L’ultimo frammento di questa storia piena di baratri è una lapide al Wilford
Hill Cemetery di Nottingham: la solca un tralcio di vite, sbozzato con frugale
tenerezza. La signora che vi è sepolta, Joan Adeney Easdale, si faceva chiamare
con un altro nome, Sophia Curly. Una vita in fuga da chi voleva imporle
un’identità, una trama, una catena. La scritta che solca la lapide – oggi poco
visibile, quasi sconfitta dalle intemperie – conferisce al sepolto i tratti
dell’enigma: Poet / Mother / and / Free Spirit. Una sorta di laica, inquieta
trinità.
Joan, per gli amici Sophie, aveva destinato i propri beni al capo della polizia
di Nottingham: due scatole di scarpe strette da lacci rosa in cui, tra l’altro,
spiccavano una mappa del mondo, due dizionari – di francese e di tedesco –, una
copia del Manifesto del partito comunista, una striscia di fototessere – appare
con un malizioso sorriso –, diverse lettere, una lista della spesa, una spilla
in vetro rosa. In pochissimi parteciparono al funerale. Una banda abbozzò la
colonna sonora di Scarpette rosse, grazie alla quale il fratello di Joan, Brian
Easdale, aveva ottenuto l’Oscar per la “Miglior colonna sonora”, nel remoto
1949.
Quel giorno il sole, coriaceo, pareva indossare un elmo grigio: era il dieci
giugno del 1998, Joan aveva compiuto qualche mese prima, il 23 gennaio,
ottantacinque anni. La nipote, Celia, lesse un brano da Amber Innocent, il
micidiale poemetto pubblicato da Joan quasi sessant’anni prima, nel 1939. Il suo
ultimo libro. Era uscito in tiratura cospicua per un libro in versi – un
migliaio di copie – edito dalla Hogarth Press dei coniugi Woolf; Vanessa Bell,
la sorella di Virginia, l’artista, aveva disegnato la copertina: una ragazza in
vestaglia si aggira nella notte, per casa, maneggiando una candela. Bella
immagine a significare il poeta – la candela come un coltello che fende la notte
in una casa mai così estranea. Domina il nero. Era un libro piuttosto
folle, Amber Innocent, una sorta di fiaba gotico-mistica in versi; sessanta
pagine che risuonano come un mefistofelico incrocio tra William Blake e Lewis
Carroll. L’involuzione e l’ispirazione denunciavano una mente propensa agli
abissi. Il libro piacque alla stampa, fu ben recensito dal “Times Literary
Supplement”, ottenne virili elogi da Vita Sackville-West.
D’altronde, Joan Adeney Easdale era l’orgoglio – benché tenuto a freno – di
Virginia Woolf.
Nel primo frammento di questa storia piena di rifiuti e di reticenze c’è una
donna che si chiama Gladys: figlia di un pastore di Londra, amava scrivere
storie di fantasmi e dormire in tenda. Gladys, la mamma di Joan, è reduce da un
matrimonio in disfatta: il marito, stranito dallo spiritismo e da quella donna
troppo esuberante, finì a San Francisco – non divorzierà mai dalla moglie.
