L’ultimo frammento di questa storia piena di baratri è una lapide al Wilford
Hill Cemetery di Nottingham: la solca un tralcio di vite, sbozzato con frugale
tenerezza. La signora che vi è sepolta, Joan Adeney Easdale, si faceva chiamare
con un altro nome, Sophia Curly. Una vita in fuga da chi voleva imporle
un’identità, una trama, una catena. La scritta che solca la lapide – oggi poco
visibile, quasi sconfitta dalle intemperie – conferisce al sepolto i tratti
dell’enigma: Poet / Mother / and / Free Spirit. Una sorta di laica, inquieta
trinità.
Joan, per gli amici Sophie, aveva destinato i propri beni al capo della polizia
di Nottingham: due scatole di scarpe strette da lacci rosa in cui, tra l’altro,
spiccavano una mappa del mondo, due dizionari – di francese e di tedesco –, una
copia del Manifesto del partito comunista, una striscia di fototessere – appare
con un malizioso sorriso –, diverse lettere, una lista della spesa, una spilla
in vetro rosa. In pochissimi parteciparono al funerale. Una banda abbozzò la
colonna sonora di Scarpette rosse, grazie alla quale il fratello di Joan, Brian
Easdale, aveva ottenuto l’Oscar per la “Miglior colonna sonora”, nel remoto
1949.
Quel giorno il sole, coriaceo, pareva indossare un elmo grigio: era il dieci
giugno del 1998, Joan aveva compiuto qualche mese prima, il 23 gennaio,
ottantacinque anni. La nipote, Celia, lesse un brano da Amber Innocent, il
micidiale poemetto pubblicato da Joan quasi sessant’anni prima, nel 1939. Il suo
ultimo libro. Era uscito in tiratura cospicua per un libro in versi – un
migliaio di copie – edito dalla Hogarth Press dei coniugi Woolf; Vanessa Bell,
la sorella di Virginia, l’artista, aveva disegnato la copertina: una ragazza in
vestaglia si aggira nella notte, per casa, maneggiando una candela. Bella
immagine a significare il poeta – la candela come un coltello che fende la notte
in una casa mai così estranea. Domina il nero. Era un libro piuttosto
folle, Amber Innocent, una sorta di fiaba gotico-mistica in versi; sessanta
pagine che risuonano come un mefistofelico incrocio tra William Blake e Lewis
Carroll. L’involuzione e l’ispirazione denunciavano una mente propensa agli
abissi. Il libro piacque alla stampa, fu ben recensito dal “Times Literary
Supplement”, ottenne virili elogi da Vita Sackville-West.
D’altronde, Joan Adeney Easdale era l’orgoglio – benché tenuto a freno – di
Virginia Woolf.
Nel primo frammento di questa storia piena di rifiuti e di reticenze c’è una
donna che si chiama Gladys: figlia di un pastore di Londra, amava scrivere
storie di fantasmi e dormire in tenda. Gladys, la mamma di Joan, è reduce da un
matrimonio in disfatta: il marito, stranito dallo spiritismo e da quella donna
troppo esuberante, finì a San Francisco – non divorzierà mai dalla moglie.
Gladys portava i figli, Brian e Joan, al mare; spesso erano ospiti di uno
qualsiasi dei suoi sei fratelli; si era imposta di educarli alla più gloriosa
libertà. Per un po’, optò per il metodo steineriano – volle diventare
scrittrice. Personalità sgargiante dunque preda di improvvisi crolli nervosi,
Gladys credeva che i suoi figli fossero geniali – non si sbagliava del tutto. Fu
lei, con ostinazione fuori criterio, a spingere Virginia Woolf, incrociata per
caso, a leggere i versi della figlia. Virginia – sbalordita da tutto ciò che non
si installava nel canone del tempo, da ciò che era sballato, per non
dire sbagliato – si innamorò, per un po’, di Joan. Ne parlò a Dorothy Wellesley
e decise di pubblicare, nel febbraio del 1931, i versi “scritti tra i 14 e i 17
anni”, della giovanissima e sconosciutissima Joan Adeney Easdale: il libro uscì
al numero 19 della collana “Living Potes”, che aveva già pubblicato alcuni
grandi autori come Robinson Jeffers, Cecil Day-Lewis – futuro ‘poeta laureato’
del regno inglese – e Vita Sackville-West. Il libro, dal titolo anonimo, A
Collection of Poems, fu tirato in quattrocento copie, attraendo interesse. Una
lettera indirizzata a Hugh Walpole nell’aprile del 1931, testimonia
l’eccitazione di Virginia Woolf:
> “La giovane poetessa è una mia scoperta. Mi ha inviato pile di quaderni
> luridi, scritti in forma caotica, privi dei minimi elementi di ortografia:
> sono rimasta sorpresa, ho trovato del genio… Potrebbe essere una specie di
> fosforescenza infantile: lei vive nel Kent, è una flapper di campagna. Molto
> strana”.
