Chiedi alla polvere (Ask the dust) di John Fante, edito nel 1939, secondo
romanzo della cosiddetta “Trilogia di Bandini” e giudicato oggi il capolavoro
dell’autore americano, è testo che, pur nella sua apparente linearità stilistica
e narrativa, costruisce una delle più drastiche e ingegnose rappresentazioni
della coscienza moderna nella letteratura americana del Novecento. Passato
pressoché inosservato, al tempo, per lo stile crudo, cinico e diretto, non
conforme ai gusti del pubblico coevo (il bestseller del 1939 fu Furore di John
Steinbeck e i lettori cercavano storie che narrassero la crisi economica e le
lotte sociali o tuttalpiù romanzi noir, robusti ma di intrattenimento, alla
Chandler, o storici e romantici alla Via col vento), il romanzo fu comunque
pubblicato da Stackpole Sons: poco dopo l’uscita la casa editrice fallì,
interrompendo la promozione e la distribuzione del libro, che rimase sugli
scaffali, dimenticato. Venne poi rivalutato negli anni Settanta grazie
all’apprezzamento di Bukowski che fece dell’autore un proprio punto di
riferimento e cavalcò il “realismo sporco” di cui Fante fu in qualche modo
precursore.
La vicenda di Arturo Bandini, ganglio tematico del libro e coestensiva di tutti
e tre i romanzi di questo “ciclo”, non va tradotta soltanto come la storia di un
giovane aspirante scrittore nella Los Angeles della Grande Depressione, ma come
un dispositivo narrativo che mette in scena la frattura tra desiderio e realtà,
tra costruzione simbolica del sé e fallimento concreto di un’esistenza, in fondo
invischiata come una mosca nel bicchiere.
La narrazione in prima persona, spesso eccessiva e melodrammatica, non è
simulacro formale dell’identità del protagonista, ma l’espediente attraverso cui
Fante produce un effetto di incertezza epistemologica: tutto ciò che il lettore
conosce è setacciato dalla coscienza di Bandini, una coscienza ipertrofica,
ridondante, inaffidabile, tale da descrivere un pendolo tra delirio di grandezza
e auto-dissoluzione. Questa oscillazione non è un mera scialbatura formale, ma
strutturale: Bandini vagheggia continuamente una versione eroica di sé (il
grande scrittore destinato alla gloria) per poi demolirla attraverso
comportamenti meschini, crudeli o autolesionistici. In questo senso, Fante non
racconta semplicemente un fallimento, ma mette in luce come il fallimento sia
intrinseco fin dall’inizio alla modalità con cui il soggetto si percepisce e
narra sé.
La scrittura, per Bandini, non è solo un mezzo espressivo, ma una forma di
auto-poiesi. Egli esiste nella misura in cui riesce a raccontarsi come
scrittore. Tuttavia, questo processo è inevitabilmente fragile: ogni rifiuto
editoriale, ogni umiliazione sociale, ogni fallimento relazionale incrina la
narrazione di sé, generando un collasso identitario che si manifesta in forme di
aggressività, misoginia e razzismo, come trasfigurati in versioni infantili di
cliché insinceri. La violenza verbale e simbolica che Bandini esercita sugli
altri, poi, in particolare su Camilla Lopez, non è altro che il correlativo
della sua incapacità di sostenere il peso della propria inadeguatezza.
