Insegnare poesia è impossibile. Ogni ‘metodo’ finisce per infrangersi sulla
singolarità – sfuggente, archetipica, arcangelica – del poeta che lo professa.
Più che altro, si deve insegnare a spogliarsi di ogni metodo. Trovare il proprio
linguaggio richiede anni di ingenerosa solitudine: ai raduni letterari andrà
preferita la bianca eco della propria stanza, una specie di navicella spaziale –
oppure, una passeggiata nei boschi. I maestri si stanano confidando nella
fiocina, la fedina del poeta: uno per uno, occhi-negli-occhi. La curiosità verso
i poeti della propria generazione – non della propria genia – è necessaria per
esaurire gli ultimi, estremi orpelli di sé, il resto del mondo, i suoi saturi
aggeggi, bigiotteria del linguaggio – la restituzione, piuttosto, sarà
sgargiante. Il poeta impone una lingua viva, una creatura nuova. Potranno pure
ignorarla i più: quando sarà il suo turno, farà pasto di tutti.
Ted Hughes pubblica Poetry in the Making nel 1967, per Faber. È un libro a suo
modo straordinario, che raccoglie una serie di interventi radiofonici tenuti dal
poeta, su invito di Moira Doolan, per la BBC Schools Broadcasting. Il libro
parte da un concetto – riassunto nella prima ‘lezione’, Capturing Animals,
tradotta, in larga parte, in calce all’articolo –: scrivere poesie è come andare
a caccia di una bestia. A questo concetto Hughes ne somma un altro, più potente:
le poesie sono animali, sono creature viventi che sfuggono al possesso del
proprio autore. Ted Hughes spiega che le parole non sono inerti: le parole hanno
odore e corpo, per sceglierle dobbiamo imparare a ‘sentirle’, cioè a toccarle, a
guardarle, a mangiarle. Dante sarebbe d’accordo: nel De vulgari
eloquentia scrive che il volgare è una pantera, animale che fa parte del
bestiario messianico, e che bisogna andare a caccia di quella magnetica bestia.
Anche in Ted Hughes la scrittura della poesia è un atto sacro, rituale. È un
atto che rasenta la mania. Scrivere una poesia, infatti, richiede di andare in
trance, di essere ciò che si vuole scrivere. Le parole, dice Hughes, verranno di
conseguenza – e verranno inattese, sgargianti, esatte. Il poeta non doma le
parole; al contrario, le sprigiona. Per Hughes non esiste vocabolario, il
cimitero della lingua; esiste una foresta. Le parole sempreverdi si alternano a
quelle stagionali; la parola-veleno si alterna alla parola che cura.
A differenza di molti poeti del suo tempo, ottimi insegnanti di poesia in ottime
accademie, Ted Hughes infrange il ‘metodo’, ne mostra la finzione, le falle,
l’inutilità. Insiste sulla vita e sul voto più che sulla scrittura – Rimbaud il
“bandito/veggente” sarebbe d’accordo con lui: a Paul Demeny suggerisce
il dérèglement de tous les sens, l’obbligo, per il poeta, di “tentare” l’anima;
la poesia, semmai, verrà. Per Ted Hughes, tuttavia, il poeta non deve
inabissarsi in se stesso ma uscire fuori di sé, al modo degli sciamani.
Poetry in the Making, nel suo procedere anticonformista, medianico, informale, è
costituito da diverse ‘lezioni’: in alcune di queste Ted Hughes insegna a
confrontarsi con il paesaggio (Writing about Landscape), a raccontare gli uomini
(Writing about People), a perfezionare il proprio pensiero, una propria, pur
contraddittoria, ‘filosofia’ (Learning to Think). A volte, al termine della
lezione, il poeta suggerisce alcuni esercizi da far fare ai bambini; eccone uno
per galvanizzare la facoltà immaginativa:
“Propongo sette soggetti intorno a cui far lavorare un bambino. La cosa
principale sono i dettagli: dovranno essere precisi e peculiari.
1 Sono un polpo gigante. Una marea mi ha trascinato nell’oceano sbagliato:
troppo freddo. Sto cercando di tornare a casa, sul fondo marino.
2 Sono un eremita o un naufrago in un’isola dell’estremo sud dell’Atlantico. Non
faccio altro che cercare cibo.
3 Sono una creatura proveniente dallo spazio. Sono atterrato vicino al mare.
Questo è il mio rapporto al quartier generale.
