> «Ah! Giacobbe» dice il Master. «Ecco Esaù di ritorno». «James,» dice Mr. Henry
> «per amor di Dio, chiamami col mio nome. Non farò finta di essere felice di
> vederti, ma voglio accoglierti meglio che posso nella casa dei nostri padri».
> «O nella mia casa? O in casa tua?» ribatte il Master, «Cosa stavi per dire? Ma
> questa è una vecchia ferita, e non è il caso di stuzzicarla.»
>
> (Robert Louis Stevenson, Il Master di Ballantrae, Adelphi, p.103)
***
> «Un certo giorno i fratelli scacciati si riunirono, abbatterono il padre e lo
> divorarono, ponendo fine così all’orda paterna. Uniti, osarono compiere ciò
> che sarebbe stato impossibile all’individuo singolo.»
>
> (Sigmund Freud, Totem e Tabù)
Al principio non fu il parricidio, ma la fratellanza. Da Caino e Abele a
Giuseppe e Beniamino, è il complesso rapporto tra fratelli a muovere le cose, a
scandire gli eventi e a dar inizio alla storia. Non per nulla, secondo Jung,
quello dei fratelli nemici non è soltanto uno dei tanti archetipi, ma il
paradigma di tutti. (R. Esposito)
> «Mio caro Henry, tocca a te giocare» aveva detto, e ora continuò: «È molto
> strano come anche in una cosa insignificante quale una partita a carte tu
> esibisca la tua rozzezza. Tu giochi, Giacobbe, come un piccolo possidente di
> campagna, o un marinaio in una taverna. La stessa ottusità, la stessa piccola
> avidità, cette lenteur d’hébété qui me fait rager; è strano che io abbia un
> fratello simile. Perfino Piedipiatti dimostra una certa vivacità quando vede
> in pericolo la sua posta, ma la noia di una partita con te, giuro che mi
> mancano le parole per descriverla». Mr. Henry continuò a guardare le sue
> carte, come meditando sulla maniera di giocarle, ma la sua mente era altrove.
>
> (Stevenson, Il Master di Ballantrae, cit., pp.127-128)
James schernisce suo fratello Henry così come il diavolo deride e colpisce il
suo duellante. Tra le molteplici apparizioni dell’Avversario presenti nella
tradizione biblica, quella dell’angelo che appare a Giacobbe, lo stesso Giacobbe
che invoca il Master, è sicuramente una delle più misteriose e affascinanti:
> Giacobbe rimase solo. Un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.
> Vedendo di non riuscire a vincerlo, lo colpì alla giuntura dell’anca, che si
> slogò. Poi gli disse: «Lasciami andare, perché spunta l’aurora!». Ma Giacobbe
> rispose: «Non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetto». L’altro gli
> domandò: «Qual è il tuo nome?». «Giacobbe», rispose. Ed egli disse: «Non ti
> chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli
> uomini e hai prevalso». Là lo benedisse. Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl,
> dicendo: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è rimasta salva». Il sole
> sorse mentre egli si allontanava, zoppicando a causa dell’anca.
>
> (Gen 32, 23-33)
Giacobbe è ormai alle soglie della terra promessa ad Abramo, ma il suo cammino è
sospeso da un’ultima, decisiva prova. Prima di attraversare il torrente Iabbòq,
attende con crescente angoscia l’incontro con il fratello Esaù, che anni prima
aveva ingannato sottraendogli sia il diritto di primogenitura sia la benedizione
paterna. Ignora quali siano le intenzioni del fratello, ma tutto lascia
presagire un regolamento di conti. È proprio in questa notte di attesa e di
timore, quando il passato sembra tornare a reclamare il proprio debito, che
Giacobbe viene raggiunto dal misterioso avversario con cui lotterà fino
all’alba. Non è un caso che una delle interpretazioni più antiche e persistenti
abbia identificato quell’enigmatica figura con Esaù stesso: prima ancora che con
il divino, Giacobbe sembrerebbe confrontarsi con il fratello tradito, con il
peso della colpa e con il conflitto irrisolto che da anni lo accompagna. Il
punto decisivo del racconto biblico non consiste tanto nella riconciliazione
finale dei due fratelli, quanto nella loro definitiva separazione:
> «Una volta riconciliati, i fratelli si separano definitivamente non perché […]
> la loro pace sia falsa, ma perché l’unica possibilità di vivere pienamente,
> per i gemelli, passa per la loro divisione. La legge della divisione binaria è
> bivalente, allo stesso tempo minaccia e libera la vita. Il rapporto non
> esclude ma include il non-rapporto, così come l’unità non nega ma comprende la
> separazione.»
>
> (R. Esposito, I volti dell’avversario, Einaudi, 2024)
Il vero pericolo non è il conflitto in sé, bensì l’indistinzione. Il culmine
della violenza, infatti, è rappresentato nel momento in cui Giacobbe assume
l’identità del fratello attraverso l’inganno paterno:
> «La violenza assoluta nasce sempre dall’indifferenziato: è il modo in cui i
> Due, una volta vicini, reagiscono al rischio dell’indifferenza, non
> limitandosi a distinguersi ma sfidandosi a morte.»
La notte che attraversa le acque dello Iabbòq continua a proiettare la sua
ombra. Nel Master di Ballantrae (si veda la recente edizione Adelphi a cura di
Masolino d’Amico) Stevenson ne raccoglie l’eredità simbolica, facendo della
rivalità fraterna non soltanto il motore della vicenda, ma la figura di una
divisione più radicale. Ogni incontro tra James e Henry, all’inizio del libro
divisi su due fronti opposti, rinnova il conflitto, trasformando il sangue in
destino e la parentela in una ferita che nessuna distanza riesce a rimarginare.
Tale ferita affonda le proprie radici nell’ordine stesso della famiglia: James è
il figlio prediletto, il primogenito sul quale convergono l’ammirazione del
padre e l’affetto di Alison Graeme, mentre Henry è costretto a occupare
costantemente una posizione subordinata. Anche quando James viene creduto morto
e Henry ne assume il posto, ereditandone il ruolo e sposandone la promessa
sposa, quella sostituzione non produce alcuna ricomposizione. Al contrario, il
ritorno del Master riapre ogni antica lacerazione: James si compiace di
dimostrare che il padre continua a preferirlo, che Alison non ha mai smesso di
subirne il fascino e che persino l’affetto della figlia di Henry si orienta
spontaneamente verso di lui.
Ciò che i due fratelli si trovano di fronte non è un nemico esterno, bensì ciò
che abita il loro cuore. Il loro scontro nasce dall’esigenza di sottrarsi
all’indistinzione originaria, di conquistare un’identità irriducibile a quella
dell’altro. Tuttavia, quanto più ciascuno tenta di differenziarsi, tanto più
finisce per dipendere dal fratello come unico termine della propria esistenza.
Henry finisce progressivamente per definirsi attraverso James, mentre James
sembra esistere soltanto nella misura in cui può perseguitare e annientare il
fratello. Per questo il romanzo non racconta né la vittoria dell’uno sull’altro
né l’affermazione di un principium individuationis capace di separare
definitivamente i due fratelli. Quello che si mette in scena è l’impossibilità
di ricomporre una fraternità irrimediabilmente lacerata, destinata a trovare il
proprio compimento soltanto nella morte condivisa.
Il Master of Ballantrae appare così come un momento decisivo nell’evoluzione
della riflessione stevensoniana sul doppio. Se in Jekyll e Hyde la scissione
assume una forma fisiologica e psicologica, nel Master essa si manifesta ancora
attraverso due fratelli apparentemente distinti, ma già destinati a rivelarsi
come le due manifestazioni di un’unica coscienza divisa. Hyde, in questo senso,
non nasce improvvisamente tra le fiale del dottor Jekyll: la sua figura è già
prefigurata nella lunga genealogia degli avversari fraterni che, come si è
detto, dalla Bibbia conducono fino a James Durie, trasformando il fratello
nell’ombra più inquietante.
La stesura del Master venne iniziata nel 1887, durante una gelida notte
d’inverno in un piccolo villaggio al confine tra gli Stati Uniti e il Canada, e
venne portata a termine due anni dopo, a Waikiki, luminosa isola dei Mari del
Sud che Stevenson amò. Come ricorda nella dedica, il romanzo fu scritto
soprattutto navigando. Proprio di questa esistenza errabonda dell’autore l’opera
conserva l’impronta. È un romanzo di omerico νόστος verso quella lontana Scozia
alla quale lo scrittore non avrebbe mai più fatto ritorno; ma il Master è
soprattutto il romanzo della confusione tra il bene e il male,
dell’inestricabile intreccio fra un male irresistibilmente e diabolicamente
seducente e un bene continuamente sconfitto e umiliato.
> Di quanto tempo fosse passato non ho idea; possono essere state tre ore, o
> possono essere state cinque, con l’indiano a sforzarsi di rianimare il corpo
> del suo padrone. Solo una cosa so, che era ancora notte, e la luna non era
> ancora tramontata, benché si fosse abbassata assai e adesso striasse il
> pianoro di lunghe ombre, quando Secundra emise un piccolo grido di
> soddisfazione: e, chinandomi subito in avanti, io stesso credetti di percepire
> un cambiamento sul viso gelato del dissepolto. Un attimo dopo vidi tremolare
> le sue palpebre; poi queste si sollevarono del tutto, e il cadavere vecchio di
> una settimana mi guardò in faccia per un momento. Su questa manifestazione di
> vita posso giurare personalmente. Da altri ho sentito che cercò visibilmente
> di parlare, che gli si videro i denti attraverso la barba, e che aveva la
> fronte corrugata come in un’agonia di dolore e di sforzo. E così potrebbe
> essere stato; io non lo so, ero impegnato altrimenti. Perché, a quel primo
> schiudersi degli occhi del morto, milord Durrisdeer cadde a terra, e quando lo
> sollevai era cadavere.
James e Henry Durie non sono fratelli ma il volto e il rovescio di un’unica
natura, due possibilità come all’alba lo furono Caino e Abele e i due figli
nella parabola del figliol prodigo. Non c’è un innocente e un colpevole; c’è
solamente il lento consumarsi di due destini che finiscono per alimentarsi l’uno
dell’altro. Una candela con due stoppini che si scioglie inesorabilmente.
Tony Vero
*
Bibliografia minima:
Freud, S. (2010). Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei
selvaggi e dei nevrotici. Bollati Boringhieri.
La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali. (2021). La Bibbia.
Nuovissima versione dai testi originali(E. Bianchi, Cur.). Edizioni San Paolo.
Esposito, R. (2024). I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo.
Einaudi.
Stevenson, R. L. (2026). Il Master di Ballantrae (M. d’Amico, A cura di).
Adelphi.
*In copertina: Robert Louis Stevenson secondo John Singer Sargent, 1887
L'articolo “Il Master di Ballantrae” o l’eterno dissidio tra Caino e Abele
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Fin dall’attacco, l’evangelista Marco ci prende per i capelli gettandoci in una
vicenda vorticosa – di fuggiaschi. Nei primi quarantacinque versetti del più
antico tra i Vangeli, c’è tutto: la profezia e l’arresto, il profeta – Giovanni,
“che si cibava di locuste e di miele selvatico” – e gli accoliti, i seguaci – in
verità: i braccati dal Cristo, i chiamati –, “pescatori” che saranno “pescatori
di uomini”; c’è il tempio e il deserto, c’è il male e il maligno, c’è la lotta
cosmica – contro gli spiriti impuri – quella intellettuale – contro gli scribi –
quella domestica – “la suocera di Simone giaceva febbricitante nel letto”. Ci
sono indemoniati e lebbrosi, c’è la guarigione e la scomparsa – la compassione
di Gesù, la fantomatica reticenza (“Bada, non dire quello che è avvenuto ad
alcuno…”). C’è l’uomo e il disumano; il battesimo e la supplica; la sequela –
dei discepoli, degli scelti – e l’inseguimento – di tutti gli altri, le città
intere: “tutti ti cercano”.
È una corsa verso il sepolcro vuoto, il vertiginoso Vangelo di Marco – è il suo
ritmo a stordirci: trasuda vita, essuda pietà. Lev Tolstoj lo metteva ai vertici
della letteratura mondiale; lo preferiva a Shakespeare. I versetti che
sigillano, consacrano e danno il via all’evento evangelico mi pare siano l’11 e
il 12: non appena la “voce dall’alto” riconosce che Gesù è “mio Figlio, quello
amato”, “lo Spirito lo spinse nel deserto”. All’acqua battesimale fa seguito la
sete assoluta; dal Giordano si va al deserto; la parentela – Giovanni, il
cugino; Dio, il Padre – sfocia nell’orfanità; il riconoscimento dev’essere
sancito dalla suprema prova. La sintesi di Marco – una grazia – è brutale: “là
[nel deserto] rimase per quaranta giorni, sempre tentato da Satana. Egli stava
assieme alle bestie feroci mentre gli angeli lo servivano”. Contro i veleni di
Satana è di conforto, per Gesù, la compagnia dei predatori – therion – e degli
angeli, i suoi diaconi (diakoneó è il servizio che offrono al loro padrone).
Gesù si trova a suo agio tra le bestie selvagge – tutt’uno col mondo – e con gli
angeli – le divine aquile dell’altro mondo –: parla le lingue degli angeli e
quelle degli animali. L’uomo – che chiama, guarisce, sfama – gli è difficile:
Gesù inizia il proprio magistero quando Giovanni viene confinato in prigione e
“iniziò a educare alla Parola” (1, 21; più suggestivo del neutro
“insegnare”). Il verbo va rialfabetizzato dal Verbo.
Ma queste sono ciance. Chi ha pratica nel Vangelo, sa che il testo è infinito,
che sconfigge ogni tentativo di trarre leggi dai suoi abissi, modi d’essere dai
suoi continui sconfinamenti. Il Vangelo sfugge: non dice come dobbiamo
essere, mostra l’essere. A Gian Ruggero Manzoni – poeta, artista, romanziere,
saggista, amico –, che si rifà – lo dice subito – “alla Chiesa delle Origini,
ritenendomi, ancor oggi, un Cristiano delle Origini”, dobbiamo una traduzione
di Marco (De Piante, 2026) di lacerante potenza. A dispetto di altri tentativi,
non si vuole ‘attualizzare’ il Testo – l’assoluto non si stiva in umane
cronologie, in effimere congreghe –, non si vaga tra sofismi o esotismi; non si
glassa il Logos con caramello lirico. Manzoni opera una traduzione arcaica, che
va letta armando il tamburo: lenta liturgia che scaccia gli spiriti impuri –
parola facile al fuoco, docile all’essere in armi e a ornare di baci il
lebbroso.
