Tra i grandi “perdenti” della Storia, Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore
“apostata”, è uno dei più affascinanti. In effigie, porta la barba, alla moda
dei filosofi greci: i suoi lari erano Alessandro il Grande e Marco Aurelio; fu
iniziato agli alti gradi dei culti esoterici – e aristocratici – di Mitra.
Voleva librarsi verso il sole invitto.
Nei Cantos, sommo regesto di perdenti e perduti, Ezra Pound dimostra
predilezione per Sigismondo Pandolfo Malatesta, il grande condottiero, signore
di Rimini. Benché avesse offerto i propri servigi, per un po’, alla Chiesa, papa
Pio II lo scomunicò, dichiarandolo “Anticristo”: fu l’inizio del tracollo.
Seguace di Gemisto Pletone – il cui sepolcro andò a ‘prelevare’ a Mistra, in
Grecia, per incapsularlo nel lato destro del ‘suo’ Tempio Malatestiano –,
neoplatonico in pectore, infine ‘pagano’ – pur fautore di un’armonia dionisiaca,
a favor di sangue – il Malatesta si può con qualche diritto definire uno degli
sparsi eredi di Giuliano. In effetti, Pound non si scorda dell’imperatore
“naturalmente bollato ‘apostata’”: lo conficca nel canto CII – sezione “Thrones”
– tra quelli che “vogliono evadere dall’universo”. Molto opportunamente – merito
di una sempiterna sagacia – Pound cita le Res Gestae di Ammiano Marcellino
(Amnis herbidas ripas), lo storico e militare romano che seguì Giuliano nella
disastrosa spedizione in Oriente. È proprio Ammiano a raccontarci gli ultimi
istanti di vita dell’imperatore. Giuliano era stato colpito da un giavellotto a
Maranga, nei pressi di Samarra, nell’attuale Iraq; l’esercito romano affrontava
le schiere dei Sasanidi di Sopore II. Era il 22 giugno del 363.
Accompagnato nella sua tenda, l’imperatore si diede a filosofare coi suoi,
impartendo estreme istruzioni morali. “Esulto, come colui che sta per restituire
un debito in buona fede. Non sono afflitto né addolorato. Sono guidato dalla
opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo
che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore,
occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi… Non ho da pentirmi di quanto ho
fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Fui sempre propenso,
come sapete, alla pace”. L’imperatore continuò a discutere con i sapienti che
aveva con sé – Massimo e Prisco – riguardo alla “sublimità delle anime” – la
ferita, intanto, dilagava, l’imperatore svaniva. Bevve dell’acqua. Citò Socrate.
Non nominò alcun successore – perso, forse, nella sua sparizione –; l’esercito
preferì Gioviano, un militare. Giuliano aveva 32 anni. Era stato eletto nel
febbraio del 360, il suo regno durò due anni e mezzo.
Nipote di Costantino, era scampato allo sterminio familiare seguito alla morte
del ‘Grande’: vide fiumi di sangue, si diede a tentare i cieli, ad astrarsi tra
gli astri. Fu valentissimo studioso: cresciuto nei riti cristiani, si fece
attrarre dai misteri greci, facendo di Pindaro e di Omero i suoi pari. Studiò
Plotino, Porfirio e Giamblico; si diede alla teurgia – suo amico e sodale fu
Salustio, l’autore del trattato Sugli dèi e il mondo (che trovate in versione
Adelphi). A giudicare dal suo operato in Gallia, pare che fosse un buon
amministratore e un capace condottiero – ad ogni modo, fu l’esercito ad
acclamarlo imperatore e, ‘alla barbara’, a issarlo sugli scudi. Al di là della
nomea che gli fa da sudario e delle imprecazioni a mitraglia dei cristiani –
Gregorio di Nazianzo esultò alla sua morte, dichiarandolo “tiranno… dragone…
abominio dell’universo” –, che vedevano persi i privilegi appena ottenuti sotto
Costantino, pare che Giuliano sia stato un buon imperatore. Nel suo Cattivi. Il
lato oscuro dell’antica Roma (libro da poco edito da Ares: si legge con agio, è
divertito e colto), Silvia Stucchi riabilita l’operato di Giuliano, imperatore
probabilmente migliore del santificato Costantino (“Tutta la gloria della
statuaria e della celebrazione dell’Imperatore da parte di Eusebio di Cesarea
nella sua biografia non possono nascondere che il lungo regno di Costantino fu
globalmente un insuccesso”).
Da secoli, Giuliano è il mito – e il monito – di coloro che ritengono il
cristianesimo una pestilenza, la strage dell’antico ordine divino, dell’antica
era che pullulava di dèi. Da allora, tacciono i boschi, mutilata è la voce dei
fiumi, mozzato – per la sfrontatezza del Nazareno – il rapporto ‘simpatico’ tra
la mano e la pietra, tra l’opera e lo zodiaco, tra gli alberi e le arterie, tra
il mugolio degli amanti e il ragliare dei cervi. Non è del tutto vero – è vero
che l’epopea di Giuliano aiuta, specularmente, a capire l’epoca (mirabile per il
catartico connubio di ascesi ed assassinio) dei tanti ‘cristianesimi’: al
consolidarsi della Chiesa come potere mondano faceva contrasto la ‘fuga’ di
schiere di uomini nel deserto, alla ricerca di un’impossibile ‘originarietà’,
alla primogenitura del Verbo, alla sua prima spremitura. La strenua lotta di
Agostino contro i Donatisti, i Valentiniani, gli Adamiani (“derivano il loro
nome da Adamo, del quale imitano la nudità che gli fu propria nel Paradiso,
prima del peccato. Così condannano anche il matrimonio”), i Priscillianisti
(“…sostengono che gli uomini sono vincolati alle stelle, le quali ne decretano
il destino, e che lo stesso nostro corpo è disposto in modo corrispondente ai
dodici segni zodiacali”) ci indica, per bagliori e frantumi, cosa avrebbe potuto
essere la fede in Cristo, cosa è stata.
La letteratura ha trasfigurato l’impresa di Giuliano – anacronistica e
solitaria, dunque esteticamente affascinante – in diversi rivoli. Ibsen nel 1873
e Kazantzakis nel 1945 hanno ridotto in pièce “l’apostata”; Gore Vidal gli ha
dedicato un bel romanzo, Giuliano, edito in Italia da Fazi. In una poesia
dedicata a Julian the Apostate, Thom Gunn mette in luce la ‘pesantezza’
dell’imperatore, il carisma retto da un fato avverso:
> “Difficile formulare in leggi l’assoluto:
> fallimento e desiderio accerchiano la preda;
> la data è relativa – muore chi a loro appartiene”.
