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“Mezzanotte, cominciamo a parlare fantasmagoricamente”. Un vampiro si aggira nelle aule della letteratura…
> “Luttuoso evento. Il signor Polidori, residente in Great Pulteney Street, > giovedì sera si era ritirato all’ora solita per il riposo notturno; la > domestica ieri mattina, non vedendolo alzato all’ora consueta, entrò nella sua > camera tra le undici e il mezzogiorno e lo trovò gemente e chiaramente > agonizzante. Venne dato subito l’allarme e chiamato il medico, ma prima ancora > che arrivassero di dottori Copeland e Davies, egli era già morto. suo padre > stava appunto venendo a Londra per trovare il figlio e arrivò circa tre ore > dopo la disgrazia. Sappiamo che lo scomparso aveva ventisei anni e che aveva > accompagnato per un certo periodo in Italia Lord Byron. Il magistrato > inquirente accerterà oggi stesso la causa del decesso”. > > («The Traveller», lunedì 27 agosto 1821)1 Era una sera fredda e piovosa del giugno 1816, scriverebbe Edward Bulwer-Lytton, autore dell’incipit più famoso e banale della letteratura occidentale (quel “It was a dark and stormy night” del romanzo Paul Clifford, pubblicato a Londra nel 1830). Torniamo a parlare del celebre ritrovo nel salotto ginevrino di Villa Diodati, sullo scenario del lago, dove i villeggianti Lord Byron, il suo medico personale John William Polidori, Percy Bysshe Shelley e la futura moglie Mary si sfidarono a creare un racconto terrificante in un tempo brevissimo, stimolati dall’antologia tedesca Phantasmagoriana, appena uscita. Da lì, come abbiamo raccontato, nacque il germe del fatidico Frankenstein; or, The Modern Prometheus di Mary Shelley; ma nacque anche, non meno famoso e fatale, un altro germe: quello del Vampiro ottocentesco, di cui l’oscuro John William Polidori divenne il precursore. Con la sua atmosfera, villa Diodati rappresentava una cornice perfetta: non solo aveva ospitato il sommo John Milton, ma era immersa in una sorta di paesaggio sublime, con le montagne sovrastanti, il lago e il cielo che facilmente diventavano tempestosi, un insieme capace di creare atmosfere sinistre e inquietanti. Dopo quella sera fatidica, Shelley trasalì come sopraffatto da un’orrenda visione, come scrive Polidori nel suo diario: > “18 giugno. La mia gamba molto peggio. Shelley e compagnia qui. La signora > S[helley] mi chiama il suo fratellino (minore). Cominciata la mia storia di > fantasmi dopo il tè. Mezzanotte, cominciamo davvero a parlare > fantasmagoricamente. L[ord] B[yron] ha recitato dei versi della Christabel di > Coleridge, sui seni della strega; è seguito il silenzio, e Shelley, lanciando > un grido e mettendosi le mani sulla testa, è corso fuori dalla stanza con una > candela. Buttata l’acqua sul volto e datogli dell’etere. Guardava la signora > S[helley] e d’un tratto ha visualizzato una donna di cui aveva sentito parlare > che aveva occhi al posto dei capezzoli, cosa che aveva preso possesso della > sua mente e l’aveva terrorizzato”. Nel frattempo, Byron ha già scritto il frammento di un racconto del mistero che legge agli amici: il protagonista enigmatico è Augustus Darvell, che insieme al narratore fa un viaggio attraverso l’Europa fino all’Oriente. In quelle regioni egli vede la sua salute deperire sempre più; giunti a visitare certe rovine intorno a Smirne, nei pressi di un cimitero dichiara in modo sibillino di esservi già stato, e sotto gli occhi del narratore si trova di colpo in punto di morte: dopo avergli impetrato un oscuro giuramento – “che la mia morte sia tenuta nascosta a ogni creatura vivente […] Il nono giorno del mese, non importa quale, a