Nel Trattato Menachot, Rabbi Shimon spiega che gli ultimi versetti della Torah
sono stati scritti da Mosè nel pianto. L’ago esegetico è sottile. Mosè muore a
centoventi anni, nel pieno vigore, con gli occhi tesi, accesi, al quinto
versetto del capitolo 34 del Deuteronomio. Chi ha scritto gli ultimi otto
versetti del suo libro, della “legge di Mosè”? Il punto – in grado di far
oscillare l’intera trama del Testo – viene risolto con una soluzione, al
contempo, persuasiva e commovente:
> “Fino al versetto che descrive la morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli
> sia, dettava e Moshè scriveva il testo e lo ripeteva. Da questo punto in
> avanti, riguardo alla morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettata e
> Moshè scriveva con lacrime senza ripetere le parole, a causa del suo grande
> dolore”.
Il pianto impantana le labbra del balbuziente Mosè, che non può ripetere ciò che
scrive, ormai del tutto inscritto nel Testo. Mosè muore inghiottito nel Testo,
sulla soglia di una terra detta Patto. In un passo talmudico più noto
(Chagigah 5b), Rabbi Shmuel bar Inya afferma – commentando un passo di Geremia,
13, 17 – che “Il Santo, benedetto Egli sia, ha un luogo dove piange”: piange “a
causa dell’orgoglio di Israele… a causa dell’orgoglio del regno dei Cieli”.
Chissà se tutte queste lacrime ledono il Testo – o, meglio, lo nutrono.
Mi permetto di virare – e forse di sviare un po’ il lettore – intorno a una
delle innumerevoli suggestioni offerte da Mosè (Feltrinelli, 2026), studio assai
affascinante di Giacomo Petrarca, professore associato all’Università
Vita-Salute San Raffaele in Milano, pubblicato nella collana ‘Eredi’ diretta da
Massimo Recalcati. È un libro dal rigore spiazzante, Mosè: vi convergono diverse
trame, che spesso afferiscono al mondo della letteratura e dell’arte. Tra i
deuteragonisti del libro spicca Franz Kafka; un capitolo è dedicato all’Uomo
Mosè di Freud; tra le note fanno una fugace apparizione Umberto Eco e Wu Ming;
il libro si chiude su un’opera di Jean-Michel Basquiat, ma ben prima si è detto
del Mosè con le tavole della legge di Guido Reni e di Rembrandt. I temi toccati
dallo studioso – a rischio di infrangerne la sigillata coerenza – sono capitali:
cos’è la scrittura, cos’è il libro, cos’è lo scrittore, cosa significa ‘abitare’
un testo, dove dimora il ‘senso’, che cosa significa ‘legge’ e cosa significa
leggere. Intorno al passo, drammatico, che racconta la rottura delle tavole –
capitolo 32 di Esodo – Petrarca commenta:
> “Il testo diventa così il principio della propria ‘sovversione’: in esso
> andranno cercati i limiti del testo, quei limiti che ogni integralismo
> religioso nega facendo del testo il libro ‘assoluto’. Mi pare sia precisamente
> questa la linea indicata da quel rifiuto di ogni idolatria della pienezza che
> la torah presenza proprio con l’episodio della rottura delle tavole”.
Per profondità d’indagine, il libro piacerà a chi ama Maurice Blanchot e
Vladimir Jankélévitch; mi ha ricordato il più bel testo di André Neher, L’esilio
della parola. Per dilatare il campo di indagine, suggerisco la lettura della
lunga “Conversazione” intrattenuta da Edmond Jabès – figura non secondaria nel
libro di Petrarca – con Marcel Cohen, Dal deserto al libro (edito la prima volta
da “In forma di parole”, 1983, ora Edizioni degli animali, 2021). Il deserto
‘prepara’ il libro, anche dal punto di vista etimologico, come segnala Petrarca:
“Non a caso midbar [deserto, ndr] ha la stessa grafia di medubar, che significa
‘detto’, ‘pronunciato’: proprio come il discorso che verrà proferito sul Sinai”.
Jabès interpretava Mosè rifilando alcune parole di Filone, “Avendo Mosè udito il
Signore… fu divorato ancor più dal fuoco della passione per l’invisibile”. In
quel brano, il grande poeta francese rintracciava una poetica:
> “Come dire meglio che è il sentimento dell’invisibile a spingersi
> paradossalmente a guardare il visibile, a incontrarlo. Allo stesso modo, per
> lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto
> inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale.
> Verso questa parola egli tende”.
Jabès confidava nell’“illeggibile” come spazio di scoperta del sé, come modo,
per il lettore, di apprendere “la propria vertigine”. Dunque: tornare al deserto
con il libro in mano, perché il libro sia infranto – o cristallizzato – dalle
sabbie. Chi ripete il testo, si sa, sillaba il mondo, lo avvera.
La Scrittura – chiamiamola per convenienza così – è scrittura che va ascoltata
piuttosto che letta? Che cosa vuol dire ‘leggere’ la Scrittura? O forse –
procedo assecondando le sue suggestioni – leggendo la Scrittura siamo letti? (E
dunque: setacciati, rintracciati, sconfitti).
