Tutta l’operazione di Macello è intrisa della sostanza carnale che fa il verbo,
anche se si tratta di un’incarnazione materica, estremamente laica e
anti-pregiudiziale. Lo possiamo leggere anche nei testi che seguono:
> È fuggito un toro nero
> erra sul cavalcavia
> impaurendo il traffico,
> lo rincorriamo
> impugnando coltelli
> bastoni elettrici e birre
> corre si ferma torna
> arrivano i carabinieri coi mitra,
> ora è steso su un velo d’erba
> e sussurra qualcosa alle mosche.
Oppure:
> La merda è colorata
> creativa
> gratificante (ogni tre ventroni un carretto)
> è rumorosa, suadente, intrigante
> gelida
> quando si ammucchia ostinata nelle grate dello scarico
> è docile, è fieno dei ricordi di infanzia
> (la vuotiamo in una vasca di cemento)
> è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore
> come un’ulcera al culo;
> la merda (la grande vasca va svuotata ogni tanto)
> protegge la mia intimità e la vostra
> svestita
> da qualsiasi pregiudizio.
Nel primo testo, in apertura – “È fuggito un toro nero/ erra sul cavalcavia” –
Ferrari ci presenta il corpo animale che invade uno spazio urbano,
destabilizzandone l’ordine. La regola è violata da un errare che irrompe sul
sistema funzionale della regola e il toro, sottratto per un attimo alla catena
della macellazione, entra in una zona intermedia, disorientata che sfiora per un
istante la libertà. A questo punto arrivano gli uomini che “inscenano” un
inseguimento – “lo rincorriamo impugnando coltelli bastoni elettrici e birre”
– da cinema grottesco con quelle “birre” accanto agli strumenti di cattura, per
cui la quotidianità si fa disarmante nella sua concretezza da aneddoto. Il
cinema continua e il toro alla presenza antagonista reagisce con
indecisione, “corre si ferma torna”, in modo affannato esegue scarti brevi che
la poesia segue con un ritmo franto e con un tono da burlesque. Ecco così
che “arrivano i carabinieri coi mitra”, acme barzellettistico di una realtà vera
che, però, allo stesso tempo appare simulata, fino a che il tono quasi
canzonatorio si risolve nella caduta “meditativa” che indica la morte
dell’animale: “ora è steso su un velo d’erba / e sussurra qualcosa alle
mosche”. Il passaggio è netto: dalla concitazione si passa a una quiete irreale
dove ciò che viene detto non è accessibile, quel “qualcosa” registra l’esistenza
di un messaggio che non può essere tradotto se non osservando la fine, da vicino
sì, in maniera totalmente nuda, ma non per questo pacificandone l’assunto
misterioso che polverizza ogni vita senza esplicazione. Ciò che accade è
rappresentabile, non spiegabile.
Il secondo testo radicalizza questa dinamica, spostandola su un piano
apparentemente ancora più basso: quello degli scarti, della materia residua. “La
merda è colorata/ creativa/ gratificante”, lo scarto, cioè, è una produzione
qualunque, persino artistica, secondo il dettato delle avanguardie (una sorta di
Piero Manzoni critico non solo con la società dei consumi ma con la società tout
court) che sonda le radici di un post-esistenzialismo senza redenzione. In
pratica Ferrari continua a rovesciare l’ordine costituito e le gerarchie del
linguaggio, fattore che avrà libero sfogo, come vedremo, nella raccolta
successiva, Rosso epistassi.
Tornando al testo, notiamo che Ferrari alterna registri diversi senza soluzione
di continuità, dal sensoriale, e quasi seduttivo (abbiamo visto l’accumulo di
aggettivi “suadenti”), al fisico e freddo: la merda è “gelida” ma “quando si
ammucchia ostinata nelle grate dello scarico/ è docile, è fieno dei ricordi di
infanzia” che riporta la materia dentro una dinamica concreta, tecnica e legata
al lavoro e allo stesso tempo alla memoria dell’infanzia che oltre a richiamare
“gli occhi infantili” della manza con tutta la loro vulnerabilità, ne
intensifica l’assunto anti-elegiaco, infatti subito dopo leggiamo l’inciso “(la
vuotiamo in una vasca di cemento)”, in un gesto pratico del lavoro si interrompe
ogni possibile lirismo.
I versi successivi, “è rossastra quando ti avvisa di qualche dolore/ come
un’ulcera al culo”, introducono la plausibilità diagnostica posseduta dal corpo
in rovina e insieme ci dicono senza mediazione che l’unica protezione è proprio
la nudità del corpo nelle sue funzioni – “la merda […]/ protegge la mia intimità
e la vostra/ svestita/ da qualsiasi pregiudizio”. Il linguaggio, così, aderendo
alla materia, la riconosce come luogo originario della relazione, prima di ogni
distinzione tra alto e basso, tra umano e animale, tra degno e indegno. La vera
uguaglianza tra gli esseri per Ferrari è corporale, né sociale e men che meno
“democratica” (vedremo, come si diceva, in Rosso epistassi).
Che la critica sociale sia comunque sottesa nell’opera di smantellamento e
“macellazione” del pregiudizio linguistico lo si avvisa anche in questo testo
di Macello:
> Sventrate intere famiglie
> oggi
> lunedì di intensa macellazione.
> Una vacca ha partorito un vitello
> negli occhi la paura di nascere
> il foro in mezzo il nostro contributo
> a tranquillizzarlo.
In questo testo è evidente che la parola nel tentativo di aderire alla materia
attraversa anche le strutture implicite del vivere collettivo (in questo caso la
famiglia e la generazione, senza diventare un discorso apertamente ideologico).
L’attacco – “Sventrate intere famiglie/ oggi/ lunedì di intensa macellazione” –
è costruito su una giustapposizione fortissima tra due registri: da un lato le
“famiglie sventrate” degli animali, dall’altro la precisione della
calendarizzazione del lavoro e della sua routine – “oggi/ lunedì di intensa
macellazione”. La parola “sventrate” per quanto violenta è immediatamente
inscritta nel funzionamento stesso della giornata lavorativa, una provocazione
del quotidiano sul quotidiano senza aura protettiva e che si espone alla stessa
sorte della carne. Il verso centrale – “Una vacca ha partorito un vitello”
– racconta un evento che, fuori da questo contesto, sarebbe leggibile come
origine, nascita, continuità della vita, mentre qui il parto non è isolato ma
subito ricondotto allo spazio della macellazione e, senza interiorizzazione
psicologica, resta un fatto nudo che in un’estrema sintesi narrativa ci pone di
fronte alla nascita e alla morte nel giro di due versi: “negli occhi la paura di
nascere / il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo”
Dal punto di vista stilistico, il testo mantiene tutte le caratteristiche della
retorica scabra:
* sintassi lineare
* lessico essenziale
* assenza di commento
* giustapposizione di registri incompatibili
* uso di termini concreti che non vengono mai alleggeriti
ma ciò che emerge con particolare forza è proprio la dinamica per cui il
linguaggio porta le parole dell’umano (famiglia, nascita, tranquillità) e le
espone a una trasformazione radicale dentro la carne, dentro la soglia cioè in
cui il poeta non riesce più a custodire il vero e utilizza la parola per
lasciare al lettore la libertà di valutare, se lo vuole, l’evidenza (questo è il
taglio netto di cui si diceva in merito alla relazione). Così,
nel “tra-” Ferrari produce l’esposizione del vivente tagliando e svuotando le
parole che, nondimeno, continuano a resistere come materia minima di
relazione nella dissacrazione del corpo, come leggiamo nel testo seguente:
> Ho visto strisciare ombre
> impastate di umano
> e i pugnali disonorare la vendetta;
> ho visto dio calpestare un apostolo
> per arrivare dopo alla gabbia
> e l’aureola
> usata come filo di ferro
> per convincere un giovane toro a farsi santo.
Anche qui Ferrari lavora su un lessico simbolico (principalmente religioso) per
esporlo a un processo di degradazione e reinscrizione nella carne. Il verso “Ho
visto strisciare ombre/ impastate di umano” riporta l’umano a uno stato
intermedio, tra figura e materia, mentre “e i pugnali disonorare la
vendetta” espone la violenza (la vendetta) al suo svuotamento.
