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L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile; lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99. Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare, partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.  Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913 – per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression. Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy; scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro. Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico, ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà: magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.  Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West. Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023). Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage, Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy, puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista, eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio – scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20 della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.  Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha ‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole ‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming, che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets” compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).  I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury; Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel 1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel 1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia ‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io, connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel 1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso. In Italia, piacque ad Andrea Pazienza. La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre – era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter, recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva ventinove anni.  L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38 Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…). Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio, un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima; Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy, refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più – la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così, tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.    L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets” proviene da Pangea.
May 14, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat generazionali. Beati siano i beat romani. Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.  Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.  *  Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione – mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del verbo quirite.  * Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino, antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si compie, a Roma, il verbo.  * Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat.  Poesia demercificata, gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.    * Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale.  * Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost generation. Duello al cesello – beat generation.  * Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi. Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca un presente già passato, superato.  * Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso – egli, non va in ufficio.   * Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.  * Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano, bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.  * Roman Beat Generation – è una preghiera.   Fabrizia Sabbatini * Ninfa Egeria Brucia i soldi segui il cervo di Thoreau guarda Termini la notte di Natale Monte Cavo a luce astrale ‒ i Campi d’Annibale nella neve ‒ Malaparte giocava a cricket dai Quintili; scendono fulmini nelle slavine ostili. Corri dietro al cervo di Thoreau, pigne sulle conifere ruscelli albini; brucia i soldi di Natale, scaldati in questa notte coi flipper nei bar a Termini fra le slot e Tangeri. Ricama il freddo nei suoi astri grigi il bambino, mangia sabbia invernale e sta male sulla spiaggia e nei pozzi artesiani, con le mani paga ricordi ligi, ruota l’occhio destro al diluvio universale: sempre quello nuovo. Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒ l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale d’alluminio ‒ accetta te stesso o sei finito. Rimbaud era un maratoneta vado dietro a un alpaca nella campagna estatica: sono pericoloso quando scrivo della mia pratica, disegno itinerari fra gli spettri e la seta, allargo la cassa toracica dell’esegeta; volevo solo scintillare da un’amica, l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita. Edoardo Piazza * Un’altra storia “April is the cruellest month” C’è una vita, c’è la firma della pietra sulla tempia, c’è la tempia, c’è la forma della testa: madre Roma – c’è la Storia che divora una storia: un’altra storia. C’è un fratello, il primo Re, c’è il budello di quell’altro (il coltello in mezzo al bianco) c’è la Lupa, c’è la Legge sopra i marmi che scolora una storia: un’altra storia. C’è il mondo tutt’intorno che crolla e si rammenda sotto i colpi di martello di una rima sempre in -oria – lo scalpello della Storia che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento in una Roma oltre la gloria tra segni e gesti di memoria da raccogliere e per sempre poi disperdere, o salvare per ridare ancora al Tempo il tempo di sbagliare. E alla Storia un’altra storia da tornare a masticare. Sacha Piersanti * Gli alberi non hanno mai dimenticato. Io ho una memoria breve. Ma come albero ho conosciuto una lingua: vorrei imparare a scrivere sopra le cortecce. Le foreste sono capaci di parlare. Ci sono storie che hanno radici dove si volta la paura: forse è la felicità restare piantati sugli scaffali di una foresta. Antonio Merola * Non essere Eco, non essere eco, fiume del mondo, spazio. Ferma la caduta nel fermare il riflesso, orienta l’organon, orienta l’organare degli ulivi, delle querce secolari, non parlare, non dire, nascondi e fuggi, torna e fuggi, lotta. Non essere cieco, non essere il nulla che acclari. Combatti. Mi dirai tu, Signore, la vanità della lotta, la caduta nel superbo, l’occhio di un cervo balbo. Stai alla larga dalle fonti, trasformale in canti. Ilaria Palomba * I tuoi morti sono i miei morti. Davvero spari ancora? I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti – dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti, raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni, di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di carbone.  