Soprattutto, è Costantino Kavafis ad aver contratto un patto di somiglianza con
Giuliano. All’imperatore infelice, su cui ha infierito lo sfavore degli antichi
dèi, ha dedicato diverse poesie, perfino l’ultima, Nei dintorni di Antiochia,
con quell’ultimo verso, letale, “L’essenziale è che lui sia schiattato”. A
Kavafis piaceva che Giuliano non piacesse a nessuno, che la sua opera di
riabilitazione – di resurrezione – degli dèi di un tempo fosse ritenuta un po’
da tutti un’archeologica idiozia. Amava quell’uomo fuori tempo che
nel Misopogonprendeva in giro se stesso, rivelando la propria incapacità di
sintonizzarsi con i desideri dei suoi sudditi (in quel caso, per l’appunto, gli
abitanti di Antiochia).
In una poesia esemplare – qui riprodotta nella versione ‘classica’ di Nicola
Crocetti edita da Einaudi – Kavafis immagina Giuliano a Nicomedia, immaginando
la sua anima sdoppiata, che è poi quella del poeta:
“Cose sconsiderate e pericolose.
Gli elogi agli ideali Ellenici.
I riti magici, le visite ai templi
dei pagani. L’entusiasmo per gli antichi dèi.
I frequenti colloqui con Crisanzio.
Le teorie del filosofo Massimo – peraltro eccelso.
Ed ecco il risultato. Gallo si dimostra
assai preoccupato. Costantino sospetta.
Ah, non ebbe affatto consiglieri accorti.
Questa storia – dice Mardonio – ha passato il segno,
deve assolutamente smettere il clamore.
Cosí ridiventa mezzo chierico Giuliano
in chiesa a Nicomedia, dove
con voce stentorea e grande devozione
declama le Scritture, suscitando nel popolo
rispetto per la sua pietà cristiana.”
Il refrain letterario, notevole, ha per fonte l’opera di Libanio, retore nato ad
Antiochia, pagano, grande maestro – anche di sommi dottori della Chiesa come
Giovanni Crisostomo e Basilio di Cesarea –, autore di alcune memorabili orazioni
dedicate a Giuliano. In particolare, la Monodia per l’imperatore Giuliano,
intrisa di severa commozione, di composta nostalgia, è un piccolo capolavoro: è
il gioiello-sigillo su un mondo perduto, sono i titoli di coda di un’era che
pareva eterna. È, in fondo, il sovvertimento, lo sradicamento, la nascita di una
nuova grammatica. Giuliano viene descritto come l’imperatore “che ha dato nuova
vita alle sacre leggi, riportato in alto la bellezza virtuosa al posto del
degrado, innalzato le vostre case, eretto altari, riunito insieme le schiere dei
sacerdoti, nascoste nell’oscurità, restaurato i resti delle statue divine”. Agli
occhi dei nuovi pagani, sono i cristiani i dissoluti, i chiassosi distruttori
delle autentiche norme. La frase che chiude la monodia – che ricorda un po’
le Georgiche di Virgilio e alcuni passi di Ovidio – commuove, crisma
dell’impotenza divina:
> “Davvero sarebbe stato meglio rimanere nell’obblio di tutto, sopportando la
> follia al posto del dolore, perché nessun dio trasforma un uomo che soffre in
> pietra, né in albero, né in uccello”.
Il testo è stato recentemente tradotto, in elegantissima edizione, da Ugo
Pontiggia per La Finestra Editrice. In un passo dell’introduzione, Pontiggia
ricorda il padre, Giampiero Neri, e Nanni Cagnone, riannodando legami con chi
non è più qui. In un paragrafo di particolare nitore, è riassunta l’opera di
Giuliano:
> “Con Giuliano, nella visione che univa l’anima con gli astri, con gli dèi, il
> mondo appare ancora dominato da una calma olimpica e superiore bellezza, nelle
> parole di chi come lui aveva visto scorrere il sangue dei propri amati e dei
> propri nemici, non di uno studioso chiuso in una biblioteca, i cui occhi sono
> offuscati sui testi”.
Sono diversi i punti d’attrazione che ci avvicinano allo ‘sconfitto’ Giuliano.
Quello più banale riguarda il potere mondano che ha bisogno – per sostenersi e
per assolversi – del potere spirituale. Ogni potere terreno agisce guidato da
necessità celeste – anche oggi, in fondo, a veder bene, è così. L’altro è
l’ostinazione dell’imperatore nel riesumare dèi impotenti, ormai vestiti a
lutto; questo collasso aiuta a capire le ragioni del ‘nuovo mondo’ ormai sorto.
“Quanto poco egli possedesse il senso della realtà, dimostra, forse più d’ogni
altro suo atto, proprio l’ultima spedizione, paragonabile – come fu paragonata –
alla napoleonica campagna di Russia”, ha scritto Alberto Pincherle nel bel
profilo dedicato dalla Treccani a Giuliano (desueto, forse, ma elegante, va
letto).
Il fatto che Giuliano confidasse nei segni più che nei fatti, che si gettasse
nell’invisibile pur di non essere ostaggio del visibile, che tentasse di
orientare il fato ordito dai suoi dèi con catastrofici olocausti, questa
profonda – e infine feconda – frustrazione, rendono l’imperatore
indimenticabile, astrologicamente invitto.
L'articolo “L’entusiasmo per gli antichi dèi”. Vita infelice di Giuliano
l’Apostata proviene da Pangea.
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Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera:
corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino
nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei
tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito.
Ci avviciniamo dall’alto, disegnando dolci traiettorie. Avvistiamo i bastioni
del Vaticano, San Pietro. Ecco le maestose forme, corolle di bianco marmo, fregi
e lesene di ionica nostalgia – mettiamo a fuoco lo sguardo verso l’oro inseguito
da Giasone.
Eccesso di idealismo? Forse. Come a dire: da una sponda dell’Egeo alla costa
tirrenica, presidiamo l’arco interiore della distanza con la fedeltà senescente
di Argo, innalzando iliache fortezze d’amore e fari di luminosa verità.
Da due lustri ormai riecheggia la marea dell’Egeo, non lontano dalla città di
Smirne. Quella notte è ormai istoriata nelle pareti del sogno. Lo pensava Saffo,
lo ha scritto Elitis:
> “nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia.”
E la luna era un astro più vivido che mai, come gli occhi luminosi della
circassa descritta da Kavafis. Con solide reti da pesca andavamo a caccia di
coralli, tenendo chiusa in petto quella voce che si sarebbe riversata, calda e
dolce come mosto, in puri esametri greci.
