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“L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata
Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore “apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra. Voleva librarsi verso il sole invitto.  Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo. Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –, neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca, a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore “naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones” – tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino (Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.  Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi, impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso, come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate. Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.  Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani – Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone… abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu globalmente un insuccesso”).  Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’, alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso, prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti (“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto essere la fede in Cristo, cosa è stata.  La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873 e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’ dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso: > “Difficile formulare in leggi l’assoluto: > fallimento e desiderio accerchiano la preda; > la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.  Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia, con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’ da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli abitanti di Antiochia).  In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:  “Cose sconsiderate e pericolose. Gli elogi agli ideali Ellenici. I riti magici, le visite ai templi dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi. I frequenti colloqui con Crisanzio. Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso. Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra assai preoccupato. Costantino sospetta. Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti. Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno, deve assolutamente smettere il clamore. Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano in chiesa a Nicomedia, dove con voce stentorea e grande devozione declama le Scritture, suscitando nel popolo rispetto per la sua pietà cristiana.” Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano, intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’ le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma dell’impotenza divina:  > “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la > follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in > pietra, né in albero, né in uccello”. Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di Giuliano: > “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il > mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle > parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei > propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono > offuscati sui testi”.  Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano. Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto. “Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata – alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va letto).  Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore indimenticabile, astrologicamente invitto.   L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano l’Apostata proviene da Pangea.
May 2, 2026 / Pangea