René Char era un colosso: alto più di un metro e novanta, alternava il rugby –
in cui eccelleva – con la lettura di Rimbaud, Plutarco e Lautréamont. Si
sentiva eroico. Il papà, Joseph Émile, guidava una fiorente industria del gesso;
a L’Isle-sur-la-Sorgue, in Provenza, Char passò un’infanzia preistorica. La
morte del padre – accaduta quando aveva undici anni – gli permise una rendita
che il ragazzo esaurì in pochi, folgoranti anni.
La “Chiamata” – meglio: Propositions-Rappel – che si pubblica in questa pagina,
appartiene alla sfrontata giovinezza di René Char, uno dei poeti francesi più
potenti di sempre: uscì nel dicembre del 1931, sul numero quattro de “Le
Surréalisme au service de la révolution”, la rivista fondata da Breton & Aragon
(nata nel ’30 dalle braci del suicidio di Majakovskij, durerà per sei numeri,
fino al 1933). Figurano, nello stessa rivista, articoli di amici a vario titolo
di Char: René Crevel, Tristan Tzara, Salvador Dalí. Oltre a Paul Éluard, un
sodale: con lui si avventurava nei bassifondi di Parigi, tra artisti di strada,
prostitute filosofe, nottambuli divinatori di Tarocchi. René Char aveva compiuto
da poco ventiquattro anni.
Meraviglie della sorte: esattamente dieci anni dopo, disertando, braccato come
comunista, René Char risorgerà in “Capitaine Alexandre”: a capo di una banda di
‘resistenti’, con base a Céreste, il poeta sarà protagonista di audaci azioni di
guerriglia ordite contro i nazisti, guidate da una poetica del coraggio.
L’esperienza coi Surrealisti – che gli guadagnò, tra l’altro, una coltellata al
fianco, durante una rissa al “Maldoror”, un bar parigino, nel febbraio del 1930
– durò qualche anno. Nel 1934, in una lettera, Char confida ad Antonin Artaud
che “Il Surrealismo è morto a causa dell’imbecille settarismo dei suoi adepti”.
Ai manifesti programmatici preferiva la lettura di Eraclito, scoperto da poco;
alle arlecchinate politiche i testi di Hölderlin e di Heidegger, a cui lo aveva
inoltrato la nuova amante, Greta Knutson, già moglie di Tzara. Per una sorta di
orgoglio interiore, di austera pratica del sé, Char rifiuterà di screditare
Breton, gioco prediletto di molti ex Surrealisti (così a Benjamin Péret: “Ho
riacquistato la mia libertà, è vero, ma non sento il bisogno di sputare su ciò
che per cinque anni è stato tutto il mio mondo”).
Benché la Seconda guerra costituisca un’esperienza spartiacque nella silenziosa
disciplina di Char – che culmina in Feuillets d’Hypnos –, c’è una continuità tra
il René ‘surrealista’ e quello – per così dire – marziale e sapienziale. I testi
pubblicati su “Le Surréalisme au service de la révolution” sono privi
dell’occasionale ardore, delle urla rococò, con il monocolo, che inghirlandano
quelli dei suoi compagni d’arte: Char sperimenta già il frammento franto, che
non declama ma incanta; già vive in un suo assoluto, in una sua Arcadia
incendiata, in un futuro presocratico. Il punto di giunzione tra il ragazzo e il
combattente è in Moulin premier – in Italia: Mulino primo. Al di sopra del
vento, Pàtron Editore, 1999, a cura di Adriano Marchetti –, raccolta edita nel
1936 per le Éditions G.L.M., ma che raduna prose-scalpo scritte durante la foga
surrealista. Anche qui, come in Propositions-Rappel, è la necessità di forgiare
una poetica all’arma bianca, un’albedo del verbo che vada oltre il pantano
avanguardistico; a volte, come in questa lassa, Char piega, piaga, rimodella le
stesse parole usate per la sua “chiamata”:
> “Accade al poeta di arenarsi nel corso delle sue ricerche su una sponda dove
> non era atteso se non molto più tardi, dopo il suo annientamento. Insensibile
> all’ostilità della propria cerchia arretrata il poeta si organizza, abbatte il
> proprio vigore, fraziona il vocabolario, aggancia i vertici delle ali”.
Poi le nuove aperture, il levitare della lotta:
> “I netturbini di poesia sono in generale privi di sentimento della poesia;
> inadatti ad aprire le vie della sua azione.
>
> Occorre essere l’uomo della pioggia e il bambino del bel tempo”.
La ‘chiamata’, la ‘sentenza’, la lotta, l’azione, l’alchimia. In ogni caso,
poesia che, dopo lento sobillare del linguaggio sia forza viva, non più inerte
ornamento, sia vero evento e non avvento partitico. Da qui, l’evocare il “nuovo
mondo” e la “progenie di rivoluzionari” – la poesia rimuove gli ostacoli perché
è ostile ai vocabolari in voga. Nella “notte oscura” in cui si inscrive Char ci
sono, certo, l’amato Georges de la Tour, l’arte a lume di candela, la mistica di
Giovanni della Croce, ma è soprattutto il poeta come creatura notturna – è il
ladrocinio del verbo.
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Chiamata
La qualità di una poetica è la preda, pericolosa all’eccesso, che il poeta
assegna al potere illimitato della propria azione.
La poesia incorpora il tempo, lo assorbe. Dove arretra la notte bianca, arriva
la notte oscura. Dove il veggente stermina il credente si installa il surreale,
si impone. Universo-passione da cui non puoi evadere, da cui non desideri
evadere.
Qui l’immagine virile insegue incessantemente l’imago femminile – e viceversa.
Quando riescono a toccarsi, muore il creatore, nasce il poeta.
Alla foce del fiume dove non ci si può più gettare perché sotto le sue acque
splende il sole, è il poeta l’illuminato. Mondo nuovo.
Nel corso delle sue ricerche, accade al poeta di arenarsi su una riva inattesa,
dove non era atteso se non dopo essere svenuto. Tra oggetti nuovi e sigillati,
si organizza il poeta.
Una bellezza respirabile: è su questa visione che i poeti issano il drappo
dell’aldilà. In quello stesso angolo di tiro, tuttavia, conosco alcuni che non
riesco a placare l’impazienza dei loro becchi. Ecco perché non sono qui.
Indipendente dall’idea della morte, il poeta si incarica del peso di quella
morte. Se non ne accusa il peso è perché qualcun altro la porta. Il poeta ha più
teste e molti servitori.
Il pensiero poetico vivente si esprime nella sua forma esatta quando le immagini
simboliche rinunciano al loro pacifico significato, come l’inquilino prende
preventivo congedo dal proprietario – soltanto così si trae movimento
dall’immobile –, non resistono più al nulla che le attrae e, distruggendosi a
vicenda, si identificano con la cenere originaria. Progenie di rivoluzionari.
René Char
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