Tra i poeti italiani che ragionano intorno al Testo (alcuni li ho stipati in un
Salterio dei poeti fuori commercio, costruito in feroce clandestinità), ricordo
Andrea Ponso (inabissato biblista), Marco Merlin, Giancarlo Pontiggia. Lunga è
la relazione di Gian Ruggero Manzoni con il testo biblico: Esodo uscì per
Raffaelli nel 2010; per De Piante si conclude una specie di trilogia che conta,
oltre a Marco, Genesi (2022) e Isaia (2024). Al di là di Guido Ceronetti e
dell’inafferrabile Emilio Villa, l’altro analogo letterario nel nostro canone –
più pertinente – è Massimo Bontempelli, che ha tradotto il Vangelo di
Giovanni, Apocalisse, Giobbe, il Cantico dei Cantici e il libro della Sapienza;
segue, in ragion d’onore, Erri De Luca. In tutti i casi, però, si tratta di
traduzioni che vanno – ideologicamente o esteticamente – al di là del testo.
Traduzioni in cui l’idea, per così dire, previene il testo. L’opera di Manzoni
entra nel sacrario: rende Marco più Marco di Marco. Manzoni è come quel
“giovinetto, che sempre lo aveva seguito”, che resta fino all’arresto di Gesù,
mentre tutti lo hanno abbandonato, sono fuggiti, e infine scappa, “nudo”, dopo
che gli hanno tolto il lenzuolo che lo rivestiva. Ecco: su quel lenzuolo è stato
scritto il Vangelo.
Insomma: è ora che parli Manzoni.
Genesi, Esodo, Isaia, Marco. A che pro tradurre la Bibbia? Credi che dolo e
frainteso stiano a minare le attuali traduzioni in italiano? O è un tuo lavoro
personale che rendi pubblico: scavo interiore, nelle interiorità del linguaggio?
Dì.
Il tutto rientra in un mio percorso al fine di raggiungere la figura del Cristo.
Origine, deserto, erranza mistico-culturale, Isaia che annuncia la venuta di
Emmanuele il Figlio di Dio e ciò che ha fatto il Figlio di Dio divenuto Figlio
dell’Uomo in un brevissimo lasso di tempo… in neppure due anni terrestri di
vita. Ho sempre amato la figura del Cristo, un essere umano e divino che
affronta la massima pena per giungere al massimo trionfo. Stupendo, anche,
questo viaggiare nel linguaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento deliziandomi col
greco antico, con l’aramaico, con l’ebraico dei primordi, con il latino
“volgare” di San Gerolamo quindi con l’italiano quattrocentesco del monaco
camaldolese Nicolò Malermi… con la Bibbia Malermi… stampata in Venezia nel 1471.
La mia traduzione e cura del Vangelo di Marco, il primo a dare voce e parola
scritta al Cristo, in parte sradica certi voli prettamente e vanamente religiosi
incistatisi nei secoli. Il mio Cristo è sì il Dio che vuole provare sulla sua
stessa carne cosa significhi essere la sua creatura, ma è anche l’uomo che
diviene il Dio che lo ha creato. Oltremodo singolare la faccenda. Oserei dire
arcana, enigmatica, ermetica. Infine il Cristianesimo Cattolico, la mia
esaltante professione di fede, unisce in sé spirito e sangue, pane e antropofaga
brama di ingoiare eucaristicamente il simbolo dell’unione con la propria
divinità divenendone tempio di pelle, muscoli, grasso, urina, feci, sperma o
umori vaginali. Ebbene sì, noi Cristiano Cattolici mangiamo ad ogni Messa ciò
che simboleggia l’alleanza con il nostro Dio e quindi lo stesso nostro Dio. Non
ci accontentiamo di venerarlo, lo ingoiamo anche, e con Lui ci mangiamo anche
l’intera Bibbia.
Qual è lo scarto di rivelazione, il passaggio di sapienze, la consegna che
separa il Primo dal Nuovo Testamento. Quale, anche nel linguaggio, la torsione
di tale testimonianza, la diversità?
Il linguaggio dell’Antico Testamento è innegabilmente orientato verso l’azione,
quindi verso la concretezza, passando dall’aramaico all’ebraico antico. Al che
risulta lingua epica che via via sempre più si rafforza con non celata enfasi.
Non avendo termini astratti usa metafore legate alla natura, all’agricoltura,
alla gestualità quindi alla fisicità. È una lingua caratterizzata da un
vocabolario definito, sostanziale, intriso da un uso persistente di immagini
sensoriali e avente una struttura paratattica, litanica, predisposta al venire
cantata liturgicamente prima nel Tempio, dai sacerdoti, dai Sadducei, quindi in
sinagoga dai rabbini, mantenendo un timore reverenziale nei confronti di Dio…
mentre il linguaggio del Nuovo Testamento è, in tutti i Vangeli, la
variante koinè del greco antico, cioè quella usata per rendere il testo
maggiormente fruibile, penetrabile, semplice, perciò maggiormente avvicinabile
da tutti. Il koinè era, allora, cioè nel primo secolo dopo Cristo, parlato in
tutto il bacino del Mediterraneo e nel mondo cosiddetto civilizzato. Pur
conservando in sé rimandi fortemente semitici eludeva i canoni o codici chiusi,
l’“eliterialismo”, il classismo, aprendosi all’amore… all’agàpe totale… oserei
all’armonia universale e a un sentimento familiare anch’esso cosmico.
Il koinè era lingua pratica, non retorica, non rigida, fluida, più aperta
all’innovazione e al cambiamento, come sono, di solito, le forme colloquiali di
tutte le lingue. Del resto, il Dio del Nuovo Testamento è un Padre
caratterizzato da bontà, soavità e delicatezza.
Perché Marco? Perché è il primo, il più veritiero, il più fulgido, il più
frugale… perché? [Intendo chiederti: affronterai anche gli altri, i sinottici e
Giovanni?]
No, o, almeno, per ora non entrerò anche nei restanti tre Vangeli o in altri
libri sacri della nostra tradizione. Poi, detta in accezione diretta, Marco,
seppure primo Vangelo spesso dimenticato a livello liturgico, già fa intendere
tutto riguardo il Cristo e il periodo storico in cui il Cristo è vissuto.
Inoltre risulta sintetico, in esso non appaiono eventi descritti in accezione
mirabolante, infatti molti miracoli, che ingigantiscono i restanti tre Vangeli,
non vengono riportati… e ciò fa pensare non poco… inoltre, la versione originale
di Marco, si concludeva con le donne che trovavano il sepolcro vuoto e con il
ragazzino-angelo che comunica loro che Gesù le aspetta in Galilea da lì a poco.
Quindi, quale ciliegina sulla torta, Marco per me risulta quale unico degli
Evangelisti che ha avuto il dono di aver visto poi avvicinato Gesù in vita.
Nell’introduzione al libro ho affrontato questi argomenti, come altri, che
reputo facciano oltremodo luce riguardo il “fenomeno Cristo”.
Traducendo: qual è il versetto – uso un tuo aggettivo – più ‘sconcertante’? Ti
sei accorto di dissonanze e discordie tra la tua traduzione e quella della CEI?
Fammi esempi testuali.
Le maggiori differenze tra la mia versione e quella CEI risultano nel tono usato
per narrare, nel tempo passato che nella mia versione sostituisce il presente e
nei versi finali aggiunti in seguito. Dal 16, 9-20 non è la voce di Marco che
racconta ma quella di altri venuti dopo di lui. Comunque, il vero nodo sta nei
versetti 4,11 e 4,12, cioè quando Gesù dà spiegazione agli Apostoli del perché
racconti parabole alla gente comune o a coloro che ancora non hanno accolto la
Buona Novella, a “quelli fuori”, come li definisce, ricorrendo al “profetizzare”
di Isaia. Ecco i versi in greco antico: (4,11) kαὶ ἔλεγεν αὐτοῖς, Ὑμῖν τὸ
μυστήριον δέδοται τῆς βασιλείας τοῦ θεοῦ· ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω ἐν παραβολαῖς τὰ
πάντα γίνεται (4,12) ἵνα βλέποντες βλέπωσιν καὶ μὴ ἴδωσιν, καὶ ἀκούοντες
ἀκούωσιν καὶ μὴ συνιῶσιν, μήποτε ἐπιστρέψωσιν καὶ ἀφεθῇ αὐτοῖς. La versione CEI
è questa: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio; a quelli di
fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano,
ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”.
Ecco, invece, la mia versione: “Egli disse loro: A voi è stato consegnato il
mistero del Regno di Dio; invece, a quelli fuori, il tutto viene divulgato per
mezzo di racconti, affinché osservino ma non vedano e odano ma non comprendano,
così che mai si convertano e questo, a loro, lo si possa perdonare”. In tal modo
io ho inteso il famoso “segreto messianico” e la misericordia nell’assolvere
coloro che non sanno e continuano a non voler sapere.
Marco termina sul baratro, sul sepolcro vuoto, sulle impaurite donne. Dov’è il
Risorto? Cosa è successo?
Finale filmico quello di Marco, versetto 16,8. Del Gesù risuscitato non se ne
parla, così che il mistero perduri o, meglio, così che il mistero nel mistero
dilati la componente enigmatica che ha sempre accompagnato la figura del Cristo.
Meraviglioso ciò che chiude la versione originaria di questo primo Vangelo: “kαὶ
ἐξελθοῦσαι ἔφυγον ἀπὸ τοῦ μνημείου, εἶχεν γὰρ αὐτὰς τρόμος καὶ ἔκστασις· καὶ
οὐδενὶ οὐδὲν εἶπαν, ἐφοβοῦντο γάρ”… “Uscite che furono, le donne fuggirono dal
sepolcro atterrite e frementi, e nulla dissero ad alcuno, quali prede,
com’erano, della paura”. Del Cristo dice solo un ragazzetto-angelo, il quale
faceva di guardia alla tomba vuota. Il silenzio delle donne non è una
disobbedienza, ma una reazione di fronte al mistero sconvolgente della
risurrezione. La paura umana cede il posto alla potenza divina. Quindi il tutto
si dissolve, divenendo ulteriore astrazione dello spirito, sparendo poco a poco,
fino a svanire.
Dedichi la prima parte del tuo studio a sviscerare la storia di Gesù, come se
fosse quello l’autentico ‘libro’. Perché? O meglio, cosa hai scoperto che già
non sapessi di quella enigmatica figura?
Il Vangelo di Marco, seppure in sintesi, a fianco dell’aspetto mistico-religioso
inquadra, anche, il momento storico in cui certi fatti succedono, così che ben
si comprende quale fosse il tipo di società ebraica del tempo e il come i Romani
si muovessero in Palestina. Perciò importante arricchire l’introduzione alla
lettura con note delucidanti sebbene semplici, in modo che il lettore, quel
tanto ignaro, riesca a dare costrutto maggiormente compiuto al racconto.
Qual è infine l’insegnamento profondo del Vangelo?
Che il Cristo fa parte della nostra tradizione per una infinità di motivi che
continuano a sfociare nel mare infinito del presente e perdureranno a sfociare
anche nel mare infinito del futuro. Sempre valida la frase agostiniana “In Illo
uno unum”… “Nell’unico Cristo siamo uno”.
…e la tua poesia? È confermata o sconfitta dal confronto con il Vangelo?
Insomma: cosa scrivi ora? Dammi testimonianza viva.
Come antitesi sto sondando con la parola il nulla o, meglio, sto indagando il
nulla della parola scritta. Non scordiamoci che il Cristo ha solo detto, mai ha
usato, con umiltà, penna e calamaio.
*In copertina: Marco evangelista secondo Vladimir Borovikovskij, 1804-1809
L'articolo Ingoiare Dio, mangiare la Bibbia. Dialogo con Gian Ruggero Manzoni
proviene da Pangea.
Nel Trattato Menachot, Rabbi Shimon spiega che gli ultimi versetti della Torah
sono stati scritti da Mosè nel pianto. L’ago esegetico è sottile. Mosè muore a
centoventi anni, nel pieno vigore, con gli occhi tesi, accesi, al quinto
versetto del capitolo 34 del Deuteronomio. Chi ha scritto gli ultimi otto
versetti del suo libro, della “legge di Mosè”? Il punto – in grado di far
oscillare l’intera trama del Testo – viene risolto con una soluzione, al
contempo, persuasiva e commovente:
> “Fino al versetto che descrive la morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli
> sia, dettava e Moshè scriveva il testo e lo ripeteva. Da questo punto in
> avanti, riguardo alla morte di Moshè, il Santo, benedetto Egli sia, dettata e
> Moshè scriveva con lacrime senza ripetere le parole, a causa del suo grande
> dolore”.
Il pianto impantana le labbra del balbuziente Mosè, che non può ripetere ciò che
scrive, ormai del tutto inscritto nel Testo. Mosè muore inghiottito nel Testo,
sulla soglia di una terra detta Patto. In un passo talmudico più noto
(Chagigah 5b), Rabbi Shmuel bar Inya afferma – commentando un passo di Geremia,
13, 17 – che “Il Santo, benedetto Egli sia, ha un luogo dove piange”: piange “a
causa dell’orgoglio di Israele… a causa dell’orgoglio del regno dei Cieli”.
Chissà se tutte queste lacrime ledono il Testo – o, meglio, lo nutrono.
Mi permetto di virare – e forse di sviare un po’ il lettore – intorno a una
delle innumerevoli suggestioni offerte da Mosè (Feltrinelli, 2026), studio assai
affascinante di Giacomo Petrarca, professore associato all’Università
Vita-Salute San Raffaele in Milano, pubblicato nella collana ‘Eredi’ diretta da
Massimo Recalcati. È un libro dal rigore spiazzante, Mosè: vi convergono diverse
trame, che spesso afferiscono al mondo della letteratura e dell’arte. Tra i
deuteragonisti del libro spicca Franz Kafka; un capitolo è dedicato all’Uomo
Mosè di Freud; tra le note fanno una fugace apparizione Umberto Eco e Wu Ming;
il libro si chiude su un’opera di Jean-Michel Basquiat, ma ben prima si è detto
del Mosè con le tavole della legge di Guido Reni e di Rembrandt. I temi toccati
dallo studioso – a rischio di infrangerne la sigillata coerenza – sono capitali:
cos’è la scrittura, cos’è il libro, cos’è lo scrittore, cosa significa ‘abitare’
un testo, dove dimora il ‘senso’, che cosa significa ‘legge’ e cosa significa
leggere. Intorno al passo, drammatico, che racconta la rottura delle tavole –
capitolo 32 di Esodo – Petrarca commenta:
> “Il testo diventa così il principio della propria ‘sovversione’: in esso
> andranno cercati i limiti del testo, quei limiti che ogni integralismo
> religioso nega facendo del testo il libro ‘assoluto’. Mi pare sia precisamente
> questa la linea indicata da quel rifiuto di ogni idolatria della pienezza che
> la torah presenza proprio con l’episodio della rottura delle tavole”.