Nel testo le figure fondative della tradizione cristiana vengono trascinate
dentro una scena di violenza priva di sacralità come risulta esplicito in “ho
visto dio calpestare un apostolo”, in cui i termini
“dio” e “apostolo” vengono riutilizzati in un contesto che ne svuota la funzione
trascendente, conservando una forma che perde il suo centro raffigurativo. Dopo
il rovesciamento, il testo si àncora a uno spazio materiale, funzionale, tipico
del macello – “per arrivare dopo alla gabbia” – come se ogni elevazione venisse
riportata a terra, dentro un dispositivo tecnico. Infatti gli ultimi versi – “e
l’aureola/ usata come filo di ferro/ per convincere un giovane toro a farsi
santo” – impongono una strumentazione non solo concreta, ma estrema e
coercitiva, che taglia la materia e la espone all’evidenza senza protezione: il
“farsi santo” del toro è “semplicemente” il suo passaggio alla morte, unica,
possibile elevazione. Come si vede ancora una volta, il “tra-” agisce nella
trasposizione da un significato tradizionale all’uso concreto (e nudo), ogni
parola ereditata diventa esperienza attualizzabile, il simbolo diventa materia.
La parola continua a circolare ma svuotata del suo vecchio carico retorico, non
annichilisce le proprie potenzialità relazionali ma le porta su un livello
diverso, estremamente corporale, per cui il senso resiste dentro e attraverso la
dissacrazione. In questo modo, lo ribadiamo, la poesia si fa soglia in contatto
con un reale che non può più essere ordinato o redento.
Che la relazione sia il grande tema in gioco nella poetica di Ferrari con
valenze vitalistiche (la “pienezza” di vita cercata nelle pieghe della violenza)
e, quindi, anti-nichilistiche lo vediamo in uno degli ultimi testi di Macello:
> Tra il fecaio
> e l’inceneritore
> crescono dei fiori
> margherite evacuate dalla terra
> soffioni che sembrano sputi
> papaveri notevolmente pallidi.
In modo condensato troviamo una vita (i fiori) che non si dà nonostante il
degrado, ma più specificamente al suo interno.Il testo non costruisce una
dialettica tra morte e vita né, ancora una volta, offre una compensazione
simbolica e ciò che emerge senza riconciliazione è la contiguità radicale tra
processi di scarto, distruzione e forme minime di crescita. Il vivente non si
oppone al residuo, ma, almeno tematicamente come in Pusterla, vi si inscrive. In
questo senso la relazione che Ferrari mette in scena è vitalissima proprio
perché non mediata, non filtrata da categorie salvifiche o estetizzanti e
l’esistenza per quanto compressa, impoverita, è tuttavia ostinatamente
presente. Non c’è, appunto, superamento del limite, ma una permanenza dentro di
esso di una vitalità strettamente legata alla fine e, per questo, irriducibile.
Anche per questo tutta l’operazione di Macello si conclude con questo testo:
> Su un oceano colorato malamente
> galleggiava una piccola isola
> le onde spargevano le origini
> i coralli cicalavano al tramonto
> e i pesci si rigeneravano alla fonte.
> Era una goccia di sperma
> cadutami nella vasca del sangue
> in una mattina
> di forte macellazione.
Le immagini dell’“oceano colorato malamente” e della “piccola isola” aprono una
possibilità generativa nella forma che affiora dentro una materia indistinta e
anche il passaggio “i pesci si rigeneravano alla fonte” aggiunge una dinamica di
rinascita. Ma è nella “goccia di sperma cadutami nella vasca del sangue” che
Ferrari ci riconduce alla concretezza estrema della sua poetica: principio
generativo e sostanza della morte coesistono nello stesso spazio, la rinascita
si offre come continuità interna al processo stesso della fine: l’unica goccia
di sperma che galleggia come un’isola nel sangue, è il residuo salvifico ma
materiale che genera un mondo nuovo per quanto isolato. In sintesi, la vita e la
stessa poesia (che coincidono in Ferrari nella “piccola isola”) sono concrete
perché è presente un “oceano” di perdizione. Tutto il processo, allora, è
resistenza, è l’attimo eterno in cui “i coralli cicalavano al tramonto” e “i
pesci si rigeneravano alla fonte”, come l’utilizzo dell’imperfetto durativo
rende evidente restituendoci il senso di una ciclicità ritornante della vita nel
testo.
La linea di continuità e insieme di scarto con Rosso epistassi (2008) è
rintracciabile nel rapporto instaurato dalla lingua col mondo, che passa
dalla contiguità fisica dei corpi e dei processi materiali all’esposizione
sociale degli stessi, senza perdere mai la sua necessità concreta di resistenza.
Il margine esistenziale, il “tra-”, in pratica si interfaccia con tensioni
relazionali più esplicite nelle forme del vivere storico. Vediamo come:
> Questa danza
> che muove la morale e turba i piedi
> a ogni dopoguerra
> quando si inventano amori nel punto della storia
> e il ghiaccio non sale alle passioni
> sonagliera pietrosa con fare suo cristiano alla trave
> nel mio occhio che dondola con solennità decorativa verso la prosa.
> Nella maestria della paralisi riflessi in pozze di acqua celeste
> senza meta ma neanche tregua
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Dal punto di vista stilistico (anche se non si tratta di una caratteristica
dell’intera raccolta) il verso si allunga, si distende in una quasi-prosa, come
se il segno più che fendere il reale dovesse sostenerne la complessità
discorsiva, attraversandone stratificazioni e derive.
“Questa danza/ che muove la morale e turba i piedi/ a ogni dopoguerra” fa da
subito pensare che la relazione – la danza-poesia che coinvolge morale e corpo –
si sia trasferita su un piano collettivo, la dinamica storica e instabile di un
dopoguerra concreto e assoluto, per cui le costruzioni umane si manifestano in
una fluttuazione precaria – “quando si inventano amori nel punto della storia”.
L’amore è “inventato” nello slittamento costante del senso che il verso lungo
permette, tenendo insieme elementi eterogenei che non possono essere risolti. Lo
scardinamento del senso che la “sonagliera pietrosa” (ancora la danza-poesia?)
indirizza “verso la prosa” si centra solo nell’abbassamento dell’idea di
relazione che la espone al flusso del reale.
Ecco perché il finale inscena nel “riflesso” delle “pozze di acqua celeste” il
teatro della relazione sociale attraversato dalla parola poetica, in cui una
comunità “cagnesca” affronta la sua stasi dinamica – “la maestria della
paralisi” – in perenne tensione ma senza direzione – “senza meta ma neanche
tregua”:
> un cane ne incula un altro, un terzo spaiato lecca farfalle nude
> così campa la grazia.
Il disordine del vivere si espande in spazio storico-relazionale, ma le
idiosincrasie restano e anch’esse si fanno collettive, gli odi e la violenza
sembrano il vero patto tra i soggetti (i due cani che si inculano), anche se
insieme a loro ma in disparte “un terzo spaiato lecca farfalle nude” (forse il
poeta?). Tutti sono comunque in contatto con la bellezza effimera della grazia,
del dono non richiesto e che non salva, ma che proprio nella precarietà delle
relazioni continua a “campare”. Il “tra-”, meno concentrato e più diffuso, come
dicevamo sopravvive proprio negli spostamenti e nei continui slittamenti di
senso:
Nella pace secca
Più belle
delle cose sono le ombre
sul tardi
consueti maneggi di miraggi
un salice
e con sfrigolio d’estro un tricomonas
eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute
invece che al crepuscolo muoiono all’alba.
Sin dall’avvio – “Più belle/ delle cose sono le ombre” – una dislocazione: il
valore si sposta dall’oggetto all’ombra, la realtà, cioè, si sposta sul margine
del linguaggio, nei “consueti maneggi di miraggi” dove appare improvviso “un
salice” – tra resurrezione e lutto, simbolo (cristiano?) dell’adattamento
esistenziale – cui segue l’inserzione di “un tricomonas”,elemento biologico,
minimo e infettivo (ombra materica), che interrompe qualsiasi continuità lirica
e riporta il discorso alla materialità della relazione sessuale. Ancora, dunque,
uno slittamento senza transizione dal paesaggio all’organismo microscopico per
poi attraversare “eterotopie di barlumi e rivoluzioni contenute” cioè spazi
altri, frammenti di luce, insomma una molteplicità di mondi utopici tra reale e
immaginario associati a “rivoluzioni contenute” e totalmente quotidiane,
percorsi allucinati che sembrano ribaltare, come in una psichedelia carrolliana,
il mondo: “invece che al crepuscolo muoiono all’alba”.