mezzogiorno, dovete scagliare questo anello nelle correnti salate che si gettano nella baia di Eleusi” – defunge corrompendosi rapidamente. Furono queste poche pagine a fornire a John William Polidori lo spunto e la traccia per scrivere il suo The Vampyre. Nato da un italiano emigrato, Gaetano Polidori – anch’egli vissuto per qualche tempo all’ombra di un personaggio famoso, Vittorio Alfieri, di cui fu segretario –, John William s’era laureato in medicina all’Università di Edimburgo appena diciannovenne, ed era stato assunto da Lord Byron per le sue peregrinazioni in Europa: avere un medico al seguito era quasi d’obbligo, per la nobiltà inglese del tempo. A dispetto del rapporto d’amicizia che s’era creato, Polidori venne poi licenziato alla fine di quell’estate 1816, perché – a quanto pare – agli occhi del poeta s’era rivelato invidioso e petulante, forse per le sue frustrate ambizioni letterarie e mondane e il suo desiderio di competere con i maiores. Tornato in Inghilterra, finì per attuare il progetto di sviluppare la storia abbozzata da Lord Byron a villa Diodati, ricalcando sulla sua figura il protagonista – forse come rivalsa per le umiliazioni subìte –, a cominciare dal nome: Lord Ruthven, preso tale e quale dal romanzo autobiografico Glenarvon di Caroline Lamb, la nobildonna che, dopo aver introdotto Byron nel bel mondo ed esserne stata abbandonata, aveva sfogato i suoi rancori sbeffeggiandolo sotto il nome del crudele Ruthven Glenarvon, che viene assassinato dalle proprie amanti e infine rapito dal demonio. In effetti, il Lord Ruthven di Polidori deve a Byron quasi tutto, dal fisico, alla postura da homme fatale, al carattere; per inciso, Ruthven resterà sinonimo di “vampiro” per quasi tutto l’Ottocento, fino al Dracula di Bram Stoker. Dunque, nel 1819 il racconto The Vampyre viene consegnato – non si sa se direttamente da Polidori o per vie traverse – all’editore Henry Colburn, con in calce la  sigla “Lord B.”; e Colburn, o perché lo credesse davvero o perché volesse farlo credere ai suoi lettori, lo pubblica nel «New Monthly Magazine» a nome di George Gordon Byron. Va da sé che la storia ebbe subito un grande successo, anche nel continente: lo stesso Goethe la giudicò una delle cose  migliori di Byron. Ma subito ne seguì una corsa alla smentita e alla rivendicazione attraverso una frenetica serie di lettere, non solo di Polidori, da cui citiamo alcuni passi: > “Signore, ho ricevuto copia della rivista del 1° aprile e mi duole notare che > il vostro corrispondente ginevrino vi ha indotto a commettere un errore > riguardo alla storia del Vampiro: che non è di Lord Byron, ma è > stata interamente scritta da me su richiesta di una signora, la quale (quando > le avevo menzionato che Sua Signoria aveva detto di avere l’intenzione di > scrivere una storia di fantasmi, imperniata su due amici che partono > dall’Inghilterra, uno dei due more in Grecia, l’altro, una volta ritornato, > scopre che è vivo e corteggia sua sorella) aveva detto che reputava > impossibile espandere quel materiale e volle che la scrivessi per lei, cosa > che feci in due mattinate oziose passate in sua compagnia. I fatti menzionati > sopra, e il fatto che il  morente ottiene un giuramento per cui quello che > sopravvive non dovrà in alcun modo rivelare la sua morte, sono le uniche parti > della storia che appartengono a Sua Signoria. Desidero, pertanto, che nel > prossimo numero facciate una decisa smentita della vostra dichiarazione, > inserendo la presente nota”. > > (dalla lettera di John Polidori a Henry Colburn, 2 aprile 1819) > “[…] vorrei sgravarmi da ogni colpa davanti ai vostri occhi, in quanto > direttore