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Io sono la via, la verità e la vita
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»”. (Gv 14, 1-12) * Perché ti agiti in me? > “Perché ti rattristi, anima mia, > perché ti agiti in me?”          > > Salmo 43 (42) E l’anima, triste, l’anima che in noi geme, chiede ragione di questa cosa chiamata vita. Il credente con il Salmo 43 incastrato tra i denti implora di poter capire: perché ti rattristi anima mia, perché ti agiti in me? Sensi di colpa avvolgono questa domanda, non dovremmo aver già compreso, non ardeva in noi il nostro cuore mentre il Risorto danzava in noi? Invece trema l’anima e tremiamo noi, con lei, perché sentiamo di non avere ancora abbastanza fede, siamo in balia dei nostri pensieri prostrati all’evidenza della morte, colei che l’anima non riesce a chiamare “sorella”.  Perché ti rattristi anima nostra? Così ci porti in un gorgo profondo di depressioni e incomprensioni, così ci trasformi in corpi in alto mare, tu ti agiti e noi sentiamo il Leviatano della disperazione salire dai fondali misteriosi ad azzannare quel che resta di noi. Se tu gemi noi siamo solo relitti alla deriva. Perché l’anima non ricorda, perché il memoriale della Sua presenza non ci mette ancora al riparo del tremore e dal timore? Gridiamo dal fondo di questa pena che ci tortura il cuore, la pena di non essere degni di essere al mondo, la sottile drammatica tortura di aver fallito la nostra vocazione. O, peggio, che sia davvero tutto solo qui. L’anima trema e noi moriamo di paura. > “Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, > lui, salvezza del mio volto e mio Dio”.        > > Salmo 43 (42) Dalle pagine del salmo a strappare parole di eccessiva speranza: salvezza! Sono ordini, militare sembra la fede, spera in Dio, sussurro, spera in Dio anima mia, solo a volte l’anima ubbidisce, e si ferma, immobile, a guardarmi, quasi sorpresa che si possa tentare di vivere senza temerla la vita.  L’anima è fragile e vorace, è angelica e rapace, l’anima esiste e ci ha in pugno. Se lei muore si spengono le parole per poter lodare il Salvatore ed è come non avere più mani per afferrare corde di salvataggio. Se lei muore, se la belva che in noi trema con fremiti selvaggi la fame di Dio dovesse lasciarci, noi perderemmo il Suo e nostro volto, lei è la salvezza dell’identità profonda del nostro essere qui, tra i viventi.  Non è vero che l’anima è invisibile, l’anima è il nostro volto. E, per immagine e somiglianza, anche il Suo. > “Non si turbi il vostro cuore! Credete in Dio, credete anche in me!”   > > (Gv 14,1) Ecco perché, in volto d’uomo, Cristo raccoglie il Salmo, ecco perché, anche lei, della pagina biblica se ne nutre, a morsi, Messia affamato di noi. Lui volto, Lui corpo, Lui come segugio in cerca delle nostre anime tremanti, Lui a implorarci di non lascare il cuore in balia del turbamento.  Lui che lo conosce il cuore frantumato dagli eventi della vita. Anche il suo si è rattristato, anche il suo cuore si è turbato davanti al sepolcro dell’amico Lazzaro, e nell’orto degli ulivi, Lui e le lacrime di sangue a tingere il volto della drammatica possibilità della paterna Assenza. Ma sempre lui, e il suo cuore, a giurare che si può credere in Dio, sempre, anche trafitti dall’odio umano contro il palo della croce. Lui a giurare che si deve credere in Dio per non morire davvero. Lui a chiedere di credere anche in Lui, così vicino, così vivo, così uomo.  Lui a chiedere di credere che tutto risorgerà, anche il cuore turbato, che la tristezza dell’anima si trasfigurerà in luce.  Cristo è il salmo che si fa carne. Credi in me, dice. E noi a pensare a tutti quei momenti in cui qualcuno si è chinato sulla nostra anima tremante, l’ha presa tra le mani e non l’ha stritolata. Noi a ringraziare chi ci ha tenuto in vita. Persone dal grande potere su di noi. Chi ama è anche colui che ci può ammazzare.  Forse fede, fede vera, è poter dire, senza parole, anche a una persona sola, anche solo per una volta nella vita: “credi in Dio, e credi anche in me”. Lasciami la tua anima tremante, non la violenterò. Me ne prenderò cura. Essere santi è essere credibili? Un disegno di Rubens del 1616 * Manda la tua luce > “Manda la tua luce e la tua verità: > siano esse a guidarmi, > mi conducano alla tua santa montagna, > alla tua dimora”.       > > Salmo 43 (42) Ci vuole coraggio a chiedere luce e verità. O bisogna essere tremendamente disperati. Bisogna che l’anima sia incastrata pericolosamente tra le trame degli inferi, bisogna che la notte sia così oscura da risultare impenetrabile, bisogna che il buio ci osservi con occhi scavati di Nulla. Bisogna essere disperati per pregare che la luce divina ci invada, perché poi lei elenca tutto di noi, tutto, anche ciò che con maestria stiamo cercando di nascondere da una vita intera. La luce chiama sempre verità. Per questo la luce ferisce. Pregare che la Sua luce venga a trafiggerci non è chiedere soluzioni religiose alle nostre crisi, non è trovare riparo e salvaguardare le apparenze, è perdere la faccia, è trasfigurare il volto per Suo violentissimo amore. E poi finalmente lasciarci guidare. Smettere di andare dove vogliamo noi e accettare di lasciarci portare dove non vorremmo. Sulla santa montagna, alla sua dimora, senza dimenticare che santa montagna è anche il Calvario e dimora è essere alla destra o alla sinistra del Crocifisso.   > “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, vi avrei forse detto > che vado a prepararvi un posto? E quando andrò a prepararvi un posto, verrò di > nuovo e vi porterò vicino a me, di modo che dove sono io siate anche voi”.   > > (Gv 14, 2-3) Così Cristo cerca di preparare i suoi allo scandalo drammatico della croce. Allo strappo che potrebbe essere definitivo: quale luce e quale verità se Dio non parlerà mentre il figlio verrà massacrato? Quale strada, quale montagna, quale dimora se la sua sequela si incaglierà in un viaggio al termine della notte? Così Cristo si fa salmo, si fa luce, si fa preghiera e speranza. Si fa occhi per il nostro sguardo smarrito: vi giuro che ci sono molti posti. E sono posti preparati. Come il Cenacolo, una sorta di piano superiore, una noce calda di luce nel cuore della morte. La notte non annienta solo se è abitata da Cristo, solo grazie a lui anche l’anima del Nicodemo che ci portiamo in cuore può smettere di tremare, perché lui è luce accogliente nella notte. Lui è il nostro posto da abitare.  L’anima può smettere di gemere solo se sboccia in noi il coraggio di prendere dimora in Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo. L’anima trema e chiama e Lui, Cristo, promette di tornare, continuamente, ad ogni nostro respiro, promette di prenderci per mano, promette di portarci in lui. Come la chioccia con i suoi pulcini. La luce non ci acceca solo perché Cristo ha accettato di farsi carne, di farsi luce. Il Verbo divino non sfonda l’orecchio perché incarnato in Carità. La luce è venuta nel mondo. A noi credere, e cedere, a noi accogliere il rischio della nascita.  Fede, fede vera, forse non è nient’altro che scoprire che la vita è il travaglio in vista del parto definitivo. * I sentieri di Dio > “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, > insegnami i tuoi sentieri”.                > > Salmo 25 Quale rischio implorare di conoscere i sentieri del Signore! Le sue vie non sono le nostre vie. Eppure riuscire a sentire la certezza che nessun altro sentiero è davvero praticabile dopo che abbiamo incontrato lui. Non riuscire a incamminarci altrove. Prigionieri della sua presenza. > «E del luogo dove vado, voi conoscete la via». Gli dice Tommaso: «Signore, noi > non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli dice Gesù «Sono > io la via e la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non attraverso di > me». > > (Gv 14, 4-6) Così Cristo diventa salmo, diventa preghiera, diventa la Via. Conoscere le vie del Signore sarà quindi conoscere il Cristo, e non sarà importante il dove, non il luogo, nulla degli accadimenti della vita sarà più in grado di annientare di paura la nostra anima perché Lui sarà in ogni evento, Lui è già incarnato in ogni evento! Lui la Via e Lui il Viandante, Lui la fonte e Lui il culmine, Lui la sistole e la diastole. Lui il nostro tutto. Lui la vita. Tutta la vita, tutto della vita. Non c’è nulla di vivo che non sia occasione qui e ora, occasione per attraversare le apparenze e franare in Lui. Siamo destinati ad essere deposti nel sacro cuore. Attraverso la vita arrivare a essere in Cristo, a dimorare in Lui, attraverso la gioia, il dolore, la malattia, l’amore, la morte, ogni cosa è pertugio d’attraversare per scoprirci in Lui. E attraverso di Lui, Cristo, scoprirci nell’Eterno. La fede come una disciplina d’attraversamenti e di consegne. * Sete > “L’anima mia ha sete di Dio, > del Dio vivente: > quando verrò e vedrò > il volto di Dio?”                     > > Salmo 42 (41) L’anima trema, l’anima geme, l’anima è assetata. Avere sete di Dio, una benedizione e una tortura, una diagnosi. Una condanna. Avere sete di un incontro che sfugge sempre, implorare colui che a volte sembra solo un miraggio. A volte credere non per esperienza, non per incontro mistico ma solo ed esclusivamente per tormento di mancanza. Credere solo in virtù della sua bruciante assenza. Essere educati dal vuoto. E la domanda: quando vedrò il suo volto? Vederlo e finalmente morire, vederlo e finalmente estinguere la sete e quel tormento che fa amare ogni cosa della vita ma, insieme, la relativizza. Perché l’anima sarà dissetata solo nel Suo sguardo.   > “«Se voi foste arrivati a conoscermi, conoscereste anche il Padre. Ma da ora, > voi cominciate a conoscerlo e lo vedete». Gli dice Filippo: «Signore, mostraci > il Padre e ci basta». Gesù gli dice: «Ecco, sono con voi da così tanto tempo e > non sei ancora arrivato a conoscermi, Filippo! Chi vede me vede il Padre. Come > puoi dire «Mostraci il Padre?»”. > > (Gv 14, 7-9) Cristo, siamo fatti per il Padre. Cristo lo sa, senza il Padre moriamo. Ecco allora che il Figlio si mostra, e nel Figlio il Padre: Chi vede me vede Lui. Miracolo vero è mostrare che la vita è già deposta nella pupilla di Dio.  Chi vede lui vede il Padre. E forse anche Filippo comprenderà che non basta vedere Dio, occorre fargli spazio, dargli carne, per farne esperienza davvero. Occorre venire alla luce, diventare via, fare verità, lasciarlo vivere in noi. Non basta che qualcuno ci mostri il Padre occorre che il Padre si mostri al mondo attraverso di noi. Attraversati dal Mistero, noi luoghi della sua incarnazione.  * Almeno credete > “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi ho detto > non le dico da me stesso; al contrario, è il Padre che, rimanendo in me, > compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Almeno > credete a causa di queste opere. Amen, amen, ve lo dico: Chi crede in me farà > anche lui le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi, perché io vado > al Padre”. > > (Gv 14, 10-11) È tutto enorme. È una luce che sembra poterci accecare. Così l’anima rischia di tremare ancora, ma per eccesso d’amore. Allora Cristo si avvicina. Credetemi, sussurra, credetemi, implora. Credete almeno alle mie opere. Che tenerezza la pazienza di Dio. Avvicina l’Infinito, lo depone nelle opere dell’uomo. E poi si ritira. Saranno le opere a svelarlo. Le opere d’amore che è concesso mettere al mondo anche a noi. Nel nostro operare il mistero di un Dio presente nelle nostre carni.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Peter Paul Rubens, “Ecce Homo”, prima del 1612 L'articolo Io sono la via, la verità e la vita proviene da Pangea.
May 3, 2026 / Pangea
Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10) Sembra tutto così chiaro! Il recinto, la porta, e il pastore buono, e bello: Gesù! Sembra tutto così limpido! Noi le pecore attorniate dai cattivi maestri, ladri e briganti della nostra felicità, e Lui il pastore che ci porta in salvo. Sembra tutto così lineare! Cristo buon pastore che cammina e noi dietro, a farci condurre fuori, dove vuole lui, è il dono della fede no? La nostra personalissima e comunitaria traiettoria verso la verità. Seguire lui, la sua voce, il suo vangelo e rifiutare gli estranei. Eppure “essi non capirono di che cosa parlava loro”. Perché non lo capivano i farisei? Perché nemmeno loro, i contemporanei di Gesù, loro che i pastori li conoscevano bene ma che, soprattutto, avranno subito collegato le sue parole al profeta Ezechiele, non lo capivano?  > “Perché così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le > passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si > trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in > rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei > giorni nuvolosi e di caligine. Le farò uscire dai popoli e le radunerò da > tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti > d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione. Le condurrò > in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si > adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. > Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del > Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella > smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa > e della forte; le pascerò con giustizia”. > > (Ez 34,11-16) I farisei non capivano perché credevamo di vedere. I versetti precedente alla narrazione di oggi dicono infatti questo: > “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero > «Siamo forse ciechi anche noi?» Gesù disse loro «Se foste ciechi non avreste > alcun peccato. Ora invece dite: Noi vediamo. Il vostro peccato rimane»”. > > (Gv 9,40-41) Ecco perché era tutto così chiaro, anche per me, perché, come i farisei, anche io ero convinto di vedere, di capire, di saper leggere la simbologia delle immagini usate da Gesù. Credevo di vedere e, per questo, non capivo. Credo di capire e per questo il peccato rimane. Mi devo accecare per proseguire, è doloroso ma inevitabile passaggio per non banalizzare eccessivamente questa pagina, devo sentire che c’è qualcosa tra queste righe che io credo di vedere e che invece non vedo, devo predispormi a cercare ciò che credo di possedere e che invece non ho. In questa sfida paradossale, forse, abita la verità. Cosa dovrei vedere davvero? * > “Si tratta invece dei falsi messia che si presentano agli uomini avanzando la > pretesa di essere dei salvatori: quand’anche