Il rapporto con Camilla, ragazza messicana conosciuta in una tavola calda di Los
Angeles in cui serve ai tavoli con le sue scarpette da ginnastica consunte,
cenerentola meticcia e urbana, è uno dei nodi più complessi del romanzo. Si
palesano subito l’infantile autostima di Arturo, laddove presentandosi fa
seguire al suo nome la qualifica di “scrittore”, quasi come un ideale biglietto
da visita, e la risposta secca di Camilla, che dichiara tra l’altro che non gli
piacciono gli italiani. V’è subito tra i due una distonia che rimarrà indelebile
nel corso del loro rapporto. Camilla non è soltanto oggetto d’amore, ma una
figura fuyant che destabilizza profondamente Bandini perché raffigura tutto ciò
che egli rifiuta di sé anche se gli è proprio: marginalità, alterità etnica,
precarietà sociale. L’attrazione che prova per lei è inseparabile dal disprezzo,
e questa ambivalenza produce una dinamica distruttiva in cui il desiderio si
trasforma continuamente in negazione o approssimazione irrisolta. Camilla, a sua
volta, è intrappolata in una logica simile, proiettiva e velleitaria quanto ad
aspettative di riconoscimento da parte di uomini in verità assai dissimili da
Bandini , e che rimangono però puntualmente frustrate. Fin dall’inizio appare
orgogliosa, impulsiva e spesso aggressiva nei modi, soprattutto nei confronti di
Bandini. Il loro rapporto è segnato da continui giochi di contrasto: attrazione
e rigetto, desiderio e disprezzo si alternano costantemente sfociando quasi nel
parossismo e nel paradosso.
Camilla incarna anche il tema della fragilità emotiva, di una natura ondivaga
del desiderio e della percezione di sé, unita a una marginalità di ruolo
sociale; dietro alla sua apparente durezza si nasconde una profonda insicurezza
e una sete disperata di amore e riconoscimento. Il suo comportamento è spesso
irrazionale e autodistruttivo, fino a condurla verso un destino tragico. Il
momento decisivo arriva quando Camilla, ormai vulnerabile e consumata dall’abuso
di alcool e di droga, psicologicamente instabile, si conduce in una baracca nel
pieno deserto californiano e disegna quasi, per il proprio personaggio, quella
che in un linguaggio filmico corrisponderebbe a una “dissolvenza” – scomparendo
dalla narrazione come l’immagine vaga di una lontananza che stempera
nell’assenza più irrevocabile. La sorte della ragazza messicana resta ambigua:
non viene mostrata esplicitamente la sua morte, ma la si lascia intuire e la sua
figura sembra disfarsi come polvere nella smisurata polvere del deserto del
sud-est, unica testimone incorrotta che accoglie a sé la sua deriva fisica e
spirituale.
Il rapporto tra Camilla e Arturo, nel romanzo, non evolve mai verso una forma di
autenticità e riconoscimento dell’altro in valore assoluto, spogliato cioè degli
orpelli e dello status di censo e successo cui entrambi aspirano, perché sono
incapaci di riconoscere l’altro come soggetto fondativo di sé, che chiama ad
essere riconosciuto: l’altro diventa una leva per sollevare alle guglie del
cielo la propria favolistica versione di sé. In questo contesto l’episodio in
cui Arturo e Camilla si recano al mare è una parentesi luminosa che però non
salva, non redime: è un respiro ampio dentro una storia che resta stretta, per
sentimento, come un armadietto.
Il mare si apre davanti a loro come una promessa antica, quasi innocente. La
luce dilata ogni cosa, cancella per un attimo la polvere, la miseria, le stanze
chiuse e offre un tripudio sensoriale vivissimo. Sembra che lì, sull’orlo
dell’acqua, tutto possa ricominciare, ma sarà solo un breve interludio di
felicità e libertà. Sembra che nonostante la vicinanza fisica i due non riescano
ad abitare davvero quello spazio condiviso: vi stanno come controfigure del film
della loro stessa vita, come ospiti incerti di una parentesi sul punto di
dissolversi, intermittenti, incapaci di riconoscersi, così tanto distanti dal
veritativo motto che fu di Edmund Pollard nell’Antologia di Spoon River.
Camilla è mobile, sfuggente, attraversata da un’inquietudine che la rende simile
alle onde: si avvicina e si ritrae, si lascia intravedere ma non si concede mai
completamente. Bandini, invece, vorrebbe fermare quell’istante, possederlo,
trasformare anch’esso in una conferma di sé. Ma più tenta di afferrare, più
tutto gli scivola via. Il mare, allora, non è più promessa ma allegoria di una
distanza infinita e testimone ieratico e indifferente della loro incapacità di
vivere all’unisono.