Direi così: è il libro a istituire la comunità dei suoi ascoltatori, in quanto
esso sussiste solo in quella lettura. Ho provato a riassumere questo andamento
in una formula: “Nel libro si legge il libro”, dove il libro non è solo
l’oggetto, ma prima di tutto il luogo in cui la lettura è possibile. Quel luogo
che fa sussistere tanto i suoi personaggi, quanto i suoi lettori-ascoltatori. Se
poi nella lettura-ascolto del libro siamo setacciati, rintracciati – e, come
suggerisce lei, qualche volta anche sconfitti, perché no –, non di meno il libro
reca con sé i segni del nostro passaggio. Di noi “guastafeste” della Scrittura:
della sua improbabile ieraticità e del suo essere una storia già scritta una
volta per tutte. Storia che, al contrario, cambia a partire dalle tracce che i
nostri passi di lettori del testo lasciano nel libro.
Che cosa intendiamo per Legge? Perché non diventi idolo, la Legge, forse, va
evasa… anzi, va infranta. Soltanto così saprà invaderci e fare uno di un popolo
frantumato.
Direi che la legge individua prima di tutto un piano di operatività, all’interno
del quale è possibile, ogni volta, che una parola si converta in azione,
divenendo così reale (e in un certo senso, sporgendosi anche “oltre” il libro).
Perciò la legge già ci invade, in quanto trama del mondo. Nutro non poche
perplessità per quel paradigma da lei evocato che vedrebbe l’esperienza della
legge nella sua trasgressione-infrazione (tratto tipico dell’antinomismo
cristiano e non solo). Mi pare che, al fondo di quella visione, operi un
malinteso sostanziale dovuto a una lettura parziale e unilaterale di Paolo (ciò
che nel libro chiamo “paolinismo storico”). Se infatti si pone il bisogno di
“farci invadere” dalla legge e da ciò che essa comanda, è perché si ritiene –
prima di tutto – che le siamo essenzialmente estranei. E qui sta il malinteso:
la legge non comanda alcunché, ma – al contrario – è l’indicazione di un luogo
in cui è possibile una qualche forma di agire, di un ordine delle cose che essa
stessa già sostanzia e sorregge. Dietro l’idea che la legge porti con sé un
comando, sta l’indicazione di una frattura da colmare (una scissione avrebbe
detto più avanti Hegel), e quindi anche l’idea di una perdita originaria
dell’unità tra il fare e il mondo. Perdita, peraltro, di cui la stessa legge
(ebraica) sarebbe indicazione e, in ugual misura, causa. Per questo ho
perplessità anche sull’idea di una riunificazione, come ricomposizione di un
quadro perduto. Se nella legge volessimo trovare un’accezione riparativa, allora
non potrebbe che essere la costante disseminazione della propria ingiunzione,
cioè la continua riscrittura di un “ordine” sempre in fieri, mai “reale” fuori
dalle storie-liberazioni che sarà in grado di suscitare. Facendo pertanto di
ogni crepa, di ogni “resto”, una nuova possibilità di vita.
Mosè sigilla la Scrittura morendo. Verrebbe da dire: la lettera uccide… O forse:
di interpretazione si muore. Chiedo a lei.
Come ha scritto una volta Carlo Ginzburg: «la lettera uccide chi la ignora».
Ecco, direi lo stesso dell’interpretazione.
Qual è l’opera della Scrittura? Che cosa opera la Scrittura chiamata Torah?
Opera la possibilità della propria scrittura, ossia che un mondo possa
sussistere, che un’uscita dalla schiavitù possa farsi reale. Cioè porta il mondo
a parola, lo rende raccontabile, ancora e ancora. La torah non è il senso del
mondo, come fosse un insieme di significati predeterminati, un sistema
“valoriale” da applicare a questa o quella circostanza, né una serie di
“comandamenti” (non ci sono comandamenti nel testo, ma parole: la divinità parla
nella voce, Mosè risponde alla stessa maniera). Al contrario, è l’ingiunzione
nella quale le cose possono iniziare a raccontare la propria storia: che è,
anche, sempre storia di nascite, di perdite e di riparazioni.
Rembrandt, Mosè con le tavole della legge, 1659
Nella storia biblica, sempre in bilico, HaShem sceglie gli inadatti, gli
inappropriati. Così, Mosè è impacciato di bocca e a Isaia occorre dissigillare
le labbra. I mediatori soffrono, forse, di troppa intimità con HaShem. Mi dica
lei.
Che i mediatori soffrano di troppa intimità con la divinità è un’evenienza
interessante, poiché la si potrebbe pensare anche nella maniera opposta.
L’ambiguità del testo, l’impossibilità di potersi appropriare di una nozione
determinata di mediazione (ad esempio, nell’immagine di profezia), mi pare la
spia più interessante di questa tensione. In fondo, la torah è un grande
costrutto narrativo per tenersi a distanza – e a riparo – dalla divinità. Non
c’è spazio per nessuno “stato d’eccezione” in essa: la divinità parla, opera,
agisce sempre e solo come personaggio del libro, come entità che appartiene
alla stessa vicenda del testo e del popolo. Credo che qui per la torah valga ciò
che Joseph Roth scrive di Mendel Singer, il suo Giobbe, il quale «non tollerava
miracoli nel regno del visibile».