venissero dopo (cronologicamente) > rispetto a Gesù, essi rientrerebbero nel novero degli usurpatori qui > intravisti. Il criterio discriminante che dice dell’autenticità della missione > è nel sottrarre per sé o nel donare, nel portare morte o nel portare vita. In > particolare viene condannato il sacrificare: ovvero, il togliere vita nel nome > di Dio, il servirsi delle persone per fini religiose fino ad annientarle, > l’usare il nome di Dio e la religione per fare violenza, il togliere la > libertà alle persone dando forma nuova agli antichi sacrifici umani”. > > (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche > Anno A, Vita e Pensiero, 2010) Dovei vedere i falsi messia che si sono spacciati per miei salvatori? Hanno ragione i fratelli di Bose eppure, per me, sarebbe fin troppo facile, adesso, guardarmi alle spalle ed elencare le persone che mi hanno tradito, o anche solo deluso. I falsi messia che si sono presi qualcosa di me. Troppo facile andare a rivangare i tratti dei pastori che avevo incoronato miei maestri e che poi si sono rivelati nemici pericolosi, approfittatori. Facile ed inutile. Ancora sterile esercizio di uno che crede di vedere e che invece non vede davvero. Chi non riesco a riconoscere? La domanda vera, risvegliando il fariseo che è in me, deve forse essere un’altra: perché ho chiuso deliberatamente gli occhi sulla violenza che stavo subendo? Perché  non ho voluto vedere? Perché non mi sono voluto accorgere del male che mi stavano facendo? Perché ho chiuso gli occhi coscientemente su invasioni che adesso mi sembrano così evidenti? Perché ho rinunciato in modo così totale alla mia libertà? Perché in quel momento loro mi servivano. Questo è il passaggio doloroso da ammettere. Avevo bisogno di quei falsi messia. Li ho usati anche io. Li ho amati sinceramente e li ho seguiti perché tra me e loro c’era un patto, magari non detto, ma c’era: loro mi avrebbero portato dove io sarei voluto arrivare e loro avrebbero potuto fidarsi di me. Ecco perché il giorno in cui mi sono liberato di loro hanno reagito con violenza: perché io ho rotto il patto, in questo hanno ragione. Aprire gli occhi sui falsi profeti è dolorosissimo perché fa emergere le nostre vergognose debolezze. Cristo invece ci porta dove noi non vogliamo andare, Cristo ci porta ad entrare nella vita attraverso la porta stretta della croce, e anche questo non vogliamo assolutamente vedere. Anche su questo non vogliamo aprire gli occhi. I veri maestri sono crocifissi che accompagnano sulla via della croce, sono falliti al mondo che non precludono alla nostra storia di incrociare il fallimento, sono poveri, incompresi, sono uomini delle beatitudini, non sono belli, fanno paura.  Quello di oggi è un Vangelo pericolosissimo, scritto intingendo la penna in inchiostro luminosissimo, così lucente da accecare chi osa esporsi alla sua lettura.  Accettare di aver donato parte della nostra vita a mercenari è gesto di dolorosa verità. Non siamo i puri che crediamo di essere, abbiamo usato, siamo stati usati, in una trama di luci e ombre non così chiara da districare. L’animo umano è complesso, il bisogno si mischia con l’amore, l’interesse si accoppia alla paura di non trovare il nostro posto nel mondo, l’amore è infangato di egoismo e l’egoismo, a volte, è solo un sintomo di terribile paura. È così difficile guardare al passato e tentare di districare la matassa che spesso lasciamo perdere, chiudiamo gli occhi, o ci limitiamo ad accusare quelli che noi crediamo gli unici colpevoli, illudendoci di vedere! E poi eccola la domanda che serpeggia tra le righe: oggi, adesso, quali sono i miei maestri? I miei messia? I miei pastori? A chi ci stiamo affidando? Di chi ci fidiamo? Chi stiamo usando, chi ci sta usando? Questa è la vera domanda. Lo spazio che ci è dato per la nostra quotidiana conversione è l’oggi. Siamo o non siamo sulla via della croce? Chi sale il Calvario in nostra compagnia? Hans Schäufelein, Cristo come Buon Pastore, 1517 * > “Il pastore fa uscire le sue pecore. Il pastore immette in un cammino di > esodo, dunque di liberazione. Compito del pastore è educare alla libertà”. > > (Comunità di Bose, Eucarestia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche > Anno A, Vita e Pensiero, 2010) La libertà. Il pastore fa uscire le sue pecore, le spinge su un cammino di esodo, le partorisce. Eccola la risposta al profilo del pastore bello. Chiara e terribile, lucente come una lama. Il maestro che vuole essere tale, l’uomo che vuole essere onesto, il pastore degno di fede sa che l’amore prevede di lasciare libero l’amato di essere ciò che è.  