Gladys portava i figli, Brian e Joan, al mare; spesso erano ospiti di uno
qualsiasi dei suoi sei fratelli; si era imposta di educarli alla più gloriosa
libertà. Per un po’, optò per il metodo steineriano – volle diventare
scrittrice. Personalità sgargiante dunque preda di improvvisi crolli nervosi,
Gladys credeva che i suoi figli fossero geniali – non si sbagliava del tutto. Fu
lei, con ostinazione fuori criterio, a spingere Virginia Woolf, incrociata per
caso, a leggere i versi della figlia. Virginia – sbalordita da tutto ciò che non
si installava nel canone del tempo, da ciò che era sballato, per non
dire sbagliato – si innamorò, per un po’, di Joan. Ne parlò a Dorothy Wellesley
e decise di pubblicare, nel febbraio del 1931, i versi “scritti tra i 14 e i 17
anni”, della giovanissima e sconosciutissima Joan Adeney Easdale: il libro uscì
al numero 19 della collana “Living Potes”, che aveva già pubblicato alcuni
grandi autori come Robinson Jeffers, Cecil Day-Lewis – futuro ‘poeta laureato’
del regno inglese – e Vita Sackville-West. Il libro, dal titolo anonimo, A
Collection of Poems, fu tirato in quattrocento copie, attraendo interesse. Una
lettera indirizzata a Hugh Walpole nell’aprile del 1931, testimonia
l’eccitazione di Virginia Woolf:
> “La giovane poetessa è una mia scoperta. Mi ha inviato pile di quaderni
> luridi, scritti in forma caotica, privi dei minimi elementi di ortografia:
> sono rimasta sorpresa, ho trovato del genio… Potrebbe essere una specie di
> fosforescenza infantile: lei vive nel Kent, è una flapper di campagna. Molto
> strana”.
Virginia cercava l’anti-letterario – anzi: l’oltre letterario – anelava allo
sporco, al selvatico, al primigenio, all’infantile, al maniaco. A tutto ciò che
spezza l’ordine costituito – a ciò che disarma per eccesso di nudità e di
evanescenza. Opere che mirano a sparire – e a far scomparire il lettore.
Opere-sabbie mobili. Per flappers’intendono le donne disinibite degli anni
Venti: di solito, ascoltavano il jazz, portavano il ‘caschetto’, ostentavano
abiti corti, sigaretta, trucco eccessivo. Metropolitane, sessualmente aperte, si
ribellavano alle damerine di casa, incenerivano gli angeli del focolare.
Nella collana “Living Poets”, l’anno dopo, nel marzo del ’32, uscì anche il
secondo libro di Joan, Clemence and Clare. Per un po’, la ragazza scrisse alcuni
radiodrammi per la BBC; avrebbe voluto scrivere la biografia di Isabella Beeton,
pionieristica scrittrice e intellettuale vissuta nel XIX secolo, cominciò ad
appuntare Amber Innocent, poema imbizzarrito – in calce ne traduciamo alcuni
brani – che alterna vertigini a vorticose ingenuità. Opera di un
talento naturale, di un talento fuori di testa.
I libri di Joan sono pressoché introvabili.
Nel terzo fotogramma di questa storia siamo a Sydney, Australia, alla fine del
1951, in una casa non lontana da una palude di mangrovie. Joan Adeney Easdale si
chiama ancora Joan Adeney Easdale e ha appena preparato la colazione ai figli:
Jane, la più grande, ha undici anni, Polly ne ha otto, Sandy è nato nel ’47. Per
tutto il giorno, Joan resta seduta in cucina, a fumare. Fissa il vuoto. Il caldo
la soffoca. Le zanzare appestano la stanza. Visioni la sfiancano. Qualche mese
prima, in Inghilterra, uno psicologo le ha consigliato di smettere di scrivere.
Poco prima di partire per l’Australia, Joan ha impilato quaderni e diari,
consegnandoli al fuoco. Crede che sul tetto del bungalow in cui abitano ci siano
delle spie; ogni tanto vede Gesù Cristo sdraiato sul divano.
Nel 1938 aveva sposato James Meadows Rendel, nipote della dottoressa di Virginia
Woolf. Genetista, amante del balletto, James era un istrione: teneva un
camaleonte come animale di compagnia. Insieme, avevano abitato a Londra e a
Edimburgo; finché James non ottenne l’incarico a Sydney. L’entusiasmo degli
inizi – l’idea di fare casa, cioè di fondere il talento scientifico di lui a
quello letterario di lei – sfiorì presto: i figli inchiodarono Joan a una vita
da casalinga. I crolli psichici – acuiti dal suicidio di Virginia Woolf, nel
1941, e dalla morte del padre, nel 1947 – fecero il resto. Ormai esasperata, nel
1954 Joan torna in Inghilterra, ufficiosamente per una vacanza: verrà ricoverata
in una clinica psichiatrica – diagnosi: schizofrenia paranoica – per sette
anni.