del «New Monthly Magazine» e dunque colui che può ritenersi > responsabile per la prima pubblicazione del Vampiro. Vorrei anche consultarvi > riguardo al modo di impedire la pubblicazione a mezzo stampa di un > manoscritto privato di Lord Byron che gli sarebbe immensamente sgradito, ma > che venne ottenuto con mezzi poco chiari da una persona di scarsi principi che > era al suo servizio”. > > (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 26 aprile 1819) > “Signore, vi invio la nota editoriale alla quale facevo riferimento, > questa  mattina, in conversazione, mezza pagina del «New Monthly Magazine» che > contiene una lettera stilata dal signor Colburn e firmata in circostanze > particolari da Polidori. Mi renderete un favore immenso correggendo quelle > impressioni sfavorevoli che Lord Byron, per come i fatti possono sembrare, > dovesse nutrire nei miei confronti. Poche persone hanno scritto di lui in > termini più entusiastici di quanto ho fatto io […]. Il titolo che avevo > proposto era Il vampiro, basato su una storia narrata da Lord Byron a Ginevra. > Venni scavalcato dal mio tirannico editore […]. In realtà il titolo delle > prime mille copie del libello dichiarava: Il vampiro, storia > dell’onorabilissimo Lord Byron. Tuttavia, quando minacciai di raccontare ogni > cosa a voi, […] cancellarono tutto”. > > (dalla lettera di Alaric Watts a John Murray, 27 aprile 1819) Una altezzosa smentita, quella decisiva, arrivò da Venezia il 27 aprile: Byron, informato che un editore parigino aveva intenzione di pubblicare The Vampyre nella sua rivista, si affrettò a comunicare al “Galignani’s Messenger” 2, un periodico di lingua inglese pubblicato in Francia, di non essere affatto l’autore di quel racconto, aggiungendo di non aver mai sentito parlare dell’opera in questione. “In un giornale più recente, vedo un annuncio formale de Il vampiro con l’aggiunta del mio «soggiorno sull’isola di Mitilene», un’isola per cui sono a volte passato, anni fa, nel corso dei miei viaggi nel Levante, e dove non avrei alcun problema a risiedere, ma dove non ho mai risieduto. Nessuno di questi esercizi letterari è mio, e immagino non sia scorretto né scortese chiedervi il favore di smentire l’annuncio a cui alludo. Se è un libro intelligente, sarebbe ignobile privare chi l’ha realmente scritto – chiunque sia – dei relativi onori; e se è stupido, gradirei prendermi unicamente la responsabilità della mia propria ottusità, e non di quella di qualcun altro”. Byron, inoltre, dichiarava sdegnosamente di avere un’antipatia personale per i vampiri e che, per la scarsa frequentazione che aveva con i medesimi, non si sarebbe mai permesso di divulgarne i segreti. Sembra chiaro il suo fastidio verso quello sciocco “Polly Dolly”, come ormai lo chiamava, che l’aveva plagiato così sfacciatamente: per mettere fine ai discorsi, fece subito pubblicare il suo frammento in appendice al poemetto storico Mazeppa.  Al “povero Polidori” non restò che controbattere, in uno scambio di lettere, alle accuse e ai rimproveri di Sir John Hobhouse, un politico amico intimo di Byron, che lo informò di aver ricevuto “una sorta di delega sulle questioni letterarie che lo riguardano”, soprattutto in una faccenda come quella “che con ogni probabilità avrà delle conseguenze sulla sua reputazione”. Questo è il sunto dello scambio, riepilogato nella lettera del 3 maggio 1819 con cui Hobhouse aggiornava Lord Byron: “Sono stato in corrispondenza con Pollydolly riguardo a te. Una dannata storiella da due soldi intitolata Il vampiro è stata pubblicizzata di recente col tuo nome, e con la precisazione che l’avevi scritta di concerto con gli