Per profondità d’indagine, il libro piacerà a chi ama Maurice Blanchot e
Vladimir Jankélévitch; mi ha ricordato il più bel testo di André Neher, L’esilio
della parola. Per dilatare il campo di indagine, suggerisco la lettura della
lunga “Conversazione” intrattenuta da Edmond Jabès – figura non secondaria nel
libro di Petrarca – con Marcel Cohen, Dal deserto al libro (edito la prima volta
da “In forma di parole”, 1983, ora Edizioni degli animali, 2021). Il deserto
‘prepara’ il libro, anche dal punto di vista etimologico, come segnala Petrarca:
“Non a caso midbar [deserto, ndr] ha la stessa grafia di medubar, che significa
‘detto’, ‘pronunciato’: proprio come il discorso che verrà proferito sul Sinai”.
Jabès interpretava Mosè rifilando alcune parole di Filone, “Avendo Mosè udito il
Signore… fu divorato ancor più dal fuoco della passione per l’invisibile”. In
quel brano, il grande poeta francese rintracciava una poetica:
> “Come dire meglio che è il sentimento dell’invisibile a spingersi
> paradossalmente a guardare il visibile, a incontrarlo. Allo stesso modo, per
> lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto
> inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale.
> Verso questa parola egli tende”.
Jabès confidava nell’“illeggibile” come spazio di scoperta del sé, come modo,
per il lettore, di apprendere “la propria vertigine”. Dunque: tornare al deserto
con il libro in mano, perché il libro sia infranto – o cristallizzato – dalle
sabbie. Chi ripete il testo, si sa, sillaba il mondo, lo avvera.
La Scrittura – chiamiamola per convenienza così – è scrittura che va ascoltata
piuttosto che letta? Che cosa vuol dire ‘leggere’ la Scrittura? O forse –
procedo assecondando le sue suggestioni – leggendo la Scrittura siamo letti? (E
dunque: setacciati, rintracciati, sconfitti).
Direi così: è il libro a istituire la comunità dei suoi ascoltatori, in quanto
esso sussiste solo in quella lettura. Ho provato a riassumere questo andamento
in una formula: “Nel libro si legge il libro”, dove il libro non è solo
l’oggetto, ma prima di tutto il luogo in cui la lettura è possibile. Quel luogo
che fa sussistere tanto i suoi personaggi, quanto i suoi lettori-ascoltatori. Se
poi nella lettura-ascolto del libro siamo setacciati, rintracciati – e, come
suggerisce lei, qualche volta anche sconfitti, perché no –, non di meno il libro
reca con sé i segni del nostro passaggio. Di noi “guastafeste” della Scrittura:
della sua improbabile ieraticità e del suo essere una storia già scritta una
volta per tutte. Storia che, al contrario, cambia a partire dalle tracce che i
nostri passi di lettori del testo lasciano nel libro.
Che cosa intendiamo per Legge? Perché non diventi idolo, la Legge, forse, va
evasa… anzi, va infranta. Soltanto così saprà invaderci e fare uno di un popolo
frantumato.
Direi che la legge individua prima di tutto un piano di operatività, all’interno
del quale è possibile, ogni volta, che una parola si converta in azione,
divenendo così reale (e in un certo senso, sporgendosi anche “oltre” il libro).
Perciò la legge già ci invade, in quanto trama del mondo. Nutro non poche
perplessità per quel paradigma da lei evocato che vedrebbe l’esperienza della
legge nella sua trasgressione-infrazione (tratto tipico dell’antinomismo
cristiano e non solo). Mi pare che, al fondo di quella visione, operi un
malinteso sostanziale dovuto a una lettura parziale e unilaterale di Paolo (ciò
che nel libro chiamo “paolinismo storico”). Se infatti si pone il bisogno di
“farci invadere” dalla legge e da ciò che essa comanda, è perché si ritiene –
prima di tutto – che le siamo essenzialmente estranei. E qui sta il malinteso:
la legge non comanda alcunché, ma – al contrario – è l’indicazione di un luogo
in cui è possibile una qualche forma di agire, di un ordine delle cose che essa
stessa già sostanzia e sorregge. Dietro l’idea che la legge porti con sé un
comando, sta l’indicazione di una frattura da colmare (una scissione avrebbe
detto più avanti Hegel), e quindi anche l’idea di una perdita originaria
dell’unità tra il fare e il mondo. Perdita, peraltro, di cui la stessa legge
(ebraica) sarebbe indicazione e, in ugual misura, causa. Per questo ho
perplessità anche sull’idea di una riunificazione, come ricomposizione di un
quadro perduto. Se nella legge volessimo trovare un’accezione riparativa, allora
non potrebbe che essere la costante disseminazione della propria ingiunzione,
cioè la continua riscrittura di un “ordine” sempre in fieri, mai “reale” fuori
dalle storie-liberazioni che sarà in grado di suscitare. Facendo pertanto di
ogni crepa, di ogni “resto”, una nuova possibilità di vita.
Mosè sigilla la Scrittura morendo. Verrebbe da dire: la lettera uccide… O forse:
di interpretazione si muore. Chiedo a lei.
Come ha scritto una volta Carlo Ginzburg: «la lettera uccide chi la ignora».
Ecco, direi lo stesso dell’interpretazione.
Qual è l’opera della Scrittura? Che cosa opera la Scrittura chiamata Torah?
Opera la possibilità della propria scrittura, ossia che un mondo possa
sussistere, che un’uscita dalla schiavitù possa farsi reale. Cioè porta il mondo
a parola, lo rende raccontabile, ancora e ancora. La torah non è il senso del
mondo, come fosse un insieme di significati predeterminati, un sistema
“valoriale” da applicare a questa o quella circostanza, né una serie di
“comandamenti” (non ci sono comandamenti nel testo, ma parole: la divinità parla
nella voce, Mosè risponde alla stessa maniera). Al contrario, è l’ingiunzione
nella quale le cose possono iniziare a raccontare la propria storia: che è,
anche, sempre storia di nascite, di perdite e di riparazioni.
Rembrandt, Mosè con le tavole della legge, 1659
Nella storia biblica, sempre in bilico, HaShem sceglie gli inadatti, gli
inappropriati. Così, Mosè è impacciato di bocca e a Isaia occorre dissigillare
le labbra. I mediatori soffrono, forse, di troppa intimità con HaShem. Mi dica
lei.
Che i mediatori soffrano di troppa intimità con la divinità è un’evenienza
interessante, poiché la si potrebbe pensare anche nella maniera opposta.
L’ambiguità del testo, l’impossibilità di potersi appropriare di una nozione
determinata di mediazione (ad esempio, nell’immagine di profezia), mi pare la
spia più interessante di questa tensione. In fondo, la torah è un grande
costrutto narrativo per tenersi a distanza – e a riparo – dalla divinità. Non
c’è spazio per nessuno “stato d’eccezione” in essa: la divinità parla, opera,
agisce sempre e solo come personaggio del libro, come entità che appartiene
alla stessa vicenda del testo e del popolo. Credo che qui per la torah valga ciò
che Joseph Roth scrive di Mendel Singer, il suo Giobbe, il quale «non tollerava
miracoli nel regno del visibile».
La porto su altro piano, affine. Nella Scrittura c’è una ‘consegna’: HaShem dà
qualcosa a Mosè, a lui si offre. Nei Vangeli c’è un uomo, il Cristo, che si
consegna, come fosse lui il rotolo e le tavole della legge. Logos – non Graphé
– inchiodato, alla lettera. Forse per questo i cristiani non subiscono la
sacralità del libro – un libro, il Nuovo Testamento, per altro, redatto in una
lingua in cui non si esprimeva il Nazareno. È così?
Faccio fatica a seguirla sul fatto che i cristiani non abbiano subìto la
sacralità del libro, se proprio loro lo hanno reso – per secoli – l’oggetto
devozionale per antonomasia (“parola di Dio”), inaccessibile ai più data la
lingua latina in cui veniva ostinatamente mantenuto, e la cui
lettura-interpretazione era a esclusivo appannaggio dell’autorità clericale.
Pensi anche al paternalismo di tante raffigurazioni degli evangelisti imboccati
o addirittura guidati nella scrittura del Vangelo dalla stessa mano divina o di
un angelo. Ci volle Lutero – che non fu proprio ciò che definirei un
“giudaizzante” – a sollevare la questione nella maniera più netta: anzitutto,
con la sua traduzione tedesca del testo biblico, e poi con le problematiche sul
paradigma esegetico a essa connesse. Tra i vari protagonisti di questa lunga
vicenda, nel libro mi sono servito anche del lavoro dell’umanista fiorentino
Andrea Brucioli che, nel 1532, pubblicò la prima bibbia in volgare: opera che
gli costò la persecuzione da parte dell’Inquisizione e il carcere.
Fortunatamente molta acqua è passata sotto i ponti, ma il tema resta ed è – per
tornare alla bella immagine della sua sollecitazione – ancora contenuto nel modo
di intendere l’idea di consegna. «Prendete e mangiatene tutti», indica l’atto
del prendere, dell’allungare la mano, dell’afferrare, non solo la ricezione
tacita e passiva.
Cosa intendiamo per memoria? Se io imparassi a memoria la Torah potrei dire di
averla ‘compresa’? Sono io, lettore-interprete-fedele, che divoro il libro o è
il libro a divorarmi e a comprendermi da sempre, ad avermi inghiottito? Cosa
significa dire che la Torah è infinita, sempre nuova, aperta a ogni possibile
interpretazione?
Il tema della memoria ritorna più volte nel libro, soprattutto nel capitolo
dedicato a Freud. È interessante, però, il raccordo che lei propone con un’altra
questione ampiamente trattata nel libro: quella dell’interpretazione. Le direi,
in breve, che né la memoria, né l’interpretazione sono degli automatismi. Questo
perché implicano, ogni volta, un loro raddoppio, una copia – dissimile – di ciò
che ripetono-interpretano. Da questo punto di vista, seppur dall’indubbio
fascino, ho provato a mettere da parte il mantra edificante e – mi conceda – un
po’ rassicurante dell’infinita interpretabilità della torah. Al contrario, ho
provato a indicare come e in che modo queste pratiche interpretative o costrutti
narrativi cortocircuitino (è il caso di alcune pagine su Kafka) o di come lo
stesso testo della torah faccia resistenza – e, talvolta, fornisca gli anticorpi
– contro alcune interpretazioni che ne sono state date. La mia finalità non è
quella di salvare la purezza del testo. Nessun testo è mai del tutto innocente
rispetto alle falsificazioni che di esso vengono fatte. Però ci sono testi che
si piegano alle proprie falsificazioni, altri invece che continuano a
recalcitrare, che protestano, che fanno resistenza. Ecco, la torah è uno di
questi.
Guido Reni, Mosè che infrange le tavole della legge, prima del 1620
In sintesi: che idea di Mosè ci lascia in eredità Freud? Che cosa del suo studio
maciullato sull’“Uomo Mosè” dobbiamo serbare?
È eloquente quest’uso dell’aggettivo “maciullato” riferito al Mosè di Freud.
Perché richiama uno stato di pressione estrema. Separare per purificare, come fa
la gramolatrice che separa le fibre per la tessitura dalle parti legnose. Nel
libro di Freud avviene questo processo, solo che in forma inversa. Freud
“maciulla”, proprio per conservare tutto. Nella sua tela vengono tessute anche
le parti vegetali più tenaci. Ne esce un grande depistaggio, l’idea che ogni
fare e dire implichi sempre uno slittamento, una dislocazione. Per dire la cosa,
parliamo sempre di qualcos’altro, di un fantasma. Quindi più delle ipotesi e
delle conclusioni proposte nell’Uomo Mosè, resta l’operatività di questa
“macchina narrativa” come esempio estremamente vivido di messa in scena della
scrittura, delle sue possibilità e dei suoi limiti.
La porto in un campo a me più prossimo, dal momento che nel libro cita il grande
poeta francese Edmond Jabès. Dopo aver attraversato il Mar Rosso, Mosè intona un
canto; gli fa seguito la sorella “profetessa”, Maria, che intona il canto
insieme ad altre donne “con i tamburelli e con danze” (a indicare una
peculiarità femminile nel legame di linguaggio tra Israele e HaShem?). Che
valore ha, rispetto alla Legge, la poesia nella Scrittura? Che ‘operazione’
svolge?
Le risponderei che non lo so. Nel senso che più che una peculiarità delle donne
riguardo al linguaggio, mi pare ci sia proprio una controstoria scritta
dall’elemento femminile che attraversa i cinque libri delle torah.
Una controstoria che non ridurrei solo al ruolo salvifico – seppur essenziale –
che i personaggi femminili giocano nei confronti di Mosè (la figlia di Faraone
che lo ritrova nella cesta, la moglie Tzipporah che gli salva la vita durante
una vicenda assai oscura prima del Sinai, la sorella Myriam che trova, nel
canto, le parole più adeguate per restituire il senso della liberazione
avvenuta). Questa controstoria costituisce una vera e propria messa in
discussione del paradigma narrativo mosaico, che – a differenza delle altre
contese – non produce nuovi conflitti nel testo, ma piuttosto supplementi di
senso, prolungamenti e vie di uscita di quel paradigma narrativo, spingendo Mosè
in luoghi del testo in cui non sa spingersi. Penso, ad esempio, alle figlie
di Zelofehad nel libro dei Numeri che rivendicano il loro diritto all’eredità
paterna. Ecco, che questa controstoriapoi assuma anche la “leggerezza” del
canto, è un aspetto che mi offre un’ulteriore pista di lavoro alla quale non
avevo pensato (per la quale non posso che ringraziarla).
*In copertina: Jean-Michel Basquiat, Moses and the Egyptians, 1982
L'articolo “Una passione per l’invisibile”. Dialogo con Giacomo Petrarca
proviene da Pangea.
Figura enigmatica, la regina di Saba “sentita la fama di Salomone… venne per
metterlo alla prova con enigmi”. I doni preparati per il re sapiente – “cammelli
carichi di aromi, d’oro in quantità e di pietre preziose” –, analoghi a quelli
offerti dai Magi al Bimbo, simboleggiano i diversi attributi della sapienza.
Figura disarcionata dalla leggenda, la regina di Saba sembra un po’ Sfinge e un
po’ Pizia, un po’ Antiope, regina delle Amazzoni, un po’ Sekhmet, la divinità
egizia con il volto da leonessa. L’episodio che lega la regina di Saba a
Salomone è tanto importante che viene raccontato, pressoché con le stesse
parole, nel Primo libro dei re (10, 1-13) e nel Secondo libro delle cronache (9,
1-12). Nel Primo libro dei re – di cui le cronache sono, di norma, un rapido
resoconto, un riassunto – l’episodio della regina di Saba è seguito dal “peccato
di Salomone”: la brama di conoscenza devia il re dalle leggi di Dio. Attorniato
da un harem – “amò molte donne straniere”: impetuosità nel conoscere ereditata
dal padre, Davide – Salomone edifica statue ad altri dèi, Astarte, Milcom,
Camos, Moloc; studia i riti degli Ammoniti e “di quelli di Sidone”, si interessa
della cosmologia dei Moabiti.