La strada per Efeso si snodava attraverso dorati campi di ulivi. Un tempo – dove
ora il muschio ricopre gli angoli sbreccati dei capitelli – si respirava
salsedine. Ho sempre creduto che la felicità occupi, nello spettro cromatico
dell’anima, il posto dell’ocra e dell’azzurro, sigillati uno dentro l’altro come
verso la linea dell’orizzonte. È qui, mi dico, che il grande solitario lanciava
i suoi frammenti. Sì, scagliati come piccole meteore infuocate. Per questo,
leggendo Eraclito, si accendono ancora piccoli falò ai bordi delle pagine e
sotto l’epidermide.
Sul lungomare di Smirne, nel viavai dei traghetti e tra i richiami alla
preghiera, pensavo all’Asia Minore, ad Efeso e Antiochia – all’oro
dell’Ellenismo –: è da qui, e non dall’Acropoli di Atene, che nasce l’umanesimo
di Kavafis, come suggerisce Marguerite Yourcenar nella sua splendida
presentazione critica del poeta. In quel momento, come dalle vigne e dai
frutteti pieni di agrumi di Archiloco, ho cercato di spremere il succo di un
modo di esistere, di una postura che giustificasse le coordinate presenti e
quelle passate. Era a Odisseas Elitis che dovevo guardare:
> “Devi saper afferrare il mare dall’odore perché esso ti dia la nave e perché
> la nave ti dia la Gorgona e la Gorgona ti dia Alessandro Magno e tutte le pene
> della grecità.”
Voglio dire: deve pur esserci un filo, un’immagine, una catena che tenga uniti
la pietra, i graffiti nelle caverne, la gola, il mattone e la pergamena:
qualcosa che rifluisce nel tempo, nonostante il tempo, dentro il tempo,
attraverso e al di fuori del tempo.
> “Dorme più profondamente chi è intriso di Storia
> Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol.
> Solo Poesia è
> Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta
> Come forse l’hanno immaginata le prime due creature
> Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.”
>
> (Odisseas Elitis, Come Endimione)
Nelle linee esatte dei palazzi del centro, nelle fughe dei cornicioni –
fosforescenza del passato – ripenso a Kavafis e a Elitis: poeti della luce. Sì,
anche Kavafis, considerato il poeta della penombra e delle stanze oscurate dalle
finestre chiuse. Per me, la poesia di K. inonda di luce. Come l’innamorata
ateniese ascolta le parole dello straniero Orazio e vi scopre immagini di
fulgida bellezza, così i versi del poeta greco rivelano squarci di mondo, aprono
nuove rotte da percorrere con fremito di piacere.
> “Il giovane professa il proprio amore
> E l’ateniese ascolta silenziosa
> Il suo eloquente innamorato Orazio;
> e del grande italiano la passione
> con mondi nuovi di Beltà l’abbaglia.”
>
> (Kavafis, Orazio ad Atene)
Anche io, mi dico con ingenuo spirito d’immedesimazione, sono un “Greco con
emozioni d’Asia”. Ecco, la vedo quella geometria invisibile che mi diverto a
incrinare con il richiamo di steppe, deserti e passi himalayani…
Ho scritto: “una fuga a ritroso dalla storia al mito” – un’anfora greca, un
ciottolo levigato, lo zampillio dell’acqua e lo sguardo di una ragazza. Dai
colli della periferia romana siamo arrivati a uno splendido borgo sul mare. La
natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere. Dove fallisce la storia,
arriva la poesia. Il grano ci insegna ad esercitare la sua solare e libera
disciplina. I colori: buganvillea viola, lo smeraldo del mare, la ginestra, un
ciuffo di papavero. Tra gli arbusti e i rovi roventi per il mezzogiorno
sgusciano piccole vipere – anfibio attaccamento al cuore pulsante della terra.
Basilico, gelsomino e tiglio; sciame di vespe: il ronzio dei millenni.
La prima voce lirica nella poesia, l’obbedienza del marmo alla carezza umana, il
triangolo delle montagne introdotto nell’architettura, il richiamo dell’acqua,
l’attesa minoica del tuffo, l’etrusco sorriso: c’è qualcosa che incede lungo i
colli della storia, più persuasivo della tettonica delle placche. Mi viene in
mente ancora una volta Kavafis:
> “Oh, terra d’Ionia, te amano ancora,
> le loro anime te ricordano ancora.
> Quando l’alba d’agosto splende su di te
> Un rigoglio della loro vita percorre l’aria;
> e un’eterea forma di adolescente, a volte;
> indistinta, con passo celere,
> incede sopra le tue alture.”
>
> (Kavafis, Ionico)
A un’ansa del sentiero si trova una piccola edicola votiva dedicata alla
Madonna. La ospita una nicchia scavata nella pietra. Credo sia in quella
posizione da secoli. Da lì, ha vegliato sui pescatori, sui viandanti e ora
continua a vigilare sulle fiumane di sciatti turisti domenicali. In un lampo di
associazione, penso alle divinità dei crocevia: in Giappone, a ogni svolta,
trovi piccole statue di Jizō, bodhisattva protettore dei viaggiatori. Questa
Madonna mi ricorda le cappelle votive in Grecia: una in particolare, con annessa
chiesetta in miniatura, sul colle di una collina ateniese che vede il Partenone.
Su tutto, il bianco e l’azzurro.
Tra le pagine della mia antologia di Elitis ho ritrovato una piccola icona
greca: raffigura un San Giorgio fiammante nell’atto di uccidere il drago. Ho
smesso da tempo di credere alle coincidenze. E infatti, lo sguardo individua
subito delle frasi sottolineate con un lieve tratto di lapis:
> “Tendo con tutto me stesso verso un – come dire? – avvolgente, abbagliante
> bene. Da come mordo un frutto a come guardo dalla finestra, sento formarsi un
> intero alfabeto che mi sforzo di mettere in atto con l’intenzione di comporre
> parole e frasi e, massima ambizione, giambi e tetrametri. Il che vuol dire:
> concepire e parlare di un altro secondo mondo che dentro di me arriva sempre
> primo.”
Quando rileggo e rimedito tutto questo, nell’immaginazione e poi nel meriggio
spalancato della cassa toracica, allora, per dirlo con Elitis,
> “è come se sorgesse un secondo giorno dentro al primo”.
Lorenzo Giacinto
*La traduzione di Kavafis è di Nicola Crocetti; la traduzione di Elitis è di
Paola Maria Minucci
L'articolo “Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis,
i poeti della luce proviene da Pangea.