Siamo stati cattivi maestri quando abbiamo usato le persone per i nostri fini, fossero stati anche nobili ed apparentemente giusti. Siamo stati mercenari quando abbiamo imposto ad altri ruoli che non erano conformi alla loro identità più profonda (spesso erano persone che non vedevano l’ora di indossare il costume che gli stavamo proponendo). Ma, soprattutto, non siamo e non saremo buoni pastori fino a quando non sapremo ucciderci, trapassarci da parte a parte, scomparire, zittirci, per lasciare a chi amiamo di poterci tradire in santa pace. Mi viene da scrivere che forse il discepolo che ci ha mostrato che Cristo è stato davvero un buon pastore è stato Giuda. Senza di lui come potremmo essere davvero sicuri che i discepoli non fossero stati plagiati e che Cristo non fosse solo l’ennesimo maestro manipolatore e seduttivo? Il pastore davvero buono è colui che ci libera dalla sua presenza. Colui che ci abilita al tradimento. * > “È detto in Giovanni che le pecorelle odono il pastore e conoscono la sua > voce. Gli uomini, dunque conoscono la sua chiamata, e il nostro interno > risponde. È realmente così? In realtà, io sento assai più vivamente la > chiamata degli altri. La sua, in realtà, non la comprendo e non la seguo. Se > così è, non basterà dunque che egli ci chiami, ma sarà necessario che ci doni > pure l’udito per poterlo udire. In noi non vi è solamente quel profondo che > sta in ascolto di lui, ma purtroppo anche la contraddizione che si rifiuta. > Gli avversari con i quali egli ha da combattere non sono esclusivamente gli > altri che ci contendono a lui, ma noi stessi che non gli consentiamo di > entrare. Il lupo, davanti al quale il mercenario fugge, non è solo fuori, ma > anche dentro. Il più grande nemico della nostra redenzione siamo noi stessi. > Contro di noi ha da lottare, per noi, il buon pastore”. > > (R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù > Cristo, Milano 1977; da Lectio Divina per la vita quotidiana vol 14, > Queriniana, 2009) Ma c’è un altro rischio, ancora più subdolo rispetto all’aver dato fiducia a falsi profeti, è quello che Romano Guardini evidenzia con tanta onestà: il problema vero non sono gli avversari fuori di noi ma quelli che abbiamo dentro di noi, il lupo accovacciato sulla soglia del nostro cuore, quello che boicotta la divina chiamata, quello che si rifiuta di far entrare Cristo in noi. Siamo noi i lupi di noi stessi, e dirlo così, con una frase ad effetto, può apparire perfino eroico, in verità sentire nel profondo della nostra coscienza che noi stiamo boicottando Dio, che non ci sono altri colpevoli, che noi siamo lupi di noi stessi, che noi ci stiamo sbranando, che noi stiamo morendo nelle nostre paure negandoci la felicità è dolorosissimo. Anche perché siamo in epoca di alibi. Trovare la causa sembra la soluzione per tutti i nostri guai. È colpa dei genitori, della società, della Chiesa, del consumismo, della politica, dei poteri forti, del mondo culturale… la causa del nostro disagio pare sempre e solo una nostra reazione (giustissima!) alle invasioni indebite del mondo. Invece non è sempre così. Il male esiste e ci abita. E prende mille forme. Ed è il nemico vero. Il più grande nemico contro cui abbiamo il dovere di combattere. Questo brano evangelico che sembrava la summa della dolcezza divina, del buon pastore che si prende cura di noi, in verità è un manuale di lotta, di militare militanza contro il nemico. Che prima di tutto va riconosciuto. Nei miei blocchi, nelle mie paure, nelle mille scuse che accampo per non essere conforme a Cristo si cela il volto del lupo contro cui sono chiamato a battermi. Dargli nome, e volto, prima di tutto. Poi il buon pastore combatterà al mio fianco. Ma contro chi? Ecco la pericolosa cecità del fariseo, non sappiamo più nemmeno contro chi stiamo combattendo, non vediamo più il nemico.  * > “Dunque, perché insisto a credere, ad accettare (come posso e riesco) d’essere > fra le ‘pecore’ che ascoltano quella voce fidano nella vita eterna senza > neppure saperne i termini, il dove, il come e per quali trafila di nubi, soli, > buio, ali, voci, porte, distanze? Il perché lo so e mi par giusto rivisitarlo > nel silenzio bianco di ogni mattina: credo in Gesù Cristo, vissuto e risorto, > perché mi fido di quanto ha lasciato detto con tale novità di idee che rendono > secondario e marginale il pensiero di chiunque”.   > > (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984) Alla fine è a Cristo che bisogna tornare. Alla sua vita, alla sua morte, al tentativo di fare esperienza della sua resurrezione. E forse, guardandoci con i suoi occhi, passando dalla porta stretta della sua esperienza si farà chiaro anche il profilo del nemico, del male che ci abita, del peccato all’origine della nostra disumanizzazione.  