In sintesi, il testo rende evidente come in Rosso epistassi il “tra-” sia
diventato campo mobile di dislocazioni che investe l’ordine sintattico (peraltro
già compromesso in Macello) dove il senso è puro scarto, interferenza tra
visione, corpo e linguaggio, in una parola: Rivoluzione. Non per niente sono
presenti richiami forti a Lenin e Rimbaud e con un urlo decisivo “è
Teeermidorooo!”, Ferrari non ci lascia scampo.
Per uscire dall’“accumulo di storia” cui ci conduce la lettura di Rosso
epistassi occorrerebbe “una scopatina al pensiero” ma noi mestamente ci
accontentiamo dell’ultimo testo:
> Il pianeta si muove
> non si concede ignoto, anche le ossa
> hanno una andatura manoscritta,
> qualche pezzo di me se ne va da solo
> i moncherini volgono all’intrattenimento e ballano,
> è presto è tardi
> magari non sono stato creato
> sono ancora nella totalità di pancia dove aspetto
> il corpo panico dell’infinito.
Nel testo, corpo, tempo e linguaggio si disarticolano senza mai separarsi del
tutto, tutto è in movimento – “Il pianeta si muove/ non si concede ignoto” – in
una condizione paradossale, senza oltrepassamenti ma nel corpo di scrittura
– “anche le ossa/ hanno una andatura manoscritta”. Le ossa sono ciò che resta e
anche ciò che struttura, sono la poesia per residui e frammenti con cui il ritmo
di Ferrari va da solo a un “ballabile” convulso che ignora il tempo giusto – “è
presto è tardi” – e si indirizza allo spreco, ritorna, scarta, rischiando
l’abisso – “il corpo panico dell’infinito” – nel dubbio che sia possibile una
creazione – “magari non sono stato creato”. La disgregazione del soggetto è
registrata con un’andatura da opera buffa che dissacra qualsiasi centro,
coagulando solo per istanti le parti in un insieme; più che un movimento, una
movenza scivolante verso la perdita con nuance di intrattenimento.
Il teatro vivo di Ferrari è pronto a riaffacciarsi nell’ultima raccolta, La
morte moglie (2013), che ritorna a testi cronologicamente vicini a Macello per
poi introdurre la sezione che dà il titolo al libro, dove appunto la
“rappresentazione” della morte si manifesta con le stesse tonalità scabre che
avevamo visto in La franca sostanza del degrado, soprattutto nella
sezione Smaltitoio dedicata alla dipartita del padre. Il ponte lungo gettato
dalle prime operazioni all’ultima (parlo di quelle pubblicate in vita
dall’autore, morto nel 2022) fa sì che il “tra-” assuma una configurazione
radicale che ricade non più soltanto sulla relazione tra vita e morte, bensì,
attraversando il discrimine tra corpo e linguaggio, sulla possibilità (o
potenzialità) della stessa esistenza. La “totalità di pancia” – che indica la
sospensione tra essere e non essere – vista alla fine di Rosso epistassi, si
tradurrà in La morte moglie nella prossimità continua con la perdita, ancora una
volta vissuta come esperienza diretta. Il ponte, quindi, ancora una volta
allestisce uno spostamento di intensità (lo slittamento di senso sempre urgente
in Ferrari) stavolta dal margine diffuso della relazione storica di nuovo
al margine incarnato nell’esperienza individuale della morte. D’altronde, lo
abbiamo visto più volte, persino le coordinate spazio-temporali canoniche sono
frantumate dal taglio netto concettuale di Ferrari (“è presto è tardi”) che non
si pone come disfacitore di mondi ma come mero rilevatore del trauma
esistenziale. Ecco, allora, perché, in una sua tutta particolare continuità
discontinua, al poeta piace aprire la sua ultima operazione con un testo
brevissimo ma incisivo che parla ancora di un “pianeta”, solo che se il
precedente chiudeva Rosso epistassi nel segno del movimento senza tregua, questo
si riattiva in bagliori ossimorici, non per contrasto ma per volontà di
inclusione:
> Questo
> è il pianeta dei bagliori
> scoppia e si estende con chiarezza convulsa
> il lampo dello sparo.
Esordio e fine sono unite non dall’origine ma nel ritorno di una sempre
possibile origine, così come le potenzialità dell’esistenza sono subito digerite
dalle infinite possibilità della fine che si manifestano nell’attimo abbacinante
dell’estinzione (i bagliori del pianeta e il lampo dello sparo). Tutto il
movimento dell’esistenza si esprime con una “chiarezza convulsa” per cui le
generazioni (rappresentate concretamente e per allegoria nel “macello” animale)
più che evolversi sono continuamente esposte alla caducità e alla scomparsa,
infatti, “la parola/ si sente cercata dalle bestie” perché “sa dire che l’eterno
dura/ al massimo un giorno”. Sono talmente chiare le dinamiche esistenziali, che
la routine della macellazione esplode in una festa da “classe operaia”, quella
che si sporca le mani con la morte, in questo testo Ferrari lo dice apertamente:
> A che distanza sono le interiora
> io nel ventre piano piano
> così piccola e calda
> in mano mia
> la morte.
Mentre in questo di poco successivo assistiamo alla “festa operaia” di cui si
diceva:
> Il primo maggio
> siamo più di cinquanta
> boia, squartatori
> chi sgozza e chi raccoglie il sangue
> trippai, scuoiatori, facchini
> quelli che macellano a domicilio
> pellai, insaccatori e necrofori,
> la classe operaia.
Dopo aver ricordato la semplicità carnale della fine, è giunto il momento di
andare “verso altri modi di morire”, quelli umani e intimi per vedere come ce li
mostra un soggetto che è già coniugato con la fine. Con tutta la sua
ambivalenza, il titolo di sezione che abbraccia l’intera raccolta – e tutto il
percorso poetico di Ferrari – ci conduce al capezzale (o nei suoi pressi) della
moglie morente, di colei che sta “su una grande tavola per essere mangiata”.
Nel luogo operativo della relazione, dove il soggetto è già “coniugato con la
fine”, come dicevamo, non può esserci spazio per la contemplazione ma un
coinvolgimento che sfonda le fibre stesse della scrittura in un dire senza
alcuna protezione, perché l’amore stesso è esposto alla sua fine:
> Aiuto, aiuto
> si spolpa la parola e non c’è silenzio,
> sono io che sto scrivendo,
> aiuto, aiuto
> macchi d’inchiostro le mie vene
> e sei la fine di ogni nome.
Il luogo del trauma è la parola che non ammutolisce – “non c’è silenzio” – ma
“si spolpa” nello stesso momento in cui il soggetto scrive il suo grido di
aiuto, quando si approssima “la fine di ogni nome”. “Sono io che sto scrivendo”
allarga la vertigine dell’identità all’interno della relazione per eccellenza,
quella dell’unione matrimoniale, focalizzando per un attimo il grande problema
della poesia delle origini – almeno europea o “occidentale” –, quello
dell’incarnazione del verbo contro cui per tutta la sua bruciante opera Ferrari
sembra scagliarsi. La parola non incarna nulla – e lo dovrebbe? – perché è solo
in quella assenza mimetica che può avvertirsi l’empatia nel dolore, il buco atro
“che macchia d’inchiostro le […] vene” e rimette in circolo il “tra-” a un passo
dal baratro, dalla “fine di ogni nome”, appunto. Anche noi lettori, come la
moglie di Ferrari, sembriamo costretti a trovare “un’ombra e la sua morsa sulla
pelle” per continuare a vivere, ma può bastare? Veramente la sola possibilità di
unione per l’uomo è ridotta al segnale, come nella “confezione” di “alici
Riunione” – scritta con la maiuscola perché indicante la marca e quindi
abbassando nel momento di massima intensità ancora una volta il rimando di senso
– senza nessuna possibile “oltranza”?
Persino “il bambino chiede palla alla merda”, a un basso “male” che “tanto
apertamente cola” e al quale si resiste per pura resistenza. Nella poesia
“gappista” e da brigata di Ferrari l’unica “conversione” è una “materia” che
vive e non contiene nulla:
> Sei tu la materia che mi converte
> che sanguina docile negli occhi
> si è spenta l’ombra
> il corpo invece piroetta in aria
> e come avessero una testa sola inseguono
> due o tre fiori domenicali
> eppure la paura non è niente di intero
> la pace non contiene nulla.
