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“Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca
Nel Trattato Menachot, Rabbi Shimon spiega che gli ultimi versetti della Torah sono stati scritti da Mosè nel pianto. L’ago esegetico è sottile. Mosè muore a centoventi anni, nel pieno vigore, con gli occhi tesi, accesi, al quinto versetto del capitolo 34 del Deuteronomio. Chi ha scritto gli ultimi otto versetti del suo libro, della “legge di Mosè”? Il punto – in grado di far oscillare l’intera trama del Testo – viene risolto con una soluzione, al contempo, persuasiva e commovente: > “Fino al versetto che descrive la morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli > sia, dettava e Moshè scriveva il testo e lo ripeteva. Da questo punto in > avanti, riguardo alla morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettata e > Moshè scriveva con lacrime senza ripetere le parole, a causa del suo grande > dolore”.  Il pianto impantana le labbra del balbuziente Mosè, che non può ripetere ciò che scrive, ormai del tutto inscritto nel Testo. Mosè muore inghiottito nel Testo, sulla soglia di una terra detta Patto. In un passo talmudico più noto (Chagigah 5b), Rabbi Shmuel bar Inya afferma – commentando un passo di Geremia, 13, 17 – che “Il Santo, benedetto Egli sia, ha un luogo dove piange”: piange “a causa dell’orgoglio di Israele… a causa dell’orgoglio del regno dei Cieli”. Chissà se tutte queste lacrime ledono il Testo – o, meglio, lo nutrono.  Mi permetto di virare – e forse di sviare un po’ il lettore – intorno a una delle innumerevoli suggestioni offerte da Mosè (Feltrinelli, 2026), studio assai affascinante di Giacomo Petrarca, professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele in Milano, pubblicato nella collana ‘Eredi’ diretta da Massimo Recalcati. È un libro dal rigore spiazzante, Mosè: vi convergono diverse trame, che spesso afferiscono al mondo della letteratura e dell’arte. Tra i deuteragonisti del libro spicca Franz Kafka; un capitolo è dedicato all’Uomo Mosè di Freud; tra le note fanno una fugace apparizione Umberto Eco e Wu Ming; il libro si chiude su un’opera di Jean-Michel Basquiat, ma ben prima si è detto del Mosè con le tavole della legge di Guido Reni e di Rembrandt. I temi toccati dallo studioso – a rischio di infrangerne la sigillata coerenza – sono capitali: cos’è la scrittura, cos’è il libro, cos’è lo scrittore, cosa significa ‘abitare’ un testo, dove dimora il ‘senso’, che cosa significa ‘legge’ e cosa significa leggere. Intorno al passo, drammatico, che racconta la rottura delle tavole – capitolo 32 di Esodo – Petrarca commenta:  > “Il testo diventa così il principio della propria ‘sovversione’: in esso > andranno cercati i limiti del testo, quei limiti che ogni integralismo > religioso nega facendo del testo il libro ‘assoluto’. Mi pare sia precisamente > questa la linea indicata da quel rifiuto di ogni idolatria della pienezza che > la torah presenza proprio con l’episodio della rottura delle tavole”.  Per profondità d’indagine, il libro piacerà a chi ama Maurice Blanchot e Vladimir Jankélévitch; mi ha ricordato il più bel testo di André Neher, L’esilio della parola. Per dilatare il campo di indagine, suggerisco la lettura della lunga “Conversazione” intrattenuta da Edmond Jabès – figura non secondaria nel libro di Petrarca – con Marcel Cohen, Dal deserto al libro (edito la prima volta da “In forma di parole”, 1983, ora Edizioni degli animali, 2021). Il deserto ‘prepara’ il libro, anche dal punto di vista etimologico, come segnala Petrarca: “Non a caso midbar [deserto, ndr] ha la stessa grafia di medubar, che significa ‘detto’, ‘pronunciato’: proprio come il discorso che verrà proferito sul Sinai”. Jabès interpretava Mosè rifilando alcune parole di Filone, “Avendo Mosè udito il Signore… fu divorato ancor più dal fuoco della passione per l’invisibile”. In quel brano, il grande poeta francese rintracciava una poetica:  > “Come dire meglio che è il sentimento dell’invisibile a spingersi > paradossalmente a guardare il visibile, a incontrarlo. Allo stesso modo, per > lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto > inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. > Verso questa parola egli tende”.  