È a Cristo che bisogna tornare, a lui che è la porta da cui passare, perché la verità emerge solo filtrandola pazientemente nella sua esperienza. Tornare a Cristo, non a vaghe idee di spiritualismo, non a teorie, tornare alla Parola di Dio da amare, studiare, meditare, incarnare. Tornare alla Sacra Scrittura, alla preghiera, alla Lectio Divina. Tornare alla Tradizione, ai Padri, ai Concili, a quel lungo processo di confronto con l’uomo di Nazareth e alle battaglie per illuminare i pericoli dei possibili e inevitabili fraintendimenti sulla sua persona. Tornare con umiltà e passione. Lottare intorno alla sua figura, nutrirsi di Lui, macerarsi di nostalgia ogni volta che ci si accorge di stare a troppa distanza dal Maestro. Perché lui e lui solo è colui che non toglie la vita nel nome di Dio ma che, in Dio, depone la sua per noi. Lui il pastore che invece di servirsi delle persone si annienta fino a lavare loro i piedi, fino a dare la vita per i nemici. Lui che non usa il nome di Dio e la religione per fare violenza ma si immola a disarmata onnipotenza. Lui che non toglie la libertà alle persone pretendendo sacrifici ma che diventa, lui pastore, l’agnello immolato per sacrificare per sempre il sacrificio. Guardare a lui, aprire gli occhi, sapendo che ci faremo male. Ma che incontreremo vera libertà. Entrare in Lui, passare per Lui, nostra unica porta, farci battezzare cioè morire e risorgere in Lui. Ma anche cercare, con pazienza e attenzione il riflesso del Risorto tra le trame della vita, cercarlo in qualcosa di apparentemente piccolo e insignificante, cercarlo lontano dai riflettori, trovarlo dove i maestri non si accorgono di esserlo, dove i pastori si credono solo pecorelle sperdute, dove l’umiltà è così radicata da rendere scontata la presenza della libertà. Occorre stilare un elenco. Pratico. Giorgio Torelli ne aveva scritto uno di elenco che mi sembra luminoso. E semplice. E vicino. Perché questo è il paradosso del Vangelo, una volta aperti gli occhi, misticamente, tutto si fa finalmente semplice.   > “I miei maestri sono stati i piedi scalzi dei francescani nella neve; una > vecchia zia che morì come un Socrate del Cristianesimo convocandoci attorno al > letto di addio per dire cose non udite dai teologi; un amico ventenne che > rovinò dalla montagna e si segnò con la mano insanguinata prima di cominciare > a consumarsi. E, poi, frasi sparse, il coraggio e la costanza di tanti (o > pochi che fossero), il silenzio, le voci di dentro…”   > > (Giorgio Torelli, La pazienza di Dio, De Agostini, 1984) Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. In copertina: Cristo Pantocratore del VI secolo L'articolo Il Buon Pastore, ovvero: della lotta contro il lupo che ho dentro proviene da Pangea.
April 26, 2026 / Pangea
“Un alfabeto di luce”. Willis Barnstone, il patriarca della poesia americana
Ha la faccia del predestinato, Willis Barnstone, il patriarca della poesia americana, ha una faccia di cera, che puoi modellare a tuo piacere, che può prendere qualsiasi forma. Nato a Lewiston, Maine, nel 1927, finì su un giornale, il “New York Daily News”, la prima volta, per caso, da bambino: invitava Babe Ruth, il leggendario giocatore di baseball, a una raccolta fondi per gli orfani, per gli sfortunati dei quartieri infimi. Quarant’anni dopo, lo vediamo al braccio di Jorge Luis Borges, a Buenos Aires. Lo scrittore argentino, arso da cecità, ha il solito sguardo, nei labirinti dell’invisibile; Willis fissa la camera, perplesso, pare uno Zelig; indossa un completo bianco, il registratore a tracolla.  Lavoreranno insieme a lungo, per un paio di decenni: Barnstone accompagnerà Borges in un importante ciclo di conferenze negli States, ad Harvard, alla Columbia, a Chicago; ne sortì un libro, Borges at Eighty: Conversations, passato in Italia come Conversazioni americane (Editori Riuniti, 1984). Secondo Barnstone (in: Borges the Poet, a cura di Carlos Cortínez, The University of Arkansas Press, 1986), Borges è un Poet of Ecstasy: “Per quel che posso capire, Borges è un composto instabile, un composto misterioso, che cerca incessantemente di trovare la condizione stabile, la cifra o la formula o la chiave della propria essenza, ma è destinato a eterna metamorfosi. Muove cioè dall’entasis (essere in sé) all’ekstasis (essere altrove)”. Amava la “notturna attività del poeta cieco”, fonte, per i lettori, di abbagliante chiarità. Non è difficile capire perché a Borges piacesse quell’americano allampanato, all’apparenza inerte, dal corpo salamandra. Conosceva lo spagnolo – uno dei suoi primi lavori è una traduzione dai testi di Antonio Machado –, aveva studiato in Messico e in Francia, aveva insegnato in Grecia: le sue versioni da Saffo – uscite in origine nel 1965 – vengono rieditate ancora oggi. Soprattutto, Barnstone, a differenza di altri poeti, esperti geologi del proprio io, ‘specialisti’ dei fatti loro, aveva una mente oceanica: era stato in Cina – da lì, le traduzioni da Wang Wei –, lo affascinavano i perigli del ‘religioso’. Nel 1972, per la New Directions di James Laughlin, aveva firmato una notevole edizione dei Poems of Saint John of the Cross. Le indagini nella letteratura spagnola non lo abbandoneranno: negli anni, Barnstone traduce il poeta agostiniano Luis de León (1979), Vicente Aleixandre (1981), Quevedo, García Lorca e Miguel Hernandez (in: Six Masters of the Spanish Sonnet, 1993). Fra i suoi libri di poesia ricordiamo From This White Island (1960), China Poems (1977), Algebra of Night (1998), Life Watch (2003); l’ultimo libro lirico, Moonbook and Sunbook, è edito nel 2014.  