C’è qualcosa di tenero e insieme crudele in questo ambito. Tenero perché, per un
attimo, sembra possibile una vicinanza genuina; crudele perché proprio
quell’apertura rende più evidente il fallimento. L’orizzonte, vasto e
silenzioso, non li unisce: sembra separarli ancora di più, mostrando quanto
ciascuno sia chiuso nel proprio desiderio irrisolto.
V’è poi l’episodio della festa in cui Camilla conduce Arturo, che si svolge in
un’atmosfera densa, quasi irreale, in un ambiente simile a una sordida tana: il
fumo della marijuana non è solo un dettaglio, ma avvolge tutto, altera e carica
la percezione, crea una dimensione sospesa e confusa. Per Bandini, che già si
sente fuori posto, questo ambiente diventa ancora più destabilizzante. Non
riesce a integrarsi davvero, resta a margine, osserva più che partecipare; e il
gesto di Camilla che condivide il joint si imprime in lui come un tratto di
ribellione autodistruttiva (Fante stesso risente di un clima un po’ “isterico”,
quasi da tabù, nella lettura dell’utilizzo di droghe leggere), sembra
simboleggiare la sua perdita di presa e di controllo su lei, appartenente a un
mondo che lui non domina né sa gestire. Ora la ragazza messicana appare ancora
più lontana, immersa in una dimensione torpida e distaccata, che sfugge alle
categorie morali di Arturo e al suo bisogno di ordinarle e riordinarle a proprio
uso e consumo. Camilla appare inquieta, instabile, spesso sfuggente. Durante la
festa, il suo comportamento è contraddittorio: alterna momenti di vicinanza ad
altri di distanza, mostrando chiaramente il suo tormento interiore e la sua
ossessione per Sammy (l’uomo malaticcio che ama davvero e la tratta con
freddezza e disprezzo, apostrofandola spesso con toni razzisti nel luogo dove
lavorano entrambi), che diviene il rivale di un triangolo amoroso “anomalo” (il
“rivale” è tale solo nei vagheggi di Camilla e nel conseguente risentimento di
Arturo) ed è sempre presente nelle parole di lei, le quali finiscono per
punteggiare di ulteriore asprezza l’esperienza amorosa del protagonista;
costruita, del resto, su un modello di possesso e di dominio virili che non può
invece attuare. La festa che potrebbe essere un momento agapico e di
condivisione, se non aderire a un quadretto romantico così in carattere col
desiderio di Arturo, diviene distanza incolmabile, incertezza e disagio da parte
di questi.
Altro tema è quello della dimensione etnica, che Arturo condivide con Camilla, e
che assume un ruolo cruciale. Bandini è italoamericano, di una formazione
cattolica che urta contro i suoi pruriti e la sua sete di ambizione e denaro
(mai bastante, non avendo ottenuto il successo ambito), e rifiuta le proprie
origini, interiorizzando i valori della cultura dominante costruiti sul mito del
denaro e della fama, e sviluppando un atteggiamento di auto-disprezzo
reciprocato da una ingiustificata e parossistica autostima. Il rifiuto che
permea il suo comportamento non lo integra, ma lo rende ancora più alienato e
sperso: uno spettro alla deriva sociale, che non si incarna pienamente né nella
comunità d’origine né in quella americana. La sua identità è quindi fondata
sulla negazione, su una belligeranza contro l’odore di miseria che ancora si
porta appresso e dovuto alle sue umili origini, su un rifiuto prolettico,
infine, della naturale transizione che occorrerebbe a guadagnargli un certo
seguito come scrittore – tutto questo calato in un senso di vuoto, di mancanza o
scarsità costante. Fante anticipa qui una problematica che sarà centrale nella
letteratura delle minoranze: l’identità come ambito di conflitto, attraversato
da tensioni irrisolvibili tra assimilazione e appartenenza.