Per spiegare se un testo sia traducibile sono stati scritti centinaia di libri e
di saggi di traduttologia, sono state spese milioni parole in decine di lingue,
tradotte a loro volta in altre decine di lingue. Quello che resta, di questo
profluvio verbale, di questo scialo teoretico, sono alcune affermazioni
apodittiche e contraddittorie, che spesso sconfinano nel paradosso o nella
boutade, e che fanno il giro del mondo nei convegni sulla traduzione. Il
repertorio è infinito: dal precetto di Cicerone di non tradurre verbum pro
verbo alle polemiche di San Gerolamo, dalle considerazioni di Lutero alle
argomentazioni di Du Bellay, Montaigne e Chapman, a quelle di Ben Jonson
sull’imitazione, fino alle considerazioni filosofiche di Von Humboldt e ai
resoconti di Goethe, Schopenhauer, Arnold, Valéry, alle teorizzazioni di Pound,
Benjamin e Ortega y Gasset.
In Italia domina la battuta, citatissima e un po’ misogina – attribuita a Croce
ma in realtà di Carl Bertrand, il traduttore tedesco di Dante, che riprese una
definizione di Gilles Ménage –, secondo cui le traduzioni sarebbero come le
donne, “brutte e fedeli o belle e infedeli”. Come anche quella, attribuita a
Robert Frost, secondo cui “poesia è ciò che si perde nella traduzione”. Per
Ortega y Gasset, la traduzione, semplicemente, “non è possibile”; per Jakobson
“la poesia è intraducibile per definizione”. Walter Benjamin, pur nel suo
pessimismo, sostiene che “la traduzione è necessaria”. Secondo Novalis e
Humboldt, tutta la comunicazione è traduzione. C’è poi la celebre quartina di
Nabokov:
> “Cos’è la traduzione? Su un vassoio
> La testa pallida e fiammante di un poeta,
> Uno stridìo di pappagallo, una ciancia di scimmia,
> E una profanazione dei morti”.
Come afferma George Steiner in Dopo Babele, “per circa duemila anni di
discussioni e di precetti, le convinzioni e i contrasti manifestati sulla natura
della traduzione sono stati quasi gli stessi. Tesi identiche, mosse e
confutazioni familiari ricorrono nelle dispute, quasi senza eccezioni, da
Cicerone e Quintiliano ai giorni nostri”. Il postulato dell’intraducibilità
“poggia sulla convinzione, formale e pragmatica, che non vi possa essere
autentica simmetria, rispecchiamento adeguato, tra due sistemi semantici
differenti”. Il punto, conclude ancora Steiner, è sempre il medesimo: la cenere
non è la traduzione del fuoco.
Scuola spagnola, Testa di Giovanni il Battista, XVII secolo
Se, come sostiene Croce, “l’intraducibilità è la vita della parola”, resta
nondimeno il dato incontrovertibile che centinaia di migliaia di biblioteche
straripano di libri tradotti. E restano i milioni di libri tradotti da
un’infinità di lingue: molti egregiamente, altri mediocremente, altri ancora
pessimamente. Perché è vero che in nome della traduzione – della sua necessità,
e del suo culto – sono stati commessi i delitti più infami e i più gloriosi atti
di eroismo. Sepolti negli scaffali delle biblioteche, esposti sui banconi dei
librai di tutto il mondo, giacciono crimini linguistici efferati, compiuti
spesso da persone, come si dice, al di sopra di ogni sospetto, che le logiche
editoriali impongono, o tollerano o incoraggiano, che spesso i lettori subiscono
impotenti, e che nessuno punisce mai.
In questa necessaria, indispensabile quanto spesso inutile attività dell’ingegno
umano, si sono esercitate schiere di inetti, ignari spesso della lingua di
partenza come di quella d’arrivo, consegnando agli editori o alle stampe aborti
mostruosi; e imperano legioni di scrittori mancati e di scribacchini frustrati
che cercano, come uccelli usurpatori, confortevole riparo in nidi altrui. Ma a
tale attività offrono il loro contributo anche legioni di onesti mestieranti,
che pur dietro compensi offensivi nobilitano la professione; per non dire dei
non pochi geni che la elevano da attività funambolica a sublime forma d’arte.
Con ciò non si vuole infierire sulle traduzioni letterarie malfatte, ma
semplicemente porre l’accento su quanto sia arduo riuscire a fare una buona
traduzione. Com’è noto, una delle attività preferite di moltissimi critici e
traduttori è la caccia all’errore nelle traduzioni altrui: sport che ha prodotto
qualche libro divertente e molte gogne umilianti, come l’americano Glorious
Mistakes. Il che equivale, comunque, a sparare ai passeri. I francesi hanno
un’espressione deliziosa per definire questi perditempo frustrati che cercano un
po’ di gloria dando la caccia all’errore in traduzioni di onesti professionisti
che per pochi soldi si sono consumati gli occhi su testi a volte difficilissimi
al limite dell’intraducibilità: li chiamano (excuse my French) le enculeurs des
mouches, i sodomizzatori delle mosche.
Giovanni Bellini, Testa di Giovanni il Battista, 1470 ca.
Come diceva Pound, i critici dovrebbero ricordarsi che scopo della traduzione
poetica è appunto la “poesia”, non le definizioni verbali dei dizionari; e che a
volte una traduzione è brutta proprio perché non sbaglia mai. Il fondamento
della traduzione poetica, infatti, è la trasposizione, non il rispecchiamento,
vale a dire la restituzione fedele del senso poetico, e la necessità di
compiere, nella lingua d’arrivo, lo stesso percorso creativo che ha condotto
l’autore originale a dare al suo testo, tra tutte le forme possibili, quella
storicamente proposta e non altre. In questo senso, allora, ogni testo diventa
traducibile, con buona pace di Croce (che del resto non era poeta) e di tutti i
pudichi glottologi che con reverenza quasi superstiziosa ritengono sacro e
inviolabile il testo originale.
Prendiamo il caso del greco-alessandrino Costantino Kavafis, che mentre in
Grecia (dove lui non è mai vissuto) infuriava asperrima la questione della
lingua, se cioè si dovesse usare la lingua popolare (dimotikì) o quella
riformata (l’aulica katharèvusa), lui, “alla periferia dell’impero”, ad
Alessandria d’Egitto, usava nella sua poesia un amalgama delle due lingue,
creando uno stile personalissimo, unico e inimitabile. Se il neogreco è dunque
l’unico caso di diglossia praticata in un Paese moderno, com’è possibile
tradurre un poeta, che tra l’altro occasionalmente usa metrica e rima, e una
lingua “schizofrenica”, in qualsiasi altra lingua a cui sia estraneo il fenomeno
della diglossia? Eppure lo hanno fatto in moltissimi. Secondo una recente
ricerca dell’Università di Salonicco, Kavafis è in assoluto il poeta moderno più
tradotto e imitato al mondo (seguito a diverse lunghezze da Pessoa). Che cosa
sarà mai rimasto della “intraducibile” poesia di Kavafis nelle innumerevoli
versioni fatte nelle lingue più ignote, compresa la lingua dei maori? Di certo,
come nel caso di molti altri poeti, qualche inevitabile scempio metafrastico. Ma
forse non solo. Io credo che resti dell’altro, che se si perde molta “filologia”
rimanga però anche un po’ di buona “poesia”. Diversamente non si spiegherebbe il
paradosso che uno dei poeti moderni “più intraducibili” come Kavafis abbia
influenzato forse più di chiunque altro buona parte della poesia contemporanea
moderna.
