
Nella sua riflessione è centrale il tema della morte. Come si può affrontare
oggi la morte in una società tanatofobica? E che cosa dovremmo riscoprirne?
La nostra società, per dirla con Byung-Chul Han, è algofobica e tanatofobica.
Rifugge la morte, rifugge il dolore e per questo ne è perseguitata. Ma se
eliminiamo sofferenza e morte dall’esistenza non entriamo mai veramente
nell’essenza della vita, perché entrambe ne sono i caratteri cruciali. Tanto che
i greci dicevano Pathei mathos: la sofferenza fa conoscere. La sofferenza non va
mai cercata né inflitta, ma quella inevitabile ci apre il cuore. Se il cuore
resta corazzato, per dirla con Gibran, non soffre, ma non ama nemmeno. La sua
armatura gli impedisce ogni scoperta, ogni contatto. Per questo contemplare la
morte significa contemplare la vita, cercarne il senso, e cercare soprattutto
ciò che è oltre. Se la morte non ha alcun senso, finisce per non averlo neppure
la vita. Perciò serve un’ars moriendi: una sapienza che ci faccia guardare la
vita anche attraverso la morte, custodendo la speranza che la morte sia la porta
della vita, non una semplice fine.
Lei questa ars moriendi l’ha vissuta accanto ai malati e, appunto, ai morenti.
Che cosa le hanno insegnato?
Sono stati tra i più grandi maestri della mia vita. Potrei dire che ho imparato
più da sofferenti, ammalati e moribondi che da molti libri. Perché con loro si
entra nella carne viva della ricerca di senso. Lì non esiste posa o illusione.
Lì emerge la domanda decisiva: riesco a vivere prima di morire, in modo da
vivere anche oltre il morire? Quello che insegno viene molto da ciò che ho
imparato lì. Non sono un intellettuale puro: sono un amante pratico della
cultura, un artigiano. Per me il sapere serve a portare frutto. E i maestri più
grandi, spesso, sono stati gli incontri concreti con persone che cercavano fino
in fondo queste risposte mentre vivevano sull’anima tali interrogativi.
Non è un paradosso che una società di questo tipo sia oggi così immersa nelle
guerre, nelle atrocità, nel ritorno violento del dolore?
Una società algofobica è una società anestetizzata. Seppur consumata
dall’angoscia del dolore. E a un certo punto ha bisogno di emozioni forti, per
risvegliarsi rispetto al proprio stordimento. Sente la paura e la nostalgia
della morte e del dolore che ha cacciato dalla propria vita e da cui è
ossessionata e per questo le ricerca in modo perverso ed eccessivo. Vuole
sentirsi viva. E quando manca un orizzonte ideale, è spesso la prepotenza, la
violenza a dare l’illusione di esistere. Lo stordimento quindi non è un
paradosso rispetto alla stagione triste di violenze e guerre in cui siamo
immersi, ma ne è la causa ultima. Ciò nasce da un ulteriore distorsione.
Cioè?
Abbiamo equivocato l’idea del divino, mettendo al centro l’onnipotenza, mentre
Dio è anzitutto amore infinito. Anche la fuga tecnologica dalla morte nasconde
un’antichissima ricerca di immortalità che va dagli egizi al presente. Ma è un
miraggio puntare a un’immortalità corporea e terrena, invece di comprendere che
il vero oltre non coincide con il semplice prolungamento biologico, ma con
l’eternità dell’anima.
Siamo dentro una grande confusione?
Siamo usciti dal cosmos del grande Artista per entrare nel caos dei cattivi
manipolatori. Abbiamo ricevuto un ordine e lo abbiamo deformato. Però io non
dispero. Il caos può diventare ancora uno spazio creativo. Non guardo il mondo
con disperazione: soffro per compassione, che è altra cosa. Non posso stare bene
in un mondo che sta male, non posso essere felice in un mondo di infelici; ma
posso essere felice servendo gli infelici. Questa è la missione del cristiano.
Di fronte alla crisi dei grandi ideali della globalizzazione e della “fine della
storia”, alcuni vedono un risveglio della religione. Michael Walzer parla
addirittura di un ritorno delle affermazioni religiose del potere. Secondo lei è
vero, oppure è un miraggio?
La sociologia ci offre dati molto variegati, e questo per me è interessante:
nessuno possiede una risposta assoluta, anche se spesso tutti pretendono di
averla. Io penso che ci siano frammenti di verità in letture diverse. Di certo
vediamo riaffacciarsi, anche in Europa occidentale, forme di radicalismo
religioso, in quanto la religione si fa identità, protezione, qualcosa da
brandire contro qualcun altro. Trent’anni fa avrei guardato tutto questo con
durezza. Oggi penso che ci sia spazio per tutti, tranne che per chi fa
volontariamente il male. Se qualcuno trova rifugio in una visione religiosa, il
problema non è questo: il problema nasce quando la impone agli altri. Non sta a
noi bucare il salvagente di chi riesce a stare a galla così. Possiamo semmai
mostrare la bellezza del nuoto libero, non imporlo. È vero però che oggi il
religioso torna spesso come rifugio ideologico. E mi chiedo se a volte non
vediamo persone molto cattoliche ma poco cristiane, perché vivono il
cattolicesimo come appartenenza identitaria e non come fedeltà a una meraviglia
rivoluzionaria.
Di che rivoluzione parla?
Quella della rivelazione.
La mia rivoluzione è quella del Vangelo. E non voglio che venga confusa con
rivoluzioni storiche fatte di violenza. Nel Vangelo c’è una forza immensa di
rinascita, rigenerazione, risurrezione. Eppure c’è chi la trasforma in
un’identità chiusa o in una clava da usare contro altri. Non è il mio
cristianesimo. Il mio spero sia quello delle Scritture.
Quale può essere oggi il ruolo del sacro? Il ruolo della Chiesa, anche nella sua
visione sociale, può ancora avere uno spazio?
Qui si aprono molte cose. La Chiesa, l’Ecclesia, è l’unione di coloro che
guardano nella stessa direzione, verso l’infinito. Se però guarda altrove, se
l’istituzione prevale su ciò che dovrebbe custodire, allora nasce un problema.
Uso spesso questa immagine: abbiamo una bevanda inebriante. Questa bevanda è il
nettare del sacro, l’acqua viva. Le istituzioni religiose sono la coppa, non la
bevanda di cui si nutrono i fedeli. Il vero rischio nasce quando la Chiesa
smette di essere coppa e pretende di essere bevanda. Nessuno si disseta bevendo
una coppa: ci si disseta con ciò che contiene. Il sacro è il nettare, non il
contenitore. Se le nostre tradizioni non custodiscono e non versano quel
nettare, allora tradiscono la loro missione. Io mi sento cristiano della Chiesa,
non fuori dalla Chiesa. Ci sto liberamente, con un primato di coscienza e di
libertà interiore. Resta il punto: essa è uno strumento del divino, non il
contenuto ultimo. Se la gente non si avvicina, forse bisogna cambiare la coppa,
non il nettare. Il nettare non si tocca. Ma la coppa sì. Perché la missione è
portare la Parola alle persone. E se per farlo bisogna cambiare coppa, io sono
pronto a cambiarla a patto che si resti fedeli al sacro, al numinoso. Conta
davvero soltanto questo.
Francesco Subiaco
L'articolo “La nostra società rifugge la morte, per questo ne è perseguitata –
ma io sono un avventuriero”. Dialogo con Guidalberto Bormolini proviene da
Pangea.