La porto su altro piano, affine. Nella Scrittura c’è una ‘consegna’: HaShem dà
qualcosa a Mosè, a lui si offre. Nei Vangeli c’è un uomo, il Cristo, che si
consegna, come fosse lui il rotolo e le tavole della legge. Logos – non Graphé
– inchiodato, alla lettera. Forse per questo i cristiani non subiscono la
sacralità del libro – un libro, il Nuovo Testamento, per altro, redatto in una
lingua in cui non si esprimeva il Nazareno. È così?
Faccio fatica a seguirla sul fatto che i cristiani non abbiano subìto la
sacralità del libro, se proprio loro lo hanno reso – per secoli – l’oggetto
devozionale per antonomasia (“parola di Dio”), inaccessibile ai più data la
lingua latina in cui veniva ostinatamente mantenuto, e la cui
lettura-interpretazione era a esclusivo appannaggio dell’autorità clericale.
Pensi anche al paternalismo di tante raffigurazioni degli evangelisti imboccati
o addirittura guidati nella scrittura del Vangelo dalla stessa mano divina o di
un angelo. Ci volle Lutero – che non fu proprio ciò che definirei un
“giudaizzante” – a sollevare la questione nella maniera più netta: anzitutto,
con la sua traduzione tedesca del testo biblico, e poi con le problematiche sul
paradigma esegetico a essa connesse. Tra i vari protagonisti di questa lunga
vicenda, nel libro mi sono servito anche del lavoro dell’umanista fiorentino
Andrea Brucioli che, nel 1532, pubblicò la prima bibbia in volgare: opera che
gli costò la persecuzione da parte dell’Inquisizione e il carcere.
Fortunatamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma il tema resta ed è – per
tornare alla bella immagine della sua sollecitazione – ancora contenuto nel modo
di intendere l’idea di consegna. «Prendete e mangiatene tutti», indica l’atto
del prendere, dell’allungare la mano, dell’afferrare, non solo la ricezione
tacita e passiva.
Cosa intendiamo per memoria? Se io imparassi a memoria la Torah potrei dire di
averla ‘compresa’? Sono io, lettore-interprete-fedele, che divoro il libro o è
il libro a divorarmi e a comprendermi da sempre, ad avermi inghiottito? Cosa
significa dire che la Torah è infinita, sempre nuova, aperta a ogni possibile
interpretazione?
Il tema della memoria ritorna più volte nel libro, soprattutto nel capitolo
dedicato a Freud. È interessante, però, il raccordo che lei propone con un’altra
questione ampiamente trattata nel libro: quella dell’interpretazione. Le direi,
in breve, che né la memoria, né l’interpretazione sono degli automatismi. Questo
perché implicano, ogni volta, un loro raddoppio, una copia – dissimile – di ciò
che ripetono-interpretano. Da questo punto di vista, seppur dall’indubbio
fascino, ho provato a mettere da parte il mantra edificante e – mi conceda – un
po’ rassicurante dell’infinita interpretabilità della torah. Al contrario, ho
provato a indicare come e in che modo queste pratiche interpretative o costrutti
narrativi cortocircuitino (è il caso di alcune pagine su Kafka) o di come lo
stesso testo della torah faccia resistenza – e, talvolta, fornisca gli anticorpi
– contro alcune interpretazioni che ne sono state date. La mia finalità non è
quella di salvare la purezza del testo. Nessun testo è mai del tutto innocente
rispetto alle falsificazioni che di esso vengono fatte. Però ci sono testi che
si piegano alle proprie falsificazioni, altri invece che continuano a
recalcitrare, che protestano, che fanno resistenza. Ecco, la torah è uno di
questi.
Guido Reni, Mosè che infrange le tavole della legge, prima del 1620
In sintesi: che idea di Mosè ci lascia in eredità Freud? Che cosa del suo studio
maciullato sull’“Uomo Mosè” dobbiamo serbare?
È eloquente quest’uso dell’aggettivo “maciullato” riferito al Mosè di Freud.
Perché richiama uno stato di pressione estrema. Separare per purificare, come fa
la gramolatrice che separa le fibre per la tessitura dalle parti legnose. Nel
libro di Freud avviene questo processo, solo che in forma inversa. Freud
“maciulla”, proprio per conservare tutto. Nella sua tela vengono tessute anche
le parti vegetali più tenaci. Ne esce un grande depistaggio, l’idea che ogni
fare e dire implichi sempre uno slittamento, una dislocazione. Per dire la cosa,
parliamo sempre di qualcos’altro, di un fantasma. Quindi più delle ipotesi e
delle conclusioni proposte nell’Uomo Mosè, resta l’operatività di questa
“macchina narrativa” come esempio estremamente vivido di messa in scena della
scrittura, delle sue possibilità e dei suoi limiti.