La città di Los Angeles svolge un ruolo determinante in questa dinamica. Non è
semplicemente un luogo scenico, ma un organismo vivo che produce simboli
concreti e che amplifica le contraddizioni del protagonista. La città è permeata
dal sogno americano nella sua forma più pura e originaria (promessa di successo,
mobilità sociale, realizzazione personale e individuale) ma anche dalla sua
dissoluzione. È uno spazio che produce desiderio e allo stesso tempo lo frustra,
un luogo in cui tutto sembra possibile ma nulla si realizza e compie veramente.
L’unico vero successo editoriale di Arturo Bandini è la pubblicazione del
racconto intitolato “The Little Dog Laughed” (“Il cagnolino rise”) pubblicato
dalla rivista “The American Mercury”, una delle più importanti riviste
letterarie dell’epoca negli Stati Uniti. Questo dettaglio non è affatto
marginale: si tratta di una rivista prestigiosa, associata a un ambiente
culturale elitario, e quindi la pubblicazione è per Arturo Bandini un
riconoscimento di enorme investitura simbolica.
Sbilanciato e ossessivo, il rapporto tra lui e l’editore (o meglio, il redattore
della rivista) è mediato principalmente attraverso la corrispondenza, e assume
un significato sproporzionato rispetto alla sua effettiva consistenza.
L’editor – modellato sulla figura di H. L. Mencken, che fu direttore di “The
American Mercury” –diventa per Bandini una figura mitica, una sorta di autorità
suprema capace di legittimare la sua esistenza come scrittore e quindi la sua
esistenza e punto.
Egli attribuisce all’editor un ruolo quasi paterno e salvifico: qualcuno che
finalmente “vede” il suo talento e lo distingue dalla folla, mai in difetto di
entità, dei falliti e degli sconfitti; quasi fosse un deus ex machina capace di
risolvere ogni suo guaio e ristrettezza. In realtà, il rapporto è totalmente
asimmetrico e unilaterale. L’editor non conosce davvero Bandini, né mostra un
interesse personale per lui; la relazione esiste quasi esclusivamente come
spettro, figlio dell’involontaria mistificazione e dell’esagerazione cui Bandini
spesso indulge in modo puerile, che aleggia nella mente del protagonista.
L’editor non è una persona concreta, ma una funzione simbolica: raffigura
l’accesso al mondo letterario, alla legittimità culturale, alla possibilità di
esistere nel solo modo che Bandini riconosce per sé: quello di scrittore di
accertata fama. In questo, tutti i colori emotivi, di cui è carica la tela del
rapporto con l’editor e che Bandini pennella, sono inevitabilmente giustapposti,
eccessivi e non condivisi.
C’è anche una dimensione ironica implicita: il lettore avverte la distanza tra
la percezione grandiosa di Bandini e la realtà modesta dell’evento. Questo iato
è tipico della scrittura di Fante e costituisce uno degli elementi più moderni
del romanzo. Il riconoscimento esiste, ma è solo un frammento slogato di una
vita che invece vuole farne il solo perno, e in ogni caso non ha il potere
trasformativo che Bandini gli attribuisce.
Questa discrepanza è centrale per comprendere il romanzo: mostra come Bandini
edifichi continuamente narrazioni illusorie come fondamento, fragile se visto
alla giusta distanza, della propria esistenza e identità, narrazioni destinate a
scontrarsi come flutti marosi contro gli scogli di una realtà scostante e
indifferente che li frange in evanescenti rivi. L’editor, più che un
personaggio, è dunque uno specchio, dal pedissequo riflesso, delle aspirazioni e
delle illusioni del protagonista.