Virginia cercava l’anti-letterario – anzi: l’oltre letterario – anelava allo
sporco, al selvatico, al primigenio, all’infantile, al maniaco. A tutto ciò che
spezza l’ordine costituito – a ciò che disarma per eccesso di nudità e di
evanescenza. Opere che mirano a sparire – e a far scomparire il lettore.
Opere-sabbie mobili. Per flappers’intendono le donne disinibite degli anni
Venti: di solito, ascoltavano il jazz, portavano il ‘caschetto’, ostentavano
abiti corti, sigaretta, trucco eccessivo. Metropolitane, sessualmente aperte, si
ribellavano alle damerine di casa, incenerivano gli angeli del focolare.
Nella collana “Living Poets”, l’anno dopo, nel marzo del ’32, uscì anche il
secondo libro di Joan, Clemence and Clare. Per un po’, la ragazza scrisse alcuni
radiodrammi per la BBC; avrebbe voluto scrivere la biografia di Isabella Beeton,
pionieristica scrittrice e intellettuale vissuta nel XIX secolo, cominciò ad
appuntare Amber Innocent, poema imbizzarrito – in calce ne traduciamo alcuni
brani – che alterna vertigini a vorticose ingenuità. Opera di un
talento naturale, di un talento fuori di testa.
I libri di Joan sono pressoché introvabili.
Nel terzo fotogramma di questa storia siamo a Sydney, Australia, alla fine del
1951, in una casa non lontana da una palude di mangrovie. Joan Adeney Easdale si
chiama ancora Joan Adeney Easdale e ha appena preparato la colazione ai figli:
Jane, la più grande, ha undici anni, Polly ne ha otto, Sandy è nato nel ’47. Per
tutto il giorno, Joan resta seduta in cucina, a fumare. Fissa il vuoto. Il caldo
la soffoca. Le zanzare appestano la stanza. Visioni la sfiancano. Qualche mese
prima, in Inghilterra, uno psicologo le ha consigliato di smettere di scrivere.
Poco prima di partire per l’Australia, Joan ha impilato quaderni e diari,
consegnandoli al fuoco. Crede che sul tetto del bungalow in cui abitano ci siano
delle spie; ogni tanto vede Gesù Cristo sdraiato sul divano.
Nel 1938 aveva sposato James Meadows Rendel, nipote della dottoressa di Virginia
Woolf. Genetista, amante del balletto, James era un istrione: teneva un
camaleonte come animale di compagnia. Insieme, avevano abitato a Londra e a
Edimburgo; finché James non ottenne l’incarico a Sydney. L’entusiasmo degli
inizi – l’idea di fare casa, cioè di fondere il talento scientifico di lui a
quello letterario di lei – sfiorì presto: i figli inchiodarono Joan a una vita
da casalinga. I crolli psichici – acuiti dal suicidio di Virginia Woolf, nel
1941, e dalla morte del padre, nel 1947 – fecero il resto. Ormai esasperata, nel
1954 Joan torna in Inghilterra, ufficiosamente per una vacanza: verrà ricoverata
in una clinica psichiatrica – diagnosi: schizofrenia paranoica – per sette
anni.