La porto in un campo a me più prossimo, dal momento che nel libro cita il grande
poeta francese Edmond Jabès. Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè intona un
canto; gli fa seguito la sorella “profetessa”, Maria, che intona il canto
insieme ad altre donne “con i tamburelli e con danze” (a indicare una
peculiarità femminile nel legame di linguaggio tra Israele e HaShem?). Che
valore ha, rispetto alla Legge, la poesia nella Scrittura? Che ‘operazione’
svolge?
Le risponderei che non lo so. Nel senso che più che una peculiarità delle donne
riguardo al linguaggio, mi pare ci sia proprio una controstoria scritta
dall’elemento femminile che attraversa i cinque libri delle torah.
Una controstoria che non ridurrei solo al ruolo salvifico – seppur essenziale –
che i personaggi femminili giocano nei confronti di Mosè (la figlia di Faraone
che lo ritrova nella cesta, la moglie Tzipporah che gli salva la vita durante
una vicenda assai oscura prima del Sinai, la sorella Myriam che trova, nel
canto, le parole più adeguate per restituire il senso della liberazione
avvenuta). Questa controstoria costituisce una vera e propria messa in
discussione del paradigma narrativo mosaico, che – a differenza delle altre
contese – non produce nuovi conflitti nel testo, ma piuttosto supplementi di
senso, prolungamenti e vie di uscita di quel paradigma narrativo, spingendo Mosè
in luoghi del testo in cui non sa spingersi. Penso, ad esempio, alle figlie
di Zelofehad nel libro dei Numeri che rivendicano il loro diritto all’eredità
paterna. Ecco, che questa controstoriapoi assuma anche la “leggerezza” del
canto, è un aspetto che mi offre un’ulteriore pista di lavoro alla quale non
avevo pensato (per la quale non posso che ringraziarla).
*In copertina: Jean-Michel Basquiat, Moses and the Egyptians, 1982
L'articolo “Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca
proviene da Pangea.
Tag - Israele
Lotte nei Paesi Bassi contro Microsoft e sionismo; Palantir e il (nuovo)
militarismo; shutdown di Internet in Iran, Tanzania e non solo; aumentano i
progetti per nuovi datacenter, ma aumenta anche l'opposizione alla loro
costruzione.
Apriamo la puntata con una rassegna delle lotte nelle università olandesi
nell'anno scorso in solidarietà con la Palestina, contro le collaborazioni con
Israele e gli accordi tecnologici con Microsoft.
A proposito degli effetti della ricerca delle università israeliane, riportiamo
un articolo scritto da un ex dipendente di Palantir, che ci permette di
ragionare sul cambiamento delle modalità della guerra nell'era della
sorveglianza digitale.
Parliamo di internet shutdown: dal caso dell'Iran (tuttora in corso) allarghiamo
lo sguardo al meno noto blocco in Tanzania e altre forme di censura massiva.
Approfondisci su: Keep it on; ooni; puntata di stakkastakka, dedicata al tema;
netblocks.
Infine, parliamo di datacenter: l'accelerazione dello sviluppo
dell'infrastruttura informatico passa anche per la costruzione di sempre nuovi
datacenter, sempre più grandi. La costruzione di datacenter subisce però più
opposizioni che in passato, grazie ad una maggiore consapevolezza sui loro
effetti. Per capire quanto poco siano realistiche le aspettative di un
datacenter "ecologico" (sempre paventato da chi li vuole costruire), leggiamo il
comunicato di... Microsoft. Approfondisci sulle Pillole
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
Puntata con aggiornamenti vari su disinformazione, censure, alleanze tra BigTech
e Usa che mettono in crisi le nostre posizioni. A rallegrarci ci pensa Martha
Root e la sua azione contro i siti di dating dei suprematisti bianchi.
La disinformazione israeliana continua a trovare un alleato in Google: questa
volta la campagna riguarda le ONG sotto attacco.
Prosegue il braccio di ferro tra l'Agcom e Cloudflare riguardo al Piracy Shield
e alla censura sul DNS: alla multa di Agcom, la risposta potrebbe arrivare dal
governo Usa, di cui Cloudflare invoca la protezione.
All'ultima edizione del CCC - Chaos Communication Congress - una delle
presentazioni mostrava come ci si è potute infiltrare dentro ad un sito di
dating di stampo suprematista, riservato a persone bianche, con l'uso di un
chatbot. Come ciliegina sulla torta, i dati sono stati pubblicati e il sito
cancellato.
Conclusione con un approfondimento sul blocco di Internet in Iran. Mentre le
proteste vanno avanti, la sera dell'8 Gennaio il blocco è diventato pressoché
totale: dall'Iran non c'è più connettività con altri paesi.
Ascolta l'audio sul sito di Radio Onda Rossa
Attraverso Google Ads, Israele sta promuovendo contenuti contro MSF, cercando di
imporre la propria narrazione sulla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.