L’isolamento di Bandini nella propria modesta stanza d’albergo e il protratto
consumo di grosse arance californiane per penuria di soldi, diventano una
metafora della condizione urbana moderna: circondato da torme di persone, egli è
radicalmente solo, incapace di stabilire relazioni sincere e veritative, genuine
o anche solo più che sbozzate. A tale proposito, il rapporto tra Arturo Bandini
e il vecchio inquilino del suo stesso albergo, che si costruisce su gesti
minimi, silenzi e una vicinanza ambigua ma quasi ellittica nel testo, non è
un’amicizia né un vero legame affettivo ma può essere letto come una
caduca convivenza di solitudini, in cui i due personaggi si sfiorano senza mai
conoscersi davvero, simili a due navi che si incrociano ma su rotte diverse.
L’anziano, di nome Hellfrick, veterano di guerra, alcolista cronico e facente
parte del misero sottobosco delle misere figure che attorniano Bandini, appare
come silhouette consumata, fragile, ormai quasi esonerata dalla vita, e come
tale è l’emblema, per Arturo, del suo possibile fallimento futuro. Bandini, che
si riconosce destinato alla grandezza, si trova inconsapevolmente davanti
all’esempio fattuale di ciò che potrebbe diventare: un uomo dimenticato,
umbratile, povero, solo e senza riconoscimento alcuno nella propria patetica
maschera incartapecorita. Tuttavia, invece di elaborare pienamente questa
somiglianza tra la sua vita e la summa della recente vita ante
acta dell’anziano, reagisce, comprensibilmente, in modo duale, oscillando
tra fastidio/disgusto e pietà, conditi però da curiosità e bisogno di
riconoscimento.
Bandini e Hellfrick condividono la miseria, a volte si scambiano favori o
piccole somme di denaro, spesso legati alla capacità di uno dei due di rimediare
qualcosa (soldi o cibo) sul momento. Sono coabitanti della disperazione e della
solitudine di Bunker Hill. Il vecchio appare petulante e sempre voglioso di
ottenere la compagnia di Bandini, spesso insistente e inopportuno… L’incontro
ambiguo tra i due, sul filo forse di una postura omoerotica da parte del
vecchio, nella percezione implicita di Bandini che legge i suoi gesti e la sua
parola in termini “disturbanti” (Bandini lo osserva e rimane colpito dai suoi
modi “delicati” e innaturali, dal modo in cui si muove e parla, con un tono che
gli sembra molle e artificioso), guadagna allo scrittore in male arnese, almeno
in un’occasione, del denaro con cui compera latte e altre derrate. Il latte è
tradizionalmente legato a qualcosa di puro, semplice, quasi innocente. Ma
Bandini sembra ottenerlo attraverso un’esperienza tale da rendere avverse fame e
dignità. E segna anche, al contempo, un bisogno primario, quello di Arturo di
nutrirsi, che era divenuto per lui quasi un lusso; tanto da aver rubato, in
precedenza, il latte delle consegne campeggiante fuori dalle porte degli
inquilini. L’anziano non è solo un personaggio secondario, ma una figura che
mette in realtà critica, attraverso una presenza decadente, isolata e
sottilmente laida, anche se solo implicitamente, le illusioni di Bandini: in lui
si intravede il grigio stampo del destino di chi non ce l’ha fatta.
Bandini, per contro, scrive lettere mirabolanti alla madre in cui millanta il
ruolo di scrittore già affermato e che svolge una vita di lusso, raccontando di
frequentare locali eleganti e di essere ammirato da donne bellissime
(contrariamente alla sua solitudine in una squallida camera) ma ciò non gli
impedisce di chiedere denaro sfruttando i magri risparmi materni. Le missive
acuiscono la percezione del lettore di un Bandini immaturo, infantile e incapace
di fare i conti con il proprio insuccesso e al contempo di tagliare il cordone
ombelicale con la madre e con le proprie pur disprezzate origini.
Altro elemento fondamentale è la dimensione religiosa, che attraversa il romanzo
in modo ctonio ma persistente. Il cattolicesimo di Bandini non è una fede
consolatoria, ma una architettura interiore di colpa interiorizzata, figlia del
risentimento e della negazione. Egli incarna e reciproca peccato e desiderio di
redenzione, senza mai trovare una sintesi tra essi. Questo plasma una forma di
nevrosi morale che si amalgama con la sua ambizione artistica: diventare
scrittore assume anche il significato di legittimare la propria esistenza, di
ottenere una sorta di salvezza laica. Tuttavia, questa salvezza rimane sempre
procrastinata, mai pienamente raggiunta.