Personalmente credo che la traduzione vada intesa secondo il principio
dell’equivalenza, e che il traduttore dovrebbe sforzarsi di pensare a come
sarebbe l’opera originale se fosse stata scritta nella propria lingua. E mi
torna alla mente Novalis, secondo cui la traduzione è “poesia della poesia”,
giacché il traduttore, nel suo sforzo di dare una nuova veste linguistica
all’originale, deve prima enuclearne la “poeticità”. Questo è il principio di
equivalenza su cui dovrebbe fondarsi l’atto del tradurre. Atto che è garantito
solo se il traduttore è un poeta o ha alle spalle una solida cultura poetica. Se
poi il traduttore-poeta condivide con l’autore che traduce principî estetici e
artistici comuni, e ha con quest’ultimo affinità ideali, allora il testo tradotto
riuscirà davvero a costituirsi come un’opera nuova e originale. Credo che
l’obiettivo finale di ogni traduzione, infatti, sia quello di trascendere
l’originale, in un certo senso ucciderlo per trasformarlo in un nuovo originale.
Giovan Francesco Maineri, Testa di Giovanni il Battista, 1502
Ma questa è una situazione ideale, quasi sempre difficile da verificarsi. Le
necessità dell’editoria moderna sembrano far prevalere le esigenze delle
traduzioni di servizio su quelle artistiche, e d’altro canto non sempre i buoni
traduttori sono anche poeti, e viceversa. Ma anche quando una stessa persona
riesca a coniugare in sé le qualità del poeta e del traduttore, i pericoli non
mancano. Il testo originale rischia di essere dimenticato e sostituito
completamente da un altro testo (a volte persino migliore, come per esempio è
capitato al Cinque maggio di Alessandro Manzoni tradotto da Goethe), che reca in
sé le tracce dell’ideologia e delle esperienze di colui che pertanto dovrà
considerarsi il nuovo autore, e le specificità proprie dell’ambito linguistico e
culturale d’arrivo.
Tradurre, dunque, non è né possibile né impossibile: è semplicemente
necessario. Per dirla con Benjamin, la traduzione è un luogo d’incontro tra
lingue e culture diverse, un luogo utopico di raccordo tra le divergenze. È un
mezzo di circolazione, di crescita e di arricchimento culturale prezioso e
indispensabile.
Forse la miglior traduzione letteraria possibile è quella della poesia tradotta
dai poeti, cioè la poesia tradotta in “poesia”.
Nicola Crocetti
*Questo testo è stato scritto per una conferenza sulla traduzione tenutasi a
Parigi nel 2000. Fortunosamente ritrovato dall’autore, ci è parso bello
pubblicarlo, non come l’ennesimo documento su un tema per sua natura infinito –
come lo è il linguaggio, come lo è il suo umile tedoforo: l’uomo – ma per la sua
smaliziata ‘luccicanza’, per la sua inesausta fede nel ‘fatto’ poetico. Al
poeta, in effetti, non interessano gli applausi del pubblico pagante (o
fraudolento), ma che la sua poesia ‘agisca’ davvero: che faccia piovere sul
deserto, che faccia muovere le montagne, che muova a compassione gli induriti
cuori.
In copertina: Albrecht Bouts, Testa di Giovanni il Battista, XV secolo
L'articolo “Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un
crimine linguistico proviene da Pangea.
Costantino Kavafis è il poeta di paradossi. Il primo e principale è che un
giovane privo di formazione scolastica grecofona e mai vissuto in Grecia, sia
diventato uno dei maggiori poeti greci del Novecento. Il suo greco era quello di
un autodidatta, che non di rado faceva errori di ortografia sconcertanti. Il
secondo paradosso è che Kavafis non ha mai pubblicato una raccolta di versi in
vita. La prima è uscita postuma, nel 1935, due anni dopo la sua morte. Le
sporadiche pubblicazioni su riviste provinciali e di scarsa circolazione gli
erano valse in Grecia lazzi e derisioni a causa della sua omosessualità.
Kavafis nasce ad Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863, ultimo di nove figli di
Petros e Charìklia Fotiadi, esponenti di importanti famiglie aristocratiche
(Fanarioti) di Costantinopoli, ricchi titolari di un’azienda di import-export
con succursali in Inghilterra. Due anni dopo la morte di Petros, nell’agosto
1870, Charìklia e i figli si trasferiscono a Liverpool e a Londra. Nel 1876
l’impresa di famiglia fallisce; l’anno seguente, via Parigi e Marsiglia, i
Kavafis tornano ad Alessandria, dove Costantino si iscrive al liceo commerciale.
Nel 1882, in seguito a gravi scontri tra il partito nazionalista e gli occupanti
britannici (l’Egitto è un loro protettorato), in cui rimane distrutta la casa di
famiglia, Charìklia e i figli più giovani riparano a Costantinopoli – all’epoca
capitale dell’impero ottomano –, dove rimangono fino al 1885. È in questo
periodo che Costantino comincia a scrivere versi e ad avere le prime esperienze
omosessuali. Sempre nel 1885, a 22 anni, ritorna ad Alessandria, dove risiederà
fino alla morte, avvenuta il 29 aprile 1933, giorno del suo settantesimo
compleanno.
Si dedica allo studio e al lavoro, collabora con diversi giornali, frequenta la
Borsa come agente di cambio (occupazione che mantiene fino al 1902) e
approfondisce la conoscenza della letteratura greca e bizantina, nonché di
quella francese e inglese. Nel 1892 viene assunto come impiegato part time
nell’Ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici di Alessandria, dove
si fa apprezzare per le sue conoscenze linguistiche (parla inglese, greco,
francese, arabo e un po’ d’italiano, oltre alle lingue classiche). Manterrà
l’impiego fino alla pensione, nel 1922, anno della catastrofe greca in Asia
Minore.