Sposare la vita nella morte, questa la poesia-resistenza di Ferrari. Vivere da
vivi è più “difficile” che “vivere da morti” perché arriverà per tutti “il
giorno” che “parte definitivamente” dalla passione selvaggia che porta nel
verso, come il richiamo ai numi tutelari Villon e Racine sembra suggerire, un
contesto di cura viscerale e bassa, paladina e umile allo stesso tempo:
> Cielo umido
> che si espande e contrae
> tra le forche di Villon, le greche di Racine
> e l’orinale di smalto.
> Veleggiano schiaffoni d’acqua
> una effusione conscia della sfioritura
> nulla liquido verdino e giallo
> l’asciugherò nel verso come un camallo.
“La morte”, che “nasce ogni giorno”, “illumina la sacca dell’urina” mentre “sta
morendo la materia”, ma è “ombra d’alfabeto” perché il soggetto ne scrive da
osservatore coinvolto solo come tramite della scrittura. Il dolore è il segno
che più incide e meno s’incista nel reale, che lo allontana nella sua deriva
esiziale verso un distacco che si fa “insorgenza del presente nella carne”, cioè
consapevolezza che la parola non basta, si fa reperto insignificante senza
“intensità e desiderio” così urgenti invece dinnanzi alla fine. Il taglio netto
di Ferrari vuole scardinare il “portamento del testo” fino all’estremo, fino a
che “il sole non fa più rumore” ed è incendiata ogni misura:
> Simile alla carta
> insorgi agli occhi fino a farti cenere
> poi chiudi la finestra
> prima che i sedativi imparino la notte
> la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa
> brucia la misura per dirsi addio
> eppure non manca lo stupore al frastuono del verso
> c’è un sottosuolo di voragini e firmamenti
> nella cantafera della ghiaia sulla tomba.
Sulla vicenda “tombale” che sembra chiudere l’opera di Ferrari non scende però
il buio, una nuova “carta” sembra insorgere nello “stupore” infero di “voragini
e firmamenti”, un altro viaggio sembra predisporsi dopo la catabasi
nell’abisso.
Coincidenza vuole che, mentre scrivo queste righe, sia apparsa una tranche di
testi postumi pubblicati a cura dell’amico di una vita, Antonio Moresco, per
Crocetti editore: Transitori e risorti (2026), mai titolo – scelto (per caso?)
da Crocetti in persona – fu così attinente, se pensiamo che la vita poetica di
Ferrari ha transitato costantemente tra inizi ed estinzioni, senza essere puro
osservatore dell’evidenza ma corpo carnalmente esposto alla sua missione e
passione. E all’alterità, come uno degli ultimi frammenti di Transitori e
risorti ci dice con tutta la sua fatalità:
> Questa necessaria missione
> di leccarti
> per riempirmi le vene d’altro.
Gianluca D’Andrea
(fine)
*In copertina: Ivano Ferrari photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Questa necessaria missione di leccarti”. Sulla poesia di Ivano
Ferrari proviene da Pangea.
Tag - Ivano Ferrari
Da Alessandro Ceni a Ivano Ferrari, autori prossimi non tanto sul piano
immediatamente stilistico, poiché le loro scritture mostrano assetti
profondamente differenti, sia nella costruzione sintattica sia nella gestione
dell’immagine poetica, quanto nel modo in cui entrambi interrogano il vivente a
partire da un margine, da una soglia non riconciliata, da un punto di
osservazione decentrato in cui l’umano viene continuamente rimesso in
discussione.
Se in Ceni il “tra” si configurava come spazio di durata conflittuale, in
Ferrari l’instabilità relazionale si traduce in una forma secca, esposta più
brutalmente a un impatto diretto e senza gradazioni col reale, per cui il
margine si esprime attraversando il rimosso: il corpo esposto e sacrificato
nella sofferenza, il residuo biologico, la degradazione, la violenza elementare
inscritta nei processi della vita e della morte.
Il ponte tra i due autori può essere individuato proprio nella comune rinuncia a
un centro pacificato della soggettività. Anche in Ferrari, infatti, il soggetto
poetico non occupa una posizione dominante né ordinatrice: guarda da un orlo, da
una periferia materiale ed esistenziale, dove l’esperienza si presenta come
testimonianza di ciò che eccede ogni misura simbolica rassicurante. Ma mentre in
Ceni questa esposizione si costruisce principalmente attraverso una
proliferazione metamorfica, in Ferrari prevale il gesto della sottrazione, del
taglio, dell’attraversamento netto. La poesia di Ferrari, in sostanza, lavora
spesso come incisione improvvisa, come apertura chirurgica o ferita che non
ammette attenuazioni decorative, eliminando ogni protezione retorica per
collocare il lettore davanti a una realtà nuda, spesso perturbante.
Questa radicalità nasce anche da una precisa postura esistenziale: Ferrari
sceglie sistematicamente luoghi marginali, fisici e simbolici, in cui il vivente
appare nella sua forma più estrema. Non il centro ordinato dell’esperienza, ma
il bordo dove i corpi vengono “lavorati” e abbattuti. In questo senso la sua è
una “poetica senza centro”, perché la centralità ontologica del soggetto è
costantemente dislocata fino alla rottura e alla violenza del gesto, in una
poesia che si pone come materia ustoria che inscenando il degrado allo stesso
tempo lo rivive. La marginalità, in Ferrari, è una vera posizione conoscitiva,
per lui guardare dal limite significa sottrarsi a ogni illusione di pienezza e
accettare che il reale si manifesti innanzitutto come frammento di un ordine
spezzato.
Altra differenza decisiva rispetto a Ceni è ravvisabile nella forte opposizione
tra la tensione visionaria di quest’ultimo – capace di dilatare il dettaglio in
direzione cosmica o ritualizzarlo – e la compressione della visione stessa, in
Ferrari, nel punto preciso in cui il corpo rivela il proprio destino materiale.
In pratica, per Ferrari la “visione” diventa “allucinazione viva”, il cosmo si
ritrae nel materico, sostituito da una fisicità immediata in cui decade ogni
necessità di espansione simbolica. D’altro canto, anche Ferrari lavora su una
crisi della separazione tradizionale tra umano e animale, solo che mentre in
Ceni il rapporto con l’animalità è spesso immerso in una dinamica di scambio,
metamorfosi e prossimità ontologica, in Ferrari l’animale si presenta come corpo
esposto, come materia che obbliga l’umano a confrontarsi con la propria
appartenenza biologica più irriducibile e, se vogliamo, infima. La sua poesia
vede dunque l’animale non come figura allegorica o compensativa, ma come
specchio spietato della continuità tra i viventi, il riconoscimento che la
differenza umana non cancella il comune destino carnale. Per la poesia di
Ferrari si può parlare di “margini esistenziali”, di un “tra” che porta la
lingua nel luogo in cui l’esistenza mostra il proprio limite, una zona estrema,
dove la nominazione deve misurarsi con l’osceno. Anche la sintassi riflette
questa postura: asciutta, spesso breve, priva di mediazioni superflue per cui il
verso si fa tagliente esasperando la frontalità percettiva. In questa direzione
Ferrari costruisce una lingua dell’urto e un ritmo scandito e scabro, calzante
con la sua “poetica senza centro”, fatta di frizioni laterali, di materiali
poveri che non cercano elevazione. La sublimazione in Ferrari diventa
“inlimazione” attraverso la consumazione del rito nella vita quotidiana, per
questo la sua parola non lavora mai sul transfert ma su un altro tipo di
transizione, più definitiva e carnale, anzi, definitiva perché unicamente
carnale, esiziale. L’assedio per Ferrari è talmente radicato nelle relazioni da
esserne già il risultato: la morte è il leitmotiv che ne attraversa tutta
l’opera fino alla pubblicazione conclusiva – ultima licenziata dall’autore
ancora in vita – La morte moglie del 2013.