Dal 1° gennaio 2026 oltre trenta organizzazioni umanitarie internazionali non
possono più operare nella Striscia di Gaza. Tra queste, Medici Senza Frontiere
(MSF). Secondo Israele non hanno rispettato i requisiti di registrazione
introdotti nel marzo 2025 e fornito garanzie sufficienti per escludere legami
con gruppi terroristici, in particolare Hamas e Jihad Islamica. Una posizione
che Israele sta portando avanti attraverso una campagna strutturata di
sponsorizzazioni su Google Italia. Chi cerca infatti sul motore di ricerca
"Israele e Medici senza Frontiere" trova come primo risultato un documento
diffamatorio contro MSF. Per farlo comparire in cima è bastato pagare.
Leggi l'articolo di Fanpage
Nel 2021, Google e Amazon hanno stipulato un contratto da 1,2 miliardi di
dollari con il governo israeliano per fornire servizi avanzati di cloud
computing e intelligenza artificiale, strumenti che sono stati impiegati durante
i due anni di attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza. I dettagli del
contratto, noto come Progetto Nimbus, sono stati mantenuti riservati.
Documenti riservati del Ministero delle Finanze israeliano ottenuti dal
Guardian, tra cui una versione definitiva del contratto, e fonti vicine alle
trattative rivelano due richieste vincolanti che Israele ha imposto ai giganti
della tecnologia come parte dell'accordo. La prima vieta a Google e Amazon di
limitare l'utilizzo dei loro prodotti da parte di Israele, anche se tale
utilizzo viola i loro termini di servizio. La seconda obbliga le aziende a
informare segretamente Israele se un tribunale straniero ordina loro di
consegnare i dati del paese memorizzati sulle loro piattaforme cloud, aggirando
di fatto i loro obblighi legali.
I funzionari israeliani incaricati di redigere il contratto avevano previsto la
possibilità che Google e Amazon fossero oggetto di azioni legali relative
all'uso della loro tecnologia nei territori occupati.
Uno scenario che preoccupava particolarmente i funzionari vedeva le due società
ricevere da un tribunale di uno dei paesi in cui operano l'ordine di consegnare
i dati di Israele alla polizia, ai pubblici ministeri o alle agenzie di
sicurezza come parte di un'indagine. Ad esempio, per valutare se l'uso dei loro
prodotti da parte di Israele fosse collegabile a violazioni dei diritti umani
nei confronti dei palestinesi.
Articolo originale in inglese qui
Italiano qui
Nel 1977 l’editore Harper & Row pubblica Amen, una raccolta del poeta
ebreo Yehuda Amichai. All’epoca, Amichai compiva cinquantatré anni: nato a
Würzburg, in Franconia, nel 1924, si era trasferito, ragazzino, al seguito della
famiglia, a Gerusalemme. Hitler era da poco “Führer” del Reich. Fu insegnante,
servì durante la Seconda guerra e, in forme diverse, nelle diverse guerre che
hanno falciato la Palestina. Fu, infine, uno strenuo ‘operatore di pace’. La sua
famiglia viveva in Germania dal Medioevo; i genitori venivano da una generazione
di contadini, avevano una fattoria a Giebelstadt, in Baviera.
Amen è aperto da un’introduzione di Ted Hughes. Il grande poeta inglese –
all’epoca aveva già pubblicato i libri più noti: The Hawk in the Rain, Lupercal,
Crow – spiega nel suo scritto, per così dire, le ragioni di un amore. Aveva
letto per la prima volta Amichai nel 1966, restandone stordito. “La sua poesia
tiene conto dei Profeti, della storia biblica, del mondo soprannaturale della
tradizione mistica ebraica e del ruolo simbolico di Israele, in particolare di
Gerusalemme. Ha la forza interiore di chi è sopravvissuto alla diaspora e alla
particolare elezione imposta alla sua gente da Hitler”. A Hughes sorprendeva che
una simile carica storica, quella terribile tensione emotiva non sfamasse una
poesia vertiginosa, sapienziale, magari, ma arida nei modi e nei toni. No.
Amichai eseguiva quel fardello in un vagabondaggio lirico colloquiale, facile,
come acqua sul viso. Amichai si era fatto carico di un’era grave di lutti e di
infamie, riconducendola all’inno, a una forma di spietata pietà, al formulario
delle cose di ogni giorno. C’è qualcosa del pane spezzato e della veglia sopra
la culla, c’è, cioè, un’insonnia, un risoluto andare verso il deserto e il
frutteto che è l’uomo, verso il corpo nudo e il corpo scatenato, nelle poesie di
Amichai. Un poeta che lascia le porte e le finestre aperte, un poeta rivelato,
diversamente dai poeti tumulati in un segreto, che vogliono segregare la
congrega dei propri lettori in un romitorio.
Ted Hughes scrisse di un “linguaggio per immagini che opera con la complessità e
la ricchezza dei geroglifici”. Scrisse che quelle raccolte in Amen erano “le
poesie inglesi di Yehuda Amichai”. Il lavoro era stato compiuto insieme. Amichai
aveva realizzato una versione parziale dei testi, Hughes operò “correggendo
alcune stranezze, cambiando il fraseggio di alcuni versi. In sostanza, mi
premeva preservare il tono e la cadenza della voce di Amichai in inglese”. Fu
una specie di patto. Hughes aveva fatto tradurre alcune poesie di Amichai,
alcuni anni prima, ad Assia Wevill, la donna per cui aveva lasciato Sylvia
Plath, ebrea di origine russa per parte di padre.
