In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel
recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un
brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli
apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per
nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina
davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo
invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce
degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava
loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la
porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e
briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non
viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)
Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello:
Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri,
ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo.
Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci
condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra
personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua
voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che
cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i
contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che,
soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo
capivano?
> “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le
> passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si
> trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in
> rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei
> giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da
> tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti
> d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò
> in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si
> adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele.
> Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del
> Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella
> smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa
> e della forte; le pascerò con giustizia”.
>
> (Ez 34,11-16)
I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla
narrazione di oggi dicono infatti questo:
> “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero
> «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste
> alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”.
>
> (Gv 9,40-41)
Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche
io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle
immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di
capire e per questo il peccato rimane.
Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non
banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra
queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a
cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida
paradossale, forse, abita la verità.
Cosa dovrei vedere davvero?
*
> “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la
> pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente)
> rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui
> intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione
> è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In
> particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome
> di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle,
> l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la
> libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno
ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso,
guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo
deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a
rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si
sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora
sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi
non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me,
deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla
violenza che stavo subendo? Perché non ho voluto vedere? Perché non mi sono
voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi
coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho
rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi
servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei
falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti
perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi
avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi
di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con
violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi
sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose
debolezze.
Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare
nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo
assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri
maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al
mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono
poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.
Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in
inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua
lettura.
Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa
verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati
usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano
è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla
paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e
l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile
guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo
perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo
gli unici colpevoli, illudendoci di vedere!
E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i
miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi
ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo
spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non
siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia?
Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517
*
> “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di
> esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”.
>
> (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche
> Anno A, Vita e Pensiero, 2010)
La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di
esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e
terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che
vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare
libero l’amato di essere ciò che è.
Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini,
fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari
quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità
più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il
costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo
buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte,
scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa
pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo
è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere
davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse
solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è
colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento.
*
> “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua
> voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno
> risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la
> chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se
> così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni
> pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che
> sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta.
> Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli
> altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di
> entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma
> anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi.
> Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”.
>
> (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù
> Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14,
> Queriniana, 2009)
Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a
falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il
problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro
di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta
la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo
noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire
perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi
stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di
noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre
paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di
alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei
genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei
poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e
solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo.
Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è
il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere.
Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon
pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare
militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei
blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme
a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli
nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma
contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno
contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.
*
> “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere
> fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza
> neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli,
> buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo
> nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto,
> perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono
> secondario e marginale il pensiero di chiunque”.
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al
tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i
suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro
anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine
della nostra disumanizzazione.
È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la
verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a
Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di
Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla
preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a
quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per
illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua
persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura,
nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a
troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la
vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che
invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a
dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per
fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la
libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore,
l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui,
aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà.
Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè
morire e risorgere in Lui.
Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame
della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante,
cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di
esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così
radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un
elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra
luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una
volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.
> “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una
> vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al
> letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che
> rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare
> a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o
> pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”
>
> (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984)
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo
L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
proviene da Pangea.