È pressoché impossibile districarsi nell’amazzonica bibliografia di Barnstone, un poligrafo che non teme fatica, un poligrafo che odora di Himalaya; su Borges ha scritto un grazioso pamphlet, With Borges on an Ordinary Evening in Buenos Aires: A Memoir (1993), in cui, tra l’altro, rievoca un sogno narratogli dal grande scrittore argentino. “Erano i giorni della ‘Guerra sporca’, le bombe esplodevano in città; arrivai da Borges, lo vidi sconvolto, mi raccontò un sogno”. Quel sogno è alla base di un racconto borgesiano, La memoria di Shakespeare, che reca, a sua volta, lo stigma dell’incantesimo, del gioco di prestigio. Ne riparleremo.  Molti anni dopo – il testo è raccolto nell’antologia Mexico in My Heart, Carcanet, 2015 – Barnstone ha trasfigurato il suo legame con Borges in una poesia dai molti sigilli, Borges and His Beasts:  > “Qualcosa è sbagliato nel tuo volto. Non è > quello di un vecchio, ma di uno che non cresce.  > Nonostante i grigi capelli e l’occhio cavo come una tazza, > morto, e l’altro, grigia trama di tumida nebbia > dove un cervo bianco corre e scompare o lampeggia > blu, in quel sogno dove hai dimenticato che si muore, > e progetti un alfabeto di luce che faccia fibrillare > la sfera del cuore. L’oscurità è sparita e ora devi > sorridere come un bimbo. Succhi l’antica parola norrena > che ti offre il cielo. Ma sei solo e sei assurdo > e sai che c’è qualcosa di sbagliato. Viso da bimbo > che ride, sembra un dente, l’occhio è un fiume > perché ha conosciuto la pantera che non muore mai”.    Forse su suggerimento di Borges, Willis Barnstone s’inabissa nella Bibbia, esplora lo gnosticismo, studia l’ebraico e l’aramaico. Le traduzioni degli apocrifi, degli pseudoepigrafi e dei manoscritti del Mar Morto convergono in The Other Bible (1984); nel 2003, insieme a Mervin Meyer raccoglie come The Gnostic Bible i testi della tradizione gnostica cristiana, mandea, catara, ebraica. Il suo The Restored New Testament (2009), che riesuma le fonti dei Vangeli canonici e accoglie i cosiddetti Vangeli gnostici, è elogiato da Harold Bloom: “allo stesso tempo, è un’eloquente, vivida traduzione dei vangeli e dell’Apocalisse e un superbo atto di restituzione, di restauro”.  Nel 2004 ha tradotto i Sonetti a Orfeo di Rilke, il libro della vita.  > “Ho iniziato a scrivere versi nel 1947, dopo aver letto i Sonetti a Orfeo di > Rilke in edizione bilingue. All’ultimo anno di università, cominciai a > maneggiare il tedesco. Il libro di Rilke fu fondamentale per farmi capire che > in poesia si potevano esprimere concetti filosofici – fu Rilke a consegnarmi > alla poesia”.   C’è una generosità impulsiva in questo poeta traduttore, che non teme l’avventura, l’avventatezza, la capriola e lo schianto. I suoi miracolosi repertori antologici – A Book of Women Poets from Antiquity to Now, 1980; The Literatures of Asia, Africa, and Latin America, 1998 – sono un invito al viaggio, un monito ai poeti: andate lì dov’è l’ignoto, scavate, scoprite – perdetevi, semmai, e sia bello il vostro essere candele nella tenebra.  Il poeta centenario ha attraversato tempi e poeti, volti e monoliti; nelle sue mani, pari ad anfore, convergono i millenni, dal vello pieno. Opera di mungitura, allora, di chi sa i proventi del coltello, di chi sa imboccare il prossimo.  *** Il bene Primo mattino, luna sulla landa a cerchio gli uccelli di Ur, prima che  il diluvio lordi il ricordo della coppia bandita dalle mele e dal fatale fuoco  del sangue: Adamo ed Eva a passeggio  nel ghetto giardino, accerchiano l’albero.  Non sanno l’incendio che scintilla tra  i corpi, non sanno leggere né parlare conoscono la notte e il meriggio, gli sfugge l’oscuro che non ha zenit. Adamo, Eva,  bestie buone, brade all’alba del globo, cieca gente, come noi, all’apocalisse.  Sondano il sole, che irradia morte da un albero rosso. La luce infuria, analfabeta – loro, se ne vanno.  * L’usignolo Benché l’orrore dell’usignolo il sacro usignolo dall’inascoltato canto che stride invisibile nella tormenta, oltre l’albero delle stelle, sia solo un verbo o una longitudine epistemologica,  è lui a svegliarmi, all’alba, l’occhio inumato di croste, prima dell’estasi del giorno. L’orrore non è mai distante: l’arida biologia lede la speranza degli insetti: la falena che intrappola la luna, il ronzio della solitudine nell’ansimare dell’aria,  la trama dei vermi volanti. Eppure, è sempre con me il segreto dell’usignolo, che mi illude. Invisibile, anche io sono ancora qui.  * In cammino Cammino sempre: anche se la strada è corta i passi sono infiniti. Qui  in Canada, le oche respirano lo stesso dolore artico che aleggia nella mia anima introvabile, ma le oche non sanno il freddo, volano alte dalla Patagonia gaucho. Sono un uomo di carbone e ardo sotto quegli uccelli dagli occhi di fuoco intrappolati in abitudini elettriche. Respiro il verde cielo – finché non mi coagulo.  * Rendezvous Papà, sei tornato stanotte.  Anni dopo il Tibet. Il viso lampeggia e sorride tra i camion. Accendi  un fiammifero. Mi alzo dal letto e siamo sulle colline dove nessuno può vederci, dove non c’è testimone.  Vorrei darti il mio iPad. Sei un uomo  moderno. Non c’è bisogno del cappello. I tibetani ci salutano. I monaci, come te, non vogliono morire giovani. Bruciano  i loro corpi per protesta. Anche tu sei  logoro dal rogo della tristezza. Ora siamo noi a dover varcare le colline. Il tempo ti ha reso dolce, esatto. Per venire qui hai venduto la casa in Colorado. Il cielo è nero ora. Ci guida il sole interiore.  * Dai “Sonetti a Orfeo” di Rilke Silente amico di vaste distanze, odi il tuo respiro che divarica le stanghe dello spazio. Perduto tra le cinghie di campanili in rovina, suona, permetti che rintocchi. Ciò che di te si nutre trarrà il suo dominio da questo pasto.  Percorri la trasformazione, arretra in essa. Cosa ti frena? Cediti. Se bere è dolore, sii vino.  Sii notte, sii la sconfinata forza e lascia che incroci i tuoi sensi. Sii il senso di questo strano accordo. Va’ –  e se la terra svanisce, se ti ha dimenticato sussurra al silenzio della terra: Io scorro. E all’acqua che scorre: Io sono.  * Da San Giovanni della Croce Vivo ma in me non vivo attendo che la vita passi muoio perché non muoio. In me non vivo senza Dio non posso vivere; a lui o a me me stesso non posso dare, dunque a che vivere? Agonia di mille morti attendo che la vita passi muoio perché non muoio.  Questa viva che solo vivo è di vita ruberia, nulla se non perpetua morte – nessuna  scappatoia se in te non vivo.  Dio, ascoltami, parole di verità la mia: questa vita non voglio muoio perché non muoio.  Il pesce pescato dal mare ha la sua consolazione: morte di breve durata che infine reca sollievo. Nessuna morte è più convulsa e orrenda di questa mia patetica vita. Più vivo, più muoio.  Provo sollievo soltanto quando ti vedo nel sacramento sprofondo nello sconfinato sconforto privo della tua dolce compagnia. Ora, tutto pulsa di dolore: voglio – e non posso – averti muoio perché non muoio.  ** Da Saffo Lampi se ci arride la sorte ambiremo al porto alla nera terra Le raffiche di vento fiaccano i marinai che sperano Nell’asciutto nello sbarco e scollegarsi dal carico  che galleggia Fatica molta prima dell’approdo sulla cruda terra * L’invito è per uno non per tutti al banchetto che inaugura Era perché vasta sia la mia vita * Silente  Zeus dallo scudo di pelle di capra e di Citera ti prego ti offro un cuore saturo di bene come nei giorni in cui lasciasti Cipro ascolta la mia preghiera vieni a me lima le mie durezze  * Espero, conduci a casa le rovine dell’alba conduci a casa le pecore accompagna a casa la capra, alla sua casa la bimba – c’è una madre che la aspetta * Imitano la morte le colombe: quando l’anima si fa fredda, le ali pendono ai loro fianchi * No – non avrei potuto credere di afferrare il cielo con queste nude braccia * Verginità, verginità, te ne sei andata lasciandomi sola.  Da te non verrà più – mai più mi vedrai.  * Dimmi della sposa dagli stupendi piedi – che Artemide la figlia di Zeus drappeggiata di viola deponga la sua ira Venite, Grazie, venite Muse di Pieria: il cuore è gonfio di incanti e limpido sgorga l’inno lo sposo infastidisce le dame mentre l’Alba dai calzari d’oro posa una lira sui loro capelli * Sortiranno inni dalle vergini  tessitura d’amore tra te e la sposa dalla porpora veste Svegliatevi, svegliate i giovani della vostra età: questa notte non dormiremo saremo noi a destare  l’usignolo dalla vorticosa voce ** Dal Vangelo di Matteo Ecco: uscì il seminatore alla semina e di ciò che seminava, seme finì in strada uccelli calarono e mangiarono. Parte su petraia, dove era poca terra e seme subito sbocciò perché non s’inabissava la terra. Ma quando fu alto il sole seccarono le piante: prive di radici appassirono. Parte finì tra spine e spine finirono per soffocarlo.  Ma parte cadde su terra buona e venne il frutto il cento il sessanta il trenta chi ha orecchie atte all’ascolto, ascolti. Traduzioni e testi di Willis Barnstone L'articolo “Un alfabeto di luce”. Willis Barnstone, il patriarca della poesia americana proviene da Pangea.
May 14, 2025 / Pangea