Davide Cortese * Mi viene incontro Milan Kundera mentre Roma accende i soffitti delle stanze e un passante perdendosi nella sua estraneità lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre in gola stilla una fontana di gloria, di colpo gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica. Alla fermata la vettura sosta e ti preleva prima di sputarti al tuo destino di risalita con in una mano ancora segni da decifrare e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli. Ogni cosa sta da prima dello sguardo. Simone Di Biasio * 4’33’’ E quindi il silenzio non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto da quei venti decibel scarsi al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica. Nessun prima né un dopo. Solo un range entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione – eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito: nella camera anecoica, non sentì altro che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva come fosse possibile percepire anche solo quei due suoni in una tale situazione. Uno era il sistema nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue che seguiva la libera circolazione. È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare che sotto l’osso dello sterno non si fermino i costanti processi delle strutture portanti. Ho provato a cercarlo, il silenzio. In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza; nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco. Non c’è modo però per dire quanto vile sia il trattare ciò che manca come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo. Arianna Vartolo * Alcune iscrizioni mostrano un cerchio all’estremità della terra. Altre una mezzaluna e certe sagome di cervi neri che passano e rivolgono l’una contro l’altra le croci sul sentiero. Hai sentito la pietra scricchiolare, la pietra del tempo scollata dall’Origine, i flutti limacciosi in cui si generano creature senza nome, il loro nido negli incubi dell’Occidente. Sono i segni di folle di passaggio, carovane, segni polverosi per gli Anni del Macello, l’Orsa annerita agli angoli del Carro, la polizia che lascia i cani digiunare e lancia nelle cucce le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi. Mattia Tarantino * Sara ha paura dell’occhio. La mia fortuna è di poterla osservare da vicino. Sale lo sguardo dal letto al giardino e nei sobborghi la notte ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno ostile di dire in tre lingue. Di dire in tre lingue o di partire. Al mattino la palpebra richiude ma adesso distingue quattro serrande fitte di luce: intanto la voce è incline a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino. Federico Savelli * Fermo immagine C’è sempre il sole in questa città, un sole che lacera e taglia in due, il sole che addensa le ombre. Dove si nasconde il tempo da queste parti? Tutto resta esposto. Tutto resta sospeso. Tutto resta addosso. Fermo immagine. Il colore stinge. Roma scioglie ogni cosa. Olivia Balzar * Esche vive gettate nel fiume appese al galleggiante ritorte sull’amo, la rete del tempo il suo disfacimento, titoliamo Alla transitorietà dei corpi la loro precarietà. Attendo il mio invecchiare di tedio le mie rinvigorite rughe le ansie che non fan dormire, eppure vorrei riderne so far ridere e sorriderne a mia volta, a crepapelle, a squarciagola, lungo le fratture del vivere sotto i cipressi della vegliata morte, l’orrore vacuo d’esser nato. Ho i denti rotti le unghie strappate “c’è chi ha in mano la sorte e chi un mare disperato”, vago tra chiese ormai defunte, oscilla postuma sull’altalena la mia ombra appesa. Claudio Zuccaro *In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819 L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da Pangea.
May 11, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale. Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati per gli strali delle giornate. Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali? E i poeti, ad amministrare condomini? Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita. Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze. Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove lasciarsi precipitare. * Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro. E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto pragmatico di realtà.  La realtà è quello che crediamo che sia. Materici in obliquo rispetto all’oggi intoniamo il canto lirico metropolitano composto da metafisica civica e antilirica efferatezza sotto una brezza da flâneur nella grandeur disimpegnati perché troppo impegnati destrutturati per alleggerire il bagaglio esperienziale mnemonico emotivo. * Molto bene sentire non capire underground per via della metro indie come apache in pillole la poesia è battaglia galattica di sinapsi dinamicità nella corteccia e nei piedi non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza  non è poesia ma è testo in versi semplifichiamo: linguaggio scritto perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei ruoli. La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.  * «Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale». Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la parola nicchia… Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore. * State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico. * Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro. I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non puoi farne vilipendio. * E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria. Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi giusti. * Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e). * Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio. * L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per scherzare con Thanatos. * Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio, schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza Gianicolo e diventare acqua che scorre. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le “istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria italiana. In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605) L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
April 21, 2026 / Pangea