Jabès confidava nell’“illeggibile” come spazio di scoperta del sé, come modo, per il lettore, di apprendere “la propria vertigine”. Dunque: tornare al deserto con il libro in mano, perché il libro sia infranto – o cristallizzato – dalle sabbie. Chi ripete il testo, si sa, sillaba il mondo, lo avvera.  La Scrittura – chiamiamola per convenienza così – è scrittura che va ascoltata piuttosto che letta? Che cosa vuol dire ‘leggere’ la Scrittura? O forse – procedo assecondando le sue suggestioni – leggendo la Scrittura siamo letti? (E dunque: setacciati, rintracciati, sconfitti).  Direi così: è il libro a istituire la comunità dei suoi ascoltatori, in quanto esso sussiste solo in quella lettura. Ho provato a riassumere questo andamento in una formula: “Nel libro si legge il libro”, dove il libro non è solo l’oggetto, ma prima di tutto il luogo in cui la lettura è possibile. Quel luogo che fa sussistere tanto i suoi personaggi, quanto i suoi lettori-ascoltatori. Se poi nella lettura-ascolto del libro siamo setacciati, rintracciati – e, come suggerisce lei, qualche volta anche sconfitti, perché no –, non di meno il libro reca con sé i segni del nostro passaggio. Di noi “guastafeste” della Scrittura: della sua improbabile ieraticità e del suo essere una storia già scritta una volta per tutte. Storia che, al contrario, cambia a partire dalle tracce che i nostri passi di lettori del testo lasciano nel libro. Che cosa intendiamo per Legge? Perché non diventi idolo, la Legge, forse, va evasa… anzi, va infranta. Soltanto così saprà invaderci e fare uno di un popolo frantumato.  Direi che la legge individua prima di tutto un piano di operatività, all’interno del quale è possibile, ogni volta, che una parola si converta in azione, divenendo così reale (e in un certo senso, sporgendosi anche “oltre” il libro). Perciò la legge già ci invade, in quanto trama del mondo. Nutro non poche perplessità per quel paradigma da lei evocato che vedrebbe l’esperienza della legge nella sua trasgressione-infrazione (tratto tipico dell’antinomismo cristiano e non solo). Mi pare che, al fondo di quella visione, operi un malinteso sostanziale dovuto a una lettura parziale e unilaterale di Paolo (ciò che nel libro chiamo “paolinismo storico”). Se infatti si pone il bisogno di “farci invadere” dalla legge e da ciò che essa comanda, è perché si ritiene – prima di tutto – che le siamo essenzialmente estranei. E qui sta il malinteso: la legge non comanda alcunché, ma – al contrario – è l’indicazione di un luogo in cui è possibile una qualche forma di agire, di un ordine delle cose che essa stessa già sostanzia e sorregge. Dietro l’idea che la legge porti con sé un comando, sta l’indicazione di una frattura da colmare (una scissione avrebbe detto più avanti Hegel), e quindi anche l’idea di una perdita originaria dell’unità tra il fare e il mondo. Perdita, peraltro, di cui la stessa legge (ebraica) sarebbe indicazione e, in ugual misura, causa. Per questo ho perplessità anche sull’idea di una riunificazione, come ricomposizione di un quadro perduto. Se nella legge volessimo trovare un’accezione riparativa, allora non potrebbe che essere la costante disseminazione della propria ingiunzione, cioè la continua riscrittura di un “ordine” sempre in fieri, mai “reale” fuori dalle storie-liberazioni che sarà in grado di suscitare. Facendo pertanto di ogni crepa, di ogni “resto”, una nuova possibilità di vita.  Mosè sigilla la Scrittura morendo. Verrebbe da dire: la lettera uccide… O forse: di interpretazione si muore. Chiedo a lei.  