Yehuda Amichai, in verità, si chiamava Ludwig Pfeuffer. In un’intervista
rilasciata a Lawrence Joseph per la “Paris Review” (Issue 122, Spring 1992), il
poeta racconta tratti della sua infanzia in Germania. “A casa nostra si
respirava molta cultura. Soprattutto, musica e poesia: Goethe, Schiller, Heine
su tutti. Mia madre e mia nonna mi leggevano brani di letteratura tedesca.
Andavamo regolarmente in sinagoga, interpretavo la Bibbia. Nei paesaggi
tedeschi, per me molto belli – fiumi, montagne, foreste, laghi – trasfiguravo il
panorama biblico. La valle soleggiata dove siamo capitati in gita scolastica,
nella mia immaginazione era la valle in cui Davide e Golia si erano sfidati.
Certo, l’antisemitismo c’era, ben prima di Hitler. Ci insultavano. Ci lanciavano
pietre. Ci chiamavano ‘Isaac’, come chiamavano ‘Ali’ o ‘Mohammed’ i musulmani,
gridando, ‘Andatevene in Palestina’. Eppure, il paesaggio tedesco per me restava
un idillio”.
Le poesie di Amichai ebbero un successo clamoroso: tradotte in diverse lingue –
compreso il cinese, il giapponese e il nepalese – attecchirono con particolare
fortuna nel mondo inglese. Dagli anni Settanta, Amichai fu ‘poet in residence’ a
Berkeley e alla New York University; durante il discorso di accettazione del
Nobel per la pace, Yitzhak Rabin citò una sua poesia. In Italia, le
sue Poesie sono state tradotte da Ariel Rathaus per Crocetti, e costantemente
ristampate, tra il 1993 e il 2021.
Amichai è morto il 22 settembre del 2000. Nel ‘coccodrillo’ firmato per il
“Guardian”, Lawrence Joffe ricorda che la popolarità di Amichai era scandita
dalla sua scontrosa ritrosia: “Ha resistito per tutta la vita all’appellativo di
‘poeta nazionale d’Israele’, benché i suoi modi di dire si siano insinuati nel
linguaggio di ogni giorno, le madri in lutto recitino i suoi versi sulle tombe
dei figli caduti in guerra e diverse canzoni rock abbiano preso spunto dai suoi
libri. Eppure, queste cose non lo intaccavano: restava coi piedi per terra,
preferiva la Gerusalemme degli antichi vicoli alla moderna Tel Aviv, era un
sionista critico, lo ripugnavano i trionfalismi, voleva una pace fatta di
normalità e affetto per il prossimo, affermò l’autenticità dell’individuo contro
il rigore dell’ortodossia, disse che ‘L’unico compito di un intellettuale è
concedere patria al dubbio’”. Lo dissero Irreverent poetic conscience of Israel.
Ha avuto due mogli e tre figli.
Da ragazzo, restò folgorato dai versi di Auden e di Eliot. Disse di lenzuola e
deserti, riferì l’amore carnale e i sussurri dei morti, i giochi dei bimbi e la
vergogna della guerra; disse di Dio e del buco della camicia – che forse sono la
stessa cosa, perché tutto è nel tutto, e tutto ansima, e tutto soffre e di tutto
devi prenderti cura.
***
Da Canti della patria
I
Il nostro bambino fu svezzato nei primi giorni
di guerra. Corsi a fissare
l’orrore del deserto.
Rientrai che era notte, per vederlo
dormire. Già dimentico
dei capezzoli della madre, li dimenticherà
fino alla prossima guerra.
Così, così piccolo,
chiuse le speranze, si aprì alla vastità
del compianto – che non si chiude mai.
*
2
La guerra scoppiò in autunno tra i vuoti del confine
dove sono dolci i grappoli e le arance.
Il cielo è blu, come le vene tormentate sulle cosce
di una donna.
Per chi lo fissa, è uno specchio il deserto.
I maschi, tristi, portano il ricordo delle loro famiglie
in sacchi, sacchetti e cupi zaini
nelle borse e nell’iride che scema.
Sangue congelato nelle vene. Non si versa
puoi solo farlo a pezzi.
*
3
Il sole di ottobre ci scalda il viso.
Un soldato riempie secchi di sabbia:
è soffice, un tempo era il suo gioco.
Il sole di ottobre scalda i nostri morti.
Il dolore è una lastra di legno.
Le lacrime sono chiodi.
*
4
Non ho nulla da dire sulla guerra
nulla aggiungo. Mi vergogno.
Tutta la conoscenza che ho acquisito in una vita
è inutile, sono un deserto
che rinuncia all’acqua.
Sto dimenticando
nomi che non avrei mai pensato di dimenticare.
A causa della guerra ridico ancora
per un estremo commiato dalla dolcezza:
Il sole gira intorno alla terra. Sì.