Per comprendere il percorso poetico di Ivano Ferrari occorre partire da una
particolarità editoriale che già rivela la natura non lineare della sua
affermazione: il testo che oggi appare come uno dei nuclei più radicali e
riconoscibili della sua scrittura, Macello, precede infatti la sua piena
definizione libraria e circola inizialmente in forma parziale, quasi come un
corpo autonomo già perfettamente identificabile ma non ancora restituito nella
sua estensione definitiva. Una prima versione ridotta del poemetto compare nel
1995 nell’antologia einaudiana Nuovi poeti italiani 4, dove il testo si impone
subito come presenza anomala rispetto a molte delle scritture coeve: non
esercizio lirico, ma blocco poematico compatto, già interamente orientato verso
quella frontalità percettiva e quella tensione materica che diventeranno tratti
distintivi dell’autore. La comparsa in quell’antologia mette in evidenza sin
dall’inizio una voce difficilmente assimilabile, capace di portare nella poesia
italiana un lessico, un immaginario e una postura conoscitiva fortemente
decentrati.
È significativo però che la pubblicazione integrale autonoma di Macello avvenga
soltanto nel 2004, dunque dopo la prima raccolta poetica vera e propria, La
franca sostanza del degrado (1999). Questa scansione cronologica mostra come
Ferrari abbia prima consolidato un campo complessivo di poetica e solo
successivamente riportato in piena evidenza il proprio testo più emblematico,
quasi a confermare che il poemetto non costituisce un episodio isolato ma il
punto di massima condensazione di una visione già definita.
La franca sostanza del degrado rappresenta infatti il primo libro in cui il
poeta organizza il proprio sguardo sui margini esistenziali con una coerenza già
pienamente riconoscibile. Il titolo è programmatico: la “franca sostanza”
implica una materia detta senza attenuazioni, senza schermi, come condizione
strutturale del reale e senza, lo dicevamo, elevazioni nobilitanti, ma vediamolo
attraverso i testi:
“L’umanità non batte ciglio
astutissima sostanza aspetta l’arca
le siepi elastiche e il caldo.
La poesia si limita a cantare
la funzione sociale della catastrofe
perché come Dio è in vena di nulla.
L’accetta affonda in cumuli di vapore
la pioggia grigia cade
è l’ora in cui le ombre sembrano più grandi
parte di tempo sospesa nella dimensione
di una geografia anteriore all’esplosione dei dettagli.”
Già dalla prima poesia di La franca sostanza del degrado emerge con estrema
nettezza una scrittura che non costruisce accessi progressivi ma penetra zone di
tensione in cui il visibile convive con una minaccia o con una sospensione
radicale del senso. “L’umanità non batte ciglio”, per cui, in una sorta di
freddezza della specie, l’atonia percettiva è già “catastrofe” ed è decisivo
perché Ferrari non organizza alcunché che renda centrale l’io. La constatazione
impersonale, quasi sentenziosa, spoglia di pathos la dimensione generale
dell’”essere umani”, infatti subito dopo troviamo un’“astutissima sostanza” che
“aspetta l’arca”, cioè una definizione di umanità che, nella risonanza
remotamente biblica, attende una salvezza senza redenzione, nessuno scenario
salvifico bensì una figura evocata forse ironicamente e svuotata di referenza
simbolica. Le “siepi elastiche e il caldo” partecipano di questa attesa
straniante e beffarda, deformata dalla plasticità di parole che potenziano il
senso proprio travalicandolo. Si è immersi sin da subito nell’arena: “La poesia
si limita a cantare/ la funzione sociale della catastrofe”, nel dato di fatto
della “catastrofe” la poesia non salva né redime, ma è “limitata” nel suo stesso
canto, paragonata a un “Dio” senza vena, o meglio, “in vena di nulla”, riducendo
in un’estrema concentrazione semantica il “creatore” e l’atto di creazione (la
“vena”) in un nulla che per avere ancora “senso” deve cambiare prospettiva e
guardare all’agone sociale, alla “giungla degli uomini” per cui il disastro
entra nell’ordine collettivo, divenendone quasi meccanismo strutturale. Così Dio
stesso, nella sua inattività cosmica, abolisce ogni centro trascendente e si
auto-elude.
La seconda strofa introduce un’immagine determinante, tanto da apparire come un
manifesto: “L’accetta affonda in cumuli di vapore”, uno strumento netto,
tagliente, affonda nell’inconsistenza apparente dei “cumuli di vapore”, in una
necessità di incidere il reale anche quando esso appare rarefatto, come le
parole della poesia che del reale sono l’ombra ma anche l’arma che tenta di
trasformare l’effimero in efferatezza, in taglio netto.
“La pioggia grigia cade” nell’”ora in cui le ombre sembrano più grandi”, nel
momento di maggiore espansione dell’illusione la pioggia si fa grigia, sporca
l’orizzonte e sospende il tempo, un solo attimo perché prenda avvio
l’”esplosione dei dettagli” di una geografia del prima, prima dell’avvento di
un’identità che non vuole riconoscersi se non all’interno di parametri
relazionali sempre più scabri, netti appunto, che non concedono l’appiglio di un
qualsivoglia orientamento.
Con Ferrari siamo sempre sul bordo di un abisso carnale, la sua scrittura vive
nell’esigenza di aggredire il corpo del reale nel tentativo di cancellarne i
confini, come avviene in modo anche ingenuo (ma l’ingenuità, come la proverbiale
goffaggine, è spesso dono dei poeti) in questo testo della sezione Quel che si
vede:
> Una sberla d’inchiostro sulle reni
> le ginocchia lievemente imbesuite
> salti, piroette e domande
> quell’altro tutto flora e famiglia
> congestionato
> perché le mani innamorate e un po’ porche
> hanno provato a palpare
> le sculettanti rotondità della poesia.
Il verso iniziale – “Una sberla d’inchiostro sulle reni” – unisce scrittura e
corpo in maniera brusca. L’inchiostro diventa il colpo che lascia un segno
fisico sulle reni, in una zona anatomica, cioè, che appartiene alla struttura
profonda del corpo ma anche alla superficie che figura il sostegno e la fatica
e, infatti, le “ginocchia lievemente imbesuite” proseguono in questa direzione:
il corpo entra nella scena attraverso un dettaglio volutamente dimesso, quasi
antieroico, quell’aggettivo “imbesuite” che suggerisce goffaggine, una perdita
di compostezza, come se il movimento stesso fosse alterato da una condizione di
esitazione o di buffa vulnerabilità. Questo elemento è importante perché nella
scrittura di Ferrari la stessa goffaggine è una forma di verità, un modo in cui
il corpo si mostra senza difese. Il verso “Salti, piroette e domande”
teatralizza il gesto della poesia come fosse un esercizio instabile,
continuamente esposto al rischio di sbilanciarsi e che contrasta con
l’apparizione di “quell’altro tutto flora e famiglia/ congestionato” – figura
quasi caricaturale – che ci presenta un “altro” (poeta?) ma “congestionato”,
appunto, bloccato tra “flora e famiglia” e le “sculettanti rotondità della
poesia” che restano desiderio intangibile per “le mani innamorate e un po’
porche”, per cui è elusa la potenzialità tattile di un inchiostro – palese
metonimia – che sderena ma non tocca, non penetra il reale, e soprattutto
rischia di scivolare nel “poeticume” d’accatto e sdolcinato.
In Ferrari, invece, lo abbiamo ormai capito, la poesia per raggiungere il vero
deve potersi fare anti-poesia, cioè dimensione spiazzante di un corpo mobile,
vivo, persino ironicamente seduttivo, mai pacificato per provare ad aderire al
contesto. Nel tendere alla profondità del rapporto, con “mani esposte”, Ferrari
accetta l’incontro/scontro con il mondo in maniera sempre più virulenta, lo
vedremo soprattutto nel capolavoro, Macello, anche se i germi di quest’urgenza
sono leggibili nella sezione L’ora della specie, forse la più “tossica” per
sarcasmo turbolento di La franca sostanza del degrado:
> Il viale diventò piccola potenza
> e con tanta fine in giro
> conversammo, si può dire, dandoci spallate
> e colpi d’ala.
> Disposti come siamo all’efficienza transitoria
> al ristoro anche distratto
> diventammo ostinatamente superstiti.
> Poi, insuperbiti dal modo conscio
> di invischiarci nell’incanto,
> decidemmo che l’attesa della posta era un’azione,
> perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla carta
> scrivere è cercare un paesaggio bello sodo.