Una delle definizioni più pertinenti della poesia di Kavafis è forse quella del
suo traduttore francese, il poeta Dominique Grandmont. Poiché la verità non è
mai quella che ci narrano i vincitori, occorre interessarsi ai personaggi
ignorati dalla Storia, a piccoli commercianti, nobili dissoluti o assassinati,
generali traditi o dignitari esiliati; occorre prendere in esame non la cultura
“emblematica”, ma gli eventi occulti, determinanti e per questo cancellati. È
quello che Kavafis fa – dice Grandmont –, donandoci “una specie di Iliade dei
dimenticati”. Un’operazione analoga a quella di Plutarco, la cui erudizione
Kavafis ammirava, e le cui opere erano probabilmente i suoi livres de chevet,
tali e tanti sono nei suoi testi i riferimenti allo storico greco (vi sono
testimonianze di come il poeta amasse citarlo a memoria in pubblico, non senza
civetteria). Se nelle sue Vite Plutarco indaga la Storia di Roma e della Grecia
attraverso l’ethos dei personaggi, Kavafis, nelle sue poesie ‘storiche’ e
‘filosofiche’ mette in risalto gli aspetti meno noti della personalità dei suoi
protagonisti. I suoi sono sì gli eroi della Storia maiuscola, come gli Spartani
di Leonida alle Termopili, a cui il poeta dedica una delle sue poesie più belle
e commosse, ma soprattutto le umili comparse di una storia minuscola e
dimenticata. Sono sovrani macedoni, seleucidi, egiziani, tiranni greco-siriani e
imperatori bizantini dai nomi pomposi – l’Evergete, il Benefattore (trasformato
dal popolo in Kakergete, il Malfattore), il Poliorcete, l’Assediatore di città,
il Nicatore, il Vittorioso –, o nomi beffardi, come il Misopogon (l’Odiatore
della barba). Principi destinati spesso a essere uccisi dal nemico, com’è
naturale, ma anche a cadere vittime di cospirazioni ordite da amici, fratelli,
mogli infedeli. Sovrani tronfi e vanesii, messi alla berlina dal popolo con nomi
dissacranti e ironici – Schiavo, Naso aquilino, Làtiro (Cece), Fiscone (Panzone)
–, che il poeta definisce, tout court, “pagliacci”.
Perché Kavafis ha un suo personale alto senso della giustizia storica: demitizza
i potenti svelandone le false glorie e le miserie, raccontandone le sconfitte e
la decadenza; riabilita personaggi a suo parere ingiustamente diffamati; in
altre parole, punta a ristabilire una sua verità. E soprattutto, al pari di
Plutarco, è impegnato a ricuperare e a far rivivere la grandezza della Grecia e
della sua lingua. Una lingua già parlata all’età del bronzo e che, come è stato
detto, “ha insegnato ai popoli la dolcezza e l’umanità”.
LE POESIE. TESTO GRECO A FRONTE
Basta, tutto ciò, a spiegare il successo straordinario, senza uguali nella
poesia del Novecento, di questo poeta vissuto ai margini di tutto – dell’impero
geografico e delle lettere, della vita sociale e professionale, dell’editoria e
della critica –, di quest’uomo colto e raffinato, greco alessandrino di nascita,
di lingua e di sentimento, costretto a guadagnarsi il pane come travet anglofono
nell’Ufficio irrigazioni del ministero dei Lavori pubblici nell’Egitto
protettorato britannico?
Certamente al suo successo universale hanno concorso altri fattori, primo fra
tutti la relativamente facile traducibilità della sua poesia nelle altre
lingue. Perché se è vero che nella traduzione va persa una delle caratteristiche
principali della poesia di Kavafis, cioè lo smalto del suo impareggiabile greco
– un amalgama di lingua colta e popolare, che conferisce al suo lessico la
levigatezza e le screziature del marmo –, molto altro si conserva, soprattutto
l’afflato morale, il sarcasmo e l’ironia con cui sono ritratti eventi e
personaggi di un mondo remoto e sconosciuto: quello dell’ecumene ellenistica,
della Siria, della Seleucìa, di Cirene, di Tiana, dei Tolomei d’Egitto, di
Bisanzio. Nell’opera di Kavafis sono stati contati i nomi di 251 personaggi, 130
dei quali storici, 64 mitologici e 57 di fantasia. Mondi lontani mille o duemila
anni da noi e per lo più estranei a gran parte delle culture e dei Paesi
odierni, ma che il poeta utilizza spesso come metafore della contemporaneità.
Un altro elemento dell’importanza di Kavafis è la straordinaria attualità della
sua poesia: che, pur essendo quella di un autore del passato, si può leggere
come un’opera dei nostri tempi. Anche spogliata, nelle traduzioni, dello
splendido orpello (l’aurea pellis) della sua lingua, questa poesia parla ai suoi
posteri, ai nostri contemporanei, e quasi certamente parlerà alle generazioni
future, con una forza e un’incisività non intaccate dal tempo. Come d’altronde
egli era ben cosciente quando diceva di sé, con la sua amabile ironia: “Kavafis
è un poeta del futuro’.
Kavafis suddivideva le sue poesie in tre categorie: “filosofiche”, “storiche” ed
“erotiche”, o sensuali. Una ripartizione che secondo alcuni critici non ha
senso, vuoi perché non pochi testi sono riconducibili all’una o all’altra
categoria, vuoi perché, come ha fatto notare il suo traduttore americano Daniel
Mendelsohn, il poeta deve essere apprezzato in una prospettiva unica: quella che
gli consentiva di guardare alla storia con l’occhio di un amante e al desiderio
con l’occhio di uno storico. Del resto lo stesso Kavafis ha affermato che “molti
poeti sono soltanto poeti, mentre io sono un poeta storico”.
L’Alessandrino aborre gli abbandoni e gli sdilinquimenti lirici. Scandaglia con
severità l’animo umano ma ha pietà delle sue debolezze. Esalta il primato
dell’Arte e della Poesia. Rimarca con orgoglio la bellezza e l’unicità
dell’inestimabile patrimonio della cultura e della lingua greca ricevuto in
eredità, e che egli ha contribuito ad arricchire forgiando a suo uso e consumo
un idioma nuovo, che rende unica, riconoscibile e inimitabile la sua voce.
Kavafis riserva il suo sarcasmo ai fanatici e ai puritani, lui che ha come unica
religione la tolleranza. Infine, rivendica la legittimità del sentimento e della
passione in ogni sua forma, anche in quelle “che la morale corrente condanna”. E
sulla sua opera intera appone il sigillo dell’ironia.