La terra è come una zattera alla deriva. Sì.
Dio è in Paradiso. Sì.
*
5
Recluso in me. Come
un acquitrino, stretto, putrido. Dormo
ibernato nella guerra.
Mi hanno fatto colonnello dei morti
sul Monte degli Ulivi.
Anche quando vinci, sempre,
hai perso – sei perduto.
*
8
L’uomo incendiato che eredità ci lascia?
Che ordine ci impone l’acqua?
Non fare rumore, che sia nel candore
resta silente al suo fianco
lascia che scorra.
*
33
Canto per la patria: La conoscenza
delle sue acque comincia con le lacrime.
A volte amo l’acqua, a volte la pietra.
In questi giorni, preferisco le pietre.
Potrei cambiare.
*
36
Ogni notte Dio mostra la sua
splendida mercanzia davanti al negozio:
sacri carri, tavole della legge, pietre
preziose, croci e campane
poi li ripone in scatole buie
e abbassa le saracinesche: “Anche oggi
nessun profeta è venuto a comprare qualcosa”.
*
Canto d’amore
È iniziata così: Il cuore è diventato
audace e felice e facile, come
quando i lacci degli stivali si allentano
e devi inginocchiarti.
A questo sono succeduti altri giorni.
Ora sono come il cavallo di Troia
pieno di terribili amori:
ogni notte scoppiano, si scatenano
ma all’alba rincasano
nel mio oscuro ventre.
*
Salmo
Quando un uomo viene abbandonato
dal suo amore, uno spazio vuoto, circolare
si espande dentro di lui come una grotta
capace di ospitare caute, meravigliose stalagmiti.
Come lo spazio vuoto
della storia, aperto al
Senso allo Scopo alle lacrime.
*
Canto d’amore
Fiacco, pesante, con una donna al balcone
“Resta con me”. Ma le strade muoiono come gli uomini:
in silenzio o all’improvviso si spezzano.
Resta con me. Voglio essere te.
In questo paese incendio
le parole non sono che ombre.
*
Canto d’amore
Le persone si usano
per curare il loro dolore. Si mettono
sulle ferite esistenziali
sugli occhi sulla vagina sulla bocca sulla mano aperta.
Si stringono, l’un l’altro, senza lasciarsi più.
*
Piccolo canto della quiete
Se vagabondare è più scaltro di morire
non abbiamo nulla da temere.
Hai due mani e due piedi
non sei solo.
Bellissimi corpi avvolti nell’amore
con la scaltrezza e la sapienza dell’asilo nido.
Un uomo passa attraverso il muro
e il muro resta intatto e lui resta intatto.
Sei un uomo simile
o lo diventerai.
*
Ho molti morti tumulati nel vento
Mia madre in lutto, ma sono ancora vivo.
Sono come lo spazio
che lotta contro il tempo.
Una volta il colore verde era la felicità
del tuo viso alla finestra.
Solo nei sogni amo ancora con quella forza.
*
L’anima
Infuria un’epica battaglia perché la bocca
non si indurisca e le mascelle
non si mutino nelle potenti porte
di una cassaforte di ferro, perché questa mia
vita non venga detta pre-morte.
Come un foglio ormeggiato a una staccionata
finché soffia il vento, così
l’anima si aggrappa al mio corpo.
Cadrà quando il vento smetterà di soffiare.
*
Perduto nella grazia
Perduto nella grazia
come un piede dentro scarpe troppo grandi.
Il piccolo buco nella mia camicia
è un occhio in più attraverso cui guardare.
Cosa porti con te per dormire?
Il sonno e un cuscino rosa, abbracciati.
Le ruote della biciletta di mio figlio,
il più grande, girano tutta la notte. Non dormo.
Il pesce di suo fratello è giallo e di plastica:
sorride sempre.
La solitudine ha tante finestre e una porta.
Ha tubature fuori e dentro, come ogni casa.
Ciò che ho davanti a me è grande
e silenzioso, come lo spazio, immobile e vuoto, di un cimitero.
*
Le candele si sono spente
e ora i miei occhi non hanno
più ragione di inumidirsi.
L’eternità mi azzanna come un cane
ed è duro il suo abbaiare.
Per allentare la pressione
alleno il sangue
a digerire e a fornicare
così si disperderà
tra l’intestino e il pene
senza più recare dolore al cranio.
Nei giorni della mia infanzia e nelle notti d’amore
ho nascosto miniere di verità.
Ma sono cresciuto
e ho bruciato le mappe.
Ecco perché vivo in bilico
tra menzogne precarie e non fuggo.
Ancora una volta, le immagini si moltiplicano
e le parole sono rare.
Come un libro per bambini.
Così il cerchio si chiude.
Yehuda Amichai
L'articolo “Il cuore è diventato audace”. Le poesie di Yehuda Amichai proviene
da Pangea.
Lunga puntata dedicata ad un racconto, attraverso molti report di 7amleh -
centro di ricerca arabo sui social media - e non solo, dell'uso della tecnologia
da parte di Israele come strumento di oppressione e di genocidio.