L’ultimo frammento di questa storia lo facciamo raccontare da Celia Robertson,
la nipote di Joan, che alla nonna ha dedicato, nel 2009, per Virago, una
biografia a tratti straziante, Who was Sophie? My grandmother, poet and
stranger:
> “Ho incontrato mia nonna per la prima volta a diciassette anni: desideravo
> vederla, mia madre riteneva che fossi in grado di sopportare la sua vista.
> Sophie viveva in un fatiscente appartamento nelle case popolari di Nottingham.
> Aveva spostato tutte le sue cose in una stanza. Un intricato groviglio di
> spaghi, simile a una ragnatela, pendeva dalle finestre, fissato alla porta con
> puntine da disegno. Questo, mi disse, mi serve per catturare i ladri. I
> davanzali erano cosparsi di borotalco, così gli intrusi avrebbero lasciato le
> loro impronte. Ci preparò una torta con margarina e cioccolato; ci intimò di
> riempire il bollitore molto lentamente, ‘per non far uscire il gas dai
> rubinetti’. Aveva un rossetto rosa elettrico, indossava calze a rete e un paio
> di scarpe costruite con cartone e spago; sotto il cappotto legato con un
> vecchio nastro si intuiva la camicia da notte. Si era tinta i capelli di
> giallo con riso alla curcuma; li teneva arricciati con alcuni scovolini.
> Nonostante l’inquietante occhio lattiginoso, aveva un sorriso trasognato.
> Finita la visita, mi afferro il braccio, sussurrandomi, ‘Se vuoi fare un
> figlio, fallo! Non farti fermare da nessuno! Non lasciare che facciano del
> male al tuo bambino’. La sua violenza mi fece ribrezzo; avevo a malapena
> baciato qualcuno, figuriamoci fare un bambino… Mi liberai dalla sua presa,
> corsi verso la macchina”.
Uscita dal sanatorio nel 1961, Joan Adeney Easdale decide di rompere con il suo
passato. Indossa un altro nome, Sophia Curly – per gli intimi, Sophie –, e
sparisce. La figlia Polly la rintraccia la prima volta nel Somerset, tre anni
dopo, grazie a un investigatore privato. Joan/Sophie viveva in una roulotte
assieme a un uomo, Albert, un senzatetto. Disse alla figlia di voler stare “con
chi, come me, non ha più un passato”. Da allora, ancora una volta, le tracce di
Joan/Sophie si perdono. La poetessa vive per strada, si prostituisce, beve. La
ritroviamo a Nottingham, dove trascorre gli ultimi vent’anni della sua vita da
fata a delinquere: credeva di essere pedinata e che il mondo cospirasse contro
di lei; le piaceva stare al pub. Spesso dormiva al parco – preferiva insultare i
poliziotti.
La pupilla di Virginia Woolf, non scrisse mai più nulla.
La nipote ricorda che era a remarkable woman; significando, forse, che per un
poeta è rimarchevole marcare con le unghie i confini degli inferi – ne esistono
diversi, d’altronde, e di diverse fogge –, che un poeta è tale perché qualcuno,
un terzo, lo raccoglie dall’oblio imposto, dalla bile del mondo.
La lapide ricorda tutti i nomi, egualmente effimeri, della poetessa: Joan Adeney
Easdale, Joan Rendel, Sophia Curly, Sophie. Il referto di un massacro. Quanti
nomi deve esaudire un poeta per essere se stesso – quante figure deve uccidere
per giungere al proprio germoglio.
**
Da Amber Innocence
Una sera
la scala si curva in angoli anguille
come l’impalcatura di una cattedrale
e Amber, campanaro astrale,
deve fare attenzione a ogni passo
e mai guardare indietro.
Un’altra sera
scala penetra eretta nel raffinato etere
dove i colori spaziano in beata anonimità
stato puro dell’essere
che nessun occhio può sanzionare di sguardi.
Mentre scalava il suo segreto arcobaleno
come era facile morire, quanto fragile la trama
e perfetto lo scopo.
Sarebbe stato bello abbandonarsi, mollare le manette
fondersi con la sua deità.
Perché il rimorso di spezzare l’identità
se la vita è impilata di piccole morti –
gelo che secca il frutto mai nato
voce che spezza visioni di vetro soffiato
lingua di velluto che tradisce con maniere di neve?