Come ha scritto una volta Carlo Ginzburg: «la lettera uccide chi la ignora». Ecco, direi lo stesso dell’interpretazione. Qual è l’opera della Scrittura? Che cosa opera la Scrittura chiamata Torah? Opera la possibilità della propria scrittura, ossia che un mondo possa sussistere, che un’uscita dalla schiavitù possa farsi reale. Cioè porta il mondo a parola, lo rende raccontabile, ancora e ancora. La torah non è il senso del mondo, come fosse un insieme di significati predeterminati, un sistema “valoriale” da applicare a questa o quella circostanza, né una serie di “comandamenti” (non ci sono comandamenti nel testo, ma parole: la divinità parla nella voce, Mosè risponde alla stessa maniera). Al contrario, è l’ingiunzione nella quale le cose possono iniziare a raccontare la propria storia: che è, anche, sempre storia di nascite, di perdite e di riparazioni. Rembrandt, Mosè con le tavole della legge, 1659 Nella storia biblica, sempre in bilico, HaShem sceglie gli inadatti, gli inappropriati. Così, Mosè è impacciato di bocca e a Isaia occorre dissigillare le labbra. I mediatori soffrono, forse, di troppa intimità con HaShem. Mi dica lei.  Che i mediatori soffrano di troppa intimità con la divinità è un’evenienza interessante, poiché la si potrebbe pensare anche nella maniera opposta. L’ambiguità del testo, l’impossibilità di potersi appropriare di una nozione determinata di mediazione (ad esempio, nell’immagine di profezia), mi pare la spia più interessante di questa tensione. In fondo, la torah è un grande costrutto narrativo per tenersi a distanza – e a riparo – dalla divinità. Non c’è spazio per nessuno “stato d’eccezione” in essa: la divinità parla, opera, agisce  sempre e solo come personaggio del libro, come entità che appartiene alla stessa vicenda del testo e del popolo. Credo che qui per la torah valga ciò che Joseph Roth scrive di Mendel Singer, il suo Giobbe, il quale «non tollerava miracoli nel regno del visibile». La porto su altro piano, affine. Nella Scrittura c’è una ‘consegna’: HaShem dà qualcosa a Mosè, a lui si offre. Nei Vangeli c’è un uomo, il Cristo, che si consegna, come fosse lui il rotolo e le tavole della legge. Logos – non Graphé – inchiodato, alla lettera. Forse per questo i cristiani non subiscono la sacralità del libro – un libro, il Nuovo Testamento, per altro, redatto in una lingua in cui non si esprimeva il Nazareno. È così? Faccio fatica a seguirla sul fatto che i cristiani non abbiano subìto la sacralità del libro, se proprio loro lo hanno reso – per secoli – l’oggetto devozionale per antonomasia (“parola di Dio”), inaccessibile ai più data la lingua latina in cui veniva ostinatamente mantenuto, e la cui lettura-interpretazione era a esclusivo appannaggio dell’autorità clericale. Pensi anche al paternalismo di tante raffigurazioni degli evangelisti imboccati o addirittura guidati nella scrittura del Vangelo dalla stessa mano divina o di un angelo. Ci volle Lutero – che non fu proprio ciò che definirei un “giudaizzante” – a sollevare la questione nella maniera più netta: anzitutto, con la sua traduzione tedesca del testo biblico, e poi con le problematiche sul paradigma esegetico a essa connesse. Tra i vari protagonisti di questa lunga vicenda, nel libro mi sono servito anche del lavoro dell’umanista fiorentino Andrea Brucioli che, nel 1532, pubblicò la prima bibbia in volgare: opera che gli costò la persecuzione da parte dell’Inquisizione e il carcere. Fortunatamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma il tema resta ed è – per tornare alla bella immagine della sua sollecitazione – ancora contenuto nel modo di intendere l’idea di consegna. «Prendete e mangiatene tutti», indica l’atto del prendere, dell’allungare la mano, dell’afferrare, non solo la ricezione tacita e passiva. Cosa intendiamo per memoria? Se io imparassi a memoria la Torah potrei dire di averla ‘compresa’? Sono io, lettore-interprete-fedele, che divoro il libro o è il libro a divorarmi e a comprendermi da sempre, ad avermi inghiottito? Cosa significa dire che la Torah è infinita, sempre nuova, aperta a ogni possibile interpretazione? Il tema della memoria ritorna più volte nel libro, soprattutto nel capitolo dedicato a Freud. È interessante, però, il raccordo che lei propone con un’altra questione ampiamente