Il primo frammento di audio è dedicato al tema della distruzione
dell'infrastruttura di rete; e alle difficoltà di comunicazione delle persone
palestinesi in un contesto di censura che, in più, richiede a chi subisce un
genocidio di performare il ruolo della vittima nei modi richiesti dai social
media.
Proseguiamo con una rassegna delle tecnologie militari che non sarebbero
possibili senza il coinvolgimento delle solite grandi imprese.
Infine, risultati delle campagne di boicottaggio e lotte per fermare i rapporti
tra queste aziende e Israele.
Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
Microsoft collabora con l'unità 8200, facilitando sorveglianza e attacchi a Gaza
e Cisgiordania
Nel tardo 2021, il CEO di Microsoft, Satya Nadella, ha incontrato Yossi Sariel,
comandante dell’unità di intelligence israeliana Unit 8200, presso la sede
dell’azienda vicino a Seattle. Oggetto del colloquio: trasferire una quantità
enorme di materiale segreto nei server cloud di Microsoft.
L’accordo – rivelato da Guardian – prevedeva la creazione di un’area riservata
all’interno della piattaforma Azure, dove Unit 8200 ha iniziato a costruire un
nuovo sistema di sorveglianza di massa. Questo strumento raccoglie e archivia
quotidianamente milioni di telefonate di palestinesi nella Striscia di Gaza e in
Cisgiordania, consentendo l’accesso retroattivo ai contenuti delle
conversazioni.
Rivelato per la prima volta da un’indagine congiunta del Guardian, del magazine
+972 e del sito Local Call, il sistema è operativo dal 2022. Microsoft sostiene
che Nadella non fosse a conoscenza della natura dei dati che Unit 8200 intendeva
archiviare. Tuttavia, documenti interni e testimonianze di 11 fonti tra
Microsoft e ambienti militari israeliani indicano che Azure è stato utilizzato
per conservare un vasto archivio di comunicazioni quotidiane palestinesi.
Leggi l'articolo
LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI PER I DIRITTI DIGITALI «Vengono utilizzati per
facilitare gli omicidi indiscriminati» nella Striscia
Sì, anche i dati. Fornisce soldi e armi per il genocidio, aiuta nella ricerca di
nuovi strumenti per lo sterminio. Ma questo lo sanno tutti, lo conferma la «non
sospensione» dell’accordo di associazione di poche settimane fa. Pochi, però,
sanno che l’Europa fa di più: fornisce, “regala” ad Israele anche i dati dei
suoi cittadini. Che in qualche modo aiutano quel genocidio, sono un “pezzo” del
genocidio.
BENINTESO, la notizia non è nuova. Perché in Europa funziona così: c’è il Gdpr –
la più avanzata delle leggi in materia di privacy e che, non a caso,
infastidisce il comitato di big tech che governa gli Usa – che regola e vieta
nel vecchio continente l’estrazione delle informazioni sugli utenti digitali.
Nel resto del mondo però non ci sono le stesse norme. Così l’Europa – quando i
diritti contavano, all’epoca di Rodotà per capirci – decise che i dati personali
potevano essere trattati da paesi extra europei solo se garantivano gli stessi
standard, la stessa protezione.
Un tema delicatissimo – lo si intuisce – perché i server dei colossi digitali
più usati hanno tutti sede negli States, dove le leggi in materia semplicemente
non esistono. E questo ha dato vita a molti contenziosi, per ora tutti vinti dai
difensori dei diritti, l’ultimo dei quali deve ancora concludere il suo iter.
Ma questo è un altro discorso. Qui si parla di Israele. Otto mesi dopo l’avvio
delle stragi a Gaza, 50 associazioni si rivolsero alla commissione di Bruxelles
perché era già evidente che non esistessero più le condizioni – se mai ci
fossero state – per definire «adeguata» la protezione dei dati europei in
Israele. Di più: le organizzazioni rammentavano che la reciprocità nell’uso dei
dati può avvenire solo – è scritto testualmente – con paesi e governi che
assicurino il «rispetto dei diritti umani».
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Apriamo la puntata parlando delle ultime svolte in maniera di Intelligenza
Artificiale, in particolare facendo il quadro dell'ingresso delle industrie
cinese nel mercato dei Large Language Models e provando a discutere dei
risultati del CHIPS Act: è servito, o i recenti sviluppi mostrano che era ormai
troppo tardi?
Ci spostiamo poi al mondo dei social media, segnalando la decisione di
ValigiaBlu di uscire, oltre che da X, anche dalle piattaforme di Meta.
Evidentemente il video di Zuckerberg che si inchina a Trump ha segnato un
precedente, per quanto ci sembra che le principali criticità fossero già insite.
Nuovo caso di Malware sviluppato da aziende israeliane, e diffuso tramite
Whatsapp. Molte le persone coinvolte, in decine di paesi, tra cui l'Italia.
L'unico nome che conosciamo è proprio quello di un giornalista italiano,
Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it.
Notiziole varie: dall'impatto delle sanzioni sul software libero, a come battere
il boss finale della Nintendo, passando per l'utilizzo dell'Intelligenza
Artificiale nelle indagini.
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa