Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa
chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al
locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo
aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a
piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un
samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da
Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.
Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma
era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel
1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le
cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.
*
Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul
trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei
tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro?
Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al
saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e
aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o
come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni
riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in
mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari /
di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò
difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e
belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle
storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti
questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/
qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a
quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi
quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70:
«Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo
non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure,
nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo,
però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai
lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che
tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di
posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi
spettacoli-concerto.
Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e
rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un
pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da
ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86,
con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che
dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con
lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi,
hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a
sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive,
Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola.
Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi
di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo
accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e
invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha
cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti
sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a
confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano
la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e
sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici,
di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C”
teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti.
Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi
inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di
fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita
personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma
solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i
pezzi del suo cielo». Che vuoi di più?
Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la
riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa
esperienza?
Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se
ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una
notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a
parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per
telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio
primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi
consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che
condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto,
ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così,
qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio,
e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello
provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi
a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una
serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e
ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione
dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di
qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed
eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di
catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato
derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.
Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di
incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte
e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site
specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio
venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale
all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen,
ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La
Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione,
conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche
solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in
quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso
d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa
poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e
mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi
tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito
e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per
tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta,
per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio
Picca.
Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei
organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione
“indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia?
Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli
eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto
spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai
convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei
inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o
no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un
palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il
buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo
monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza
far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il
bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità
o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella
sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra
delle piaghe degli ‘eventi di poesia’.
Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno
scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo?
Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia
l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che
gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi,
secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete
fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di
‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che
delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà
effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel
contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa
l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse
sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste
formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà
a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o
l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si
lancino i sassi.
Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si
legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico?
Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di
interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre
nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle
stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in
privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture
attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col
pubblico.
Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics,
come si legano le due cose?
Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola
(con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e
produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si
tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi
originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica,
interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il
concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con
l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là
delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano
perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di
qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat –
dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al
massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate:
poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di
recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme
proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito
e sottocassa.
Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia
straniera?
Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare
B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco
molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con
autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico.
Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che
sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e
declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine
simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A
proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo
stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia
di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham
(1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la
sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera
– sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.
Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”?
Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da
quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più
grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si
parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura
creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna
avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune
delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco»
(Aldo Busi).
Edoardo Piazza
***
Bio-beat
Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e
performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e
epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del
Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di
Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo
“Zeugma”, a Roma.
Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è
verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale
nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone,
2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).
È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).
*In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato
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