Carlo Zinelli
andiamo ha detto il mario c’è la corriera che vi aspetta davanti all’entrata
oggi si va al lago ha detto i tuoi disegni li farai alla villa non è la prima
volta che ci andiamo mi metto davanti per vedere la strada è stato il maic ad
avere l’idea portiamoli alla villa ha detto al direttore il direttore è stato
d’accordo
sono qui da quando è finita la guerra prima di disegnare non facevo niente stavo
qui e basta adesso disegno lo chiamano ateliè ci vado ogni giorno eccetto la
domenica la domenica non ci vado la domenica ci portano a messa prima non facevo
niente andavo su e giù per il corridoio non pensavo a niente stavo qui e basta
san giacomo alla tomba si chiama non è un bel posto per starci facciamoli
disegnare ha detto il maic al direttore il maic è inglese no scozzese c’è una
bella differenza ha detto diamogli fogli e colori vediamo cosa ci fanno ne
prendo uno e lo metto al mio posto non voglio che altri si mettano al mio posto
quando ho riempito il primo ne prendo un altro sto lì tutto il giorno è stato il
maic ad avere l’idea mi lasciano disegnare fino all’ora di cena lo chiamano
ateliè ce ne sono altri che disegnano ma con loro non ci parlo non ci parlavo
neanche prima il maic si è messo in mente di darci colori e fogli il dottore è
stato d’accordo fateci qualcosa quello che volete chiamatemi maic ha detto è
venuto qui dalla scozia per via della guerra ci danno fogli ci danno matite e
tubetti fate così e così ha detto la prima volta che ci siamo andati questi sono
colori a tempera qui ci sono i pennelli prendete l’acqua dal lavandino disegnate
quello che volete liberamente ha detto
prima di venire qui lavoravo al macello comunale tutte quelle povere bestie
tutto quel sangue adesso disegno lo faccio ogni giorno eccetto la domenica
disegno anche quando ci portano al lago lo chiamano ateliè ecco che adesso si
vede mi sono messo apposta nel sedile a fianco dell’autista tra un po’ arriviamo
alla villa prima di venire qui lavoravo al macello comunale meglio era fare il
falegname come mio padre se è bel tempo ci portano in barca io non ho paura
dell’acqua anche se non so nuotare mia madre me la sono dimenticata mio fratello
raffaello è morto mia sorella caterina è morta che non era ancora nata gli altri
fratelli me li sono dimenticati i fogli che ci danno sono grandi li riempio
prima da una parte poi dall’altra da bambino ho lavorato nei campi del signor
marchese non mi dispiaceva stare all’aria aperta anche faticare ho fatto la
terza poi sono andato a lavorare nei campi del signor marchese adesso disegno
uccelli uccelli e cavalli maic si chiama lo scozzese è venuto qui per via della
guerra io sono alpino del battaglione trento disegno il cappello che noi
portiam
quando siamo davanti alla villa la signora contessa viene a salutarci alla villa
c’é anche il pinocastagna la signora contessa si chiama ida ho sentito dire che
la villa è sua ogni tanto viene a vedere quello che combiniamo i miei fratelli
me li sono dimenticati raffaello è morto mia madre è morta mia sorella caterina
è morta che non era ancora nata mia madre me la sono dimenticata ti abbiamo
organizzato una mostra in città hanno detto la gente è venuta a vederli sei
diventato famoso è stato il maic a dire portiamoli alla villa è scozzese è
venuto qui in tempo di guerra quando arriviamo la signora ida ci viene a
salutare il lago è fermo si potrebbe andare in barca io non ho paura delle onde
disegno fino all’ora di cena il pinocastagna lo chiama ateliè è uno scultore non
c’è rumore alla villa nessuno che grida nessuno che dà colpi sul muro io cerco
di non sporcare disegno cavalli e uccelli disegno una biscia che sale su per il
foglio
li abbiamo spediti a parigi hanno detto i francesi sono andati a vederli sei