4 Sono un’Amazzone.
5 Cosa vedi attraverso quel telescopio?
6 Sono cieco. Una sola volta, per soli cinque minuti, ho visto. Ecco ciò che ho
visto.
7 Sono evaso, mi braccano i cani”.
Ted Hughes – per altro, straordinario scrittore per bambini – ha orientato le
sue lezioni verso i bambini. Secondo lui, la sola salvezza possibile dal mondo
contemporaneo, imbrigliato da utilitarismo e grigio scientismo, è la poesia.
Marchiati dall’oggi, sfruttati da un tempo che li considera meri consumatori
quando non mera merce, i bambini possono salvarsi soltanto esagerando
l’immaginazione. Ted Hughes lavorerà in questo senso elaborando diverse
antologie di poesia per le scuole: The Rattle Bag (1982) e The School Bag(1997)
insieme a Seamus Heaney; By Heart. 101 Poems to Remember nel ’97, estrema opera
di un poeta estremo.
Anche Poetry in the Making presenta, lezione per lezione, un florilegio di testi
che appartengono al pantheon poetico dell’autore. Troviamo, così, poesie di
Vasco Popa e di Elizabeth Bishop, di Keith Douglas e di Emily Dickinson, di
Christopher Smart e di Gerard Manley Hopkins. Naturalmente, c’è anche Sylvia
Plath, di cui Hughes accoglie Wuthering Heights. L’anno prima era uscita Ariel,
la raccolta della Plath collezionata da Hughes, negli Stati Uniti, con poderosa
introduzione di Robert Lowell – l’edizione inglese, del ’65, era uscita mutila
di spiegazioni e introduzioni –; la Faber ripubblicava The Bell Jar. Sylvia
Plath – morta da tre anni – levita in ‘personaggio’ pubblico; il suo spettro,
per un po’ celeste, per un po’ furibondo, comincia a funestare la nuova vita di
Ted, che ora abita con Assia, l’amante, la loro figlia, Alexandra ‘Shura’, e i
figli avuti da Sylvia, Frieda e Nicholas.
Nell’anno in cui pubblica Poetry in the Making, Hughes stampa, sempre per
Faber, Wodwo, la sua terza raccolta ‘ufficiale’, la prima dal suicidio di Sylvia
Plath, quella meno apprezzata dai critici. È un libro di mezzo, in effetti, a
suo modo inquietante, a descrivere – così il poeta – “un periodo di
disorientamento… un lungo incubo”. È un libro che danza con la morte, è un libro
che evoca fantastici fantasmi, latente al lutto. È un libro ‘spezzato’ fin
dall’icona che lo celebra: il wodwo, “essere silvano tra il satiro e il troll”
(così in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p.1451), creatura incerta a se
stessa – What am I?, attacca la poesia che dà il titolo al libro – a tutto
inappetente, a tutto disadatta. È un libro pieno di animali: granchi fantasma –
“i soli giocattoli di Dio” – e orsi, lupi verdi e giaguari. In una poesia
appare Heptonstall, il villaggio dove Hughes ha fatto seppellire Sylvia: “La
vita tenta./ La morte tenta./ La pietra tenta”, leggiamo. In una poesia appare
Kafka in forma di gufo, in un’altra si dice che “L’ululato dei lupi è senza
mondo”. È un libro preparatorio, da chiamata incanutita, da poeti in fuga. Ted
Hughes ha trentasette anni, tre anni dopo pubblicherà il suo capolavoro, Crow.
Nonostante le perplessità dell’autore, Poetry in the Making “diventa un classico
per le scuole”: la prima tiratura, di quattromila copie, è esaurita quasi
subito; seguiranno diverse ristampe.
> “A volte è possibile, pur per brevi istanti, trovare le parole capaci di
> aprire le porte delle tante dimore che abbiamo in testa ed esprimere qualcosa
> – forse non molto, ma pur sempre qualcosa – dalla cascata di informazioni con
> cui ci assale il mondo: il modo con cui un corvo vola sopra di noi, lo stile
> di un uomo che cammina, l’aspetto della strada che abbiamo fatto un giorno,
> dodici anni fa. Parole che esprimano qualcosa della profonda complessità che
> ci rende esattamente come siamo, uomini – distinti dagli alberi. Qualcosa
> dell’inudibile musica che ci muove, di attimo in attimo, come l’acqua in un
> fiume. Qualcosa dello spirito del fiocco di neve nell’acqua del fiume.