Domina, nell’opera di Kavafis, il tema del tempo che tutto altera; la presenza
del passato nel nostro presente, la realtà inestricabile dall’immaginazione. E
ci sono, imprinting inconfondibili, l’eros e la memoria, soprattutto nelle
poesie “erotiche” o sensuali. Sono i testi originati dagli incontri casuali
sulle scale di casa (al pianterreno dello stabile in cui abitava, al numero 10
della rue Lepsius – oggi museo – c’era un bordello), a teatro o nei luoghi di
piacere che frequentava. Sono i versi sull’esaltazione della bellezza fisica
(labbra rosse, capelli neri profumati, pelle di gelsomino, occhi di zaffiro,
corpi modellati da Amore), sul desiderio erotico inappagato, sugli amori e i
luoghi della giovinezza rievocati con rimpianto a distanza di anni. In questi
testi, un terzo circa delle 154 poesie del “canone”, la sua omosessualità
compare inizialmente per accenni timidi e velati (si considerino i tempi e
l’ambiente in cui visse e scrisse), per farsi nel tempo più ardita e quasi
sfrontata. E anche per alcuni di questi testi non di rado chiama ‘in soccorso’
personaggi e autori della Grecia antica, quasi a voler dare maggior vigore al
diritto della sua diversità, a rivendicare con orgoglio una delle fonti
principali della sua ispirazione. Nelle poesie in cui parla apertamente di amore
omoerotico, Kavafis ricorre al vocabolario usato nella società in cui vive,
definendolo “illecito”, “morboso”, “anomalo”. In altre parole, un tipo di
piacere (nella mia traduzione delle sue poesie questa parola compare 40 volte)
considerato perversione. E tuttavia, in una nota privata del 1902, il poeta
afferma che per lui “la perversione” è “fonte di grandezza”.
Non è mancato, in Grecia e altrove, chi ha attribuito all’omosessualità di
Kavafis una parte importante del suo successo. Secondo costoro, sarebbero stati
i suoi paladini omofilòfili a diffonderne l’opera e a incoraggiarne le
traduzioni. È indubbio che amici e ammiratori come E. M. Forster, Maurice Bowra,
Wystan H. Auden hanno concorso a far conoscere Kavafis nel mondo anglosassone,
l’unico che allora contasse veramente ai fini della diffusione planetaria di un
nome, di una figura, di un’opera. Forster, che conobbe Kavafis ad Alessandria
durante la Prima guerra mondiale, nel 1919 pubblicò un articolo in cui
descriveva il valore del suo lavoro, l’uso inimitabile della lingua e la sua
“inconsueta filosofia”. L’immaginazione del pubblico fu colpita in particolare
dalla descrizione del “gentiluomo greco in paglietta, ritto in piedi,
assolutamente immobile, in un angolo sghembo del mondo”. Di Auden è rimasta
famosa la definizione del suo “inconfondibile tone of voice”, che sopravvive
alla traduzione. Bowra ne elogiò la lingua magistrale, che mescola il greco
erudito e i testi antichi con lo slang della moderna Alessandria.
Numerosi sono stati, fin da subito e soprattutto in Grecia, i detrattori del
poeta. A cominciare dal patriarca delle lettere greche Kostìs Palamàs, assertore
della poesia lirica e della lingua popolare, il quale definì i testi
dell’Alessandrino meri reportages, “annotazioni indegne di diventare poesie”.
Molti altri intellettuali ateniesi manifestarono apertamente la loro ostilità
alla poesia di Kavafis, imputandogli errori di ortografia e l’uso di una lingua
improbabile (viene in mente la nostra Amelia Rosselli), senza risparmiargli
commenti ingenerosi e imitazioni crudeli. Perfino Nikos Kazantzakis diede voce a
un’opinione comune: “Kavafis è uno degli ultimi fiori di una cultura. Un fiore
dalle foglie doppie scolorite, dal lungo stelo svigorito, un fiore senza
seme”. Seferis ribadì in altro modo le proprie riserve: “Kavafis è una fine, non
un inizio”. E più avanti Elitis lo definirà un “innovatore, ma vecchio”.
Certo è che al suo apparire la poesia di Kavafis provocò scompiglio e ribellione
nell’ambiente letterario provinciale e sonnacchioso della Grecia d’inizio
secolo. Ma nel 1924, nel momento degli attacchi più virulenti contro di lui, la
rivista ateniese “Nea Techni” gli dedicò per la prima volta un numero speciale.
Tra i vari articoli, quello del poeta Napoleon Lapathiotis ne prendeva le difese
e si scagliava contro i suoi avversari accusandoli di “animosità, invidia,
parzialità fanatica, superficialità meschina, ignoranza totale e sistematica di
ciò che significano l’Arte e l’artista”. L’opera di Kavafis, scriveva
Lapathiotis, è invece “originale, senza precedenti” e, come “una quintessenza
della poesia, schiude gli orizzonti dell’Arte universale”.
Lungo fu il processo di maturazione di Kavafis, considerato spesso un “poeta
della vecchiaia”. Tuttavia, una volta raggiunta la pienezza espressiva (verso i
quarant’anni), egli rifiutò gran parte della produzione precedente, escludendola
dalle 154 poesie del “canone”, lo stesso numero dei sonetti di
Shakespeare. Anche se è indubbio che alcune delle poesie “rifiutate” e “inedite”
avrebbero potuto benissimo far parte delle poesie del “canone”.
Oggi sono innumerevoli, in tutto il mondo, le schiere degli estimatori e
lettori, che hanno fatto di Kavafis il poeta più tradotto, più conosciuto e uno
dei più amati del Novecento. A partire, in Italia, da Filippo Maria Pontani, il
primo a presentarlo integralmente più di mezzo secolo fa e la cui versione, al
pari della poesia di Kavafis, sfida il tempo.Giorgio Seferis ha scritto che “al
di là della sua poesia Kavafis non esiste”. In effetti la sua vita somiglia a
quella di alcuni dei personaggi storici minori da lui riesumati, ma che la
scintilla di un evento, di un motto insignificante, di un epitaffio
semicancellato, del volto di un bel giovane visto per strada o raffigurato su
una moneta, di un nome storico dimenticato o fittizio, accende di improvvisi
bagliori. Il poeta visse per lunghi anni in isolamento volontario: un’esistenza
schiva, punteggiata da rare assenze dalla sua amata Alessandria – se si
eccettuano gli anni trascorsi da ragazzo in Inghilterra e a Costantinopoli,
brevi visite a Parigi e ad Atene e l’ultimo soggiorno di sei mesi nella capitale
greca per essere operato di un cancro alla laringe che ne segnò la fine.
Giornate scandite dai discreti incontri omosessuali nelle case di piacere o nel
suo appartamento, da passeggiate in città, da soste nei caffè popolari, da
appassionati conversari con amici e visitatori occasionali. E, cosa più
importante, dalle immersioni notturne negli studi e nelle letture di autori
classici e storici antichi.
Con altrettanta parsimonia distribuì la propria opera, che si rifiutò sempre di
raccogliere in volume, e che incessantemente correggeva, riscriveva, cancellava,
intervenendo anche sulle feuilles volantes a stampa che distribuiva agli intimi
e a pochissimi eletti, assillato dalla smania di riuscire ad apporre l’ultimo
tocco di perfezione alla sua poesia.