Qui, però, ci importa altro. Con quali enigmi la regina di Saba importuna
Salomone? In ebraico enigma si dice chidah, appare diciassette volte nel Testo;
la prima volta in Numeri (12, 6 ss.). Questo episodio è determinante per
comprendere l’epica del profetismo e della chiamata. Dio appare “in una colonna
di nube”, parla ad Aronne e a Maria, sua sorella – emblema del profetismo
femminile. Dio dice che a “un vostro profeta/ mi rivelerò in visione/ gli
parlerò nel sogno”, mentre a Mosè, “l’uomo di fiducia in tutta la mia casa”,
> “Bocca nella bocca a lui parlo
> in visione e non per enigmi
> ed egli contempla la figura del Signore”.
In sostanza: l’enigma è la formula linguistica con cui Dio parla al profeta. A
parte Mosè, che accede a un al di là del linguaggio, ai chiamati Dio appare per
sogni ed enigmi. Dio non usa il linguaggio umano – un linguaggio fatto in fondo
per soggiogare, per impossessarsi del creato –: l’enigma, infatti, chiede di
essere sciolto. L’enigma non è un gioco, è l’ombra del vero; è l’elitra del
vero. L’enigma non confonde, al contrario: rischiara. L’enigma è la rivelazione;
se non riusciamo a intenderlo è nostro il difetto di vista.
In Eden il linguaggio era nudo – eccomi; sì sì, no no –; da Babele è un
rivestimento. Dall’incontro con il serpente – il loquace; colui che presiede le
arti divinatorie – il linguaggio è un modo per velare, per nascondere. Dire per
non dire. Con il Nazareno: dire l’indicibile.
Rembrandt, Festino di Baldassarre, 1636
In effetti, anche l’episodio che riguarda la regina di Saba mostra l’importanza
miliare dell’enigma. È scritto infatti che la regina “Si presentò a Salomone e
gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. Salomone le chiarì tutto
quanto ella le diceva” (1 Re 10, 2-3). Ecco che l’enigma, lungi dall’essere un
gioco della mente, ha a che fare con il cuore e i suoi abissi. Il cuore
– lebab – che nel Primo Testamento significa “la totalità della vita interiore”;
il luogo della prova, dello smarrimento, della scelta. Porre un enigma: mostrare
il cuore. Parlare per enigmi: chiedere di scatenare il cuore. Chi non lo sa
pesare, chi non lo scioglie, ne è divorato.
Anche il mondo greco ha come fulcro l’enigma. “L’enigma è la manifestazione
nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile”, scrive
Giorgio Colli (in, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975). Secondo Colli, il
tramonto dell’enigma come formula divina, come orbita del sapiente, porta,
appunto, alla nascita della filosofia (l’arte dialettica, agonistica), al
linguaggio non più come materia sacra ma come gioco – infine: come giogo. La
retorica è proprio questo: persuadere – sedurre – vincere. Obbligarti a
riconoscere che ho detto la verità – ma la verità non può dirsi, è
indicibile…
> “L’enigma è l’intrusione dell’attività ostile del dio nella sfera umana, la
> sua sfida, allo stesso modo che la domanda iniziale dell’interrogante è
> l’apertura della sfida dialettica, la provocazione alla gara”.
>
> Giorgio Colli
L’enigma è tale, nel mondo greco, perché comporta il rischio di morire se non lo
si interpreta correttamente. Enigma è parola che si rivolta contro la creatura
che crede di detenere il linguaggio, che ha scordato il potere detonante del
linguaggio. La soluzione dell’enigma: il silenzio. L’enigma taccia – fa tacere.
Secondo Eraclito, Omero muore “per lo scoramento”: non è stato in grado di
risolvere un enigma posto da alcuni pescatori. Il grande aedo viene sconfitto da
un manipolo di illetterati. D’altra parte, Edipo, in grado di piegare la Sfinge
dopo aver risolto il suo mortale enigma, non è capace di allontanare da sé la
tragedia. Anzi: la risoluzione dell’enigma è l’incipit della sua tragedia
personale. Comunque, è sempre l’enigma ad avvincere, ad avvolgerci nelle sue
spire assassine.
Nel primo volume dedicato alla Sapienza greca (Adelphi, 1977), Giorgio Colli
raduna i frammenti che testimoniano la personificazione di Enigma. La
conclusione è marziale:
> “Chi non risolve l’enigma è ingannato: il sapiente è colui che non si lascia
> ingannare. L’azione dell’enigma è di ingannare e di uccidere mediante
> l’inganno: su ciò ci ammaestra Eraclito. In fondo il sapiente è un guerriero
> che sa difendersi”.
Se la sapienza si pronuncia per enigmi è per rivelare; la retorica, al
contrario, allude all’enigma, si riveste di parole enigmatiche per nascondere i
suoi veri intenti – al di là della verità. Da una parte l’enigma vela il dio;
dall’altra, l’enigmatico è mero effetto scenico, teso come una trappola per
illudere: vince chi convince.
L’enigma – indovinello da divinare – riguarda ogni tradizione. Ha a che fare,
infine, con l’energia del linguaggio, un’energia, oggi, defraudata dal sacro:
appartiene all’ambito dell’utile, piuttosto, il linguaggio odierno, della
descrizione scientifica, della prolusione pubblicitaria, della provocazione
narcisistica, quando non della manipolazione di massa. In alcuni tra i capitoli
più affascinanti de La Dea Bianca – “L’indovinello di Gwion” e “La soluzione
dell’indovinello di Gwion” – Robert Graves spiega come il potere sapienziale
dell’enigma sia eredità dei bardi e dei poeti. Il poeta non usa similitudini,
immagini verbose, oniriche allusioni come ornamento; se sovverte il linguaggio
comune è per mostrare, in emblemi e spiragli, per quel poco che intuisce, lo
“sbaglio di natura/ il punto morto del mondo/… che finalmente ci metta/ nel
mezzo di una verità”. Il poeta non sa, è per tutti l’assoluto insipiente: il
poeta – se tale è – non è lo scopo, ma il mezzo; il poeta è trafitto, non sa
mettere a profitto il linguaggio: lo offre, scopertamente.
Secondo Roland Meynet – Professore emerito di teologia biblica alla ‘Gregoriana’
– “L’enigma biblico – tutta la sapienza della Bibbia, di cui l’enigma è una
caratteristica – è sostanzialmente diverso dai nostri enigmi o dai nostri
indovinelli. Questi sono giochi. Quando proponiamo un indovinello, speriamo che
l’interlocutore – se pure si può chiamare così – non trovi la risposta… Nella
Bibbia è tutto il contrario. Quando viene proposto un enigma, non viene data la
soluzione; quando si pone una domanda, non viene data la risposta. Soluzione e
risposta sono lasciate alla responsabilità del lettore”.
Fernand Khnopff, Carezza con Sfinge, 1896
Nel Nuovo Testamento la parola enigma, alla greca, appare soltanto una volta. La
usa Paolo, nello straordinario capitolo 13 della Prima lettera ai Corinzi: “Ora
vediamo come in uno specchio, per enigmi; allora vedremo faccia a faccia. Ora so
per frammenti, allora saprò pienamente, come pienamente sono conosciuto”.
L’amore ha spezzato ogni enigma; il linguaggio è involucro vuoto: il Figlio ha
sciolto il grande enigma del mondo – “Non c’è nulla di nascosto che non sarà
svelato, né di segreto che non sarà conosciuto”: Lc 12, 2 –, da ora siamo tutti
come Mosè, bocca-nella-bocca di Dio. Ancora una volta: l’enigma ha a che fare
con il cuore, con la conoscenza di sé, con l’essere pienamente conosciuto.
Eppure, l’enigma esiste per sconfiggere il criptico, il nascosto, il segreto
(kruptos); anche Gesù parla per enigmi, cioè per parabole.
> “Più volte Gesù parlò in modo allusivo ed enigmatico, «non apertamente»,
> attraverso il velo delle similitudini: egli diceva e non diceva, svelava e
> nascondeva, manifestava e occultava. Questo è precisamente il punto che ci
> interessa: perché Gesù usava un simile linguaggio? […] La parabola di Gesù
> mantiene tutta la sua carica di enigmaticità, lascia all’ascoltatore il
> compito di comprenderla, lo interpella e lo costringe a interrogarsi, lo
> coinvolge in prima persona e lo impegna alla ricerca del senso”.
>
> Carlo Maria Martini
Gesù: Logos che viene a rifondare il logos. Lasciata all’uomo, la parola fomenta
fraintesi, soprusi, è manifestazione del male (il diavolo avvince con il
linguaggio, convince, è esperto in dialettica). Il mondo non è soltanto ciò che
sta, irreggimentato, nei ranghi descrittivi umani. È il tutt’altro, è il
sovrappiù, è quella sovrabbondanza che ci pare – ad analitico dire – inutile,
inefficace, inerte. Le parabole di Gesù, in effetti, non attendono soluzione, la
risposta a un rebus: esistono come totalità. È tutto un mondo – il granello e la
pietra, gli uccelli del cielo, il nido, il seminatore e la vigna, il padrone e i
talenti – che risorge, in quel dire: ciò che è stato, è e sarà. Le funzioni
della retorica – le finzioni – non funzionano; quella è parola vivente. Anche la
parola poetica – ombra dell’ombra dell’ombra, lavorio di coltellino e di
cerbottana – ha senso, insensatamente, soltanto se non simula una qualche verità
– ermetismo da oscurantisti letterati – ma se è parola efficace, parola che dà
vita.
Abilità a benedire, diremmo.
La retorica, quando è vera, serve ad abolire tutte le maschere.
Certo, nessuno scioglie le parabole – i discepoli non capiscono neanche le
spiegazioni che a loro misura offre Gesù. È Gesù stesso, il suo corpo-mistero,
l’enigma. Un enigma che neppure il chiodo e il legno e la pietra sanno
discernere. Per questo, occorre insinuarsi nell’enigma e stare nella sua
energia, acquattati, migrando nella letargia dei giusti. Dismettere il verbo per
penetrare nella dismisura – quel balbettio che chiamiamo sole.
*In copertina: Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864
L'articolo Sull’enigma, ovvero: l’arte di sovvertire il linguaggio proviene da
Pangea.
Nel fatidico “Canone Occidentale”, tra Don DeLillo e Cormac McCarthy, Thomas
Pynchon, Flannery O’Connor e Saul Bellow, Harold Bloom conficca Ursula K. Le
Guin, una scrittrice ‘di genere’, genericamente eccezionale: preferiva La mano
sinistra del buio, romanzo di fantascienza ritornato di recente negli alti
ranghi editoriali – Mondadori sta rieditando i romanzi più noti di Ursula. A suo
dire, la Le Guin ha mutato definitivamente genere al ‘genere’: ha fondato – dopo
i sommi pionieri: Tolkien & Lewis – l’aristocrazia del fantasy e della science
fiction. Per la Library of America, Bloom – ossessionato dal suo genio radicale
e marginale – ha curato i Collected Poems della Le Guin: le sue poesie –
pubblicate nell’arco di una vita – “mi ricordano, pur restando la testimonianza
di una inimitabile individualità, alcuni accenti di William Butler Yeats e il
‘tocco’ di Robinson Jeffers”. Per intenderci: nel “Canone Occidentale” Bloom non
canonizza Philip K. Dick (che pure piaceva molto alla Le Guin).
Figlia di un grande antropologo, Alfred Kroeber, Ursula scrisse il primo
racconto a dieci anni: alternava la lettura di Orgoglio e pregiudizio e di
Virginia Woolf a quella dei miti degli Yana, i nativi americani della
California, raccolti dalla madre; era nata a Berkeley, nel 1929. Scrittrice per
lo più inafferrabile, Ursula Le Guin è una creatrice di mondi: di recente mi
sono tuffato in “Earthsea” – reso in italiano come “Terramare” –, un universo
parallelo costituito da arcipelaghi, isole, golfi e draghi. Il protagonista del
ciclo – inaugurato nel 1968 e concluso nel 2001, tra i più importanti per
longevità –, Ged, è un mago dal fascino ambiguo. Nel primo libro del ciclo –
tradotto da Roberta Rambelli nel 1979 per Editrice Nord come ll mago di
Earthsea, ora in catalogo Mondadori nella versione di Ilva Tron come Un mago di
Terramare – Ged deve affrontare la propria Ombra, “uno dei Poteri della
non-vita”, “quel suo nero io”. L’inseguimento – che è poi una sequela dentro se
stessi – lo porterà fino ai confini di “Terramare”. L’Ombra – evocata per gioco,
per un delirio dell’essere – sarà per sempre la controparte del mago, lacerato
fin nel volto.
Tutto l’addestramento di Ged – che si compie, al principio, nel piccolo
villaggio nativo, poi alla scuola di Roke –, e dei maghi in genere, si focalizza
sull’esatta conoscenza dei nomi. Chi conosce il vero nome di una cosa – reso
invisibile dall’incuria, dalla disattenzione, dai licheni del tempo, dalla
‘caduta’ – può agirla, può agitarla, può mutarla per contatto. Conoscere il nome
di una cosa – di un uomo, di una pianta, di un drago – non significa
impossessarsi di essa, ma sprigionarla – liberarla, nella migliore delle
situazioni. Liberare i nomi, librarsi tra i nomi. Trovare di ogni creatura
l’autentico nome – rinominarla, cioè: rinnovare gli affetti.
> “Il mio nome, il tuo, e il nome vero del sole, di una sorgente d’acqua o di un
> fiore non ancora sbocciato sono tutte sillabe di un’unica grande parola che
> viene lentissimamente pronunciata dal brillare delle stelle. Non esiste altro
> potere. Non esiste altro nome”.
I poteri oscuri sono detti “Innominabili”: non hanno nome, sono lì dal principio
del mondo. Su di essi presiede una bambina – che non muore mai ma si reincarna
in perpetue bambine sacrificali – “Colei che è stata Divorata”. Vuota di sé,
piena del tutto, questa bambina è iniziata al silenzio e al buio.
Oltre alla mitologia dei nativi, la Le Guin leggeva Jung, maneggiava l’I-Ching;
la sua traduzione del Tao Te Ching (uscita nel 1997) è particolarmente
riuscita.