In questo testo la lingua procede per scarti improvvisi, torsioni sintattiche
che sembrano voler registrare il momento stesso in cui il rapporto con il mondo
si produce come attrito. “Il viale diventò piccola potenza” colloca la scena in
uno spazio ordinario che, però, viene investito da una forza improvvisa e
l’andamento successivo – “e con tanta fine in giro/ conversammo, si può dire,
dandoci spallate/ e colpi d’ala” – costruisce una dinamica relazionale
instabile, in cui il conversare non ha nulla di pacificato. Il dialogo avviene
attraverso urti, contatti fisici aggressivi – le “spallate” – e di puro slancio
animale – i “colpi d’ala” –, come se la relazione oscillasse continuamente tra
gravità e impeto. Infatti, i tre versi successivi – “Disposti come siamo
all’efficienza transitoria/ al ristoro anche distratto/ diventammo ostinatamente
superstiti” – fanno emergere una condizione molto precisa che Ferrari individua
per la specie: ogni efficienza è “transitoria”, senza possibilità di stabilire
un ordine duraturo e la stessa provvisorietà è ravvisabile in una necessità di
“ristoro distratto”. Dentro questa precarietà, la specie – una tra le tante –
diviene “superstite” in tutta la casualità di un esito imprevedibile, senza
altro scopo se non una permanenza che non ha niente di salvifico, semmai è
limitata dall’insuperbimento periodico e dalla convinzione “di invischiarci
nell’incanto”, cioè di auto-illuderci. Il pensiero si contorce per cadere nella
persuasione – si noti l’insistenza sui prefissi locativi o intensivi “in-“,
“insuperbiti”, “invischiati”, “incanto” – esponendo il linguaggio alla
deliberazione arbitraria, come si suggerisce la chiusa: “decidemmo che l’attesa
della posta era un’azione,/ perché malgrado le varianze o i lemmi sguardi sulla
carta/ scrivere è cercare un paesaggio bello sodo”. I “lemmi sguardi sulla
carta”, in questo contesto, mostrano che la scrittura, pur nascendo dentro una
necessità di orientamento, “cade”, con la specie, nella convenienza
utilitaristica per cui “scrivere è cercare un paesaggio bello
sodo”. L’espressione, intenzionalmente spiazzante, sostituisce a ogni idea
astratta di ispirazione una ricerca quasi carnale della consistenza,
il “paesaggio”, infatti, non è uno scenario contemplativo ma è qualcosa di
“sodo”, concreto nella sua succulenza e capace di opporre materia al gesto della
poesia, disinnescandone l’incanto. Lo spessore dell’attrito, allora, si
confronta dentro uno scenario/soglia in cui la parola incontra l’ipotesi della
sua sconfitta. Il verso di Ferrari vola talmente basso da essere dentro
l’impatto, in un dolore sempre violento e sempre presente, in lotta perenne, per
questo la sua poesia incide e penetra – anche se all’altezza di La franca
sostanza del degrado la parola vuole imprimere un significato forzando e
capovolgendo in molti casi la violenza espressionistica in sospensione
sardonica, come se il soggetto dovesse continuamente conquistare il proprio
contatto con il mondo. Proprio da questa urgenza nascerà, come vedremo, la
tensione estrema di Macello, dove il paesaggio cercato non sarà più
soltanto “sodo”, ma brutalmente corporeo.
L’insistenza sul dolore non esistenziale ma reale trova ancora espressione in
frammenti estremamente compressi, come questo della sezione Poesie laconiche:
> Al centro della carne
> ogni dolore è cosa
> che mal sopporta righe.
A conferma della direzione appena formulata, il frammento rappresenta una
dichiarazione di poetica tanto più significativa perché, per quanto contratta
fin quasi all’aforisma, la scrittura di Ivano Ferrari non attenua ma aumenta la
pressione del detto.
“Al centro della carne” è un avvio che colloca subito il discorso in una zona
primaria e immediatamente fisica, avvalorando l’ipotesi che ogni possibilità di
pensiero prima debba attraversare la consistenza del corpo, cioè il focus in cui
il dolore si fa materia vivente. Per questo, infatti, “ogni dolore è cosa”,
perché la realtà fattiva elimina ogni tentativo di trasfigurazione. L’ultimo
verso – “che mal sopporta righe” –, infine, ci dice che il dolore resiste alla
scrittura, sopporta male le disposizioni del linguaggio, rifiutando di essere
ordinato dentro il tracciato figurato dei versi. Le “righe” sono qui il segno
minimo dell’ordine poetico e, quindi, anche della misura, cui il dolore oppone
una resistenza costitutiva e caotica.
In questo brevissimo testo Ferrari mette in scena la tensione centrale della
propria scrittura: la poesia nasce proprio nelle intercapedini dove ciò che deve
essere detto sembra opporsi alla forma stessa che dovrebbe contenerlo. Il
linguaggio non viene percepito come strumento pienamente adeguato, resta
piuttosto un dispositivo che tenta di avvicinarsi a qualcosa che eccede, che
urta, che non si lascia tradurre. In questo scenario, ogni parola deve arrivare
al lettore manifestandosi per sottrazione (anche questa è una necessità di
compressione del senso), per ridurre al minimo il margine tra esperienza e
formulazione.
I tre versi, inoltre, procedono con un’andatura quasi lapidaria, perché anche il
ritmo si adegua a una scansione senza appoggi descrittivi e senza sviluppo
argomentativo. Se la poesia deve giungere in maniera netta al punto di attrito
tra corpo e parola, allora il dolore, lo ripetiamo, per Ferrari non può essere
allegoria della condizione umana, ma fatto concreto che costringe la lingua a
ridefinire continuamente il proprio limite – il suo “tra” – con il mondo.
Limite che potrebbe apparire definitivo nella morte, ma nulla di pacificato
avviene nella poesia di Ferrari, anche quando questa zona estrema cade con tutto
il suo peso sull’esperienza del soggetto. Vedremo sempre meglio che dimensioni
assumerà il confronto con la morte stessa nello sviluppo delle raccolte
successive – fino a La morte moglie del 2013 –, ma intanto La franca sostanza
del degrado ci propone questo nell’ultima sezione (Smaltitoio) dedicata alla
morte del padre:
Morto
Davanti a me
i tuoi occhi chiari
entrano nel naturale
mondo delle maschere.
Il brevissimo testo introduce il tema della morte familiare senza modificare il
principio fondamentale della scrittura di Ivano Ferrari che, anche davanti a una
perdita intima, può mantenere un registro asciutto, una riduzione all’essenziale
che elimina il pathos e rende più netta la tensione del dettato.
L’attacco – “Davanti a me/ i tuoi occhi chiari” – costruisce una scena di
prossimità frontale con un tu esplicito che il soggetto osserva quasi
immobilizzato nell’istante del distacco. Ferrari non cerca lo sviluppo elegiaco,
non racconta il padre aprendo alla memoria narrativa, ma isola invece un
dettaglio minimo, gli occhi, e affida a quel dettaglio l’intera densità della
scena. La scelta degli occhi, infatti, è decisiva in un quadro di pura
osservazione senza contemplazione, perché conserva per l’attimo della sua
pronuncia qualcosa della singolarità concreta della persona (la parola “padre”
non appare mai nel piccolo ciclo dedicato alla sua morte, anzi, se non fosse per
la parentesi dopo la parola “smaltitoio” nel titolo, dovremmo intuirne il
destinatario e lasciare nel dubbio la nostra stessa intuizione) che si dilegua
dallo sguardo e si sottrae alla sua immediatezza entrando “nel naturale/ mondo
delle maschere”.
Il transito metonimico degli occhi – quindi dello sguardo – ci permette di
oltrepassare la soglia verso un mondo “naturale” dove il volto irrigidito del
defunto, la maschera, non incontra il risarcimento – la spettralità per
induzione etimologica e metaforica, “amletica” oserei dire – al dolore che il
lettore potrebbe cercare nel trapasso, ma più icasticamente la forma concreta
dell’occhio pietrificato dalla morte, cioè una forma materiale di maschera. Fuor
di metafora, quindi, Ferrari ci sottopone all’osservazione cruda di un’evidenza
senza scampo: il volto che diventa figura non più disponibile allo scambio vivo.
Pura superficie? Non credo, perché pur non appartenendo a una dimensione
eccezionale o metafisica, la morte è comunque collocata dentro la continuità
fisica del vivente che rappresenta un passaggio di soglie, un transito appunto,
un “tra”.
A questo punto, dopo aver anche noi attraversato con questo testo il “mondo
delle maschere”, occorre entrare in quel dispositivo di visione che è il
capolavoro di Ferrari, cioè il poemetto per tappe, rinnovata Via Crucis della
carne, Macello.