> Qualcosa della duplicità, della relatività e della mera fugacità del tutto.
> Qualcosa dell’onnipotente importanza del tutto e della sua totale
> insensatezza. Quando le parole riescono a fare questo, e a farlo in un istante
> e in quello stesso istante farne la vitale grafia di un essere umano, non di
> un atomo, di un diagramma, di un ammasso di lenti, beh, questa cosa si chiama
> poesia”.
Era ossessionato dai segni, Hughes: faceva gli oroscopi, non usciva di casa e
non firmava contratti se quel giorno gli astri non erano armonicamente
allineati; da tempo sentiva una volpe agitarsi nel suo cranio. Diffidava degli
umani – amava, con tenace fame, le donne. Sapeva che le parole sono pericolose,
che scrivere una brutta poesia è piantare un vampiro nel mondo – che il mondo è
colonizzato dai vampiri lo sappiamo anche noi: ma esistono gli uomini luminosi e
il bene trionfa sempre.
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Catturando la bestia-poesia
Esistono diversi metodi per catturare uccelli e pesci. Ho trascorso gran parte
della mia infanzia, fino a circa quindici anni, a sperimentare molti di questi
metodi – quando il mio entusiasmo è scemato, ho iniziato a scrivere poesie.
Potreste pensare che questi due interessi – catturare animali e scrivere poesie
– non abbiano molto in comune. In realtà, più ci ripenso e più sono certo che
siano in realtà una sola cosa.
La caccia ai topi durante la trebbiatura, quando ero ragazzo e afferravo i
roditori da sotto i covoni appena venivano sollevati, li infilavo in tasca
finché non ce n’erano trenta o quaranta che strisciavano nella fodera del
cappotto, e la mia attuale passione per la poesia sono fasi della stessa
febbre. In un certo senso, penso alla poesia come a un animale. Le poesie hanno
vita propria, proprio come gli animali, il che vuol dire che sono separate da
qualsiasi persona, perfino dal proprio autore: nulla può essere aggiunto o tolto
a una poesia senza mutilarla e forse perfino ucciderla. Le poesie hanno una
certa saggezza. Conoscono qualcosa di speciale… qualcosa che vogliamo
apprendere.
Forse la mia occupazione non è mai stata quella di catturare animali o poesie,
ma realtà che possiedono una vita propria, vivida, al di fuori della mia. Ad
ogni modo, il mio interesse per gli animali è cominciato da quando ho memoria. I
miei ricordi risalgono piuttosto chiaramente al mio terzo anno di età: avevo
così tanti animali di piombo da occupare il tappeto in sala. Possedevo un innato
talento manuale: quando ho scoperto la plastilina, il mio zoo è diventato
praticamente infinito. Quando una zia, per il mio quarto compleanno, mi ha
regalato un grosso libro di animali con la copertina verde, ho cominciato a
ricopiare quelle fotografie. Gli animali erano bellissimi nelle fotografie – nei
miei disegni (perché erano miei) sembravano ancora più belli. Ricordo
precisamente l’emozione che ho provato nel fissare i miei disegni – la stessa
che provo ora al cospetto delle mie poesie.
A quel tempo vivevamo in una valle dei Pennini, nel West Yorkshire. L’unico
interesse di mio fratello più grande era aggirarsi furtivamente sulle colline
con un fucile. Mi voleva con sé come se fossi il suo cane da riporto: dovevo
intrufolarmi in ogni cespuglio per raccogliere gazze, gufi, conigli, donnole,
topi, chiurli. Allo stesso tempo, andavo tutti i giorni a pescare nel canale.