Il ciclo di “Terramare” è pensato per lettori-ragazzi: niente a che fare con
libri totali come La morte di Virgilio o il Doctor Faustus; eppure, quei
romanzi, nitidi, prodigiosi in immaginario, sono bellissimi. La loro lettura
s’intreccia, nel mio penare di mente, con quella della liturgia, in particolare
con il primo libro di Samuele. Addestrato dal sacerdote Eli, Samuele è detto
“veggente” (1 Sam 9, 11). In ebraico ro’eh, veggente, deriva dal verbo raah, che
significa, appunto, vedere. Il Testo spiega il contesto: “quello che oggi si
chiama profeta, allora si chiamava veggente” (1 Sam 9, 9). Il profetismo è
fenomeno specificamente biblico (leggersi l’introduzione di Gianfranco Ravasi
a I libri dei profeti, Bur, 2004): i profeti – di cui il prototipo compiuto è
Mosè – sono i portavoce di Dio, i chiamati che richiamano l’uomo all’obbedienza.
In ebraico profeta – colui che parla, a cui è incorporata la lingua di Dio – si
dice nabi. La parola del profeta è parola ‘efficace’, che agisce – il profeta
penetra negli spiragli della Storia e la sovverte. Sfacciata, sfaccettata è la
sua natura: il profeta abita il deserto – il luogo in cui Dio parla è però il
luogo in cui bisogna vincere l’idolo, il demone, l’illusione – e si scaglia
contro il palazzo (un prototipo che per lignaggio giunge fino a Giovanni
Battista). A volte, però, il profeta è incardinato nel palazzo, a giustificare –
più che a saggiare – l’operato del re sotto opera di Dio, assumendo funzioni
sacerdotali.
La parola-voce del profeta si fa, in esuberanza visionaria, parola scritta.
Parola, però, che non si fa legge né norma, quella del profeta, ma lievito – è,
la sua, parola vivente, parola scarcerata.
C’è un terzo termine che designa l’uomo preda di Dio: chozeh, l’ispirato
(da chazah: percepire, vedere con la mente, contemplare). Questi tre termini –
profeta, veggente, ispirato – sono usati spesso come sinonimi, testimoniano la
stratificazione storica del Testo; eppure, possiamo intenderli come un diverso
modo di approccio al divino; come una sorta di ascesi. Un conto è essere
consacrati a Dio, abitarLo continuamente; un conto, ad esempio, è stringere un
voto – che, per natura, dev’essere ‘svuotato’, realizzato.
La profezia, in questo senso, è l’eccellenza della vita eccedente, dedita a Dio.
Il profeta è legato alla bocca e alla scrittura, la sua è una regalità da
spelonca, da speleologo di Dio, da stilo-locusta. Il veggente – il cui organo è
l’occhio – interviene in alcuni momenti capitali, ‘a chiamata’; non scrive. La
figura dell’ispirato – che vive sulla soglia di Dio, lo assume per sussurri, in
spiragli – è direttamente legata alla corte: agli ispirati compete la redazione
delle cronache (“Le gesta di re Davide, dall’inizio alla fine, sono descritte
nei libri del veggente Samuele, del profeta Natan, dell’ispirato Gad”, 1 Cr 29,
29; a dire del legame tra storia e profezia ma anche del diverso livello
d’iniziazione a Dio) ma soprattutto la composizione di musiche per il rito. Asaf
“l’ispirato” (2 Cr 29, 30) scrive i testi intonati dai leviti in lode di Dio:
capo dei cantori, alla corte di Davide, a lui sono ascritti alcuni Salmi. L’arte
del cembalo e della voce, dell’arpa e della cetra è propria dell’ispirato: la
musica facilita l’ascesa, il ‘rapimento’.
Con ciò non s’intende sintetizzare una gerarchia – profeta, veggente, ispirato
–, assente nel Testo, ma intuire il mistero dei ‘chiamati’. Anche la Didaché,
l’antico testo dottrinario cristiano, parla di diverse cariche – di diversi
incarichi e servizi –, ispirate o ‘elettive’: “apostoli”, “episcopi e diaconi”,
“profeti e dottori”. La venuta di Cristo, però, ha sovvertito i canoni
sacerdotali: l’evento pentecostale (At 2, 14 ss.) realizza la profezia
pronunciata da Gioele: “e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/
i vostri anziani faranno sogni/ i vostri giovani avranno visioni” (3, 1). Nulla
di pacificato nell’ardire a Dio, bensì di ‘apocalittico’: “Diventare
profeta significa comportarsi in modo straordinario, perdere il dominio di se
stesso, essere travolto dalla forza irresistibile del Signore” (così i curatori
della Bibbia Tob). La profezia che adombrava la fine del mondo, ora prepara il
mondo nuovo. Che oggi si sia per lo più supini in merito al sacro, resi
all’acquiescenza quando non a un isterico gracidio dell’io – come se avessimo
cose da difendere, cose di cui disfarci – è un segno.
*In copertina: un fotogramma da “I racconti di Terramare” (2006) di Gorō
Miyazaki
L'articolo “I vostri giovani avranno visioni”. Dal mago di Terramare al genio
della profezia proviene da Pangea.
Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”, Luciano Canfora, lo
storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono
divino”. Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa
editrice lucchese Le Vele”, di Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico.
Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy Canfora):
la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la
lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità:
già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile.
I Salmi, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello
letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il Vangelo
secondo Marco da Nick Cave; il Qohèlet da Doris Lessing. La traduzione d’uso,
allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta
da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo
di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata
dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri
della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico
Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di
Canfora, 1914 (Sellerio, 2006).
L’articolo del “Corriere” – à la Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’
superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli
sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi,
infatti, per De Piante è uscita una versione di Qoelet, culmine di un progetto
editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il
progetto, inaugurato nel 2022 con Genesi, non riproduce il Testo secondo la
versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i
difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri
della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In
particolare, Genesi e Isaia sono stati tradotti dall’artista e scrittore
polimorfico Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse dal poeta e fine
grecista Giancarlo Pontiggia. L’idea di Qoelet – uscito dai torchi nel marzo del
’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto,
secondo una nuova ipotesi sul ritmo e sul suono, da Stefano Arduini, linguista,
teorico della traduzione (tra gli ultimi libri: Traduzioni in cerca di
originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Jaca Book, 2021), traduttore, tra
l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si
affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e
quella, storica, di Massimo Bontempelli. Quest’ultima, ha un’importanza storica
peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della
traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli
tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli,
alla Lettera ai Corinzi secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e
ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai
reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione
del “Festival Biblico”, ha ideato il Salterio dei Poeti, il primo germe della
traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno
partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico
Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John
Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.
Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i
dati: nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli,
hanno fondato la collana “La Bibbia” con gli stessi intenti – la pubblicazione,
libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in
formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in
quel contesto, il Cantico dei Cantici secondo Andrea Temporelli, l’Esodo secondo
Gian Ruggero Manzoni, Il libro di Giona secondo Giovanni Tuzet. Uno
scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di
Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto –
figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le Lamentazioni. Ma
queste sono minuzie.
Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come
tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di
Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind
in Arte e anarchia, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in
una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone
le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo,
sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la
Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un
carisma. Non si può tradurre senza precipitare. Il rischio di abbellimento
retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è
idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se
ne torni inceneriti è norma.
Ma qui vado per erbe avvelenate.
Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune
avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi
firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di
lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione
di Qoelet non ha fatto riferimento al Qoelet edito da De Piante negli stessi
mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta
l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti,
non conoscesse una fonte autorevole.
Per il resto, basta Qoelet, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti:
l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente.
*In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo
L'articolo La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni
proviene da Pangea.
Nella tradizione cristiana i testi biblici sono ritenuti «ispirati». A onore del
vero non sono tanto i testi, ma i loro autori, i cosiddetti agiografi, ad essere
ispirati, cioè assistiti dallo Spirito santo allorché hanno composto quelle
pagine che non smettono di generare la fede. Lo Spirito non cancella l’umanità
dello scrittore, anzi la lascia intatta: le asperità e le goffaggini del greco
di Marco emergono in modo evidente, eppure in quella lingua è scritto un Vangelo
fra i più vivaci, capace di farci toccare con mano il mistero di Gesù, Cristo e
Figlio di Dio.
Analoga alla tradizione teologica è la tradizione poetica. Anche il poeta è
ispirato allorché riesce a trovare le parole giuste per dire quanto alberga nel
suo cuore. Indubbiamente il poeta non è assistito dallo Spirito santo, né quanto
fissa sulla carta appartiene ai testi generatori della fede, eppure la sua opera
ha una stretta parentela con testi biblici, i testi ispirati per eccellenza.
In occasione del XXI Festival Biblico di Vicenza del 2025, Roberta Rocelli e
Davide Brullo hanno affidato a trentatré poeti l’arduo compito di rielaborare
altrettanti Salmi. È nato così un piccolo volume (Salterio dei Poeti) che
propone le riappropriazioni dei testi ispirati e poetici della Bibbia, i Salmi.
Non si tratta di nuove traduzioni della grande raccolta dell’Antico Testamento,
ma piuttosto di trentatré personalissime riscritture di quei poemi. Brullo
propone all’inizio non tanto un’introduzione, ma una serie di aforismi
graffianti che dicono bene il senso della raccolta: «Agli “esperti” preferiamo
gli untori del linguaggio» (13); «Salmeggiare non da salomonici, ma come i
salmoni, a ritroso, verso il ghiacciaio, il celestiale» (14).
Chi scrive di professione è biblista, sicché da tempo mi dedico allo studio dei
testi sacri, prediligendo proprio i Salmi. Chi scrive è pure, per grazia di Dio,
un credente che da più di quaranta anni prega ogni giorno con le parole dei
Salmi e dal 2000 recita il Salterio come libro, cioè rispettando l’ordine delle
composizioni: inizio con il Salmo 1 ai primi vespri della domenica e termino con
il Salmo 151 (sì, il Salmo «fuori dal numero», attestato solo in greco ma,
guarda caso, ritrovato anche a Qumran) all’ora media del sabato della seconda
settimana, per ricominciare da capo, quella stessa sera. Ma chi scrive è anche
un prete cattolico che durante l’ordinazione ha promesso al vescovo di essere
fedele alla preghiera della liturgia delle ore, interamente costruita sui Salmi;
in quei versetti ritrovo quanto nella vita quotidiana sperimento e soprattutto
le molte persone che incontro con le loro vicende, le loro gioie e le loro
angosce, i loro slanci e le loro frenate; pregando il Salterio porto quelle
persone davanti al Signore, il Dio misterioso che non smette di affascinare e di
coinvolgere uomini e donne: «La liturgia delle ore si articola intorno al
salterio – parola che, letteralmente, salva il mondo – lo innesta al primo
giorno, gli dà il sollievo dell’ultimo» (14).
Per questi complessi intrecci la raccolta Salterio dei Poeti mi ha catturato.
Vorrei semplicemente dare parola a tre impressioni sgorgate nel mio cuore
durante la lettura di queste poesie.
Ho apprezzato, in primo luogo, il fine lavorio di traduzione. Qualcuno ha inteso
offrire una versione personale. E lo ha fatto in maniera magistrale,
filologicamente impeccabile, aggiungendo un «di più», il di più della
sensibilità poetica, l’«unzione del linguaggio». È il caso di Davide Brullo che
ha riscritto il Salmo 151. L’inizio è folgorante: «Minuscolo ero tra i miei
fratelli/ il più giovane nella casa di mio padre/ di mio padre le pecore portavo
ai pascoli». “Minuscolo” è molto più di “piccolo” e apparenta l’ultimo Salmo
della Settanta (la versione greca dell’Antico Testamento) alla scrittura
minuscola, cioè quotidiana, meno solenne dell’onciale, ma veicolo prezioso per
la diffusione della Parola. Più avanti il poeta rende così l’affermazione del
Salmo: «il Dio che tutto ode ed esaudisce». Brullo introduce uno sdoppiamento
adeguato; un unico verbo greco è riproposto in uno splendido allargamento che ne
esalta l’intensità: non solo “esaudire”, ma “tutto udire” (la totalità
dell’ascolto in enfatica posizione iniziale non sfugge) e per questo “esaudire”.
E ancora, Brullo sceglie di tradurre sempre “Dio” il termine greco kyrios:
un’opzione che radica nella confidenza con il mistero dell’Altissimo, ma insieme
ne esprime il timore che nemmeno osa il più familiare “Signore”.
L’intensità della relazione con Dio osa parole forti e concise, concentra i
discorsi in domande dirette, accumula i verbi dentro una tensione nervosa,
lascia sempre le frasi aperte, senza punto finale. È la riscrittura del Salmo 22
di Giancarlo Pontiggia: «Io grido,/ e non mi ascolti: grido/ il giorno e la
notte,/e non per mia rancura» (v. 2). «Non andartene/ da questo lenguaio di
assillo:/ non un cagnazzo che mi aiuti» (v. 11). E poi rivolta a sé: «Vivrai in
lui,/ mia anima:/ e tu servilo,/mio legno,/ seme» (v. 30). Anche la relazione
con sé è quasi violenta in rapporto a Dio, come dice Tiziana Cera Rosco,
riscrivendo il Salmo 51: «Annegami/ Fammi sbranare dal centro di questo petto/
L’iniquità che mi protegge offendendoti/ Flettimi, spezzami, raschiami/ Scorzami
da questa pelle». E di nuovo invocando l’Altissimo: «Riconoscimi bianco, spezza
ogni osso/ Bucalo, intarsialo con la tua Parola in me». Anche Valentino Fossati
rende la parola rarefatta: un rigo e poi il bianco, un altro rigo con due parole
e ancora il bianco; in questo modo ridisegna il Salmo 79: «Entrarono o Dio//
genti estranee// come discendenti del tuo Regno». E nella presentazione degli
oranti: «E i tuoi servi/ abbandonati// (brandelli)//…/…// dov’è il dio vostro?//
perché?».
Giambattista Tiepolo, Davide con la testa di Golia, 1717 ca.
Nella preghiera non si può fingere, perché ci si pone davanti a Dio in verità,
anche con espressioni forti. Con parole decise Giuliano Ladolfi riscrive il
Salmo 143: «Comprendimi e rispondi alla mia supplica./ Puoi forse giudicare/ la
mia fragilità?». Lo scavo interiore giunge alle profondità dell’angoscia:
«Dentro di me si agita un nemico,/ mi tortura, mi sgomenta e mi distrugge;/ io
vivo nelle tenebre/ quasi fossi già morto». La radicalità del male non toglie,
tuttavia, la fiducia nella potenza del Signore. Così conclude il poeta: «I miei
fantasmi si dilegueranno/ a un semplice tuo cenno/ e io riprenderò a
servirti/con l’infinita gioia del mio spirito».
Insomma, ancora una volta l’ispirazione accomuna il testo biblico e il testo
poetico e dice la verità dell’uomo: un’apertura all’esterno, verso l’altro da
sé, verso il reale e la sua trascendenza a cui si accorda credito e a cui,
soprattutto, si concede di fare irruzione presso di sé.
Un fecondo dialogo, una contaminazione necessaria.