In Macello, nonostante l’anteriorità di molti testi rispetto a La franca
sostanza del degrado, ciò che appariva in forme singolari, come nel volto
paterno appena osservato, si allargherà fino a investire uno spazio collettivo
con gesti reiterati fino alla routine dell’impiego, del vero e proprio lavoro
quotidiano. I corpi animali “trattati” nel mattatoio cittadino dove Ferrari ha
lavorato saranno anch’essi corpi che entrano in una soglia, corpi che stanno tra
presenza e trasformazione, tra vita residua e riduzione a materia. In Macello la
maschera diventerà quasi condizione generale della carne esposta, dove ogni
corpo perderà progressivamente identità per entrare in una serie di passaggi
materiali regolati da gesti pratici e “violentemente” professionali. È qui che
la scrittura di Ferrari mostrerà in tutta la sua matura evidenza una forma
radicale di tra-esistenza perché in un ambiente integrale, vero nella contiguità
dei corpi, si rende tangibile (“annusabile” verrebbe da dire) l’incontro
quotidiano con la morte che non è solo evento singolare, bensì processo di
esposizione collettiva della carne e bordo in cui il vivente continua a
mostrarsi proprio mentre sta entrando nella propria reiterata sottrazione.
Ferrari, in sintesi, abita il margine in cui il “tra” coincide con la nuda
persistenza della materia attraversata dalla perdita.
Per questo il macello è sì un luogo concreto ma anche “allegoricamente” il
laboratorio estremo in cui la scrittura verifica la propria capacità di restare
aderente al reale nel punto in cui esso si mostra più crudo, nella meccanica
quotidiana del sangue versato dal corpo animale.
Serve una continuità percettiva, quasi una resistenza del linguaggio davanti
alla serialità della materia vivente trasfigurata e degradata, che non può
essere tradotta in semplice accettazione, per questo Ferrari non contempla
alcuna resa e neppure vagheggia altre collocazioni per una poesia che occorre
resti ferrea nel contatto diretto con ciò che normalmente resta escluso dal
centro del discorso poetico, e quindi con il margine. Vedremo come questa
postura “dentro” il margine si articoli in maniera sempre più esplicita e
“sociale” soprattutto in Rosso epistassi del 2008, ma ora è il momento di fare
il primo passo nel Macello:
> La carne morta rivive
> nella sua grande miseria
> col vento che riporta gli odori
> ad un ordine sparso.
> La carne morta è ricamata
> da quelle sinuose presenze
> che gli altri chiamano larve.
L’attacco – “La carne morta rivive” – accosta morte e vita senza enfatizzarne
estaticamente i termini, semmai Ferrari li tiene dentro una sintassi elementare
per ricondurli alla “grande miseria” dei corpi. È proprio questa nudità
dichiarativa a dare forza al verso che assume quasi il valore di una prima
stazione percettiva: la carne è morta ma rivive nel fatto di essere nella sua
continua privazione, è in ciclo, en abîme. Si capisce così che non siamo di
fronte ad alcuna resurrezione, quanto, invece, dentro una condizione terminale
della materia privata di funzione e identità – anche se in controluce possiamo
scorgere una dimensione passionale: nessuna redenzione nella riduzione
esacerbata del corpo a violenza esposta, d’accordo, ma è evidente che la
spregiudicatezza espressionistica chiede al lettore di guardare e sentire. La
parola di Ferrari, per quanto essenziale, comunque è necessariamente ostensiva,
anzi è proprio per questo che dal punto di vista stilistico, i mezzi minimi – la
sintassi lineare, il lessico comune, l’assenza totale di amplificazione lirica –
ottengono l’effetto di farci penetrare “sensorialmente” le stanze del mattatoio
a partire dagli odori, forti e casuali – “col vento che riporta gli odori/ ad un
ordine sparso” –, verso forme concrete di una processualità degradata che
raggiungono la “carne morta […] ricamata” per cui la decomposizione appare come
un lavoro minuto, una tessitura biologica eseguita “da quelle sinuose presenze/
che gli altri chiamano larve”, la traccia mobile che lentamente percorre il
corpo in una scrittura della fine.
La carne è già dentro una stazione avanzata del processo dove il corpo continua
a parlare proprio nel momento in cui perde definitivamente ogni centralità
individuale, e lo fa attraverso i vermi che lo in-scrivono. Solo dopo arriva la
poesia, che diviene riconoscibile attraverso un’agnizione inattesa, la più
bassa, quella delle parole trasformate in “vermi combusti”, come leggiamo nel
testo subito successivo a quello appena analizzato, “scintille in questo buio”.
Sarà un buio ontologico o corporalmente viscerale? Chi può determinare i confini
del senso?
Ferrari non offre alcuna risposta ma continua ad attraversare le stazioni della
“macellazione”, come in questo testo:
> C’è un momento della macellazione,
> quando l’organo di sollevamento
> solleva il gambare a cui è appeso l’animale,
> in cui si ripete il sacrificio della crocifissione
> compreso un S. Longino con pertica uncinata
> che stabilizza il corpo per meglio tagliuzzare.
E poi ci indirizza agli “occhi infantili” “di una giovane manza” che
“custodiscono” “un segreto”. Vediamo quale:
> Un segreto riempie le tempie pelose
> di una giovane manza
> e gli occhi infantili lo custodiscono
> con qualche lacrima,
> una piega rugosa nel suo sorriso
> prima di morire
> ed è l’unica a non riempire di suoni
> lo spazio della morte.
> Mi vede (segno il sesso sulla tabella)
> e confermo complice il messaggio.
> Caricata l’arma
> il boia dalle orbite verdastre
> gli sorride (giaccio tra pezzetti di grasso)
> spara.
> I segreti si ricompongono
> nella estraneità della morte.
Il “segreto” di cui si diceva introduce a una dimensione interna che Ferrari
colloca nelle “tempie pelose” della giovane manza quasi a ribadire che il
linguaggio non può essere separato dalla materia che nomina. Attraverso questa
modalità si è capito già in precedenza che il senso nasce nello spazio
intermedio in cui il corpo non è mai puro oggetto biologico ma neppure presenza
simbolicamente compiuta (la condizione di tra-esistenza che stiamo esplorando).
Il “segreto”, allora, non è un contenuto da interpretare, bensì la soglia che la
poesia tenta di sondare tra il tangibile e il non dicibile. Proseguendo nella
lettura, infatti, altri elementi sembrano confermare questo primo indizio: “e
gli occhi infantili lo custodiscono”, la funzione dello sguardo non è di aprire
il significato – il segreto – ma di trattenerlo e custodirne l’evidenza, così
tutta la scena ci dice che il corpo animale diventa portatore di una eccedenza
muta che il linguaggio può solo lambire. L’aggettivo “infantili” intensifica
questo margine e insinua una vulnerabilità immediatamente percepibile ma senza
trasformarla in sentimentalismo, perché resta saldamente ancorato alla
descrizione visiva. La poesia si colloca esattamente nel limite della relazione:
il soggetto vede l’animale, ma ciò che l’animale porta con sé resta
irriducibile. A seguire – “ed è l’unica a non riempire di suoni/ lo spazio della
morte” – il testo si radicalizza in una sospensione sonora che lascia lo spazio
aperto, quasi un’espansione della “piega rugosa nel suo sorriso/ prima di
morire” (così simile alla crepa di Magrelli) in direzione dell’ineluttabile
scabrosità della fine. Quando poi il soggetto entra direttamente nel testo – “Mi
vede (segno il sesso sulla tabella)/ e confermo complice il messaggio” – la
relazione diventa più complessa, perché il linguaggio umano appare diviso tra
due registri incompatibili e tuttavia simultanei: da un lato c’è lo sguardo
reciproco, “mi vede”, dall’altro c’è la scrittura funzionale, “segno il sesso
sulla tabella”, dove la parola burocratica, classificatoria, attraversa lo
stesso spazio in cui avviene il riconoscimento. In questo punto Ferrari ci
mostra con estrema precisione come il linguaggio stesso abiti il suo limite: per
quanto possa registrare, classificare, nominare secondo procedura, non può però
sottrarsi alla percezione di ciò che eccede quella registrazione, allo scandalo
del verbo. Il termine “complice” esprime senza infingimenti la coabitazione dei
due livelli in cui il soggetto è implicato: dentro il dispositivo di scrittura
e, per questo, non coincidente con la realtà, abitatore di un margine etico
estremo – di chi giace sui “pezzetti di grasso” della materia inerte –, come ci
dice in maniera fatale il finale: “I segreti si ricompongono/ nella estraneità
della morte”, in una forma altra, dentro una “estraneità” che impedisce ogni
appropriazione definitiva. La poesia può arrivare fino al bordo della
comprensione senza oltrepassarlo, ecco perché il corpo animale diviene il
correlativo oggettivo di un dolore intenso, quello in cui il linguaggio vive
carnalmente il proprio limite. Ma, allo stesso tempo, il linguaggio, puntando
tutto sull’aderenza al corpo senza sublimazione, accetta di diventare esso
stesso corpo minimo, materia verbale che resiste senza pretendere di sciogliere
il reale.