A otto anni ci trasferimmo in una città, nello Yorkshire del Sud. Il nostro
gatto si crogiolò nella mia camera da letto per una settimana: odiava quel
posto. Mio fratello, pur di andarsene, diventò guardiacaccia. Eppure, per molti
versi quel trasloco è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ben
presto, scoprii una fattoria, in periferia, che soddisfaceva tutti i miei
bisogni – poco lontano, c’era una tenuta con boschi e laghi. I miei amici erano
ragazzi di città, figli di minatori e di ferrovieri: con loro vivevo una vita –
in campagna ne vivevo un’altra. Non ho mai confuso quelle due vite; tranne una
volta, e fu un disastro. Ho alcuni diari che testimoniano la mia vita in quegli
anni: per lo più, sono un regesto dei miei successi di caccia. Infine, intorno
ai quindici anni, la mia vita si è complicata e il mio atteggiamento nei
confronti degli animali è completamente cambiato. Mi sono sentito in colpa per
aver disturbato le loro esistenza. Cominciai a studiarli, a comprenderli dal
loro punto di vista. Più o meno in quel periodo cominciai a scrivere poesie. Non
poesie sugli animali. Sono passati anni prima che scrivessi la mia prima poesia
‘sugli animali’; sono passati altri anni ancora prima che capissi che la pratica
della poesia non è diversa dalla caccia. Ora non ho dubbi. Quel particolare tipo
di eccitazione, quella concentrazione ipnotica e del tutto involontaria che
accade quando percepisci il sorgere di una poesia che si coagula nella mente,
poi l’evolversi della struttura, la forma, il colore, la figura finale, limpida,
compiuta, la sua singolare realtà viva, vivente in mezzo all’inanimata assenza
di vita – tutto questo è così familiare che non può essere frainteso.
Alcuni aspetti di ciò che ho detto potrebbero sembrarvi oscuri. Come può una
poesia che racconta una passeggiata sotto la pioggia, ad esempio, essere viva
come un animale? Beh, forse non assomiglia molto a una giraffa né a un polpo.
Potremmo dire che la poesia è un insieme di parti viventi mosse da un solo
spirito. Le parti viventi sono le parole, le immagini, i ritmi. Lo spirito è la
vita che li abita quando lavorano all’unisono. È impossibile dire cosa venga
prima, se le parti o lo spirito. Ma se una qualsiasi delle parti è morta, se una
qualsiasi delle parole, delle immagini o dei ritmi non prende vita mentre leggi,
beh, la creatura è mutilata, lo spirito malato. Come poeta, devi assicurarti che
le parti su cui hai diretto controllo – parole, immagini, ritmi – siano vive. È
qui che iniziano le difficoltà. Le parole viventi sono quelle che sentiamo, che
vediamo, che gustiamo, che tocchiamo, che annusiamo. Parole che appartengono a
uno dei cinque sensi. O parole che agiscono, che sembrano avere i muscoli, come
“scattare” o “scatenare”. Ma subito le cose si complicano. “Catrame”, ad
esempio, non è solo una parola dall’odore potente. È appiccicosa al tatto, ha
una viscosità particolare, soffocante. Quando è morbido, il catrame si muove
come un nero serpente, ha una straordinaria oscura lucentezza. Così è per la
maggior parte delle parole. Appartengono a diversi sensi contemporaneamente,
come se ciascuna avesse occhi, orecchie, lingua, dita e un corpo per muoversi. È
questo piccolo folletto che costituisce la vita di una parola – è questo
folletto che il poeta deve tenere sotto controllo.
Bene, direte, è una situazione senza speranza. Come si fa a controllare tutto
questo? Quando le parole sgorgano a fiumi come possono incastrarsi una
nell’altra? Nella cattiva poesia le parole si uccidono a vicenda. Per fortuna,
non dobbiamo preoccuparci – purché siamo in grado di operare in questo
modo. Immagina ciò di cui vuoi scrivere. Visualizzalo. Vivilo. Non pensarci
facendo calcoli mentali. Guardalo – toccalo – annusalo – ascoltalo. Trasformati
in ciò che vorresti scrivere. Soltanto in questo modo le parole si prendono cura
di se stesse, come per magia. Se operi in questo modo non devi preoccuparti di
virgole, punti o cose di questo tipo. Non devi nemmeno guardare le parole.
Affina occhi, orecchie, naso, gusto, tatto – tutto il tuo essere si concentri su
ciò che stai trasformando in parole. Nel momento in cui ti distrai, distogliendo
la mente da questa operazione, preoccupandoti delle parole… allora la
preoccupazione si impossessa delle parole, che cominciano a uccidersi a
vicenda.
Continua in questo modo – soltanto alla fine, guardati alle spalle, fissa ciò
che hai scritto. Dopo un po’ di pratica, dopo esserti ripetuto più e più volte
che non importa come altri abbiano scritto questa cosa, ma viverla; dopo esserti
ripetuto più volte che devi usare ogni parola che ti viene in mente a patto che
sia quella giusta nel momento esatto in cui la scrivi, ti stupirai. Rileggi ciò
che hai scritto. Avrai uno shock. Avrai catturato uno spirito – una creatura
viva.
Ted Hughes
*In copertina: un disegno di Leonard Baskin per le poesie di Ted Hughes
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