Kavafis visse quasi esclusivamente al servizio della Poesia e dell’Arte, del suo
amore per la lingua e dell’appassionata dedizione alla cultura greca: cose tutte
che elevò a vertici empirei. Questa è stata, e continuerà a essere, la sua
eredità.
Nicola Crocetti
*
11 poesie di Kavafis nella traduzione di Nicola Crocetti
La satrapia
Che disastro! Sei fatto
per cose grandi e belle
e hai sempre questa sorte ingrata
che coraggio e successo ti rifiuta;
hai consuetudini vili come intralcio,
meschinità, indifferenze.
Ed è tremendo il giorno che ti arrendi
(il giorno che rinunci e che ti dai per vinto)
e ti metti in cammino verso Susa
per andare a trovare il re Artaserse
che benigno ti accoglie alla sua corte
e ti offre satrapie e favori.
E tu le accetti con disperazione
queste cose di cui non sai che farti.
Ben altro chiede l’anima, per altre cose piange:
per le lodi del popolo e dei Dotti,
i difficili, inestimabili consensi;
e l’Agorà, il Teatro, le Ghirlande.
Come può darti tutto ciò Artaserse?
La satrapia può darti queste cose?
E senza queste, me la chiami vita?
*
Itaca
Se ti metti in viaggio per Itaca
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.
Augurati che sia lunga la via.
Che siano molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.
Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti in viaggio,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.
E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio,
avrai capito Itaca che vuol dire.
*
Più che puoi
Se non riesci a farla come vuoi, la vita,
sforzati almeno più che puoi
di non prostituirla
nei contatti eccessivi con la gente,
con i gesti eccessivi e le parole.
Non la svilire col portarla
troppo spesso in giro, con l’esporla
ai rapporti e ai commerci
dell’insensatezza quotidiana
finché diventi estranea ed importuna.
*
Assai di rado
È un vecchio. Senza forze, curvo,
storpiato dagli anni e dagli abusi,
cammina a passo lento nella viuzza.
Ma appena rientra in casa a rintanare
il suo misero stato e la vecchiaia, riflette
sulla parte che ha ancora presso i giovani.
Adolescenti ora dicono i suoi versi.
I loro occhi vivi son colmi delle sue visioni.
Le loro menti sane e sensuali,
le loro carni ben tornite e sode,
la sua idea di bellezza fa vibrare.
*
Una notte
La camera era povera e triviale,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
sudicio e angusto. Da sotto
provenivano voci di operai
che giocavano a carte e facevano baldoria.
E lì, sull’infimo e sordido giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi le labbra
sensuali e rosate dell’ebbrezza –
rosate di una tale ebbrezza, che anche adesso
che scrivo, dopo tanti anni!,
nella mia casa solitaria, m’ubriaco ancora.
*
Torna
Torna sovente e prendimi,
torna e prendimi amata sensazione –
quando il ricordo del corpo si ridesta
e trascorre nel sangue il desiderio antico;
quando labbra e pelle rammentano,
e alle mani pare di nuovo di toccare.
Torna sovente e prendimi, di notte,
quando labbra e pelle rammentano…
*
Lontano
Questo ricordo lo vorrei ridire…
Ma ormai s’è così spento… quasi più nulla resta –
perché giace lontano, negli anni primi dell’adolescenza.
Pelle come di gelsomino fatta…
Quella sera d’agosto – ma era agosto?…
Ricordo appena gli occhi; erano azzurri, credo…
Ah sì, azzurri, uno zaffiro azzurro.
*
Guardai così fissa
Guardai così fissa la bellezza
che se n’è riempito lo sguardo.
Linee del corpo. Labbra rosse. Membra sensuali.
Capelli come da statue greche presi:
anche se spettinati sempre belli,
caduti un po’ sopra le fronti bianche.
Volti d’amore, come li voleva
la mia poesia… le notti della mia giovinezza,
nelle mie notti incontrati di nascosto…
*
Aspettando i barbari
– Che aspettiamo, raccolti nell’agorà?
Oggi devono arrivare i barbari.
– Perché è così inoperoso il Senato?
E perché siedono senza far leggi i Senatori?
Perché oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i Senatori?
Quando verranno, faranno leggi i barbari.
– Perché l’imperatore s’è alzato così presto
e sta alla porta maggiore della città
solenne in trono, e indossa la corona?
Perché oggi arrivano i barbari.
E l’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. Anzi ha disposto
di offrirgli una pergamena. Sulla quale
gli ha scritto molti titoli e nomine.
– Perché stamani i due consoli e i pretori
sono usciti con toghe rosse ricamate?
Perché indossano bracciali colmi di ametiste
e anelli con smeraldi splendidi e lucenti?
Perché oggi impugnano le preziose mazze
dai raffinati ceselli d’argento e d’oro?
Perché oggi arrivano i barbari;
e queste cose abbagliano i barbari.
– Perché i valenti retori non vengon come sempre
a fare i loro discorsi, a dire le loro cose?
Perché oggi arrivano i barbari;
e hanno a noia concioni ed eloquenza.
– Perché questa inquietudine, d’un tratto,
questo scompiglio? (Come si sono fatti serî i volti.)
Perché si svuotano in fretta strade e piazze
e tutti tornano a casa pensierosi?
Perché si è fatta notte e non son venuti i barbari.
Messaggeri son giunti dai confini
e han detto che non ci sono più barbari.
E ora, senza barbari, che sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
*
Giorni del 1901
Questo aveva dagli altri di diverso:
che pure nella sua dissolutezza,
nel soverchio esercizio dell’amore,
e nonostante l’armonia consueta
tra il suo atteggiamento e l’età,
c’erano istanti in cui – ma beninteso
istanti rari – dava l’impressione
che la sua carne fosse quasi intatta.
Dei suoi ventinove anni la bellezza,
la tanto cimentata dal piacere,
in quegli strani istanti ricordava
un efebo maldestro che all’amore
la prima volta il corpo casto cede.
*
Termopili
Onore a quanti nella loro vita
si fecero custodi delle Termopili,
senza mai venir meno a quel dovere.
Integri e giusti nelle loro azioni,
ma sempre con pena e compassione;
generosi se ricchi, e generosi
sia pur con poco se indigenti,
soccorrevoli quanto possono;
pronunciando sempre la verità,
ma senza detestare i mentitori.
E sono degni di più grande onore
se prevedono (e molti lo prevedono)
che all’ultimo comparirà un Efialte
e comunque i Persiani passeranno.
Traduzione di Nicola Crocetti
L'articolo “In un angolo sghembo del mondo”. Kavafis, il gigante solitario
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