Matteo Crimella
*Matteo Crimella è dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano e
professore straordinario di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale di Milano; insegna anche presso lo Studio Teologico
del Pontificio Istituto Missioni Estere di Monza.
**In copertina: Pietro Novelli, Davide con la testa di Golia, 1630 ca.
L'articolo “Flettimi, spezzami, raschiami”. Qualcosa sui poeti e la traduzione
dei Salmi proviene da Pangea.
Orfeo e Davide, re d’Israele, sono figure cardinali, incardinate al potere della
parola. Leggerle in filigrana permette di discernere affinità e differenze tra
Atene e Gerusalemme. Di Orfeo, il poeta primordiale, si dice che sapeva
ammansire le belve feroci, far marciare gli alberi e “persuadere, incantando, le
rocce che lo seguissero” (Euripide). Riuscì, secondo il mito, a muovere a
compassione Ade, il re degli inferi – il suo è un movimento ctonio, di catabasi,
per adempiere la resurrezione al sole.
Anche Davide, quando arma il canto, mette in fuga il maligno: “Davide prendeva
in mano la cetra e suonava; Saul si placava, stava meglio, lo spirito cattivo si
ritirava da lui” (1 Sam 16, 23). A differenza di Davide – dal cui lignaggio
scaturisce il Verbo che annienta ogni verbo, Gesù –, Orfeo è figura originaria,
a cui afferiscono i riti orfici. I misteri di Orfeo riguardano pratiche di
purificazione che non prevedono olocausto; Orfeo insegna il ritorno all’unità,
la separazione tra anima e corpo, la trasmigrazione dell’anima. “È l’estasi e la
sua follia a far sorgere la poesia di Orfeo… L’esperienza indicibile dei
misteri, in quanto non può esprimersi direttamente, trova nella poesia di Orfeo
un’espressione sostitutiva, compensativa” (così Giorgio Colli in: La sapienza
greca I, Adelphi, 1977). Secondo Angelo Tonelli, Orfeo, che “con la sua voce
portò tutte le cose nella gioia” (Eschilo), è una figura sciamanica (in: Eleusis
e Orfismo, Feltrinelli, 2015). La poesia moderna nasce, per così dire,
dall’avvizzimento della parola magica: Orfeo non riesce a riportare in vita
l’amata Euridice, per un pallido gesto di pietà. La poesia, da allora, muove il
cuore, non muta le forme.
Davide, uomo ‘carnale’ quant’altri mai, non è un iniziatore: egli sistema la
liturgia biblica – è il mitico compositore dei Salmi – e porta l’Arca a
Gerusalemme. Davide, tuttavia, ha caratteri ‘dionisiaci’: giovane, bello,
‘erotico’ – le donne, da Mical a Betsabea, si piegano al suo carisma – assume il
genio fondamentale degli adepti di Dioniso, la danza. La strepitosa scena
biblica (2 Sam, 14 ss.) di Davide che “danzava con tutte le forze davanti al
Signore”, forsennato, tra grida e suoni di corno, semisvestito, irrita la
moglie, Mical: dopo aver rimproverato il re, non avrà più figli da lui, “fino al
giorno della sua morte”.
Secondo sacra tradizione, Davide ha potere sulle bestie feroci – il lupo, il
leone e l’orso –: la mirabile immagine “le mie mani sono un flauto/ le mie dita
una cetra” (testimoniata nel Salmo 151, liturgico per la Chiesa ortodossa),
ricorda quella forgiata da Rilke per Orfeo, quando dice della “lieve lira/
cresciuta alla sinistra come un cespo/ di rose in mezzo ai rami dell’ulivo”.
Orfeo e Davide manovrano lo strumento a corda, a cui deve accordarsi la voce; la
lira e il kinnor (l’ebraica cetra) provengono dall’arco – l’arte lirica richiede
mira, è incrostata di sangue.
A differenza di Orfeo – decapitato dalle Baccanti – Davide, il musico guerriero,
sa volgere la cetra in arma, in fionda: uccide il mostro, lo decolla, si
rispecchia in quel cranio pari a un palazzo, lo pretende a sé, insieme all’Arca
(“prese la testa del Filisteo e la portò a Gerusalemme”, 1 Sam, 17, 54).
L’energumeno Golia, sapiente nell’arte della guerra, è una sorta di Sfinge e di
Minotauro, fusi insieme. Diversamente degli Inni Orfici, il salterio è canto
‘pubblico’: in Davide – qui la grande distanza da Orfeo – la dimensione poetica
si fonde con quella politica, il sacerdote è il re. Il genio sciamanico
(diremmo, biblicamente, profetico) scema di fronte alla necessità del governo –
dunque, della lotta perenne. Allo stesso tempo, i Salmi sono incanto e
incitazione, libagione di inni e urlo di guerra, canto che sprofonda negli
abissi dell’uomo – il Salmo 51, ad esempio, in cui Davide chiede a Dio “rendimi
puro” – e preghiera ‘nazionale’. I Salmi congiungono a Dio, ne placano la fame.
Orfeo e Davide – cioè, Atene e Gerusalemme – sono i punti attorno a cui si
forgia la poesia occidentale. Poesia dell’io e del mondo, poesia che sa il
mormorio dell’erba, l’ungulato e il ronzio; che sa avvinghiarsi a Dio e
rivolgersi ai morti, che allontana il male.
Abraham Bosse, Davide con la testa di Golia, 1651
Già Gianfranco Ravasi – in: I Salmi, San Paolo, 2006 – ravvisava nel salterio il
grande codice della poesia (“Per entrare in sintonia piena coi Salmi è
indispensabile aprirsi all’intuizione libera e al rigore della poesia”): nel suo
commento, sono molteplici i riferimenti letterari, da Thomas S. Eliot a Paul
Celan (legato in particolare al Salmo 16, “ti manda un bagliore attorno/
all’angolo destro”). Eppure, a parte sporadiche, pur luminose, sortite (da David
Maria Turoldo a Guido Ceronetti, da Massimo Bontempelli a Mario Luzi e Salvatore
Quasimodo), i letterati restano timorosamente distanti dal testo sacro. Da qui,
l’idea del Salterio dei Poeti: trentatré poeti, noti e ignoti, italiani e
internazionali, cattolici o atei (tra gli altri citiamo, Mariangela Gualtieri e
Daniele Mencarelli, Roberto Mussapi e Giuseppe Conte, Alessandro Ceni e Flavio
Santi, Andrea Temporelli, Gian Ruggero Manzoni, Tiziana Cera Rosco e Susan
Stewart, John Kinsella e Jorge Aulicino, poeta argentino che ha volto nella sua
lingua la Divina Commedia e le poesie di Pasolini), hanno tradotto, a modo loro,
in ebbra libertà, un salmo. Ne è venuto fuori un libro arcangelico e arcano
(presente, in edizione speciale, fuori commercio, nei luoghi del Festival
Biblico e presentato al pubblico sabato 31 maggio, ore 21.30, nel Brolo del
Palazzo Vescovile di Vicenza, insieme a Cristiano Godano), una sorta di
breviario lirico, laico, anomalo, frutto di un’impresa mai tentata prima:
sondare i legami tra parola sacra e poesia contemporanea. Non si tratta di
‘riverginare’ la poesia né di proporre una traduzione ‘alternativa’: opera di
abbandono, questa, piuttosto. Di asciuttezza ascetica – finanche
pericolosa. Sobria ebrietas: orfismo biblico. A dirla come piace all’oggi: il
genio poetico contro l’intelligenza artificiale. Noi preferiamo altro: ascesi.
Cioè: decapitare l’idolo, deflagrare in Dio.
**
Salmo 6
Signore nella tua ira non avvolgermi
Signore nel tuo furore non abbattermi
abbi pietà di me, son tutte un tremito
le mie povere ossa, guariscimi,
ha troppo forti brividi la mia anima,
sino a quando Signore vorrai permetterlo?
Salva tu la mia vita, mio Dio, volgiti
verso di me, con la tua bontà soccorrimi
nessuno tra i morti di te è memore
nessuno canta le tue lodi agli Inferi.
I miei lamenti mi stremano
sono spossato dai miei gemiti
bagno ogni notte il mio letto di lacrime
i miei occhi di pianto si struggono
tra tante mie pene invecchiano.
Via da me voi coi pensieri malefici
Dio ascolta del mio pianto il fremito
il Signore ascolta la mia supplica
e sa le mie lacrime accogliere,
i miei nemici siano affranti e tremino
si voltino via all’istante e si vergognino.
Traduzione di Giuseppe Conte
Giovanni Battista Scultori, Davide tenta di staccare la testa di Golia, 1540
*
Salmo 72
Detto di Salomone
O dio, dona il tuo consiglio al re
e la tua giustezza al figlio del re
perché giudichi il tuo popolo con misura,
anche i mendicanti, con giudizio.
Le montagne innalzino pace al tuo popolo
e i colli si adagino nella giustizia.
Distinguerà i pitocchi tra la gente
e salverà i figli dei poveri e umilierà il sicofante
e sarà sole e luna per generazioni e generazioni
e scenderà come pioggia sull’erba
come le stille istillerà la terra.
Cresceranno nei giorni la sua giustezza
e l’abbondanza di pace
fino a quando non scomparirà la luna,
e dominerà da mare a mare
e dal fiume sino ai limiti della terra abitata.
Gli Etiopi si piegheranno a lui
e i suoi nemici leccheranno la polvere.
I re di Tarsis favolosa e le isole offriranno doni,
anche i re d’Arabia e Saba porteranno doni
e si inginocchieranno a lui tutti i re
e tutte le stirpi gli si faranno schiave.
Così saranno liberati il miserabile dalla mano violenta
e il povero al quale non giunge aiuto
e risparmierà il miserabile e il povero
e salverà le vite dei poveri
dall’usura e dall’ingiustizia,
pagherà il prezzo del riscatto delle loro anime
e sarà onorato il loro nome davanti a lui
e vivrà
e gli sarà dato oro d’Arabia
e pregheranno per lui continuamente,
l’intero giorno diranno bene di lui.
Nascerà il grano nella terra sulle cime dei monti
il suo frutto si eleverà sul Libano
e fiorirà nel paese come erba dei prati.
Sia il suo nome benedetto nei secoli
e davanti al sole resisterà
e siano benedette tutte le tribù della terra,
tutte le stirpi lo rendano felice
bene sia detto il dio potente, il dio di Israele
il solo che fa meraviglie
e bene sia detta la sua gloria per sempre
e nei secoli dei secoli
e tutta la terra sia riempita della sua gloria.
Così sia, così sia.
*
Il grande passaggio
Non sapevo nemmeno se fosse il Salmo 71 o il 72. «Forse ho sbagliato» mi
confessavo, «Ho scritto al Festival che avrei tradotto il 72, ma ora ho il
dubbio che si tratti invece del 71…». Poi ho scoperto che la numerazione non è
univoca: ce n’è una ebraica e una greco-latina. Il Salmo che ho scelto è il 72
secondo la numerazione ebraica, e il 71 secondo quella greca, riferita alla
Bibbia dei LXX. Non conosco l’universo dell’esegesi biblica, ma il greco sì,
perché è la lingua della mia adolescenza, del ginnasio e del liceo. Lingua del
grande passaggio, cioè della traduzione dalla mia vita da bambina a quella da
adulta, segnata da una traduzioneancora più profonda: dalla vita con mio padre a
quella senza di lui — morto suicida un giorno di ottobre durante la mia seconda
liceo. So come ho fatto a sopravvivere: mi sono accorta che dovevo concentrarmi.
E l’esercizio della traduzione, per esempio, era efficace e benefico. Un
continuo movimento dal latino o dal greco all’italiano e viceversa, e anche dal
latino al greco e viceversa. L’esercizio della traduzione mi ha traghettata, mi
ha tradotta in una nuova fase della vita. E io mi sono affidata a questo, mi
sono persa nelle lingue, ho camminato tra radici e radure, afferrandomi a legami
sintattici, cedendo all’incanto dei significanti, accendendo correspondences e
significati. Tradurre ha assorbito il mio dolore come una spugna un liquido.
Sono stati il greco, o il latino, ad avermi tradotta. Blandivano la mia
sofferenza in una perfetta misdirectionillusionistica capace di riorientarmi con
la magia bianca — come direbbe l’amico Davide Brullo — dell’etimologia, dove
tutto vive in un intrico di sentieri, immaginari o veri. Presa in ostaggio nel
bosco arbustivo dove rovi innumerabili impigliano gambe, ogni abito, finanche i
capelli, non mi resta che trovare la strada come chi è abbandonato, con pazienza
e intuizione e coraggio. Tra i cespugli indistinti, tutto al primo sguardo è
cupo e confuso. Provo una direzione, che ritorna su se stessa; ne tento un’altra
che finisce nel fitto impenetrabile. Poi, grazie al miracolo di un dettaglio, le
forme iniziano ad apparire: sono le briciole che conducono fuori.
Un esempio: quando ho incontrato il Salmo 72, ne sono stata intimorita. Mi sono
trovata sola davanti alle parole di Salomone, trasportata da una potenza immensa
in un luogo ancestrale, sollevata in volo, come fossi un granello di polvere
leggerissimo. Non conoscevo il Salmo, credo di non averne mai letto alcuno.
Prima di sceglierlo, ne ho passati in rassegna diversi, in lingua italiana, e ho
preferito il 72. Il motivo della scelta è ovviamente misterioso. Probabilmente
sono stata presa dalle montagne, dalle colline, dal deserto, dal grano e
dall’erba dei prati. E poi dalla giustezza, cioè la misura di dio, che se
accolta, fa accadere lo smisurato. Dal potere orfico della pace che fa muovere
la natura, dalla giustizia e dalla natura, che sono della stessa fatta. Dal
fatto che la giustizia è abbondanza di pace, e la pace avrà la natura
dell’abbondanza. Sì, tutto questo è luminoso e come la luce, scorre. Ma prima,
ho dovuto entrare in un luogo più oscuro, e quella misura di cui sopra, mi ha
guidata nel discernimento (τὸ κρίνειν) dello ptochós (πτωχός) dal pénes (πένης).