Shelley che hanno scritto Frankenstein […] Mi ricordavo che mi avevi parlato di un picnic di quel genere a Diodati, così ho pensato che magari Dolly ti aveva rubato la storia e adesso ci stesse coprendo le sue nudità. Ma quando ho visto questo Vampiro, dato che il tuo stile, da bravo damerino, lo conosco, ho saputo con certezza che si trattava di un ignobile inganno e opera interamente di Polidori e di lui solo. E sono sicuro di aver ragione, perché è stato lui ad ammetterlo quando gli ho scritto e Murray ha tirato fuori tutta la faccenda. Adesso, però, ha pubblicato una lettera sui giornali che dice che benché il Vampiro, «nella sua forma presente», non è tuo, il «canovaccio» è «sicuramente» tuo. E ci mette quel suo cazzo di cognome polisillabico da italiano. Ha anche fatto una specie di accordo con Colburn (quello che ha pubblicato Glenarvon) per i suoi viaggi, dei quali dice che il pezzo forte è la ‘vie privée’ di Sua Signoria. Questo ha detto Colburn al mio informatore. Allora ho scritto a Polly: ha detto che rivendica rango e reputazione di gentiluomo, poveraccio che non è altro, e che non ha mai avuto intenzione di commettere una simile slealtà. Però, vista la sua lettera sul «canovaccio» del Vampiro, penso che dovresti mandare a Murray – o, se vuoi, a me – una nota da far pubblicare sui giornali in cui togli al Dottore ogni diritto sui canovacci: altrimenti continuerà a fare uso del tuo nome. Temo sia un furfante, ma te l’avevo detto che avevi fatto un errore a prenderlo con te: lo sai” 3. John William Polidori morì due anni dopo, nell’agosto 1821, suicidandosi con “un sottile veleno di sua composizione”, pare a causa di un debito d’onore che non era riuscito a saldare. L’anno seguente Percy Bisshe Shelley perse la vita tra Livorno e Lerici, nel naufragio della sua nuova barca, e nell’aprile 1824 perì anche Lord Byron, si dice a causa di febbri reumatiche, mentre era a Missolungi per sostenere i ribelli nella guerra d’indipendenza greca. Il destino di giovani vite romantiche che non riescono a invecchiare, che si espongono a gesta fatali, che per questo diventano miti inscalfibili e fondanti. Che dire del libro? Il vampiro di Polidori, Lord Ruthven, ha le vesti di un nobiluomo alla moda, è seduttore e giocatore d’azzardo (che si diverte a perdere tutto ciò che a vinto); riscuote interesse nei salotti londinesi del bel mondo per il suo comportamento eccentrico: “Contemplava con distacco l’allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Solo il riso allegro delle belle fanciulle pareva attirare la sua attenzione, per poterlo gelare con uno sguardo e incutere paura in quei cuori in cui regnava la leggerezza”. Dovevano essere “i suoi occhi grigi di morte, che fissandosi su un volto, non parevano penetrarlo né affondare lo sguardo negli intimi lavorii del cuore, ma ricadevano sulle gote come un raggio di piombo, che gravava sulla pelle senza riuscire ad attraversarla”. Al pari di Lord Byron, “Malgrado il pallore mortale del suo volto, che mai si riscaldava col rossore della modestia o gli intensi moti della passione, il suo aspetto e il suo profilo erano belli, e molte donne a caccia di notorietà cercavano di catturare la sua attenzione, almeno di ottenere qualche segnale da poter prendere per affetto”. E segue una stoccata a Caroline Lamb, che per impressionare Byron amava esibirsi in mascherate: “Lady Mercer, che da quando s’era sposata era diventata lo zimbello di tutti i freak in mostra nei salotti, si mise sulle sue tracce e, tranne indossare gli abiti di un saltimbanco, fece qualsiasi cosa per attrarne l’attenzione”. In The Vampyre, il plagio del frammento di Lord Byron c’è