In questo senso il margine è il luogo in cui la poesia accade come relazione
incompleta tra due forme di esposizione – il corpo animale e la parola –
entrambe collocate tra presenza e sottrazione.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Ivano Ferrari fotografato nel 2008 da Giovanni Giovannetti
L'articolo Discorso intorno all’anti-poesia di Ivano Ferrari proviene da Pangea.
> La poesia racconta?
> Certo che racconta
> tutto l’abbandono
> nel coro di ombre
> si arcipelaga il silenzio
> mescolando rive
> e la pienezza sanguina.
Transitori e risorti (Crocetti, 2026) è una raccolta postuma, piena zeppa di
inediti, del grande e indimenticato poeta Ivano Ferrari. Quando anni fa lessi
per la prima volta il suo La morta moglie capitolai; aveva senso leggere altro?
Cercai il numero su internet (pagine bianche): era l’unico Ivano Ferrari di
Mantova. Mi ricordo che si sorprese quando gli dissi che lo chiamavo da Parigi,
dove all’epoca vivevo. Lo ringraziai per i suoi versi e ci salutammo. Nelle sue
liriche, glielo dissi, c’è il marcio, viscido, ubriaco d’una poesia
antiborghese, poetica blasfema e spiritualità palpabile.
Ivano Ferrari è nato nel 1948 a Mantova, dove è morto nel 2022. Ha militato in
formazioni politiche extraparlamentari, ha fatto il lattoniere, l’operaio nel
macello cittadino squartando vacche, lavandole, timbrandole e preparandole per
farle trasformare in bistecche. Negli anni è diventato custode di Palazzo Te e
ha pubblicato poco, pochissimo in vita. A forma d’errore, nel 1986 e poi il
bellissimo La franca sostanza del degrado per Einaudi nel 1999, la
raccolta Macello – che racconta del suo periodo operaio nel sangue, tra le
bestie (2004) –, Rosso epistassi per Effigie nel 2008 si muove in territori
politici e l’ultimo, il sublime e funereo La morte moglie (2013) sempre per
Einaudi, dove indaga, attraverso liriche sempre più taglienti e minimali, la
malattia e la morte dell’amata moglie (oltre ad una sezione ritrovata delle
poesie scritte negli anni del macello).
È stato amico fraterno di Antonio Moresco, con cui ha condiviso passioni
politiche, litigi, cadute e risalite (ne parlo in un podcast qui: Ivano Ferrari
– Il macellaio ermetico – THE OUTSIDER | Podcast on Spotify )
> Cara evidenza
> di desolazione
> qui nel giacere
> più vecchi che nudi
> tra impudichi brividi
> di grigio riamare.
Ivano Ferrari, nelle sue poesie brevi, nei suoi inediti lancinanti, racconta la
sua visione disincantata e angusta del mondo, ottuso per via della banale
malignità dell’uomo contemporaneo.
> Se fossi un intellettuale
> col cranio pieno di dolore
> e di impalpabile angoscia
> volteggerei come una libellula vestita di fiori.
> Ma per tornare al concreto non lo sono.
> Voglie di iena mi vengono non soffrendo di insonnia
> e se non fosse per il nome che porto
> mi sigillerei in una conchiglia
> e in quell’antro molliccio affinerei i denti.
> Ma devo accontentarmi di quel che passa il cervello
> ed è un abisso di stelle.
La figlia Valeria mi racconta del rapporto con il padre: ha cominciato a capire
la sua poesia, dice, troppo tardi e sempre in maniera distante.
> “Quando è morto e ho cominciato a liberare la casa ho ritrovato questa massa
> di scritti. L’unica persona che mi è venuta in mente è stata Antonio Moresco,
> perché amico fraterno, mentore e grande conoscitore della poesia di mio padre.
> Tra le carte e i testamenti scherzosi che ho trovato (tra cui quello in cui
> desiderava avere due badanti, una umbra e una parigina) c’era uno scritto in
> cui dichiarava Moresco suo erede testamentario. Così ho affidato tutto a lui
> sapendo che ne avrebbe ricavato il meglio possibile perché dal punto di vista
> poetico era la persona a lui più vicina”.
Così raggiungo al telefono Antonio Moresco, che mi racconta la genesi di questo
meraviglio libro inedito. “Quando muore, Ivano mi fa la sorpresa di rendermi
erede testamentario di tutta la sua opera, compresi un sacco di inediti, 103
cartelle mischiate nel più assoluto ordine temporale. Cartelle che mi porto a
casa e che occupano vari scaffali nella mia libreria in corridoio. Sono rimasto
sgomento davanti a quella mole senza saper come metterci le mani, non essendo
specialista, uno studioso abituato a fare questo tipo di lavori e così sono
rimasto almeno un anno fermo, a guardare nel corridoio quella montagna di
cartelle. Poi mi è venuta l’idea di proporre all’editore Crocetti un libro di
inediti. Mi sono incontrato con Crocetti, che ha subito trovato il titolo del
libro, sfogliando una vecchia raccolta di poesie di Ivano, Rosso
Epistassi (Effige, 2008). Così mi sono deciso di mettere le mani nel mare di
inediti, leggendoli tutti, cartella per cartella, numerandole. C’erano poesie
pubblicate o non pubblicate; altre cose erano rifacimenti, modifiche a poesie
che già conoscevo. Inoltre, c’erano anche tantissimi materiali che non erano
poesia; lettere, appunti, interviste, scritti vari, addirittura alcuni miei
manoscritti che gli avevo fatto leggere all’epoca, quando entrambi eravamo
autori inediti. Ne è nata una raccolta che non è solo una raccolta di poesie
inedite, ma un volume libero, senza successione temporale, diviso più per
‘contaminazioni’ (il periodo del macello, la morte, l’amore, l’osceno – tutto
quello che attraversa la sua opera). Molti inediti si riferiscono allo stesso
tempo e allo stesso clima delle opere precedenti. Ho pensato anche di inserire
quindi alcune lettere, appunti, e certi fulminanti racconti brevi dove viene
fuori il suo sarcasmo, la sua pietà, il dolore, la tenerezza, l’ironia. Infine,
ho aggiunto anche i fotomontaggi (le fotocopie) che Ivano faceva spesso –
purtroppo gli originali a colori sono andati perduti, ma, chissà, forse prima o
poi riusciremo a ritrovarli”.
Un libro nuovo, insomma, che è poi una vera grande raccolta di inediti, non
quelle pseudo raccolte che raschiano il fondo del barile dell’autore à la
page. Qui siamo davvero davanti a qualche cosa di nuovo che completa l’opera di
questo autore meraviglioso. Un libro che testimonia la sua officina, la sua
furia sperimentale. Un libro che ci fa entrare nella mente dello scrittore.
Raccolta preziosa che mette in luce un grandissimo autore ancora poco
celebrato.
Una raccolta, come dice ancora Moresco “che deve rilanciare il lavoro di Ivano
nel mondo editoriale italiano, che possa fare da leva per una possibile
ripubblicazione di tutte le sue opere. È la riscoperta di una figura centrale, a
mio avviso, per la poesia italiana.”
La cosa che possiamo fare noi è goderci quest’opera potente, viscerale, che ci
porta oltre i canoni classici, in un deserto di parole pesate e di argomenti
strazianti.
Ivano Ferrari è il poeta del nostro tempo.
Giosuè Gorinzi
*In copertina: Antonio Moresco e Ivano Ferrari; photo Giovanni Giovannetti
L'articolo “Ed è un abisso di stelle”. Indagine nell’opera di Ivano Ferrari, il
poeta del nostro tempo proviene da Pangea.