L’ultimo frammento di questa storia lo facciamo raccontare da Celia Robertson,
la nipote di Joan, che alla nonna ha dedicato, nel 2009, per Virago, una
biografia a tratti straziante, Who was Sophie? My grandmother, poet and
stranger:
> “Ho incontrato mia nonna per la prima volta a diciassette anni: desideravo
> vederla, mia madre riteneva che fossi in grado di sopportare la sua vista.
> Sophie viveva in un fatiscente appartamento nelle case popolari di Nottingham.
> Aveva spostato tutte le sue cose in una stanza. Un intricato groviglio di
> spaghi, simile a una ragnatela, pendeva dalle finestre, fissato alla porta con
> puntine da disegno. Questo, mi disse, mi serve per catturare i ladri. I
> davanzali erano cosparsi di borotalco, così gli intrusi avrebbero lasciato le
> loro impronte. Ci preparò una torta con margarina e cioccolato; ci intimò di
> riempire il bollitore molto lentamente, ‘per non far uscire il gas dai
> rubinetti’. Aveva un rossetto rosa elettrico, indossava calze a rete e un paio
> di scarpe costruite con cartone e spago; sotto il cappotto legato con un
> vecchio nastro si intuiva la camicia da notte. Si era tinta i capelli di
> giallo con riso alla curcuma; li teneva arricciati con alcuni scovolini.
> Nonostante l’inquietante occhio lattiginoso, aveva un sorriso trasognato.
> Finita la visita, mi afferro il braccio, sussurrandomi, ‘Se vuoi fare un
> figlio, fallo! Non farti fermare da nessuno! Non lasciare che facciano del
> male al tuo bambino’. La sua violenza mi fece ribrezzo; avevo a malapena
> baciato qualcuno, figuriamoci fare un bambino… Mi liberai dalla sua presa,
> corsi verso la macchina”.
Uscita dal sanatorio nel 1961, Joan Adeney Easdale decide di rompere con il suo
passato. Indossa un altro nome, Sophia Curly – per gli intimi, Sophie –, e
sparisce. La figlia Polly la rintraccia la prima volta nel Somerset, tre anni
dopo, grazie a un investigatore privato. Joan/Sophie viveva in una roulotte
assieme a un uomo, Albert, un senzatetto. Disse alla figlia di voler stare “con
chi, come me, non ha più un passato”. Da allora, ancora una volta, le tracce di
Joan/Sophie si perdono. La poetessa vive per strada, si prostituisce, beve. La
ritroviamo a Nottingham, dove trascorre gli ultimi vent’anni della sua vita da
fata a delinquere: credeva di essere pedinata e che il mondo cospirasse contro
di lei; le piaceva stare al pub. Spesso dormiva al parco – preferiva insultare i
poliziotti.
La pupilla di Virginia Woolf, non scrisse mai più nulla.
La nipote ricorda che era a remarkable woman; significando, forse, che per un
poeta è rimarchevole marcare con le unghie i confini degli inferi – ne esistono
diversi, d’altronde, e di diverse fogge –, che un poeta è tale perché qualcuno,
un terzo, lo raccoglie dall’oblio imposto, dalla bile del mondo.
La lapide ricorda tutti i nomi, egualmente effimeri, della poetessa: Joan Adeney
Easdale, Joan Rendel, Sophia Curly, Sophie. Il referto di un massacro. Quanti
nomi deve esaudire un poeta per essere se stesso – quante figure deve uccidere
per giungere al proprio germoglio.
**
Da Amber Innocence
Una sera
la scala si curva in angoli anguille
come l’impalcatura di una cattedrale
e Amber, campanaro astrale,
deve fare attenzione a ogni passo
e mai guardare indietro.
Un’altra sera
scala penetra eretta nel raffinato etere
dove i colori spaziano in beata anonimità
stato puro dell’essere
che nessun occhio può sanzionare di sguardi.