trattata nel libro: quella dell’interpretazione. Le direi, in breve, che né la memoria, né l’interpretazione sono degli automatismi. Questo perché implicano, ogni volta, un loro raddoppio, una copia – dissimile – di ciò che ripetono-interpretano. Da questo punto di vista, seppur dall’indubbio fascino, ho provato a mettere da parte il mantra edificante e – mi conceda – un po’ rassicurante dell’infinita interpretabilità della torah. Al contrario, ho provato a indicare come e in che modo queste pratiche interpretative o costrutti narrativi cortocircuitino (è il caso di alcune pagine su Kafka) o di come lo stesso testo della torah faccia resistenza – e, talvolta, fornisca gli anticorpi – contro alcune interpretazioni che ne sono state date. La mia finalità non è quella di salvare la purezza del testo. Nessun testo è mai del tutto innocente rispetto alle falsificazioni che di esso vengono fatte. Però ci sono testi che si piegano alle proprie falsificazioni, altri invece che continuano a recalcitrare, che protestano, che fanno resistenza. Ecco, la torah è uno di questi.  Guido Reni, Mosè che infrange le tavole della legge, prima del 1620 In sintesi: che idea di Mosè ci lascia in eredità Freud? Che cosa del suo studio maciullato sull’“Uomo Mosè” dobbiamo serbare?  È eloquente quest’uso dell’aggettivo “maciullato” riferito al Mosè di Freud. Perché richiama uno stato di pressione estrema. Separare per purificare, come fa la gramolatrice che separa le fibre per la tessitura dalle parti legnose. Nel libro di Freud avviene questo processo, solo che in forma inversa. Freud “maciulla”, proprio per conservare tutto. Nella sua tela vengono tessute anche le parti vegetali più tenaci. Ne esce un grande depistaggio, l’idea che ogni fare e dire implichi sempre uno slittamento, una dislocazione. Per dire la cosa, parliamo sempre di qualcos’altro, di un fantasma. Quindi più delle ipotesi e delle conclusioni proposte nell’Uomo Mosè, resta l’operatività di questa “macchina narrativa” come esempio estremamente vivido di messa in scena della scrittura, delle sue possibilità e dei suoi limiti.  La porto in un campo a me più prossimo, dal momento che nel libro cita il grande poeta francese Edmond Jabès. Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè intona un canto; gli fa seguito la sorella “profetessa”, Maria, che intona il canto insieme ad altre donne “con i tamburelli e con danze” (a indicare una peculiarità femminile nel legame di linguaggio tra Israele e HaShem?). Che valore ha, rispetto alla Legge, la poesia nella Scrittura? Che ‘operazione’ svolge? Le risponderei che non lo so. Nel senso che più che una peculiarità delle donne riguardo al linguaggio, mi pare ci sia proprio una controstoria scritta dall’elemento femminile che attraversa i cinque libri delle torah. Una controstoria che non ridurrei solo al ruolo salvifico – seppur essenziale – che i personaggi femminili giocano nei confronti di Mosè (la figlia di Faraone che lo ritrova nella cesta, la moglie Tzipporah che gli salva la vita durante una vicenda assai oscura prima del Sinai, la sorella Myriam che trova, nel canto, le parole più adeguate per restituire il senso della liberazione avvenuta). Questa controstoria costituisce una vera e propria messa in discussione del paradigma narrativo mosaico, che – a differenza delle altre contese – non produce nuovi conflitti nel testo, ma piuttosto supplementi di senso, prolungamenti e vie di uscita di quel paradigma narrativo, spingendo Mosè in luoghi del testo in cui non sa spingersi. Penso, ad esempio, alle figlie di Zelofehad nel libro dei Numeri che rivendicano il loro diritto all’eredità paterna. Ecco, che questa controstoriapoi assuma anche la “leggerezza” del canto, è un aspetto che mi offre un’ulteriore pista di lavoro alla quale non avevo pensato (per la quale non posso che ringraziarla). *In copertina: Jean-Michel Basquiat, Moses and the Egyptians, 1982 L'articolo “Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca  proviene da Pangea.
April 23, 2026 / Pangea