diventato famoso prima di disegnare non facevo niente non pensavo a niente prima
mi davano le scosse mi facevano le punture adesso disegno lo chiamano ateliè
questo lo faccio giallo ci mettevano dentro roba che ti fa star male che ti fa
storcere la bocca e tirare le gambe mi hanno mandato in spagna per via della
guerra alpino del battaglione trento disegno il cappello che noi portiam poi
sono venuto qui san giacomo alla tomba si chiama mi tenevano fermo e mi davano
la scossa mi mettevano il morso come ai cavalli ho lavorato al macello comunale
il pavimento era pieno di sangue povere bestie in spagna c’era la guerra era
pieno di sangue disegno uccelli che volano disegno cavalli prima me la prendevo
con tutti facevo certi urli poi mi hanno portato qui san giacomo alla tomba si
chiama fuori non puoi stare hanno detto prima non facevo niente adesso disegno
fino all’ora di cena lo chiamano ateliè
non ho paura dell’acqua anche a ballare ci portano ma non tutte le sere io non
ballo io non parlo con nessuno la signora contessa è venuta a salutarci lì ci
sono i pennelli ha detto il maic i tubetti sapete dove trovarli voglio solo
fogli interi ne prendo uno e lo metto al mio posto prendo il tubetto del nero li
disegno uno dietro l’altro camminano in fila come se andassero in processione il
pinocastagna li chiama pretini dice che li chiama così perché hanno la tonaca li
chiama pretini perché li faccio neri io non li chiamo in nessun modo li disegno
e basta riempio il foglio e poi lo giro camminano per la loro strada arrivano
fin dove finisce il foglio camminano in fila uno dietro all’altro non so dove
vanno hanno il cappello nero come hanno i preti prima mi hanno mandato in spagna
perché c’era la guerra tutto quel sangue alpino del battaglione trento disegno
il cappello che noi portiam disegno uccelli e cavalli c’è acqua da tutte le
parti ma io non ho paura camminano per la loro strada fino al margine del foglio
non so dove vanno raffaello è morto mia madre è morta i miei fratelli me li sono
dimenticati mia madre me la sono dimenticata qui ci sono i pennelli ha detto il
maic disegnate quello che volete liberamente ha detto il sangue non me lo sono
dimenticato povere bestie disegno un cavallo blu
*
Mario Mengali
è stato perché quando li portavamo all’aria lo vedevo disegnare le sue figure
sui muri dell’ospedale, in piedi, lì dove si trovava, come se stesse copiando
qualcosa che aveva davanti agli occhi; si cercava un sasso o, se ne trovava uno,
usava un pezzo di mattone e allora le figure sul muro si distinguevano meglio,
certe altre volte tracciava invece segni sul terreno con un bastone, anche con
il dito se non aveva altro, poi li cancellava o ci sputava sopra e cambiava
posto; ma era inutile chiedergli cosa stesse facendo, tanto non parlava e se
parlava non si capiva quello che diceva, andava avanti a borbottare tra sé e sé
frasi incomprensibili e si doveva fare attenzione a interromperlo, era uno che
se gli girava male prendeva subito fuoco; è questo il motivo per cui quel giorno
ho detto al dottore, perché non proviamo a portarlo giù dove vanno a dipingere,
in quello che chiamiamo atelier
lo condussero qui che aveva poco più di trent’anni e lo misero nel padiglione
dei più gravi, il quinto, dove c’erano quelli considerati irrecuperabili; era
andato in Spagna al tempo in cui a Mussolini era saltato in mente di dare un
mano al suo compare di là, quell’altro balordo, truppe volontarie dicevano, ma
vallo a sapere, e sembra che proprio in Spagna gli siano cominciati i deliri, o
forse li aveva anche prima, ma quello che aveva veduto in guerra li aveva fatti
aggravare; per questo lo riportarono indietro e lo ricoverarono all’ospedale
militare, per qualche anno ha fatto dentro e fuori dagli ospedali, poi lo
internarono definitivamente, schizofrenico paranoico, dicevano i medici