Eccolo qui il bosco fitto della traduzione. I due termini si confondevano l’uno
nell’altro nelle versioni che avevo esaminato. Ma se in tutto il Salmo
comparivano due termini differenti, anche io dovevo ben trovare la strada per
questo discernimento. Boscaglia massimamente spinosa: serviva rivolgersi
al Dictionnaire étymologique de la langue grecque. Histoire des mots di Pierre
Chantraine, strumento esoterico. Qui inizia ad aprirsi la radura parlante. Qui
lo ptochós è il mendicante, l’indigente, l’accattone, il pitocco che vive
nello ptóa (πτόα) ovvero nello spavento o nel terrore, perché ptésso (πτήσσω) è
spaventare, far sbigottire, essere terrorizzato e terrorizzare, ma anche
acquattarsi, rannicchiarsi, appiattirsi per il terrore, detto di persone e di
animali. In questo fitto cespuglio di rovi troviamo anche una lepre — davvero! —
che si nasconde. «Lo ptochós è colui che non può che fuggire e chiedere aiuto»,
leggo nel Chantraine — e in effetti ptóx (πτώξ), variante di ptochós, è epiteto
della lepre, e poi è detto di piante che si schiacciano al suolo. Tuttavia nel
greco tardo, infine, assume solo il significato di povero. A me sarebbe piaciuto
tradurlo con pitocco, perché questo fa eco al suono del greco ptochós,
ma pitocco è parola forte, che avrebbe attratto tutto il Salmo, se fosse stata
ripetuta con l’insistenza con la quale lo è nel testo originale. Ho scelto
invece di frantumarlo in una costellazione formata
da pitocchi, mendicanti, miserabili, che inevitabilmente hanno indebolito il
suono esplosivo occlusivo pt in favore di quello nasale bilabiale m, e di quello
più fluido delle parole intere. Quanto al termine pénes, indicante il povero che
deve lavorare per vivere, e fare fatica quotidiana, è stato decisamente meno
complicato: povero non si impone acusticamente come pitocco e nella sua
neutralità significante, ho potuto ripeterlo lungo tutto il corso del Salmo.
Sempre seguendo il Chantraine, nella radura di pénes ci sono diverse radici ad
armare il terreno: c’è il grado forte pon presente in ponos (πόνος), che rimanda
al mondo della fatica, della lotta, della sofferenza fisica, affrontate nel
lavoro quotidiano. Bene anche il fatto che povero mantenga la labiale p e la
vocale o. E si sente anche solo lontanamente una minima risonanza
tra pénes e povero, soprattutto quando la parola greca è declinata al genitivo,
divendo trisillabica. Infine vorrei dire di quella piccola congiunzione e, in
greco kái (καί), che in tutto il Salmo viene ripetuta venticinque volte, e in
essa mi è sembrato di intravedere il filo di una collana lasciato visibile da
perle che si separano perché non sono fissate da nodi.
Con Walter Benjamin credo che la traduzione sia profondamente una connessione di
vita, Zusammenhang des Lebens, un esercizio di sopravvivenza dell’opera e di chi
ne opera il passaggio.
Traduzione e commento di Roberta Castoldi
Robert van Audenaerde, Davide con la testa di Golia, XVII sec.
*
Salmo 139
Dal tuo orizzonte lontanissimo mi scavi
e stasi o movimento che io sia, mi misuri
e incombi e pervadi e ogni strada
che nomino si svolge in te, sempre più in te.
Se sillaba aperta appena schiocca in questa bocca, tu sai – tu sei –
il discorso compiuto,
mano che pesa
presenza che urta – esame del volto – tu per sempre,
fatalmente, di fronte.
E non so quale sapere tu sia, che accadi
dentro i miei inferi, e nei paradisi. E se mai
una mano esista che mi afferri anche là, nei confini
che tocco con le ali dell’alba, è la tua, ancora.
E parlare desiderando che la notte mi ammanti
e si chiuda su di me ogni luce – ogni vita –
pur sapendo che in tutte le oscurità
per te splendono nascite
e collassi siderali e luci e giorni primordiali.
Lo sa bene, questa anima: accucciato nel ventre
della donna, tessendo le fibre le reni le ossa
nel segreto delle midolla della terra,
ero un grumo
e mi hai guardato, marchiando i giorni che saranno i miei.
Molteplice intero – la tua incalcolabilità.
Sommerso in pensieri cari, non sondabili, che sono
e si moltiplicano come sabbia se li raccolgo,
Io, giunto alla fine, uscito
dal Grande Sogno,
ancora in te mi ritrovo.
Un giorno, un lungo dolore colpirà chi sparge
il sangue innocente, e chi sparla di te
come tu fossi il dio
di un qualsiasi nulla, vanamente.
Odio chi ti odia, è vero, e non dovrei?
E lo odio con odio perfetto, fissandolo
come si fissa il nemico nella lotta.
Ma tu scrutami, Signore, e sfasciami il cuore,
esponimi alla tua prova e leggi i miei sentieri:
se è in me la via della vanità o quella luminosa
dell’eternità.
Ancora scavami. Conducimi.
Traduzione di Gabriel Del Sarto
*In copertina: Pietro Novelli, Davide con la testa di Golia, XVII sec.
L'articolo “Le mie mani sono un flauto”. Orfeo e Davide: alle origini della
poesia proviene da Pangea.
Così appunta Elias Canetti, è il 30 luglio del 1966:
> “Leggo poesie in tutte le lingue che conosco, e in traduzione, quando sono
> scritte in lingue che non conosco, ma cerco di farmi almeno un’idea di quelle
> lingue… Sfoglio libri su tutti i possibili animali. Torno ad ascoltare, cosa
> che da moltissimi anni non facevo più, le mie care voci degli animali”.
Canetti associa la lettura della poesia alla voce animale – imparare lingue
sconosciute, cioè: imparare la parola del lupo, l’urlo dell’ungulato, il cigolio
della gazza. Il brano è in un libro, Processi. Su Franz Kafka (Adelphi, 2024),
di inclassificabile bellezza. Inutile ricordare la presenza ‘animale’, da
strenuo classificatore, nei libri di Kafka: florilegio di sciacalli e ratti, di
cani e di pantere, di cavalli e scimmie. L’opera di Kafka è un bestiario;
valicare il simbolo a cui sottende quella singola bestia vuol dire franare nella
follia.
Ad ogni modo, che scena magnifica. Uno dei più potenti intelletti del secolo,
Canetti, che, nel suo studio, ascolta le voci degli animali, per liberarsi dal
linguaggio umano (si legge poesia anche per questo: per sobillare il linguaggio,
per liberarsi da umana lingua). Per chi fosse interessato, Canetti fa
riferimento ad Animal Language, libro fotografico del 1938, con due dischi “che
riproducevano i versi degli animali africani di giorno e di notte”, ideato da
Julian Huxley, il fratello di Aldous, che è stato, tra l’altro, il fondatore del
WWF, l’uomo che ha inventato la parola Transhumanism, transumanesimo.
Incapace di ‘contattare’ gli animali, Canetti li ascolta, nel suo studio gonfio
di libri, fiero della propria interiore ‘animalità’.
Sono quasi certo che i libri sciorinati da Canetti tra quelli “che più contano
per me”, facciano parte della biblioteca ideale di Gian Ruggero Manzoni. Pascal
e i Presocratici, Sofocle e William Blake, Georg Trakl e Zhuang-zi, Confucio,
Lao-Tzu ed Erodoto, Atlantis, soprattutto, la formidabile enciclopedia di miti e
fiabe africane collezionata da Leo Frobenius negli anni Venti. Manzoni ha lo
stesso physique intellettuale di Canetti: è uno ramingo tra più mondi culturali;
un vagabondaggio – è chiaro – che opera in orizzontale (libri) e in verticale
(pratica; ascesi/ascesa). A Canetti manca l’estremismo dell’azione, dell’esteta
armato; possedeva, tuttavia, il dono dell’ira e dell’eros. Ma non è questo il
punto.
Nel suo ultimo libro – se è poi l’ultimo: GRM pratica la giusta liturgia della
dissipazione, ogni libro è sempre l’ultimo –, Nel lento movimento dei
ghiacci (stampa puntoacapo), Manzoni dichiara i punti di giunzione tra il verbo
e l’animale, tra il poeta e lo sciamano (“Sciamano del Delta del Po, sempre
scopro ogni notte che vago nell’immutata sostanza della natura umana”: sua serpe
e suo scettro sia l’angusta anguilla). Sciamino, a questo punto, gli scettici:
al netto del consueto, cospicuo proliferare di ‘cultura’ (Leopold Zunz, Pascal,
Aristotele, i canti dei nativi d’America), Manzoni si dà alla ‘natura’ del gesto
lirico, inaugura la danza con gambe tese ad arco:
> “Nel lento movimento dei ghiacci, la porta spalancata è alla cometa, quella
> recante vita nel suo strascico… recante l’essenza di un altro mondo, che mai
> vedremo, se non ipotizzando un oltre alla tenebra, in piena luce”.
In un brano – che ricorda gli incantesimi orditi da Álvaro Mutis – GRM parla
dello “sciamano Ainu” che balla con l’orso dell’Hokkaido; parla delle “maghe del
Rio delle Amazzoni”, parla dell’“angelo di carne”. Ossidati all’oggi, i poeti
scontano la latitanza dal linguaggio che ‘agisce’, che si fa atto: espulsi dalla
natura e dalla storia – il poeta non ‘serve’ più, se non in civiltà più
raffinate, a cementare il senso d’appartenenza a una nazione, di servizio a una
terra, a una lingua/seme, lingua-seminagione –, i poeti, servili, sono utili,
semmai, a stimolare le anime belle, a far leva sui ‘sentimenti’; mai che
trafiggano e trasformino le anime. Così, sono i falsi poeti a proliferare, oggi,
a primeggiare, come sono i falsi profeti a guidare le adunate dei fedeli. Ma al
poeta nulla importa dell’applauso o del consenso – necessario, invece, al
romanziere, a chi lavora per ‘comunicare’ –: attende che la sua parola
sia efficace, e non mero guscio, vocabolo inerte, vocabolo-carcassa.
Manzoni riassomiglia la poesia al suo dire originario, ne fa nenia, sacra
cantilena – dunque, sacrilegio – in assenza di opera sacra. E allora:
> “Oggi sono la lince del fiume Amur, ieri fui il daino preso in trappola,
> domani sarò l’orso polare che, ai cacciatori, parlerà del sonno che t’invade,
> quando il freddo ti prende l’anima e le carni… quando i liquami umani via via
> si solidificano e l’alito vaporoso si trasforma in neve sulla barba”.
Chi vede in questi brani mere figure esornative, ‘immagini’, pittogrammi del
fallimento, è un idolatra del vocabolario. Chi conosce Manzoni sa che
la pratica è tale da sempre, da Il mercante di allodole (era il 1977, primo
verso che testimonia un’indole indocile: “Chi comprende i simboli con le mani è
l’unico uomo libero”), a Le battane di bronzo (uscì per la Stamperia
dell’Arancio, trent’anni fa, ne riproduco le cifre finali: “Per conquistare il
cielo occorrono macchine di luce, un modello che convinca e che riempia ognuno;
e una religione, votata all’essenza, o alla più feroce risposta”), in qua. Oggi
– nell’era della simulazione, che chiede di dissimularsi nell’altro – tale
pratica è semplicemente più esplicita.
Dunque, la congiunzione tra il poeta e l’animale. L’anima dello sciamano – così
ne dice Klaus E. Müller in Sciamanismo. Guaritori. Spiriti. Rituali, Bollati
Boringhieri, 2001 – veniva ruminata per tre anni dalla “Madre animale” (sia
alce, cervo o renna), era “l’anima di un essere dalla duplice natura, animale e
umana”, riconoscibile fin da bambino per eccezionalità fisica, ‘mostruosa’ (“gli
individui destinati a diventare grandi sciamani nascevano con i denti, oppure
‘con la camicia’ e con un numero eccedente di dita per mano (o per piede), o con
un neo vistoso sul corpo”), e psichica (“tendevano a cadere in deliquio e
avevano un carattere chiuso; di indole pensosa, passavano il tempo a rimuginare,
soli”). Ne seguiva, l’addestramento, la vita riparata dal convegno umano, in
luoghi spesso inaccessi; il corredo sonoro e lirico, che riproduceva le voci
degli animali-guida. Parola che sana, quello dello sciamano, che piega, che
piaga. L’amorfo repertorio che leggiamo, preziosità etnografica (ad esempio,
in: Testi dello sciamanesimo siberiano e centroasiatico, Utet, 1984), non va
letto come si leggerebbero Yeats o Blake (due poeti-sciamani, tra l’altro, che
sciamanizzano) ma come canto che anima, che opera, che in assenza di compito
resta esteticamente inerme. Lo sciamano presiede alla vita – il parto – e alla
morte – la sepoltura – e al pasto – la caccia. Eleva a suo grado gli elementi.
Ora: che può il poeta se non riferire un deciduo dire, la caducità della parola?
Il libro di Manzoni non è la cronaca di uno sciamano infame, senza futuro, ma
l’indizio iniziale di chi torna a manovrare il fuoco, di chi, con la timida
tenerezza del nudo uomo, che ascolta l’erba, i fiumi, lo scalciare del sole,
leva le briglie alle parole, leva ogni paramento, a trafittura d’ululato.
Compito del poeta: liberarsi della poesia. Scatenarla.
Per altro, il riferimento – GRM ha tradotto Genesi, Esodo, Isaia, una manciata
di Salmi per il “Salterio dei Poeti” e altro ancora va traducendo dal Testo – ha
pertinenza biblica. Iubal, figlio di Lamec, della genia di Caino, è “il padre di
tutti i suonatori di cetra (kinnor) e di flauto (ugab)”. Iubal non è il
primogenito – non lo era neanche Abele; a sottendere: destino di sacrificio – e
gli strumenti che crea indicano un opposto approccio all’arte mantica della
musica. Ugab, lo strumento a fiato, ruba il ‘soffio’ di chi lo suona: appare
poche volte nel testo biblico. Kinnor, invece, partecipa di ogni luogo del Testo
(42 occorrenze): lo strumento a corda pretende maneggevolezza nella voce,
accordo con il canto. Ogni strumento musicale è trasmutazione di uno strumento
di guerra: il flauto fu cerbottana; la cetra fu arco e fionda. Il flauto adombra
la tattica dell’uccello, la cetra quella del felide. Anche il più alto atto
d’arte reca un pervicace sentore di sangue.
Chi lamenta assenza di animali nei Vangeli ha lo sguardo fuori asse. Al dialogo
umano, frutto di sacri fraintesi, il Nazareno preferisce quello con le bestie e
con gli angeli (così insegna l’evangelista Marco). Il suo stesso corpo è arca,
nella sua voce la voce delle miriadi di bestie. Per altro, gli apostoli
operavano guarigioni, andavano in estasi, afferravano la serpe senza che gliene
incorresse danno. Di ciò, non restano neppure le vestigia – se non negli
esorcismi –, ma il sottile fastidio di un tempo andato.
Manzoni, intanto, continua la sua danza – a me ricorda, di spalle, il Giudice
Holden, istoriata creatura uscita dalle fucine di Cormac McCarthy, un poco Pan
un poco Astaroth, che sganghera la luce nel suo noccioleto. A noi, succhiare di
quel fiele.