Mentre scalava il suo segreto arcobaleno
come era facile morire, quanto fragile la trama
e perfetto lo scopo.
Sarebbe stato bello abbandonarsi, mollare le manette
fondersi con la sua deità.
Perché il rimorso di spezzare l’identità
se la vita è impilata di piccole morti –
gelo che secca il frutto mai nato
voce che spezza visioni di vetro soffiato
lingua di velluto che tradisce con maniere di neve?
Ma prevale paura, il respiro si spaia
estremo strazio e dissoluzione disossata
il sangue forgia catene allentate
e le ordina di dire:
“Non insegnarmi tutto, morte”.
Così Amber ottenne la sua stanza.
*
Giorni e notti, senza metro,
passano come uccelli in migrazione.
Giunse l’inverno. Strade che brillano
come caramelle. Nevica – campanelli
che suonano, negozi ostentano
alberi di Natale. “Posti vacanti”, legge Amber.
Posti, posti, in attesa di essere riempiti.
Occupazioni. Qualcuno cacciato, qualcuno ucciso.
Un funerale. Lento – rallentato dal ghiaccio.
“Posti vacanti”, legge Amber.
“Ricercati.
Nascite. Morti…”
No, non era questo.
Poi. “Smarriti”, legge Amber.
Smarriti – un orologio d’oro smarrito.
Un cucciolo di cocker spaniel smarrito.
Cinque sterline di ricompensa. Smarrita, borsetta di donna.
Smarriti, orecchini d’argento, ciocca di capelli finti
gattino nero, orso polare privato.
Opinione, verginità, pappagallo in gabbia: perduti –
Persi: una partita a carte, un marito, un ricordo.
Chi sei per parlare di perdita?
Sei il perduto? Sei il perdente?
Allora è lui che sceglie.
Un altro uomo ha l’orologio d’oro al polso.
Sa – o non sa – a chi appartenne
ma l’orologio funziona ancora – e la ciocca di capelli
è il premio per un venditore, un regalo
per la sua mamma. Il cucciolo di cocker spaniel
all’ombra di una lama, sacrificato per la scienza
per salvare la moglie di un cancelliere.
La verginità se la si perde non si recupera più
anche se c’è chi ha opinioni differenti –
quanto all’orso, non è mai esistito.
Pappagallo confiscato, marito
ritrovato con la moglie del cancelliere.
*
Il sole tramonta.
Presso la finestra, al piano
di sopra, un manichino si trasfigura.
Un nastro cremisi lo cinge come
l’onorificenza di una regina,
la polvere scintilla come diamanti.
I libri si curvano, l’ago scivola
verso le forbici sul davanzale
le ombre si dispiegano
come rotoli di tessuto su un bancone.
Questo accade quando il sarto serra la porta
se ne va e non c’è nessuno che guarda.
A nessuno è permesso assistere
alla trasfigurazione. Sono pochi
quelli che odono l’ultimo ticchettio
dell’orologio, che si accorgono
della crepa che fende il soffitto.
*
Dal giardino sbuca un leone bianco.
Morbide zampe, artigli forgiati nel ferro.
La coda è come una torcia, issata.
Arriva armato fino ai denti
ma si inginocchia al cospetto di Amber.
Quando sale le scale, il leone bianco è lì.
Dovremmo dire che chi è stato divorato
da un leone non sarà divorato ancora.
Ma il leone bianco sa solo dilaniare:
non una volta soltanto ma più volte
Amber fu uccisa.
E il leone fu ucciso
e Amber fu uccisa.
Né rancore, dolore o cancerosa
violenza che promulga rinascita.
Vincitore e vittima una cosa sola.
Poi, come un sogno che germoglia da un sogno
dimenticato, Amber si scordò della lotta con il leone bianco.
*In copertina: John Singer Sargent, “Miss Elsie Palmer”, 1890
L'articolo “Mentre scalava il suo segreto arcobaleno”. Joan Adeney Easdale:
storia folle della pupilla di Virginia Woolf proviene da Pangea.