Ma prevale paura, il respiro si spaia
estremo strazio e dissoluzione disossata
il sangue forgia catene allentate
e le ordina di dire:
“Non insegnarmi tutto, morte”.
Così Amber ottenne la sua stanza.
*
Giorni e notti, senza metro,
passano come uccelli in migrazione.
Giunse l’inverno. Strade che brillano
come caramelle. Nevica – campanelli
che suonano, negozi ostentano
alberi di Natale. “Posti vacanti”, legge Amber.
Posti, posti, in attesa di essere riempiti.
Occupazioni. Qualcuno cacciato, qualcuno ucciso.
Un funerale. Lento – rallentato dal ghiaccio.
“Posti vacanti”, legge Amber.
“Ricercati.
Nascite. Morti…”
No, non era questo.
Poi. “Smarriti”, legge Amber.
Smarriti – un orologio d’oro smarrito.
Un cucciolo di cocker spaniel smarrito.
Cinque sterline di ricompensa. Smarrita, borsetta di donna.
Smarriti, orecchini d’argento, ciocca di capelli finti
gattino nero, orso polare privato.
Opinione, verginità, pappagallo in gabbia: perduti –
Persi: una partita a carte, un marito, un ricordo.
Chi sei per parlare di perdita?
Sei il perduto? Sei il perdente?
Allora è lui che sceglie.
Un altro uomo ha l’orologio d’oro al polso.
Sa – o non sa – a chi appartenne
ma l’orologio funziona ancora – e la ciocca di capelli
è il premio per un venditore, un regalo
per la sua mamma. Il cucciolo di cocker spaniel
all’ombra di una lama, sacrificato per la scienza
per salvare la moglie di un cancelliere.
La verginità se la si perde non si recupera più
anche se c’è chi ha opinioni differenti –
quanto all’orso, non è mai esistito.
Pappagallo confiscato, marito
ritrovato con la moglie del cancelliere.
*
Il sole tramonta.
Presso la finestra, al piano
di sopra, un manichino si trasfigura.
Un nastro cremisi lo cinge come
l’onorificenza di una regina,
la polvere scintilla come diamanti.
I libri si curvano, l’ago scivola
verso le forbici sul davanzale
le ombre si dispiegano
come rotoli di tessuto su un bancone.
Questo accade quando il sarto serra la porta
se ne va e non c’è nessuno che guarda.
A nessuno è permesso assistere
alla trasfigurazione. Sono pochi
quelli che odono l’ultimo ticchettio
dell’orologio, che si accorgono
della crepa che fende il soffitto.
*
Dal giardino sbuca un leone bianco.
Morbide zampe, artigli forgiati nel ferro.
La coda è come una torcia, issata.
Arriva armato fino ai denti
ma si inginocchia al cospetto di Amber.
Quando sale le scale, il leone bianco è lì.
Dovremmo dire che chi è stato divorato
da un leone non sarà divorato ancora.
Ma il leone bianco sa solo dilaniare:
non una volta soltanto ma più volte
Amber fu uccisa.
E il leone fu ucciso
e Amber fu uccisa.
Né rancore, dolore o cancerosa
violenza che promulga rinascita.
Vincitore e vittima una cosa sola.
Poi, come un sogno che germoglia da un sogno
dimenticato, Amber si scordò della lotta con il leone bianco.
*In copertina: John Singer Sargent, “Miss Elsie Palmer”, 1890
L'articolo “Mentre scalava il suo segreto arcobaleno”. Joan Adeney Easdale:
storia folle della pupilla di Virginia Woolf proviene da Pangea.
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Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò
il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile;
lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno
del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99.
Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare,
partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.
Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la
poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy
scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno
pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913
– per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in
giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere
privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression.
Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati
in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai
primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy;
scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro.
Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico,
ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà:
magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un
capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e
Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera
eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe
dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.
Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West.
Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si
barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in
Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote
di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a
Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023).
Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura
elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una
relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage,
Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già
amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy,
puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono
per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living
Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati
artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella
di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta
da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto
capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già
uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una
raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista,
eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le
donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck
Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan
Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta
una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la
pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia
irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa
di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living
Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio –
scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu
affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20
della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile
amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.
Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro
anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da
Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day
Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha
‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional
Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo
inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i
grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole
‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando
poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente
rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come
decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu
eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming,
che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington
Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui
soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets”
compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).
I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury;
Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più
selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel
1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other
Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel
1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia
‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io,
connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel
1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per
la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere
antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso.
In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.
La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono
pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre
– era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel
Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter,
recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua
sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva
ventinove anni.
L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di
articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38
Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione
speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…).
Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio,
un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione
alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima;
Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy,
refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere
bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in
favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più –
la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così,
tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.
L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
proviene da Pangea.
«Era molto bella la lettera che hai scritto alla luce delle stelle a mezzanotte.
Scrivi sempre a quell’ora, perché il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per
liquefarsi», così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West, il
7 ottobre 1928, e continua:
> «Il mio invece si strugge alla luce del gas, e sono solo le nove e devo andare
> a letto alle undici. Così non dirò niente, non una parola del balsamo che eri
> per la mia angoscia […] Come ti guardavo! Come mi sentivo – già, come
> descriverlo? Bè, da qualche parte ho visto una pallina che continuava a
> saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina. È
> una sensazione che mi dai solo tu».
Un secolo fa, Vita e Virginia si facevano immagine d’un amore unico: la pallina
che salta su e giù, sospinta dal mobile getto della fontana, esprime
un’attrazione irresistibile. Quella pallina, metafora del piacere che volteggia
sull’acqua, ci fa volare, come l’epistolario che ne deriva, tra i grandi
canzonieri d’amore del Novecento. Un carteggio di oltre cinquecento lettere,
scambiate dal primo incontro (1922) e fino alla morte di Virginia
(1941), antologizzate in Italia nel testo tradotto da Nadia Fusini e Sara De
Simone: Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio, a cura di Elena
Munafò.
Virginia e Vita si scrivono continuamente, per quasi vent’anni; si scrivono per
darsi un appuntamento, per scusarsi o rimproverarsi, ma soprattutto per capirsi,
essere vicine, una accanto all’altra, attraverso le parole, i soprannomi, le
metafore, i silenzi intermittenti in cui esplode la mancanza. Qui è Vita ad
urlare con passione:
> «Sono ridotta a una cosa che desidera Virginia. Stanotte avevo composto per te
> una lettera bellissima, nelle ore insonni, piene di incubi, ma è tutta
> sparita: mi manchi e basta, in un modo piuttosto semplice, disperato, umano.
> Tu con tutte le tue lettere intelligenti, non scriveresti mai una frase così
> elementare […] mi manchi più di quanto potessi credere […] questa lettera è
> solo un grido di dolore. È incredibile quanto tu sia diventata essenziale per
> me. Immagino che tu sia abituata a sentirti dire cose del genere dalle
> persone. […] Non riuscirò a farmi amare di più da te, scoprendomi fino a
> questo punto – ma tesoro mio, non posso essere furba e distaccata con te: ti
> amo troppo per farlo» (21 gennaio 1926).
Se Virginia nuota nelle acque dell’intelletto, in quel convento che è Monk’s
House, dove condivide un’austera intimità con Leonard, in un patto reciproco di
rispetto e solidarietà, Vita naviga nella vita a vele spiegate, è sgargiante nei
colori e nel temperamento, posseduta dal demone erotico. È moglie di un
ambasciatore, Harold Nicolson, lo segue nei suoi viaggi, con disinvoltura
organizza ricevimenti. Ed è anche madre. Detto altrimenti: è una donna reale,
vera, concreta, mentre Virginia è una creatura fantastica, che vive nei suoi
sogni e nei suoi scritti.