*In copertina: strumento sciamanico esposto in “Shamans. Communicating the
invisible”, al Muse di Trento; nel testo: opere di Gian Ruggero Manzoni
L'articolo “Per conquistare il cielo”. La poetica dello sciamano. (Qualcosa,
ancora, su GRM) proviene da Pangea.
Non occorre manomettere un testo tanto perentorio, ci si inoltri in un versetto,
si costruisca un cantuccio nei suoi meandri. Scelgo il primo versetto del
capitolo 5; questa è traduzione alla lettera:
> “Non affrettare la bocca, non precipitare il cuore a eruttare parola davanti a
> Dio, perché Dio è in cielo e tu in terra: perciò siano rade le tue parole”.
Intanto: si parla a Dio con la bocca (peh) e con il cuore (leb). Esteriore e
interiore debbono combaciare. Il cuore ha porte e ha bocche; la bocca sia la
brocca del cuore.
Il punto è per sempre quello: come si parla a Dio? Qual è la parola che permette
udienza da parte di Dio? Se è vero che ciò che chiediamo ci sarà dato, come
chiedere? Qual è il linguaggio di Dio?
Poche parole, dice Qoelet, scarsità di verbo, fare del vocabolo umano deserto.
Cosa scarsa, scarna: parola-ostia, parola-briciola.
Qoelet è libro dell’asserzione assoluta – è un libro all’assalto. Così breve
– siano rade le tue parole: parola rase al suolo, cioè: rare – da infuocare
l’intero Testo. La frustrante ripetizione di tutte le cose – stagioni; creature;
fatti – testimonia che l’uomo è poca cosa, ombra che fugge, erba che sorge al
mattino perché sia tagliata a sera. A tutti – saggi come stolti, potenti come
poveri – è assegnata la stessa sorte: morte. Per ogni creatura – uomo o cane che
sia – è apparecchiata la stessa meta: Sheol, il regno degli spettri. Dio ci ha
insufflato l’anima, a Lui va resa – rasa. Al ricco sarà tolto ciò che ha, il
povero sarà depredato perfino di ciò che manca. Con metodica crudeltà Qoelet
elimina ogni certezza: in fondo, Dio equivale al Caos.
Corroborante è questa certezza del nulla: ci permette tutto – l’antinomismo è a
un passo.
Eppure, esiste lo spiraglio. Poche parole bastano a sfigurare la distanza tra la
terra e il cielo, ad avvicinare il Dio mai così distante dall’uomo (ma lo è pure
il Cristo, a intendere le stimmate più abissali di ogni mai pensato Sheol, la
Croce più ineffabile di ogni Babele mai costruita).
Già. Ma… quali parole?
“Per te il silenzio è lode”, dice il Salmo 65. Dumiyyah: silenzio, attesa in
quiete. Veglia silente.
Che cos’è questa preghiera silenziosa, di rade parola, che non si affretta, che
è in perenne veglia?
Forse è la preghiera che ossessionava il pellegrino russo, sconvolto dall’invito
che Paolo fa ai Tessalonicesi: “pregate ininterrottamente” (5, 17). Quali sono
le “rade parole” che permettono la preghiera senza interruzioni? Secondo la
tradizione cristiana, in particolare ortodossa, tali parole sono raccolte, in
simbolo, nella cosiddetta “Preghiera del Cuore”, mutuata dal Vangelo di Luca
(18, 13): “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!”
(Κύριε ἸησοῦΧριστέ, Υἱὲ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἁμαρτωλόν).
Rade, rare parole che non costringono Dio all’ascolto, ma aprono il nostro corpo
– petto/orecchio; costato/occhio – ad ascoltare ciò che Dio ci dice. Preghiera
da sussurrare di continuo per conferire un’aura al nostro fare, per illuminare
l’opera. Parola che inchiavarda il cielo alla terra.
Il versetto di Qoelet, tuttavia, continua in questo modo:
> “…perché arriva il sogno dalla troppa attività, il dire del vile dalle troppe
> parole”.
Chi parla troppo è un cretino (kesil), uno stolto, un seguace del gregge. Si
ostina al discorso – il logos greco –, inutile a incatenare Dio. Il discorso,
vanto dei filosofi, rimarca Babele: il linguaggio che doveva unire Dio all’uomo
ha sancito irremovibile divario. La parola umana non sfiora l’Impronunciabile;
per giungere a Dio bisogna percorrere l’aldilà del linguaggio – le “lingue degli
angeli”, la “glossolalia”, lingua-fiamma – come fanno i poeti, o essere da Lui
invasati, invasi come accade ai profeti. Non si dà Dio in lingua umana, capace
di sondare l’evidente, inabile al cospetto dell’invisibile. Per dirla come Lev
Šestov,
> “Dio non è dimostrabile. Non si può cercare Dio nella storia. Egli è il
> ‘capriccio’ incarnato, che respinge ogni garanzia”.
Il sogno (chalom), qui, è agli antipodi della veglia, non impreziosisce la vita
ma la svia, la inselvatica in un roveto di sinistri segni. Il sogno – che pure
ha parte nella storia della salvezza: si guardi alla storia di Giuseppe, che i
sogni dissigilla – è da Qoèlet deprezzato a segno della vita australe a Dio:
nell’esatto dire, hahalowm consuona con haelohim, Dio, appunto, nella sua più
neutra accezione, il dio moltiplicato in dèi. I sogni creano dèi, ci
imbambolano, inibiscono la via a Dio, sono la controfigura dell’idolo. In questo
caso, il sogno è in contrasto con il detto (neum) e l’oracolo (massà) che Dio
concede al profeta: analoga differenza tra miraggio e miracolo, tra negromante
ed eletto, tra mistagogo e vagabondo del mistero.
Il pensiero è estremizzato nel versetto 6:
> “…nella folla dei sogni è vanità come nelle troppe parole: perciò ti
> impaurisca Dio”.
Troppe parole intrappolano, bocca che tarpa la levità del cuore (ormai sede del
male: “pieno di male il cuore dei figli dell’uomo”, dice Qoèlet, 9, 3, ripetendo
l’originaria asserzione di Dio: “ogni intento del cuore umano è incline al
male”, Gn8, 21). I sogni: meri preamboli di nebbia, come il discorso umano.
Desto o addormentato, l’uomo vaga tra vanità: la mania del calcolo –
circoscrivere in numeri la realtà – è pari al delirio di chi divina i segni
tratti dal sonno, declivio nelle inconsistenze dell’incubo. Sembra di udire
Eraclito: “È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il
giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo
mutando son questi”.
Eppure, ancora. Come si parla a Dio, come parla il dio?
Il verbo umano fermenta idoli, eccelle nell’ideare miraggi. Ci è voluto il Verbo
– inchiodato come una falena, flagellato fino all’omega, franto e frainteso –
per distruggere il vocabolario. Vocabolario: ghigliottina dell’uomo – formulario
di inganni.
> “Nella parola si manifesta all’uomo la sapienza del dio, e la forma, l’ordine,
> il nesso in cui si presentano le parole rivela che non si tratta di parole
> umane, bensì di parole divine. Di qui il carattere esteriore dell’oracolo:
> l’ambiguità, l’oscurità, l’allusività ardua da decifrare, l’incertezza”.
>
> (Giorgio Colli, La nascita della filosofia).
Così, nel mondo greco classico: deragliare del linguaggio, delirare, singulti
sul bavero della bestia, lacerti quasi increati di verbo, diverbio, animosità
dell’amnio verbale. Da qui – come ai primordi dell’avventura cristiana – il
carisma del ‘traduttore’: uomo capace di interpretare, trasformandola in gergo
umano, la lingua divina.
Dunque, nel mondo greco, la divinizzazione dell’enigma, “la manifestazione nella
parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile” (Colli), che si
sfa, nell’evo volgare, gioco di parole, rebus verbale, corazza retorica. Dalla
Pizia alla Sfinge, dall’oracolo di Delfi all’idolatria della Ragione – Edipo –
che sovrasta il Mostro – la Sfinge, che minaccia tramite indovinelli – ma infine
si acceca. A chi domina l’evidente sfugge la terribile evidenza della verità.
La mistica: tentativo di sobillare il linguaggio.
Da qui, l’incanutirsi del linguaggio in concetto, in bruma di bizantinismi, nei
principi, nell’essere/non-essere, nel vero vs. falso, nella ‘logica delle
cose’.
Beata filosofia che tutto insegna tranne il dio, che decide di recidere i
rapporti con il dio, per sempre.
Beata teologia: ragionare su Dio perché ci è sfuggito. Cingere in formule
l’informe.
Beata divinità logica: la legge ci insegna cosa è bene fare e cosa non bisogna
fare; linguaggio come corda, prigione, calcina della società.
Bisogna capirsi – da qui, gli azzeccagarbugli, gli irresponsabili, gli
esoteristi del linguaggio massonico, specifico, degli ‘esperti’, potere che
scimmiotta il dio; la sentenza: esigua, inerte, becera imitazione dell’oracolo.
Che cosa mi stai dicendo? Perché non mi capisci?
Linguaggio: solo scandaglio del cuore – ma non scendiamo nel nostro abisso con
la lanterna, a illuminare le beneamate oscurità. Spacchiamo il lume, che si
infervori in fuoco. Fuoco-volpe, fuoco muta di cani in corsa.
E la poesia? Ipotesi di linguaggio angelico, ci addestra a spezzare l’ordinaria
lingua. Ci addestra all’altro mondo del linguaggio – il solo.
Nel dire di Qoelet, che annienta evidenze e certezze, alla via dell’edonismo –
ebbrezza che raddoppia la vanità; cruenta ironia: consumiamo ciò che ci consuma
– segue quella dell’obbedienza. Imputridire nel timore di Dio. Lo ripete ancora
a sigillo del rotolo: “Paura di Dio, osservanza dei suoi comandi: tutto questo è
l’uomo” (12, 13). Yarè è proprio la paura, il terrore di Dio; è riconoscere la
propria vergogna, l’insuperabile distanza da Dio. “La tua voce ho udito nel
giardino e ho avuto paura perché ero nudo e mi sono nascosto”, dice Adamo a Dio
(Gn 3, 10). “Paura di Dio” significa: memoria della caduta. Dalla “paura di Dio”
comincia il percorso della salvezza, il rapporto tra Dio e l’uomo – “paura” è,
per paradosso, l’anello nuziale tra Dio e uomo – il punto in cui si è sciolto un
rapporto e si inaugura un nuovo patto. Mutilazione, massacro, frainteso, finché
il Verbo non fonderà un nuovo vocabolario, il Dio ineffabile si farà volto,
carne, corpo da abbracciare e deporre, da ungere con olio e fustigare.
Adamo ha paura di Dio perché è nudo – all’uomo è chiesto, fuori dal Giardino,
atto di più radicale denudamento, suprema spoliazione.
All’opposto equinozio di Babele: l’arca – Noè – e la culla – Mosè. Spazi in cui
rifugiarsi, oggetti che veleggiano sulle acque – ipotesi di nuova creazione.
Lingua-arca; lingua-culla. Le tavole dell’alleanza – verbo che si struttura in
legge per incapacità di intendere l’oracolo – custodite nell’arca: che
ringiovaniscano, che ritornino bimbe. In Eden non c’è legge: si parla come una
fioritura. Parole come foglie che sventagliano.
Tra Babele e arca/culla (arca: culla per tutti): il tempio. Il tempio non
racchiude Dio, non ne è la gabbia: è luogo d’incontro. Nel tempio posso trovare
Dio – o posso perderlo.
Nel tempio si risillabano le antiche parole per invitare Dio all’incontro.
Parole pari alla dipintura dell’icona. Parole-gesto, parole che ricalcano gli
stessi gesti, perché Dio appaia. Ma la ripetizione è ricreazione. Chi confida
nel ‘nuovo’ è un idolatra, un apostata.
Spogliarci del linguaggio.
L’estrema spoliazione è terribile. Defraudare il Nome per tentare il proprio
nome. Farsi arca perché l’altro in noi si sieda.
Dunque: imparare le lingue dei passeri, arcangelici, e quelle della formica,
della cimice, del capriolo.
Linguaggio: arte di trasalire – di travalicare.
Dunque: Vanitas vanitatum, farsi vanto della vanità. Vanità-vento. Incenerire
tutto perché da quella cenere Dio ci rifondi. Rifilare il vento – rifondare il
respiro.
**
Da “Qoelet”
9
Nel cuore ho sperimentato questo:
le opere dei giusti
l’estremismo dei santi
tutto è tra le dita di Dio
l’uomo non sa perché ama
ignora il raduno dell’odio
Stessa sorte per tutti
il giusto e il vile
il puro e l’impuro
chi fa sacrifici e chi dissacra
il buono e il peccatore
chi giura e chi scongiura
È male tutto
sotto il sole
stessa sorte
per tutti
nel cuore dell’uomo
alligna il male
follia nei suoi lembi
il fine è la morte
Speranza tra chi fluttua
nella flotta dei vivi:
un cane vivo è meglio
di un leone morto
I vivi sanno di dover morire
i morti non sanno nulla
privi di salario – memoria
tra i sali dell’oblio
Ciò che hanno amato
i motivi della lotta
e della gelosia: tutto
è cenere, pericope del lutto
per loro non c’è più posto
nel mondo arreso al sole
Allora:
godi e mangia
bevi il tuo vino
divora i cuori
Dio gratifica
le tue opere
Indossa bianche vesti
olio purifichi il tuo capo
La vita è vana: glorifica
i giorni con la donna che ami
unico sconto alla fatica
al dolore sigillato dal sole
Finché il corpo ti aiuta agisci
non c’è opera né sapienza
nello Sheol – tutto è insensato
tra le ombre dove andrai
Così è sotto il sole:
non va ai capaci la gara
la guerra non la vincono i forti
il pane non lo morde il santo
la ricchezza non sorride ai
geni
né agli scaltri la grazia –
su ogni cosa è il dominio del caso
L’uomo ignora la sua ora
come pesci presi tra perfide reti
come uccelli intrappolati dai lacci
il male migra sui figli dell’uomo – è ovunque
Verità sgravata dal sole:
Misera città
miseri uomini
la assedia un re
onnipossente
aureola di mura
Un santo di scarsi natali
salva la città ma nessuna
memoria lo onora –
E mi dico:
preferisci la sapienza
alla forza – eppure
il santo impoverito dal fato
è sfottuto – le sue
profezie negate
Deglutisci con cura
le parole del santo
ignora le urla
di chi alleva viltà
Anteponi la sapienza
alle armi – ma una
breve colpa avvelena
un grande bene
*Si pubblica per gentile concessione parte dei materiali editi in: “Qoelet.
Nella traduzione di S. Arduini, D. Brullo, M. Bontempelli”, De Piante, 2025
*In copertina: Kazimir Malevič, Quadrato rosso, 1915
L'articolo “Su ogni cosa è il dominio del caso”. Vagabondaggi intorno a Qoelet
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