tutto: l’ingenuo e giovane Aubrey conosce Lord Ruthven, ne resta affascinato e lo convince a intraprendere con lui un viaggio in Europa; rendendosi conto degli aspetti negativi del personaggio e della pericolosità dei suoi comportamenti, decide di lasciarlo al suo destino in Italia e salpa per la Grecia – dove la leggenda dei vampiri è viva – alla ricerca di vestigia archeologiche. Là, dopo che la giovanissima Iante, a cui s’era affezionato, viene uccisa da un vampiro, Aubrey cade preda di una febbre violenta, e si vede ricomparire davanti Lord Ruthven (“si dette il caso che in quello stesso periodo giungesse ad Atene”), che si mostra cambiato e pronto ad assisterlo con premura e gentilezza. Insieme partono per spedizioni archeologiche, e in una di queste vengono assaliti dai predoni che feriscono mortalmente Lord Ruthven, il quale, prima di spirare, ottiene da Aubrey un solenne giuramento: “che per un anno e un giorno non parlerete assolutamente ad anima viva né dei miei delitti né della mia morte, qualunque cosa possa accadere e qualunque cosa  possiate vedere”. Quel giuramento sarà la maledizione di Aubrey, che, tornato in Inghilterra, ritroverà Ruthven redivivo e come in un incubo non riuscirà a impedirgli di catturare le sue prede, tra cui la sorella di Aubrey. Allo stesso modo in cui un romanzo sgangherato come Il castello di Otranto ha fondato il fenomeno del romanzo gotico, Il vampiro polidoriano non resta importante in sé, ma per quanto da esso ne è derivato, perché introduce la figura del vampiro nella narrativa gotica, figura che suggestionerà l’immaginario collettivo inaugurando una specie di “epidemia” di succhiasangue letterari, offrendo lo spunto per altri racconti del genere anche fuori dei confini  inglesi, si pensi a “Vampirismus” di E.T.A. Hoffmann, Smarra di Charles Nodier, La morte amoreuse di Téophile Gautier. In Inghilterra, nel 1847 spopola il feuilleton Varney the Vampyre di Thomas Peckett Prest, una specie di calderone scatenato e incoerente, e nel 1871 si realizza il celebre racconto Carmilla di Joseph Sheridan le Fanu. Per finire, la differenza fra il prototipo byroniano e il vampiro “compiuto” giunto fino a noi è notevole: oltre al pallore da chiarore lunare, il Dracula di Bram Stoker ha “il volto aquilino”, “il naso sottile con una gobba pronunciata e narici stranamente arcuate; […] Le folte sopracciglia quasi si congiungevano sul naso, e i ciuffi parevano arricciarsi tanto erano abbondanti. La bocca, per quel che si scorgeva sotto i folti baffi, era rigida, con un profilo quasi crudele. I denti, bianchi e stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra il cui colore acceso rivelava una vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni”. Dall’inquietante “dead grey eye” del raffinato Lord Ruthven si arriva così a quella specie di uomo-lupo consacrato dal cinema, con le “mani piuttosto rozze – larghe, con le dita a spatola. Strano a dirsi, c’erano dei peli al centro del palmo”. Paolo Ferrucci 1 Dall’Introduzione di William Michael Rossetti a The Diary of Dr. John William Polidori, London 1911. 2 Galignani stava già approntando le sue edizioni parigine, che replicavano quelle di Sherwood, Neely e Jones e indentificavano l’autore con Lord Byron. 3 Per i testi della querelle editoriale sulla paternità di The Vampyre, si veda Villa Diodati Files. Vampiri e altri parassiti (1818-19), Ed. Nova Delphi 2019, appendice IV, pag. 289 e segg. *In copertina: Francisco Goya, “Las Resultas”, 1810 L'articolo “Mezzanotte, cominciamo a parlare fantasmagoricamente”. Un vampiro si aggira nelle aule della letteratura… proviene da Pangea.
May 15, 2026 / Pangea