Il titolo stesso del romanzo suggerisce una chiave interpretativa
radicale. Chiedi alla polvere implica l’idea che ogni ricerca di senso sia
destinata a dissolversi e che l’orizzonte sia come una scia delebile che si
scioglie, nella terra adusta del deserto californiano, fino a confondersi con la
polvere. E la polvere è tutto ciò che resta, ciò che non risponde, ciò che
testimonia silenziosamente, come fosse irrisoria, la caducità di ogni
aspirazione umana. È, in fondo, la vanità del progetto identitario moderno:
Bandini è continuo artefice di un’immagine di sé, ma questa immagine è destinata
a tornare polvere.
Dal punto di vista stilistico, Fante realizza un equilibrio estremamente
sofisticato tra immediatezza e profondità. La lingua è apparentemente semplice,
quasi colloquiale, ma questa semplicità è il risultato di una costruzione
attentissima e puntuale. L’andamento della prosa segue le oscillazioni emotive
del protagonista, passando rapidamente dall’euforia alla disperazione,
dall’autoesaltazione alla denigrazione di sé. Questo stile “quantistico”,
oscillante e indefinibile, rispecchia la frammentazione della coscienza moderna
e anticipa forme narrative che diventeranno centrali nella seconda metà del
Novecento. Si assiste poi a un registro che alterna l’autoironia all’ironia
involontaria del protagonista, spesso amara, quale emerge dalle antinomie tra
ciò che ambisce e la sua effettiva condizione: anche nel rapporto con Camilla
egli vuole mostrarsi virile e vecchia maniera ma è semplicemente goffo e
insicuro.
Un confronto con Charles Bukowski è inevitabile: Bukowski riconobbe in Fante un
esempio fondamentale, soprattutto per la rappresentazione degli ambienti
marginali e proletari e per l’uso di una lingua diretta, brachilogica: immediata
e non ipotattica. Tuttavia, mentre Bukowski tende verso un nichilismo più
esibito, Fante mantiene un lirismo che rende il fallimento di Bandini non solo
brutale, ma anche profondamente tragico. Rispetto a John Steinbeck, invece,
Fante si distacca dalla dimensione collettiva, dall’epopea del coraggio e della
solidarietà degli ultimi (come descritti nell’esplicito finale di Furore) per
concentrarsi su un individualismo radicale: la crisi non è sociale,
evenemenziale, ma esistenziale.
In definitiva, Chiedi alla polvere può essere considerato come
un anti-Bildungsroman, un romanzo di formazione alla rovescia in cui il
protagonista non cresce, fa esperienze stracciate, rapsodiche e trasfigurate,
deformate dal suo trasmodante ego, rivelandosi sostanzialmente incapace di
trasformazioni reali e compiute. La sua storia non conduce a una maturazione, ma
a una presa di coscienza parziale e dolorosa, soggettiva come la narrazione,
della propria inadeguatezza e della propria marginalità. Eppure, proprio in
questa incapacità risiede la potenza del romanzo: Fante non offre soluzioni
spicce né redenzioni, ma mette a nudo la meccanica del fallimento in cui
l’individuo moderno fa e disfa se stesso.
Se lo leggiamo in questa prospettiva, Arturo Bandini non è solo un personaggio
retorico, ma una figura paradigmatica della modernità: un soggetto che desidera
essere eccezionale in un mondo che continuamente lo riporta alla sua
insignificanza insettiforme, che cerca senso in un universo che risponde col
solo silenzio della polvere.
Massimo Triolo
L'articolo “Chiedi alla polvere”, l’anti-romanzo di formazione che ha cambiato
la storia della letteratura. Sia lode a John Fante proviene da Pangea.