allora il dottore ha risposto, proviamoci, accompagnalo tu che ci vai d’accordo;
ho sentito dire che quella dell’atelier è stato un’idea del vecchio direttore,
ma non è che all’inizio avesse avuto successo, fargli fare una specie di scuola
di pittura, insegnarli le basi del disegno, spiegargli la prospettiva come se
fossero studenti delle medie, ci vuole coraggio anche solo a pensarlo; il fatto
è che dopo due volte si stufavano e non ci volevano più andare; le cose sono
cambiate quando è venuto quell’inglese, il signor Noble, no, non inglese,
scozzese, che c’è una bella differenza, ci faceva notare; il signor Noble – il
Mike, come vuole essere chiamato – è un artista, viene a Verona per fare la
fusione delle sue sculture e non so come mai ha iniziato a passare in manicomio;
ha detto che quella della scuola di pittura era un’idea stupida, meglio
lasciarli esprimere come vogliono, liberamente, ci posso provare io, ha detto,
il direttore è stato d’accordo
il signor Noble è sposato con la contessa Borletti a cui di certo i soldi non
mancano, anche l’dea di portarli al lago è stata sua; la signora contessa ha una
villa davanti al lago e dovreste vedere che razza di casa è; ce li portiamo
perché possano dipinger in pace, fuori dalle mura del manicomio, un’altra idea
del signor Noble, ma se è bel tempo gli facciamo fare anche un giro in barca e
capita anche che la sera li si porti a ballare; il direttore è contento, per
loro è un diversivo, ha detto, gli fa bene uscire dall’ospedale, vedere qualcosa
di differente dai soliti quattro muri, dalle vostre facce e da quelle delle
suore, che non è un bel vedere, aggiungo io; certo lui la fa facile, se ne sta
tutto il tempo nel suo ufficio ed è a noi che tocca fare il resto; vado io a
prenderlo in reparto e lo accompagno alla corriera, oggi si va al lago, gli
dico, sei contento Carlo, ma senza aspettarmi che mi risponda
la faccenda dell’atelier ha preso piede quando hanno costruito il nuovo
padiglione con una bella sala luminosa dove ce ne potevano stare anche una
ventina; hanno provato ad aprirlo anche alle donne, ma non assieme ai maschi,
altrimenti sai che bordello; la cosa che più faceva impressione era che il nuovo
padiglione non aveva sbarre alle finestre e si godeva di una bella vista sul
giardino, avevano risistemato anche quello; se non sbaglio era il 1957, l’anno
in cui in città hanno organizzato la prima mostra dei loro quadri e tante
persone sono andate a vederli, più che altro per curiosità; poi c’è ne sono
state altre, a Milano e Roma e ne hanno parlato persone importanti, critici,
scrittori; ricordo però che il signor Noble si è infuriato quando nel presentare
una di queste mostre un giornalista ha scritto che quelli esposti erano quadri
eseguiti da dementi
nel 1968 il vecchio manicomio è stato dismesso e ci siamo spostati fuori città,
a Marzana; l’esperienza dell’atelier è andata avanti anche nella nuova sede, in
uno spazio più ampio e meglio organizzato, ma per qualche motivo a lui il posto
non piaceva, pareva infatti che gli fosse passata la voglia di dipingere e dopo
un po’ smise di farlo; adesso è diventato famoso e per comperare i suoi quadri
serve un fracco di schei, per dirla come diceva sempre il Carlo; qualcuno ha
scritto che è guarito attraverso l’arte, che dicano pure quello che vogliono,
meglio sarebbe guardare i suoi quadri e starsene zitti, così almeno avrebbe
voluto lui.
Paolo Miorandi
*Tra i libri di Paolo Miorandi, scrittore di eccentrica nobiltà, ricordiamo, per
Exòrma, “Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser” (2019),
“L’unica notte che abbiamo” (2020), “Nannetti. La polvere delle parole” (2022)
**In copertina: Carlo Zinelli (1916-1974); nel testo, opere di Zinelli
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