Virginia rappresenta per Vita l’ignoto: non ha mai incontrato una simile
bellezza spirituale, eterea, fragile, dolcissima, le mani affusolate e la mente
luminosa, trasparente, di cristallo. Una bambina, malgrado abbia dieci anni più
di lei (quando si incontrano, Vita costeggia la trentina, Virginia la
quarantina). Virginia scrive divinamente, vuole innovare il romanzo, lavora
nella sua casa editrice, la Hogarth Press, litiga con la mitologica Nelly, la
cameriera. La sua personalità, così ricca e geniale, affascina Vita e la turba
al contempo. In Virginia tutto è pallido e virgineo. Vita capisce che va
trattata con riguardo e, soprattutto, con riguardo materno, quello che Virginia
ha sempre cercato e che ora, con Vita, tocca fino alle stelle. Quella sarà la
chiave sublime del loro legame d’amore, di cui le lettere sono una preziosa
testimonianza.
L’abbraccio materno e virile con cui Vita la stringe a sé, fa volare Virginia,
libera la sua mente (non a caso, dopo il loro incontro, nasceranno i suoi
capolavori: Al faro, Orlando, Le onde), scioglie il suo corpo.
Quando incontra Vita, Virginia conosce per la prima volta nella sua vita la vera
passione e, dopo una certa resistenza – come scrive Quentin Bell, suo nipote e
biografo – se ne lascia attraversare, con meraviglia e gratitudine. Dal canto
suo, Vita tenta di contenere il fervore carnale, il marmo di cui è fatta la sua
sostanza, potremmo dire, temendo di spezzare il cristallo della donna che ama.
Le due si incontrano nella loro terra di mezzo, dove permangono, insieme, fino
alla morte di Virginia, in un amore eterno e poetico, un legame che, nelle
complessità della vita, si è fatto parola, lettera, letteratura.
Anche quando la relazione fisica finirà, non morirà il loro amore, eternizzato
nelle lettere e nelle pagine di Orlando, lo straordinario romanzo che Virginia
dedica a Vita, trasformandola in un personaggio immortale (che nasce maschio nel
Cinquecento e diventa femmina nel Settecento), trasportando l’esperienza dei
loro sentimenti in un’interrogazione profonda eppure ironica, sul senso ultimo
dell’amore. Quando Vita lo lesse, comprese che nessuno l’aveva mai posseduta,
cioè colta, così a fondo, nella sua più intima verità: «Tesoro, sono così
sopraffatta che non ho idea di come tu abbia potuto […] mettere una veste così
splendida su una stampella così modesta» le scrisse l’11 ottobre 1928.
Mentre cadono le bombe della Seconda guerra, dalle loro rispettive residenze di
campagna, Vita e Virginia si scrivono, si sostengono a vicenda, la loro candela
non si spegne: «Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata
pensando a te che sei lì da sola […] Mi hai dato tanta felicità» scrive Virginia
il 30 agosto 1940, e Vita risponde il primo settembre:
> «Tesoro, quanto mi ha commossa la tua lettera stamattina. Mi è quasi caduta
> una lacrima dentro l’uovo in camicia. Le tue rare dimostrazioni d’affetto
> hanno sempre avuto il potere di emozionarmi moltissimo e – siccome suppongo
> che in questi giorni siamo tutti un po’ tesi […] – oggi mi arrivano in
> picchiata, dritte al cuore, come un proiettile che sbatte sul tetto. Ti amo
> anch’io. Lo sai».
Dalle ultime lettere emerge in filigrana una certa nostalgia, il bisogno
continuo di ricordare e sottolineare quanto sia importante il filo che le lega,
come se sentissero la morsa del tempo che incalza sulle loro vite… «mi
sento sempre in contatto con Vita. […] non riuscirai mai a disfarti di me – mai.
Neppure per un secondo mi sono sentita meno legata a te» scrive Virginia il 12
marzo 1940. «Su che piolo sto, sulla tua scala?» le aveva chiesto tempo addietro
e la risposta di Vita non aveva lasciato spazio ad alcun dubbio: «Adorata
Virginia, sei su un piolo molto alto – sempre – (25 agosto 1939).
Vogliamo ricordarle così: in cima alla scala del loro amore, su quel piolo molto
alto, mano nella mano, verso quella luce che ancora oggi le fa risplendere – e
ci riscalda.
Marilena Garis
L'articolo “Il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi”. Virginia
& Vita, o dell’amore assoluto proviene da Pangea.